ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA

6 DICEMBRE 2023

ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA

Asta, 1239
MILANO
Via Manzoni 45
ore 17:00
lotti 1-102

Per informazioni e commissioni scritte e telefoniche
Tel. +39 02 65560807
Tel. +39 02 653374
milano@pandolfini.it
artecontemporanea@pandolfini.it
Esposizione
MILANO
Via Manzoni 45

Sabato         2 dicembre 2023        10-18
Domenica      3 dicembre 2023         10-18
Lunedì            4 dicembre 2023         
10-18
Martedì            5 dicembre 2023         
10-18






Il lotto 94 sarà visionabile esclusivamente su appuntamento presso la sede di Prato, Via Fratelli Giachetti 35.

 
 
 
Stima   600 € - 70000 €

Tutte le categorie

1 - 30  di 102
6

GIACOMO BALLA

(Torino 1871 - Roma 1958)

Linea Forza

anni '20 - da un disegno del 1917

tempera e matita su cartoncino

cm 21,5 x 25,9

firmato Futur Balla al margine inferiore

al retro iscritto "LINEE FORZE / BALLA" e timbro "Pugno di Boccioni"

al retro del supporto cartiglio mostra "Balla. Inventore, mago, profeta"

 

L'opera è accompagnata da autentica dell'Archivio Gigli, Roma.

L'opera è registrata presso l'Archivio Gigli serie 2013 n. 551.

L'opera è accompagnata da autentica di Luce Balla.

 

Provenienza

Casa Balla, Roma, 1969

Sotheby's London, 1980

Collezione privata

 

Esposizioni

Balla. Inventore, mago, profeta. (a cura di Elena Gigli), Azimut, Roma, 1 - 31 ottobre 2013

 

Bibliografia

M. Drudi Gambillo, T. Fiori, Archivi del Futurismo, De Luca Editore, Roma 1962, n. 29li

G. Lista, Balla, Edizioni Galleria Fonte d'Abisso, Modena, 1982, n. 603, pp. 291 (ill. b/n), 520

 

 



“Giacomo Balla, nato Torino / verde violetto - sfaccettato / uomo - intuitivo trascendentale Pittore Futurista / Soddisfazioni esistere per dare"; "Ö già creato una nuova sensibilità nell'arte espressione de tempi futuri che saranno colorradioiridesplendoridealluminosisssssssssimiiiiii". Queste due note autobiografiche di Balla fanno da sfondo proprio a questa opera così colorata e innovativa.

Proprio nel 1915 firmandosi "astrattista futurista" in chiusura al manifesto Ricostruzione Futurista dell'Universo, Balla enuncia il suo intento a realizzare la "fusione totale per ricostruire l'universo rallegrandolo, cioè ricreandolo integralmente [trovando] degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell'universo [per combinarli] insieme secondo i capricci della nostra ispirazione". Tre anni dopo, nel pubblicare il Manifesto del Colore, declama che "la pittura futurista italiana essendo e dovendo essere sempre più una esplosione di colore non può non essere giocondissima, audace, aerea, elettricamente lavata di bucato, dinamica, violenta, interventista. La pittura futurista è una pittura a scoppio, una pittura a sorpresa".

In quest’opera, le linee forza gialle e blu vengono a saettare dentro elementi curvilinei: la forza solare della natura insieme a quella del cielo penetrano la crosta marrone della terra. L'interesse per la natura è sempre stato una costante nell'arte di Giacomo Balla. Appena arrivato a Roma, il verde di Villa Borghese diventa il soggetto dei pastelli divisionisti, subito dopo la Grande Guerra i suoi stati d'animo si uniscono alle forze del paesaggio e alle line forza del mare...

In questi anni, lo sviluppo delle linee forza trova la colorata rappresentazione in questa tempera molto luminosa proprio per l'utilizzo “a vista” del marrone del cartoncino dove si stagliano le linee forza blu e gialle. L'opera viene messa sul Mercato Antiquario Internazionale direttamente dalle figlie Luce e Elica Balla (Sotheby's London 1980), per poi venire acquistata in una galleria di Cortina d'Ampezzo entrando così in un’importante collezione privata.

Elena Gigli, Roma 20 aprile 2013




 

© GIACOMO BALLA, by SIAE 2023

Stima 
  10.000 / 15.000
Aggiudicazione  Registrazione
13

JEAN DUFY

(La Havre 1888 - Parigi 1964)

Composition, Fleurs et Fenetre

olio su tela

cm 50x61

firmato in basso al centro

 

L'opera è accompagnata da autentica su foto dell'Atelier Matignon e firmata da Léandre Quesnel.

 

Jean Dufy è stato un pittore francese del XX secolo, nato nel 1888 e noto per la sua vivace interpretazione dell'arte moderna. Fratello del famoso pittore Raoul Dufy, Jean ha sviluppato uno stile distintivo caratterizzato da colori audaci, linee fluide e una gioiosa espressione della vita quotidiana.

Il cuore di questa composizione, Composition, Fleurs et Fenetre, è il vaso di fiori, dipinto con pennellate decise e energiche. I fiori rossi emergono con una forza vibrante, come se danzassero sulla tela, esprimendo la vitalità della natura. La scelta di tonalità contrastanti, con sfumature intense e dettagli bianchi, crea un dinamismo visivo che cattura l'attenzione dello spettatore e aggiunge profondità alla composizione.

Il cielo blu che si staglia dietro i fiori completa l'opera con un tocco di serenità e apertura. Dufy aveva il dono di catturare la luce in modo magistrale, e qui il cielo azzurro contribuisce a creare un contrasto suggestivo con i toni caldi dei fiori. La finestra aperta nel dipinto suggerisce una connessione tra l'interno e l'esterno, invitando lo spettatore a immergersi nella bellezza della natura attraverso la finestra dell'arte.

La maestria di Dufy nel manipolare il colore e la forma trasforma un soggetto quotidiano come un vaso di fiori in un'opera d'arte che irradia vitalità. La combinazione di pennellate decise, dettagli accurati e contrasti cromatici crea un'armonia visiva che esprime l'amore dell'artista per la bellezza intrinseca della vita.

In Composition, Fleurs et Fenetre, Jean Dufy ci offre una finestra aperta su un mondo di gioia cromatica e serenità, dimostrando ancora una volta il suo talento straordinario nel trasformare l'ordinario in straordinario attraverso la pittura.


 

© JEAN DUFY, by SIAE 2023

Stima 
  40.000 / 60.000
15

GIORGIO DE CHIRICO

(Volos 1888 - Roma 1978)

Tulipani

1965 ca.

olio su cartone telato

cm 30x40

firmato in basso a sinistra

al retro firmato e titolato

al retro dichiarazione autenticità

al retro timbro “Angelo Ferruccio Notaio in Chioggia”

 

L'opera è accompagnata da autentica della Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma.

L'opera è archiviata presso la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico col n. 0006/01/10 OT.

L'opera è accompagnata da autentica su foto della Galleria Hausammann, Cortina d'Ampezzo.

 

Provenienza

Galleria Hausammann, Cortina

Collezione privata

 
Bibliografia
De Chirico, catalogo della mostra Galleria dello Scudo, Verona, 22 novembre 1975 - 7 gennaio 1976, p. 26
Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Giorgio de Chirico. Catalogo Generale - Opere dal 1910 al 1975. Vol. 2/2015, Maretti Editore, n. 836, p. 384 


Contrariamente a quanto si possa pensare, la storia del tulipano non ha origine in Olanda, bensì nelle vicende dell’Impero Persiano. A metà del 1700 la nobiltà dell’Impero Ottomano si era appassionata ai tulipani, giardini imperiali e ville nobiliari ne erano ornamentati da distese variopinte tanto da definire quell’epoca come Lale Devri o l’era del tulipano. Tale fiore era per la società di allora simbolo di la nobiltà e il privilegio, sia in termini materiali che simbolici. I tulipani nascono di per sé in aree come la Turchia, l’Estremo oriente, Asia centrale, Asia minore e Nord Africa, difatti il nome stesso deriverebbe proprio dal turbante turco, chiamato tülbend o dulband, tradotto in francese tulipan o tulipe, mentre in Inghilterra, il fiore, veniva soprannominato anche berretto turco. Secondo alcuni, il termine potrebbe invece derivare da tholypem, il nome del fiore in Iran. Nella lingua turca, che prende origine dal persiano, il tulipano viene chiamato lale e non a caso per numerologia islamica lale ha lo stesso valore di Allah, elevandolo così ad oggetto di meditazione spirituale, difatti ancora oggi in Turchia, il tulipano è considerato l'incarnazione della perfezione e della bellezza.

Ma gli usi e costumi che si intrecciano al magico fiore, sono molteplici. Negli harem le concubine aspettavano che il sultano gettasse ai loro piedi un tulipano rosso a indicare la favorita per quel giorno. Altresì era considerato un vero e proprio talismano: la leggenda racconta che il figlio del Sultano Murad andasse in battaglia indossando una veste decorata di tulipani che, alla sua morte, fu sepolta assieme alle sue ceneri. Per la storia del popolo turco, il tulipano ha una forte connotazione simbolica che lo lega ad un periodo particolarmente prospero della loro storia, in cui regnò una solida pace nelle relazioni tra Costantinopoli e le potenze europee. In questo tempo infatti, il tulipano venne ricamato sui vestiti, rappresentato sulle facciate dei palazzi, tappeti, dipinti e maioliche, fino ad approdare alla letteratura con poesie dedicate interamente al nobil fiore.

Fu durante il regno di Solimano il Magnifico che questo fiore raggiunse la massima notorietà. Egli volle che venissero piantati tulipani in tutti i territori del vasto Impero, diventando così un simbolo di abbondanza e di clemenza, più tardi nel Cinquecento fu proprio da Costantinopoli che i tulipani si diffusero in Occidente grazie al barone Ogier Ghislain de Busbecq, ambasciatore nella capitale ottomana, che lo fece conoscere in Olanda e in tutta l’Europa.  Una volta arrivato in Europa, la contaminazione nell’ambito artistico è immediata. Leonardo lo utilizza nel 1472 nel dipinto L’Annunciazione, altri artisti ancora raffigurano il fiore in nature morte o nei filamenti dei tessuti e sulla superfice delle ceramiche, dando vita ad una ricca narrazione di rappresentazioni di tulipani nel mondo dell’arte internazionale. Perfino il più grande degli impressionisti Monet dipinge i tulipani appena sbocciati nel luminoso balcone dalla luce del mattino, nei vasi o negli immensi campi dinanzi a lui. Poco dopo anche Picasso trova l’occasione di ritrarli in forma cubista, ma trai tanti maestri del ‘900 non poteva mancare Giorgio De Chirico con il dipinto Tulipani, che verrà presentato all’incanto il 6 dicembre 2023 durante l’asta di arte moderna e contemporanea. Un’opera realizzata nel 1965 ca., olio su cartone telato, raffigurante cinque tulipani, con striature e tonalità magistralmente diverse tra loro che ne fanno emergere, sospesi tra cielo e terra, l’eterna bellezza.




© GIORGIO DE CHIRICO, by SIAE 2023

Stima 
  15.000 / 25.000
Aggiudicazione  Registrazione
17

CARLO CARRA'

(Quargnento 1881 - Milano 1966)

Vittoria / Torso di donna

1940

olio su tela

cm 85x60

firmato e datato in basso a sinistra

al retro sul telaio cartiglio Pavia, Roma

 

Provenienza

Collezione privata, Roma

Collezione privata

 

Bibliografia

C. Carrà, La mia vita, Roma 1943
G. Pacchioni, Carlo Carrà, Milano 1945
L. Venturi, Pittura italiana contemporanea in una mostra a Londra, in « Emporium », Bergamo agosto 1946
F. Arcangeli, Mostra di Carrà alla Francesco Francia, Bologna, febbraio 1948
A. Margotti, Carlo Carrà, in « La scintilla », Imola 22/2/1948
R. Giani, Venti anni di pittura di Carlo Carrà, in « Il Quotidiano », Roma 20/3/1955
F. Bellonzi, Il ritorno di Carrà, in « La Fiera Letteraria», Roma 20/3/1955
Catalogo Mostra alla Pinacoteca di Brera, Milano 1942
M. Carrà, Carrà. Tutta l’opera pittorica. Volume II 1931-1950, Edizione dell’Annunciata in condizione Edizioni della Conchiglia, Milano, 1968, n.39/40, pp. 393 (ill.), 695

 

Carlo Carrà dipinge nel 1940 la sua Vittoria, la figura si presenta fiera, imponente, protesa con slancio verso il futuro, i cromatismi carnali sono esaltati dal contrasto creato dalle campiture di sfondo grigio/nero stese con strati e strati di materia voluti per creare il senso tattico e visivo di potenza e solidità. La Vittoria o Nike (dall’origine ellenica) è la figura femminile per eccellenza, rappresentazione simbolica e monumentale della fecondità, della famiglia, della genesi, della forza ancestrale e della vittoria sulla morte e in guerra.

La Nike è una figura della mitologia greca, figlia del titano Pallante e della ninfa Stige, a lei viene attribuita la personificazione della vittoria dovuta, secondo la leggenda, alla volontà di Zeus che la nominò condottiera durante la guerra con i Titani.

La Nike più famosa è quella di Samotracia, scolpita a Rodi in epoca ellenistica e il cui autore è sconosciuto, ma alcuni esperti tendono ad attribuirla allo scultore Pitocrito. L'immagine della Nike di Samotracia ha conosciuto una vastissima popolarità, in particolare all’inizio del XX secolo, quando fu adottata da Filippo Tommaso Marinetti per glorificare il dinamismo del nuovo secolo: un’automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia (Manifesto del Futurismo), seguendo questo pensiero Umberto Boccioni plasmò la propria scultura Forme uniche della continuità nello spazio sulle forme della Nike; così come fecero molti altri artisti, tra questi Salvador Dalí, che nel 1968 eseguì Les Deux Nike, la Double Victoire de Samotrace, o Yves Klein che ricoprì la Nike di Samotracia con pigmenti blu che da lui prendono il nome. Anche il mondo contemporaneo ha rivisitato l’immagine mantenendone il valore rappresentativo, diventando famosa a livello internazionale, il riferimento più famoso è quello della Nike, colosso mondiale degli articoli sportivi, il logo fu realizzato da Carolyn Davidson che ispirata dalla forma delle ali della statua creò il marchio stilizzando le stesse, fu anche utilizzata come effige nella prima Coppa del Mondo di calcio della Fifa del 1930 ma ancor prima sulle medaglie dei Giochi Olimpici del 1928. La Vittoria è ancora oggi un soggetto di grande notorietà raggiunta.

 


© CARLO CARRA', by SIAE 2023

Stima 
  40.000 / 70.000
19

AFRO BASALDELLA

(Udine 1912 - Zurigo 1976)

Senza titolo

1949

pastelli su carta intelata

cm 100x70

firmato e datato in basso a destra

 

L'opera è accompagnata da autentica su fotografia dell'Archivio Afro, Roma e datata 4/9/1997.

 

Provenienza

Poleschi Arte, Lucca

Collezione privata

 






Afro Basaldella, figura chiave dell'arte del XX secolo, si distingue per una pittura che va oltre la mera rappresentazione visiva, immergendosi nell'evocazione, nella memoria e nella pura emozione. Nato a Udine il 4 marzo 1912, la sua formazione artistica avvenne tra Firenze e Venezia, culminando nel conseguimento del diploma in pittura nel 1931. Il trasferimento a Milano con il fratello Mirko li portò a frequentare lo studio di Arturo Martini, dove il giovane Afro entrò in contatto con l'ambiente artistico milanese, incontrando Renato Birolli ed Ennio Morlotti.

L'esposizione con Birolli e Morlotti presso la Galleria Il Milione nel 1935 segnò un momento significativo nella sua carriera, anticipando la predisposizione per un linguaggio pittorico distintivo. Nel 1935, Afro si trasferì a Roma e partecipò alla II Quadriennale, esponendo opere ispirate a Corrado Cagli e alla Scuola Romana. Durante la Seconda Guerra Mondiale, insegnò mosaico all'Accademia di Belle Arti di Venezia, contribuendo al panorama artistico italiano.

La sua pittura di questi anni, prevalentemente nature morte e ritratti, rifletteva l'influsso della pittura cubista, un preludio al suo successivo passaggio verso l'astrazione. Questo cambiamento è evidente nell'opera Senza titolo del 1949, un capolavoro raro e straordinario in cui una figura, sospesa tra il neocubismo e l'astrazione, sembra scagliarsi al centro dell'opera. In questo dipinto, il costante gioco di colori e forme, vuoti e pieni, crea un'atmosfera dinamica e coinvolgente, rappresentando una straordinaria espressione di transizione stilistica.

Sono anni essenziali per lo sviluppo dell'intera carriera di Afro. Nel 1948, grazie alla lungimiranza di Peggy Guggenheim, Afro entra in contatto con la pittura di Pollock e Rothko, introducendo l'Espressionismo astratto anche in Italia. Ma il 1949 è un punto culminante in quanto Afro viene selezionato per la mostra Twentieth Century Italian Art al MoMA di New York, rappresentando il suo esordio americano. Questa esposizione lo proiettò verso il riconoscimento internazionale, consolidandolo come uno degli artisti più apprezzati negli anni '50 e '60, soprattutto grazie al sostegno di Catherine Viviano, con la Catherine Viviano Gallery.

Il soggiorno negli Stati Uniti fu cruciale, permettendo ad Afro di entrare in contatto ravvicinato con l'Informale e di essere affascinato dall'Action Painting di Jackson Pollock e dalla pittura di Arshile Gorky. La rarità dell'opera Senza titolo continua a sottolineare la sua posizione unica nel panorama artistico internazionale, testimoniando la genialità e l'innovazione di Afro Basaldella nel costante esplorare delle frontiere dell'arte.


 

 

© BASALDELLA AFRO, by SIAE 2023

Stima 
  25.000 / 40.000
20

FILIPPO DE PISIS

(Ferrara 1896 - Milano 1956)

Natura morta con anatra

1938

olio su tela

cm 78x95

firmato e datato in basso a sinistra

al retro cartiglio Galleria Annunciata

al retro altro dipinto apocrifo Nudo femminile

 

L'opera è registrata presso l'Associazione per il Patrocinio e lo Studio delle Opere di Filippo de Pisis, Milano col n. 03212 in data 26/05/2008.

L'opera è accompagnata da autentica su fotografia firmata da Luigi Cavallo.

 

Provenienza

Galleria Annunciata, Milano

Collezione privata, Milano

Collezione privata



Filippo de Pisis, nato nel 1896 a Ferrara, è uno dei protagonisti della pittura italiana del Novecento, noto per il suo stile personale e poetico. La sua produzione artistica spazia tra varie forme espressive, ma è nelle nature morte che il suo genio artistico si manifesta in modo straordinario. Tra le opere più emblematiche di questo genere, Natura morta con anatra del 1938 emerge come un capolavoro intriso di suggestioni e mistero.

In questa tela, De Pisis crea un'armoniosa fusione tra il mondo inanimato delle nature morte e l'ambiente naturale circostante. La scena principale ritrae un'anatra, un soggetto frequentemente presente nelle sue composizioni, posta in riva al mare. L'uccello, con la sua figura elegante e il piumaggio riccamente dettagliato, diventa il punto focale della composizione. La sua presenza non è solo un esercizio di abilità tecnica, ma si carica di simbolismo e significato.

Lo sfondo marino aggiunge un ulteriore strato di complessità all'opera. Le onde che si infrangono sulla riva e la vastità dell'orizzonte marino conferiscono alla scena un senso di infinito e di mistero. La presenza dell'anatra in questo contesto crea un contrasto affascinante tra la fugacità della vita animale e l'eternità della natura circostante.

Ma la vera chiave di lettura di questa opera è la figura umana sullo sfondo. De Pisis inserisce questa figura in modo sottile, quasi eterea, come se fosse una presenza appena percettibile. La figura umana potrebbe rappresentare il nostro sguardo, lo spettatore che contempla la scena con stupore e ammirazione. Oppure potrebbe essere un elemento simbolico, un richiamo alla fragilità umana di fronte alla grandezza della natura. La tavolozza di De Pisis è ricca di tonalità calde e avvolgenti, che conferiscono all'opera un'atmosfera suggestiva. I dettagli minuziosi dell'anatra e la resa accurata dell'ambiente marino testimoniano la maestria tecnica dell'artista.

In Natura morta con anatra, Filippo de Pisis non si limita a dipingere un soggetto inanimato, ma crea un dialogo poetico tra la vita e la morte, tra l'effimero e l'eterno. La sua capacità di trasmettere emozioni attraverso la pittura raggiunge il culmine in questa opera, lasciando uno spazio aperto all'interpretazione e all'ammirazione dello spettatore.

 


© DE PISIS FILIPPO, by SIAE 2023

Stima 
  40.000 / 60.000
Aggiudicazione  Registrazione
22

ALBERTO SAVINIO

(Atene 1891 - Roma 1952)

Nettuno

1939

olio e tempera su tavola

cm 45x53

firmato in basso a sinistra

al retro cartiglio Galleria del Milione, Milano con n. 1277

 

Provenienza

Galleria del Milione, Milano

Collezione Alberto Mondadori

Collezione privata

 

Esposizioni

Milano, 1940 (ripr. in copertina del «Bollettino della Galleria del Milione», 1940)

 

Bibliografia

Alberto Savinio, pittore, 1940, p. 196, ripr.

Artisti che espongono..., 1940

D.B., 1940

de Chirico, 1940, p. 13, ripr.

Savinio, La mia pittura, 1940, p. 31, ripr.

Titta Rosa, 1940, p. 22

Fonti, 1976, p. 72, ripr.

Gianelli, in catalogo Venezia, 1989, p. 713, ripr.

P. Vivarelli, Alberto Savinio. Catalogo generale, Electa, 1996, n. 1939 9  p. 165 (ill. b/n)



Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea Francesco Alberto de Chirico, è stato un poliedrico artista italiano del XX secolo, noto per la sua vasta produzione artistica che spazia dalla pittura alla letteratura, passando per la musica e il teatro. Nato il 25 agosto 1891 ad Atene, Grecia, da genitori italiani, Savinio trascorse gran parte della sua giovinezza immerso nella ricca cultura greca, un'esperienza che avrebbe influenzato profondamente la sua opera, caratterizzandola con una raffinata fusione tra mitologia classica e modernità.

L’opera Nettuno, realizzata nel 1939 e esposta alla Galleria del Milione nel 1940 durante una sua personale, è un esempio emblematico di come Savinio abbia saputo tradurre la sua erudizione classica in un linguaggio artistico contemporaneo. In questa composizione, l'artista ha ritratto il dio del mare, Nettuno, emergere dal profondo sfondo blu che contrasta con le case in primo piano. La scelta del dio del mare non è casuale: richiama la sua infanzia trascorsa nelle terre elleniche e il costante richiamo del mare nella mitologia greca.

La prospettiva dell'opera è affascinante, poiché il volto di Nettuno emerge come un'imponente presenza dall'oscurità, dominando lo spazio e catturando lo sguardo dello spettatore. La luce profonda che avvolge il dio del mare crea un effetto di sacralità, conferendo a Nettuno una dimensione trascendente. Questa sacralità suggerisce l'idea che il dio del mare potrebbe essere visto come un redentore dell'umanità, simboleggiando forze divine che intervengono nel corso degli eventi umani.

La scelta di collocare Nettuno tra le case in primo piano aggiunge un elemento di surrealtà all'opera, creando un contrasto tra il mondo mitologico e quello quotidiano. Le abitazioni umane sembrano insignificanti di fronte alla maestosità del dio, sottolineando la fragilità e l'effimero della vita umana di fronte alle forze immortali della mitologia.

In conclusione, Nettuno di Alberto Savinio si configura come un capolavoro che riflette la sua profonda connessione con la cultura greca e la mitologia classica. La sua abilità nel tradurre questi elementi in un linguaggio artistico contemporaneo, insieme alla suggestiva prospettiva e alla sacralità conferita al dio del mare, rende l'opera un'esperienza straordinaria che unisce il passato mitologico al presente artistico.

Stima    60.000 / 120.000
23

AGOSTINO BONALUMI

(Vimercate 1935 - Monza 2013)
Blu

1967

tela estroflessa e tempera vinilica

cm 180x150

al retro sulla tela firmato e datato

al retro sul telaio cartiglio

 

L'opera è registrata presso l'Archivio Bonalumi col n. 67-027.

 

Esposizioni

Accademia Nazionale di San Luca Premio Presidente della Repubblica 2001 Agostino Bonalumi, Accademia Nazionale di San Luca, Roma, 2002

 

Bibliografia

L.M. Barbero, Bonalumi evoluzione continua tra pittura e ambiente, Galleria Niccoli, Parma 2000, p. 71

Accademia Nazionale di San Luca Premio Presidente della Repubblica 2001 Agostino Bonalumi, Accademia Nazionale di San Luca, Roma, De Luca Editori d'Arte, 2002, p. 30

Agostino Bonalumi, Institut Mathildenhohe, Darmstadt, 2003, p. 148

F. Bonalumi, M. Meneguzzo, Agostino Bonalumi. Catalogo ragionato. Tomo II, Skira Editore, 2015, p. 407 n. 341 (ill.)


Agostino Bonalumi è tra i giovani artisti che sul finire degli anni ’50 frequenta la Milano leggendaria, quella del Bar Jamaica e della trattoria di Pino Pomè che offrono pasti in cambio di opere. È qui che conosce Enrico Castellani e Piero Manzoni, i giovani artisti guardano ai nuovi maestri come Lucio Fontana e Alberto Burri per ispirarsi e dare forma alla personale ricerca. Nel 1958 i tre espongono insieme alla galleria Pater di Milano. Nel 1959 realizzano la rivista Azimuth e la galleria Azimut (volutamente senza h finale per distinguerla dalla rivista), sita in un piccolo seminterrato nel centro di Milano, e in soli otto mesi proposero tredici mostre, molte delle quali con artisti presentati nella rivista stessa. Tra questi vi fu anche Agostino Bonalumi. Fu la prima vetrina per i giovani artisti che presentavano un nuovo modo di fare e di vivere l’arte, proponendo un’idea di pittura-oggetto bidirezionale, legata al rapporto con lo spazio e che porta il quadro ai confini della forma scultorea. L’estroflessione sarà la cifra stilistica di Bonalumi, un lavoro volto a espandere la pittura in infinite declinazioni geometriche. I suoi quadri sono Pittura-Oggetto, così furono definiti da Gillo Dorfles, opere d’arte che sono prima oggetti che rappresentazioni, costruzione geometrica di tele su campiture rigorosamente monocrome, strumenti che si espandono nello spazio diventando esperienza fisica e ambientale, superando definitivamente così il piano rappresentativo. Con grande rigore formale Bonalumi ha modificato le tele imponendo delle centinature a cui la superficie, suo malgrado, si deve piegare. Tele che vengono poi dipinte con tempere viniliche, smalti e acrilici che si rivelano in rigorose tinte primarie: nero, rosso, blu, bianco. Colori che daranno anche il titolo alle opere. Opere dall’equilibrio armonico perfetto, le linee e i colori compongono strutture eleganti che compenetrano lo spazio, figlie di uno studio e di un metodo mai casuale. Magistrale esempio è l’opera proposta, un’estroflessione su tela di grandi dimensioni, proveniente da un’importante collezione italiana. La sua è un’arte che ama il silenzio contemplativo, basta porsi frontalmente e guardarle per ritrovare la calma e l’eleganza, caratteristiche fondamentali della sua personalità artistica.

 

Agostino Bonalumi era un uomo gentile, pacato, notevolmente equilibrato e di grande raffinatezza intellettuale. Nasce nel 1935 a Vimercate in provincia di Milano. Studia disegno tecnico e meccanico, insegnamenti fondamentali che torneranno utili nelle scelte stilistiche dell’artista.

La sua prima personale avviene nel 1956 alla Galleria Totti di Milano. Nel 1958 nasce il gruppo Bonalumi Castellani e Manzoni con una mostra alla Galleria Pater di Milano, alla quale seguiranno altre mostre a Roma, Milano e Losanna. Nel 1961 alla Galleria Kasper di Losanna, Bonalumi è tra i fondatori del gruppo “Nuova Scuola Europea”. Arturo Schwarz acquista sue opere e nel 1965 presenta una mostra personale dell’artista nella sua galleria di Milano, con presentazione in catalogo di Gillo Dorfles. Nel 1966 è invitato alla Biennale di Venezia e inizia la lunga collaborazione con la Galleria del Naviglio di Milano che lo rappresenterà in esclusiva, pubblicando nel 1973 per le Edizioni del Naviglio un'ampia monografia a cura di Gillo Dorfles. Viaggia negli Stati Uniti dove esporrà alla galleria Bonino di New York. Nel 1967 è invitato alla Biennale di São Paulo e nel 1968 alla Biennale dei Giovani di Parigi. Nel 1968 realizza “Grande Nero”, per una mostra personale al Museum am Ostwall di Dortmund; nel 1970 espone nuovamente alla Biennale di Venezia. Nel 1979, nell'ambito della mostra curata da Francesca Alinovi e Renato Barilli, “Pittura Ambiente” a Palazzo Reale di Milano, espone l'opera “Dal giallo al bianco e dal bianco al giallo”, dove l'ambiente considerato attività dell'uomo, è analizzato come attività primaria e cioè psicologica, così come in “Ambiente Bianco – Spazio trattenuto e spazio invaso”, realizzato nel 2002 per la Fondazione Guggenheim di Venezia. Negli anni ’70 si occupa anche di scenografia, realizzando per il Teatro Romano di Verona scene e costumi per il balletto Partita e nel 1972 per il Teatro dell'Opera di Roma le scene e i costumi di Rot. Nel 1980 a cura della Regione Lombardia è allestita, a Palazzo Te di Mantova, con la cura di Flavio Caroli e Gillo Dorfles, un'ampia rassegna che illustra l'intero arco della sua opera. Nel 2001 l'accademia Nazionale di San Luca ha conferito ad Agostino Bonalumi il Premio Presidente della Repubblica. Ha anche realizzato libri d’artista per le Edizioni Colophon di Belluno e per le Edizioni Il Bulino di Roma ed ha pubblicato raccolte di poesie per la stessa Colophon, per Book Editore e per le Edizioni PoliArt. Agostino Bonalumi muore a Monza il 18 settembre 2013.



 

© AGOSTINO BONALUMI, by SIAE 2023

Stima 
  70.000 / 110.000
24

GIULIO TURCATO

(Mantova 1912 - Roma 1995)

Superficie Lunare

1971

olio, tecnica mista su gomma piuma applicata su tavola

cm 70x100

firmato in basso a destra

al retro della tavola firmato e iscritto n. archiviazione

 

L'opera è accompagnata da autentica su foto dell'Archivio Giulio Turcato.

L'opera è registrata presso l'Archivio Giulio Turcato col n. -1012932611030.

 

Provenienza

Studio Turcato

Collezione Celsi, Pescara

Collezione privata

 

Giulio Turcato, celebre artista italiano del Novecento, ha lasciato un'impronta indelebile nella storia dell'arte contemporanea. Trai suoi lavori opere più straordinari, possiamo sicuramente annoverare il ciclo delle Superfici Lunari, che si distinguono per la profonda connessione con l'allunaggio, l'esplorazione spaziale e la ricerca della quinta dimensione

L'opera di Turcato si inserisce in un contesto storico cruciale: gli anni '60 e '70, un periodo in cui l'umanità stava compiendo passi epocali nello spazio con l'allunaggio del 1969. La sua Superficie Lunare sembra riflettere il fervore di quegli anni, catturando l'immaginazione collettiva legata all'esplorazione spaziale.

L'uso audace di materiali da parte di Turcato aggiunge un livello di profondità e innovazione al suo lavoro. La scelta della gommapiuma come materiale per la creazione dell’opera si rivela geniale. Complice la consistenza morbida e tridimensionale, Turcato riesce a catturare in modo straordinario tutte le irregolarità, i vuoti e i rigonfiamenti del suolo lunare, creando una topografia visiva unica nel suo genere.

Questo approccio materico non solo rende tangibile la superficie della Luna ma trasmette anche una sensazione tattile allo spettatore, coinvolgendolo in modo più profondo nella visione dell'artista. La gommapiuma diventa, quindi, un medium attraverso cui Turcato trasmette non solo l'estetica della Luna, ma anche il senso tattile e sensoriale dell'esplorazione spaziale. Le sfumature di grigio e azzurro creano un senso di profondità e mistero, evocando la maestosità delle superfici lunari immortalate dalle prime missioni spaziali.

Turcato va oltre la mera rappresentazione visiva. Essa si collega a un desiderio umano intrinseco di esplorare l'ignoto, di spingersi oltre i confini stabiliti e di penetrare il mistero della quarta dimensione. L'artista sembra catturare non solo la visione di un paesaggio astrale, ma anche il desiderio di abbracciare il concetto di infinito e di sfidare le limitazioni del tempo e dello spazio.

Superficie Lunare del 1971 è un'opera rara e preziosa sul mercato. La sua unicità risiede non solo nella maestria tecnica dell'artista, ma anche nella profondità concettuale che la rende un'interpretazione visiva straordinaria della conquista spaziale e della sete di conoscenza cosmica da parte dell’uomo. Questa rarità, in combinazione con il contesto storico e concettuale, accresce ulteriormente il suo valore artistico e culturale.

 

 

© GIULIO TURCATO, by SIAE 2023

Stima 
  30.000 / 50.000
25

LUIGI ONTANI

(Grizzana Morandi 1943)

HarlemArlecchino

1998

ceramica policroma realizzata con Bottega Gatti, Faenza

cm 100x36x36 su base cm 100x40x40

sotto la base firmato, datato e marchio del ceramista

 

Provenienza

Allori Centro d'Arte, Figline Valdarno (FI) (ivi acquistato dall'attuale proprietà)

Collezione privata

 

Esposizioni

Allori Centro d'Arte, Luigi Ontani. Belli n/m Busti, Figline Valdarno (FI), 12 febbraio - 3 marzo 1998



Unica nel suo genere, la scultura in ceramica HarlemArlecchino è un esemplare sommario di tutta la poetica ontaniana, sia per soggetto, forma e stile. La scultura incarna allo stesso tempo due delle maschere più celebri a livello culturale e popolare in Occidente: Arlecchino e Pinocchio.

Il personaggio di Arlecchino, deriva il suo nome dal nordico Hölle König, poi divenuto Helleking, originariamente re, divenuto poi demone costretto a girovagare per il mondo vestito di pezze cucite assieme. Ontani lo riporta in vita, questa volta con una veste colorata, che grazie all’aiuto della ceramica, rende il busto luminoso e vivace proprio come nelle figure della Commedia dell’Arte di Francesco Antonio Bustelli. I colori adoperati sono i colori primari: rosso, blu, giallo, bianco e nero, quelli che vengono insegnati a scuola, la stessa scuola che ha frequentato Pinocchio. L’incursione del personaggio collodiano all’interno della scultura è manifesta nel naso lungo di bugie e dal copricapo a punta, la cui fantasia a tasselli colorati, è un omaggio al maestro del De Stijl, Piet Mondrian, e in particolare all’opera Boogie woogie. L’orecchino dorato al lobo sinistro sembrerebbe un antico talismano, ripreso dalla cultura ellenistica e romana. Il volto afro, che probabilmente ha ispirato il titolo dell’opera HarlemArlecchinoHarlem, noto quartiere newyorkese panorama della nascita del movimento culturale nero attorno al 1920 —è caratterizzato da labbra rossissime, risaltate dal contrasto sulla pelle nera. I rimandi culturali sono molteplici, in un continuo gioco sapiente tra ciò che è reale e ciò che è fantastico.  

Luigi Ontani, senz’altro uno dei più grandi artisti che il nostro secolo ha visto, sperimenta, a partire dagli anni ’70, vari medium artistici, partendo dai visionari tableaux vivant, fino alla scultura degli anni a venire. Ma il fil rouge, di tutta la sua poetica, che magistralmente reinterpreta e reinventa, è il corpo. Corpo come incarnazione di emozioni, sensazioni, ma anche come oggetto condizionante e per questo non del tutto estensivo. Ontani concentra la sua indagine sul corpo e i suoi limiti e la sua relazione all’interno del cosmo, anticipando le indagini di molti altri artisti quali Vito Acconci, Gina Pane, Marina Abramovich e molti altri. Attraverso le sue molteplici maschere e simulacri, Ontani sperimenta tutte le declinazioni possibili della nostra pelle che altro non è che un primo involucro sottile capace di catturare ulteriori pelli artificiali da indossare.

Complice di questa sensibilità che caratterizza tutto il corpus dell’opera ontaniana, è la sua passione per l’Oriente e i molteplici grand tour nella penisola Indiana. È la cultura indiana a suggerire una rimessa in discussione del concetto di corpo che non è più soggetto ma oggetto, pronto ad accogliere le anime che ondeggiano libere nello spazio.

Il nostro corpo è un involucro che accoglie la vita, così come le ceramiche di Ontani, realizzate a regola d’arte assieme alla Bottega Gatti di Faenza negli anni 90, accolgono la reincarnazione di personaggi storicamente e culturalmente noti: SanSebastiano, Nerone, Dante, Giano, Arlecchino e Pinocchio. Tutti questi temi sono essenziali per comprendere il lavoro di Ontani, non solo quello degli esordi ma anche successivo e presente. Il soggetto, che sia Arlecchino o Pinocchio, è fluido per eccellenza. Esso non ha né corpo, né forma. Si diverte a girovagare nell’universo fino a divenire un giorno forma manifesta in una continua ciclicità cosmica.

Stima 
  40.000 / 70.000
Aggiudicazione  Registrazione
27

MAN RAY

(Philadelphia 1890 - Parigi 1976)

Optic-Topic

1974/78

maschera in ottone lucidato con nastro in pelle e velluto

cm 9,5x13,5

esemplare 94/100

al retro siglata MR, datata e numerata

 

 

Nel 1970 Gian Carlo Montebello (Milano, 1941 – 2020) durante un soggiorno a Parigi conosce Man Ray, ne nasce una profonda amicizia e una proficua collaborazione per la produzione di gioielli d’artista, tra questi la maschera Optic Topic.

OPTIC TOPIC è una maschera realizzata in ottone lucidato tra il 1974 e il 1978; originariamente Man Ray aveva concepito l’opera come un paio di occhiali da sole dorati con lenti perforate, disegnati per Juliette, la moglie, e titolati Sel et Poivre. Successivamente venne rivisitata come maschera e inviata alla GEM Montebello per realizzare il multiplo; si potrebbe pensare che la vista sia interdetta con tali lenti e montatura ma in realtà la visione è completa e totale e i lacci di velluto la rendono facilmente indossabile.

Man Ray ha sempre avuto una visione ludica e ironica della vita e questo inevitabilmente si è riflesso in tutte le sue opere; la figura femminile è stato il soggetto prediletto e tale venerazione trova forma nei suoi gioielli, oltre che nelle moltissime opere fotografiche. Ha realizzato i gioielli tenendo sempre presente la comodità e la funzionalità, ogni donna indossandoli, gioca grazie all'illusione, al linguaggio e alla forma di queste mitiche sculture da passeggio.

Man Ray alias Emmanuel Radnitzky nasce a Filadelfia nel 1890 conosciuto per i suoi contributi ai movimenti Dada e Surrealista, è stato un artista prolifico che ha creato opere utilizzando molti mezzi, tra cui: pittura, fotografia, assemblaggi, gioielli e film. Considerato il maestro dei "fotogrammi" o "Rayograms" elaborati con Lee Miller.  Nel 1897 Emmanuel e la sua famiglia si trasferirono a Williamsburg, Brooklyn, dove cambiarono il loro cognome in Ray. Emmanuel o Manny (come veniva chiamato in famiglia) cambiò il suo nome in Man, da qui il nome Man Ray, a New York fu fortemente influenzato dalla scena d'avanguardia e da artisti dell'epoca in particolare da Marcel Duchamp. Si trasferì a Parigi nel 1921 e si stabilì nel quartiere Montparnasse. Tra i tanti gioielli realizzati con GianCarlo Montebello e la moglie Teresa Pomodoro, con il marchio GEM, oltre a quelli presenti in asta, sono famosi gli orecchini a forma di spirale indossati dall’attrice Catherine Deneuve.  Man Ray morì nel 1976, sua moglie Juliet Man Ray organizzò quindi un fondo fiduciario donando molte opere a musei ed istituzioni: come l'anello Le Trou e gli orecchini Pendantif-Pendant o Lampshade che furono donati al Centre Pompidou di Parigi.



© Man Ray 2015 Trust

 

Stima 
  6.000 / 10.000
Aggiudicazione  Registrazione
28

MAN RAY

(Philadelphia 1890 - Parigi 1976)

The Oculist

1974

gioiello oro e malachite in cofanetto originale

cm 11

esemplare 9/12
al lato numerato e datato
al retro punzone e firma
Edizione GEM Montebello, Milano

 

Nel 1970 Gian Carlo Montebello (Milano, 1941 – 2020) durante un soggiorno a Parigi conosce Man Ray, ne nasce una profonda amicizia e una proficua collaborazione per la produzione di gioielli d’artista, tra questi la spilla The Oculist.

THE OCULIST è la spilla ideata da Man Ray nel 1944 e realizzata nel 1971 sempre con l’ausilio della GEM Montebello, la forma dell’occhio riprodotta in oro e malachite è eseguita in 12 esemplari ed è ispirata alla moglie.

Man Ray ha sempre avuto una visione ludica e ironica della vita e questo inevitabilmente si è riflesso in tutte le sue opere; la figura femminile è stato il soggetto prediletto e tale venerazione trova forma nei suoi gioielli, oltre che nelle moltissime opere fotografiche. Ha realizzato i gioielli tenendo sempre presente la comodità e la funzionalità, ogni donna indossandoli, gioca grazie all'illusione, al linguaggio e alla forma di queste mitiche sculture da passeggio.

Man Ray alias Emmanuel Radnitzky nasce a Filadelfia nel 1890 conosciuto per i suoi contributi ai movimenti Dada e Surrealista, è stato un artista prolifico che ha creato opere utilizzando molti mezzi, tra cui: pittura, fotografia, assemblaggi, gioielli e film. Considerato il maestro dei "fotogrammi" o "Rayograms" elaborati con Lee Miller.  Nel 1897 Emmanuel e la sua famiglia si trasferirono a Williamsburg, Brooklyn, dove cambiarono il loro cognome in Ray. Emmanuel o Manny (come veniva chiamato in famiglia) cambiò il suo nome in Man, da qui il nome Man Ray, a New York fu fortemente influenzato dalla scena d'avanguardia e da artisti dell'epoca in particolare da Marcel Duchamp. Si trasferì a Parigi nel 1921 e si stabilì nel quartiere Montparnasse. Tra i tanti gioielli realizzati con GianCarlo Montebello e la moglie Teresa Pomodoro, con il marchio GEM, oltre a quelli presenti in asta, sono famosi gli orecchini a forma di spirale indossati dall’attrice Catherine Deneuve.  Man Ray morì nel 1976, sua moglie Juliet Man Ray organizzò quindi un fondo fiduciario donando molte opere a musei ed istituzioni: come l'anello Le Trou e gli orecchini Pendantif-Pendant o Lampshade che furono donati al Centre Pompidou di Parigi.

 

 

© Man Ray 2015 Trust

Stima 
  10.000 / 15.000
Aggiudicazione  Registrazione
29

RENATO GUTTUSO

(Bagheria 1911 - Roma 1987)

Case al mare in Sicilia

1961

olio su tela

cm 60x65

firmato in basso a sinistra

al retro firmato e datato

 

Provenienza

Brerarte Aste, lotto 36, Milano, 1981

Collezione privata

Finarte, n. 493, Roma 4 dicembre 1984, p. 93, n. 166

Finarte, n. 553, Milano 19 giugno 1986, p. 125, n. 231

Collezione privata

 

Bibliografia

Brerarte Aste (catalogo d'asta), Milano, 27 ottobre 1981, n.17, p.10 (ill.)

E.Crispolti, Catalogo ragionato generale dei dipinti di Renato Guttuso, Mondadori Editore, Milano, 1983, vol.II, n. 61/118, p.  (ill. b/n)


Renato Guttuso, nato nel 1912 a Bagheria, in Sicilia, è stato uno dei pittori italiani più importanti del XX secolo, celebre per il suo stile vigoroso e la sua intensa espressione artistica. La sua pittura è profondamente radicata nelle sue esperienze personali e nella sua connessione con la Sicilia, una terra ricca di contrasti culturali, sociali e paesaggistici che hanno plasmato la sua visione artistica.

Il legame tra Guttuso e la Sicilia si manifesta in modo evidente nei temi ricorrenti delle sue opere, come Case in Sicilia del 1961. Il pittore ritrae la vita quotidiana dell'isola, catturando la sua vibrante cultura e le tradizioni secolari. Le strade affollate, i mercati vivaci, il mare cristallino e le case ammassate sono spesso raffigurati con colori audaci e pennellate energiche, testimoniando la sua profonda connessione con la vita e la terra natia.

Il pittore siciliano ha contribuito in modo significativo alla scena artistica internazionale, esponendo le sue opere in importanti gallerie e musei in tutto il mondo. La sua arte è un riflesso della sua identità siciliana, una fusione di tradizione e modernità, di impegno sociale e di amore per la vita. Attraverso la sua pittura, Renato Guttuso ha immortalato la storia di una terra, trasformandola in un'opera d'arte che va oltre il tempo e lo spazio.



© Renato Guttuso

Stima 
  30.000 / 50.000
1 - 30  di 102