ARTE RICERCA | DIPINTI SCULTURE E OGGETTI D'ARTE DA UNA RACCOLTA FIORENTINA

16 NOVEMBRE 2022

ARTE RICERCA | DIPINTI SCULTURE E OGGETTI D'ARTE DA UNA RACCOLTA FIORENTINA

Asta, 1187
Firenze
Palazzo Ramirez Montalvo
ore 15.30
lotti: 1-88
Esposizione
FIRENZE
Sabato 12 novembre 2022 10-18
Domenica  13 novembre 2022 10-13
Lunedì 14 novembre 2022 10-18
Martedì 15 novembre 2022 10-18

 
 
 
Stima   800 € - 80000 €

Tutte le categorie

61 - 88  di 88
61

RINFRESCATOIO, MONTELUPO, 1580-1620 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo, giallo arancio, verde e bruno di manganese; alt. cm 26,5, diam. cm 45

 

AN EWER, MONTELUPO, CIRCA 1580-1620

 

Bibiliografia

U. Ojetti (a cura di), Catalogue de la Collection Pisa, vol. II, Milano 1937, cat. 534 tav. CIII

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, pp. 72-73 n. 38;

F.Berti, La farmacia storica fiorentina. I fornimenti in maiolica di Montelupo (secc. XVI-XVII), Firenze 2010, p. 94 figg. 74-75, pp. 107-117

 

Il largo rinfrescatoio di maiolica ha forma emisferica e si apre in un orlo arrotondato spesso e estroflesso. Il profilo leggermente campaniforme trae spunto dalle coppe su alzata tipiche della produzione Montelupina, ma in dimensioni maggiori. La coppa non poggia tuttavia sul consueto alto piede a calice applicato a freddo, bensì su tre piedi zoomorfi che richiamano la forma di un dromedario e si congiungono al centro a formare una base stabile. La superficie del contenitore è interamente interessata da un motivo decorativo a foglie policrome sostenute da sottili rami e intervallate da frutta e da grappoli d’uva, mentre sui rami alcuni uccellini sono ritratti in diverse pose. Al centro del cavetto spicca un emblema nobiliare circondato da figure grottesche barbate, sostenuto da un piccolo mascherone, quasi compresso sotto il peso dello scudo, e sormontato da un ulteriore mascherone barbato: tutti questo elementi sono delineati e ombreggiati sottilmente con blu di cobalto e bruno di manganese. L’emblema, racchiuso in cornice a volute, è quadripartito e raffigura le armi di quattro importanti famiglie fiorentine: Frescobaldi (Troncato d'oro e di rosso, a tre rocchi di scacchiere d'argento, 2.1, nel secondo), Del Bene (D'azzurro, a due gigli fustati decussati d'argento), Gianfigliazzi (D'oro, al leone d'azzurro, lampassato e armato di rosso) e Adimari (Troncato d'oro e d'azzurro). Evidente lo scopo celebrativo dell’oggetto non solo per la presenza dell’emblema, ma anche per le dimensioni ragguardevoli e le varianti morfologiche.

L’opera in esame vanta un’importante provenienza collezionistica poiché presente nella collezione Pisa con attribuzione alle manifatture di Cafaggiolo e datato al secolo XVI.

Lo stile leggero nella stesura del colore e accorto nel progetto decorativo, denominato “alla foglia policroma con frutta” (genere 59), trova riscontro nella produzione proprio di orci e utelli che fanno mostra nei corredi delle principali spezierie fiorentine, come ad esempio nel corredo della Spezieria di San Marco a Firenze. Alcune opere furono attribuite dalla Giacomotti, seppure in forma dubitativa, a botteghe toscane, Cafaggiolo o Montelupo, attive alla fine del XVI secolo, fino a quando la pubblicazione dell’utello della collezione Fanfani, marcato con crescente lunare, ha fatto chiarezza.

Tra gli esemplari di confronto attraggono la nostra attenzione l’orciolo con figura di San Pietro Martire della farmacia di Santa Maria Novella, che mostra un decoro affine, ma soprattutto il fornimento della farmacia di San Marco, che ci fornisce riscontri nello stile pittorico e nel raffinato impianto decorativo. Gli orcioli, che Fausto Berti classifica come della “I serie”, mostrano al verso un decoro assimilabile al nostro, che però, probabilmente per l’importante committenza e diversa destinazione d’uso, è delineato in modo più accurato nelle ombreggiature, nella definizione dei contorni e nell’accostamento di elementi, come gli uccellini dipinti in pose differenti e con colori sovrapposti a creare eleganti sfumature. Tutti i confronti sono databili tra il 1580 e il 1630. Al fine della datazione si ricorda che l’ornato, in un’accezione maggiormente semplificata, che non corrisponde a quella in analisi, fu utilizzato anche nella produzione dei grandi orci apotecari databili tra il 1650 e il 1680. Nel nostro caso comunque lo studio dell’emblema quadripartito, certo legato a un evento importante come forse un matrimonio, potrebbe rappresentare un importante riferimento per la datazione.

Riguardo all’attribuzione concordiamo con quanto riferito da Fausto Berti, il quale sottolinea come dallo studio delle fonti archivistiche la bottega maggiormente utilizzata dalla Spezieria di San Marco fosse quella dei Bandini di Montelupo.

Stima    7.000 / 10.000
Aggiudicazione  Registrazione
62

GRANDE PIATTO, MONTELUPO, FINE SECOLO XVI

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu di cobalto, verde, giallo e bruno di manganese. Sul retro etichetta Collezione Conte Ugolino della Gherardesca con numero iscritto a penna 124; diam. cm 41,5, diam. piede cm 18,2, alt. cm 8,2

 

A LARGE DISH, MONTELUPO, LATE 16TH CENTURY

 

Provenienza

Bolgheri, Conte Ugolino della Gherardesca (n. 124)

Milano, Collezione D. Serra;

Milano, Finarte, Asta di antiche maioliche italiane, 1963 (lotto 13)

Firenze, collezione privata

 

Bibliografia

Galleria La Porta d’Oro, Le maioliche della collezione D. Serra, Milano 1964, p. 12 n. 13, tav. 11

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche figurate di Montelupo, Firenze 2012, pp. 183-184 n. 22

 

Il grande piatto ha forma svasata con larga tesa obliquo e basso piede a disco. La superficie del piatto è interamente dipinta sul fronte, mentre il retro è integramente smaltato e decorato con sottili spirali ed elementi fiammati sulla tesa e centrato dal simbolo della “luna crescente”.

Sul fronte l’ampio cavetto mostra una scena di gusto popolare con un personaggio ignudo che cammina in un paesaggio agreste, con un paesino sullo sfondo, sorreggendo i battenti di una porta. La raffigurazione è probabilmente legata a un detto popolare o a una novella tradizionale, quasi un episodio burlesco come un Calandrino che si “porta dietro l’uscio” o un episodio simile, e il motivo del canto popolare sembra richiamato anche dal decoro della tesa, che tra mascheroni e trofei mostra anche alcuni strumenti musicali, il tutto dipinto in uno stile a risparmio con gli elementi decorativi campiti in giallo arancio sullo sfondo bianco, che emergono dallo sfondo blu scuro dipinto a rapide pennellate.

La rappresentazione è qui interpretata con grande creatività, ma si avvicina a nostro avviso alle prove figurate e “popolari”, sia nell’utilizzo del colore - si veda lo sfondo giallo - sia negli elementi scenici riprodotti, riferibili al periodo di transizione tra il figurato canonico e il cosiddetto tardo figurato, che sfocerà nella grande e fortunata produzione degli “arlecchini” di Montelupo. Queste considerazioni ci inducono a datare l’opera tra il1590 e il 1630, come confermerebbe la presenza del “crescente lunare”, qui associato a un decoro a “trofei”.

Stima    4.000 / 6.000
Aggiudicazione  Registrazione
63

COPPIA DI ORCIOLI, MONTELUPO, 1640-1660 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con azzurro, blu, verde, giallo, giallo-arancio e bruno di manganese nel tono del marrone; alt. cm 42, diam. bocca cm 15,8, diam. base cm 12,8

 

A PAIR OF SPOUTED PHARMACY JARS, MONTELUPO, CIRCA 1640-1660

 

Bibliografia di confronto

F. Berti, La farmacia storica fiorentina. I “fornimenti” in maiolica di Montelupo (secc. XV-XVIII), Firenze 2010, pp.123-125 figg. 110-112

 

La coppia di vasi apotecari presenta corpo ovoidale, imboccatura larga ed estroflessa, base stretta con piede a disco; dai fianchi si dipartono due anse plastiche a forma di “drago”, dipinte in policromia, mentre sul fronte in alto il beccuccio per la fuoriuscita dei liquidi. Il corpo è decorato sul fronte da una corona fogliata con frutti, stretta ai lati da nastri e centrata in basso da un fiore, entro la quale una cornice sagomata racchiude l’emblema francescano, con due braccia incrociate coperte dal saio ed una croce; la superficie rimanente mostra una fitta decorazione “alla foglia blu”, tipica della produzione degli ultimi fornimenti da farmacia di produzione montelupina.

Fausto Berti fa notare come questa opzione decorativa sia stata scelta da varie forniture farmaceutiche attorno agli anni quaranta del ’600, e raggruppa questa produzione come “farmacia francescana”, suddividendo le opere per morfologia. A proposito degli orcioli lo studioso distingue due serie in base alle loro dimensioni: la prima, di dimensioni minori, viene collocata cronologicamente attorno al 1630, mentre per il gruppo cui appartengono i nostri esemplari, che vede alcune varianti nella scelta del decoro secondario, la datazione oscilla dagli anni trenta fino a agli anni sessanta, con alcune integrazioni tardive attorno al 1680 circa. Una coppia molto vicina a questa, ma di dimensioni inferiori, è stata venduta da Pandolfini nell’ottobre del 2021 (lotto 68), caratterizzata dalla sigla LO sotto le anse di uno dei due esemplari

Stima    7.000 / 10.000
Aggiudicazione  Registrazione
69

Scuola Romana, fine sec. XVII

PAESAGGIO LAZIALE CON IL BATTESIMO NEL GIORDANO

olio su tela, cm 114x198

 

Roman school, late 17th century

LAZIO LANDSCAPE WITH THE BAPTISM IN THE RIVER JORDAN

oil on canvas, cm 114x198

 

Notevole anche per le imponenti dimensioni, il paesaggio qui offerto si iscrive con ogni evidenza in quel recupero dei modelli di Gaspard Dughet che nella seconda metà del Seicento conferma la vitalità dei motivi paesistici e delle clausole compositive da lui proposti.

Protagonista di questo revival fu, come è noto, Jan Frans van Bloemen, l’Orizzonte, a Roma dal 1688, e diversi motivi del nostro dipinto sembrano appunto indicare il suo nome, a cominciare dalla definizione della quinta arborea a destra in primo piano, vicina nei suoi esiti ad altre prove del suo primo tempo romano.

Tra queste, è da citare il dipinto già in collezione Castel Savelli ad Albano Laziale (A. Busiri Vici, Jan Frans van Bloemen, Orizzonte, Roma 1971, n. 248) in collaborazione con Filippo Lauri per le figure: un’indicazione estremamente pertinente anche per quelle dei numerosi personaggi che nel nostro dipinto si affollano sulle rive del fiume preparandosi al battesimo impartito dal Precursore.

Un’ipotesi di collaborazione già sostenuta da Busiri Vici a proposito di tele di minore respiro e a partire da varie citazioni inventariali e che, se accettata, consentirebbe di circoscrivere la datazione della nostra tela al breve giro di anni tra l’arrivo a Roma di Van Bloemen nel 1688 e la morte di Filippo Lauri nel 1694.

 

Stima    8.000 / 12.000
Aggiudicazione  Registrazione
78

FIASCA, CASTELDURANTE, INIZI SECOLO XVII

in maiolica dipinta in policromia con giallo, rosso ferro, verde, blu di cobalto e bruno di manganese; alt. cm 34,5, diam. Bocca cm 8,5, diam. piede cm 13,5

 

A FLASK, CASTELDURANTE, EARLY 17TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

G. Biscontini Ugolini, I vasi da farmacia nella collezione Bayer, Milano 1997, p. 92 n.24;

M. Cecconi, Antichi vasi da farmacia da collezioni pubbliche e private, in G.C. Bojani, M. Patti, M. Tagliabracci (a cura di), L'arte della cura. Antichi libri di medicina, botanica e vasi da farmacia, Urbino 2005, pp. 109-145

 

La fiasca farmaceutica ha corpo globulare espanso, lungo collo cilindrico terminante in un orlo estroflesso rifinito a stecca, e poggia su un basso piede ad anello leggermente estroflesso. Il decoro è limitato alla parte anteriore e mostra una ghirlanda attraversata orizzontalmente da un cartiglio con margini svolazzanti e ombreggiati iscritto a caratteri capitali A.D.ZVCA, a sua volta sormontato da un’aquila coronate e accompagnato in basso dalle iniziali G.F.

A partire dalla metà del XVI secolo l’ornato con ghirlanda a foglie lanceolate in verde e frutti è comune nei centri del Ducato di Urbino ma anche dell’Umbria. La presenza a Castel Durante di questo motivo decorativo è attestata da frammenti di forme aperte, ma non mancano boccali o albarelli in cui la raffigurazione centrale è circondata da un tralcio circolare sostenente frutti, come ad esempio negli albarelli con emblema di farmacia con Colonna che propongono modalità decorative simili, sebbene con ductus pittorico meno rigido e canonico

Stima    2.500 / 3.500
Aggiudicazione  Registrazione
80

COPPIA DI GRANDI ORCI, MONTELUPO, 1620-1640 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto, nel tono dell’azzurro e del giallo, giallo-arancio, verde rame e bruno di manganese; alt. cm 59,5 e 61,5, diam. bocca cm 27 e 26,5, diam. piede cm 23 e 24,5

 

A PAIR OF SPOUTED PHARMACY JARS, MONTELUPO, CIRCA 1620-1640

 

Bibliografia

F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo, Vol. III, Montelupo Fiorentino 1999, pp. 178-179 fig. 72;

F. Berti (a cura di), La farmacia storica fiorentina. I “fornimenti” in maiolica di Montelupo (secc. XV-XVIII), Firenze 2010, p. 135 fig. 118

 

Bibliografia di confronto

F. Berti in R Ausenda, Raffaella (a cura di), Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, tomo I, Milano 2000, p. 47 n. 22

 

I grandi vasi farmaceutici hanno corpo ovale con piede a disco e collo appena accennato con orlo estroflesso, sulla spalla spiccano due piccole anse a nastro dall’andamento ricurvo, sul fronte al centro un mascherone funge da versatoio, mentre in basso un foro cilindrico, che consentiva un maggior svuotamento dell’orcio. Sotto il mascherone a rilievo il cartiglio incorniciato da un motivo a volute verde ramina, centrato nella parte superiore e inferiore da mascheroni dipinti in giallo, mentre tutt’intorno è delineato il motivo decorativo tipico delle produzioni montelupine denominato “alla foglia blu”, che prevede l’utilizzo delle girali “foliate”, qui in una versione semplificata con le foglie delineate con una prima linea sottile poi riempita dando corpo alle ombreggiature della foglia e del frutto con una pennellata più marcata. Appena sotto l’orlo, entro un medaglione delimitato da pennellate blu a formare una corona di nubi, spicca la figura dell’Assunta con le mani aperte nel segno dell’orante su fondo giallo. Al di sotto del medaglione, uno dei due vasi nel cartiglio reca la scritta apotecaria delineata a caratteri capitali in bruno di manganese nel tono del marrone AQVa.Di.CAPRAGINE, mentre il cartiglio del secondo orcio è anepigrafo.

La decorazione “alla foglia blu” è tipica della produzione degli ultimi fornimenti da farmacia di produzione montelupina, e Fausto Berti fa notare come questa opzione decorativa sia stata scelta da due forniture farmaceutiche ancora di rilievo, quella dell’Annunciazione appunto e quella di Tobia accompagnato dall’Angelo, forse addirittura eseguite dalla stessa bottega con datazione intorno agli anni Quaranta del ’600. Si tratta comunque di un gruppo omogeneo, caratterizzato da una decorazione uniforme e ripetitiva, che denuncia la decadenza delle botteghe montelupine. Dal gruppo si distinguono alcuni esempi destinati a farmacie fiorentine di una certa importanza, tra i quali Berti pubblica proprio i due orci in esame, che trovano riscontro in un esemplare conservato nelle Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano. Gli orci presentano uno smalto meno ricco, e la stessa decorazione, limitata alla sola parte a vista dei contenitori, unitamente alla morfologia dei beccucci per la fuoriuscita dei liquidi, confermano una loro probabile posizione stabile sugli scaffali della speziera.

I due contenitori recano sotto l’ansa la marca dell’"amo”, che ci riconduce a una nota bottega montelupina che così contrassegna le proprie maioliche fino al 1622. Secondo Berti la cronologia di questi vasi non dovrebbe distanziarsi troppo da tale produzione. Anche la campitura gialla che circonda la figura femminile richiama la produzione figurata di Montelupo, definendo così un arco cronologico non troppo avanzato e ascrivibile al terzo decennio del ’600.

Stima    8.000 / 12.000
Aggiudicazione  Registrazione
81

FONTE BATTESIMALE, URBANIA, IPPOLITO ROMBALDONI DETTO PSEUDO CECCO BRAVO (1622-1679), 1670 CIRCA

in maiolica decorata in policromia in giallo, giallo arancio, blu di cobalto nelle tonalità dell’azzurro e verde ramina; alt. cm 44, diam. cm 37

 

A BAPTISMAL FONT, URBANIA, IPPOLITO ROMBALDONI CALLED PSEUDO CECCO BRAVO (1622-1679), CIRCA 1670

 

Bibliografia di confronto

J. Poole, Italian maiolica and incised slipware in the Fitzwilliam Museum Cambridge, Cambridge, 1995, pp. 303-304 n. 375;

D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, a Catalogue of the British Museum, London, 2009, Vol. II, pp. 589-592, fig. 366;

C. Ravanelli Guidotti, Per Ippolito Rombaldoni, in “Faenza”, XCIX, n. 2, 2013, pp. 24-33, p. 32;

T. Wilson, Maiolica. Italian renaissance ceramics in the Metropolitan Museum of Art, New York 2016, pp. 330-331, 360

 

Il catino, completo di coperchio, ha forma emisferica ed è privo di piede, orlo arrotondato dotato di margine verticale per fermare il coperchio, che si presenta anch’esso di forma emisferica, a cupola, sormontato da una figurina modellata a forma di angioletto appoggiato mollemente a un tronco d’albero, con il capo abbassato con fare pensieroso e le braccia raccolte dietro la schiena. La decorazione di stile compendiario interessa l’interno del catino e raffigura il battesimo di Cristo. San Giovanni è rappresentato in piedi con una gamba appoggiata a una roccia mentre versa l’acqua del Giordano da una conchiglia sul capo di Gesù, trattenendo nell’altra mano una sottile croce con un nastro svolazzante sul quale s’intravvedono alcuni segni (forse una data?); Gesù è inginocchiato di fronte al Battista, con la testa rivolta verso il basso, mentre in alto è raffigurato lo Spirito Santo, che compare in forma di colomba in una cerchia di nubi. Il coperchio vede la forma sottolineata da una cordonatura all’orlo e da righe blu-azzurre concentriche che terminano al culmine, dove è applicato l’angelo dipinto coerentemente in blu, giallo e giallo arancio.

Nello stile del segno e nella piccola plastica si riconosce la mano dell’artefice marchigiano Ippolito Rombaldoni, pittore e ceramista considerato l’ultimo rappresentante dell’istoriato marchigiano nel XVII secolo. Secondo l’uso delle botteghe ceramiche, l’artefice trae spunto per le proprie opere dalle incisioni di cui in un certo modo riproduce anche i tratti disegnativi. Il segno tratteggiato veloce da disegnatore, i contorni e le forme ombreggiate di ocra, i piccoli occhi centrato da un punto scuro, ma comunque disegnati con veloce maestria, le bocche socchiuse sono tutti elementi che trovano riscontro nelle figure che ritroviamo rappresentate nelle opere istoriate dell’autore di Urbania. Si ricordano in particolare Il vaso del MIC di Faenza (inv. 12983) firmato “Hipollito Rom(b)ldoni D'Vrbania Pinse”, e i grandi vasi istoriati conservati al Museo Bagatti Valsecchi di Milano. Per lo stile delle plastiche, oltre alle anse serpifomi dei vasi ci si più riferire alle due aquile plastiche del Met di New York (inv. 1974.28.114), anch’esse attribuite all’autore marchigiano.

Un’ulteriore conferma della produzione di questo genere di oggetto nella città di Urbania ci deriva da un catino battesimale acromo conservato nella biblioteca di Urbania, attribuito per analisi stilistica alla bottega di Ippolito Rombaldoni, che condivide appieno con il nostro la morfologia e la qualità materica (scheda OA P-11NCTN 00174892), prodotto comunque secondo i canoni in uso nella regione e nel limitrofo Abruzzo.

Stima    5.000 / 8.000
82

Artista del XVIII secolo

SCENE ORIENTALI

quattro dipinti, olio su tela, cm 32x26,5

 

Artist of 18th century

EASTERN SCENES

four paintings, oil on canvas, cm 32x26,5

 

Insieme ai due lotti successivi i dipinti qui presentati costituiscono un esempio significativo anche per varietà e completezza di quella “moda turca” scoppiata in Europa nel Settecento quando, dopo il fallito assedio di Vienna del 1683, i Turchi – più esattamente i sudditi diversi dell’Impero Ottomano – cessano di costituire una minaccia e diventano invece oggetto di insaziabile curiosità.

Della vita quotidiana presso la Sublime Porta giunge notizia grazie al Recueil de cent éstampes représentant différentes nations du Levant, pubblicato a Parigi nel 1712 per iniziativa di Monsieur de Férriol, e di conseguenza oggi generalmente noto come Recueil Férriol.

Ambasciatore a Istanbul dal 1699 al 1710, Férriol aveva incaricato Jean-Baptiste Van Mour, un oscuro pittore di Valenciennes trasferitosi con lui, di raffigurare gli usi della corte, le favorite nell’Harem, gli interni delle case degli armeni e degli ebrei, e i costumi diversi dei sudditi ottomani. Ne risultarono una serie di dipinti a olio e le incisioni che, ripubblicate nel 1714 e nel 1715 con ampie didascalie esplicative, diedero origine alla “turcomania” in pittura e nelle arti applicate.

 Nel primo caso, si ricordano in primo luogo i “quarantatre quadri (che) rappresentano costumi de’ Turchi” che il Maresciallo Matthias von Schulenbugh commissionò a Giovanni Antonio Guardi tra il 1742 e il 1743, due dei quali venduti da Pandolfini il 29 settembre 2022.

Altri dipinti a olio di Van Mour che alla metà del Settecento si trovavano in gran numero nei palazzi degli ambasciatori veneziani ispirarono una vasta produzione italiana e europea, di cui i nostri dipinti costituiscono un esempio.

 

Stima    8.000 / 12.000
87

Giuseppe Belli

(Roma 1743 ca.-Firenze 1812)

BUSTO DI FERDINANDO III DI LORENA

gesso, cm 97x66x32

 

BUST OF FERDINANDO III DI LORENA

plaster, 97x66x32 cm

 

Questo busto raffigura Ferdinando III (1769-1824), figlio di Pietro Leopoldo e granduca a partire dal 1790. Il busto si collega strettamente ad un ritratto in marmo dello stesso Ferdinando conservato a Palazzo Pitti nel Salone delle Guardie (inv. Oda 1861 n.154), citato come opera del Belli nell’”Almanacco Pittorico” del 1793 (vol. II, p. 24). Quest’ultimo, allievo e collaboratore di Innocenzo Spinazzi, raggiunse Firenze nel 1770 insieme al maestro e qui si sarebbe svolta anche la sua carriera indipendente, nota esclusivamente per l’attività ritrattistica che conta busti notevoli come, oltre al Ferdinando III, quello di Angelo Fabroni (1792, Pisa, Opera Primaziale), quelli dei due fanciulli Carlo Ludovico e Luisa Carlotta di Borbone (1806; Lucca, Museo Nazionale) e il bel medaglione con il ritratto di Luigi Lanzi del 1810-1812 in Santa Croce (cfr. R. Roani, Aggiunte alla ritrattistica toscana della seconda metà del Settecento, in “Antichità Viva”, XXVI, 1987, nn.5-6, pp. 70-71,73; Id., Ritratti inediti di Pietro Leopoldo di Lorena, in “Paragone” XL, 2001, 621, p. 38). Proprio la Roani segnalava a Sandro Bellesi (cfr. Nuove acquisizioni alla scultura fiorentina dalla fine del Cinquecento al Settecento, in “Antichità Viva”, XXXI, 1992, nn. 5-6, pp. 47, 50) un busto in gesso dipinto, allora in collezione privata, che si lega, in termini generali a quello di Pitti ma che pare del tutto identico a quello qui presentato e, se pure non conosciamo le dimensioni del busto pubblicato da Bellesi, tutto lascia pensare che siamo di fronte a due versioni della stessa composizione. Del resto, proprio Spinazzi - il maestro di Belli - aveva eseguito varie versioni in marmo e gesso del Busto di Pietro Leopoldo giovane di Pitti (cfr. Roani 2001, pp. 36-37). In questo caso però Belli introduce delle varianti di rilievo fra la versione in marmo e quelle in gesso. Se il marmo ritrae Ferdinando con un abito moderno e un generico mantello, nelle due versioni in stucco il granduca è raffigurato in armatura, con un mantello vistosamente foderato di ermellino e anche l’onorificenza del toson d’oro acquisisce maggiore rilievo grazie ad una ricca catena. Allo stato attuale delle conoscenze non è dato sapere se Belli avesse realizzato una seconda versione in marmo del busto di Pitti, puntualmente collegabile alle due in gesso ovvero se le varianti siano state pensate proprio per i gessi. Quella qui presentata costituisce comunque una testimonianza rara e importante della ritrattistica toscana di età neoclassica.

Stima    8.000 / 12.000
Aggiudicazione  Registrazione
61 - 88  di 88