Una legatura architettonica a intarsio di grandissima importanza e rarità su un superbo manoscritto calligrafico prodotto da uno dei più grandi scribi del Rinascimento, Bartolomeo Sanvito, datato e firmato con le sue iniziali al colophon
L’elegante corsiva di Sanvito ispirò il carattere corsivo disegnato nel 1500 da Francesco Griffo per la serie in ottavo di testi latini e italiani pubblicata da Aldo Manuzio
Marco Tullio Cicerone. De oratore. Roma, venerdì 20 dicembre 1499.
In folio (240 × 148 mm); 170 carte. Manoscritto calligrafico miniato su pergamena, prodotto da Bartolomeo Sanvito, firmato con le sue iniziali e datato al colophon, 25 righe su recto e verso, scrittura umanistica corsiva libraria, inchiostro nero, titoli correnti e rubriche in rosso, alcune correzioni e note marginali in rosso e nero della stessa mano, iniziali in oro e a colori che formano le lunghe intestazioni all’inizio di ciascuno dei tre libri, 4 miniature: A1r: Titolo e incipit della prefazione circondati da elaborato fregio architettonico e classicheggiante, miniato in oro e colori su fondo verde (abraso in alcuni punti) e recante lo stemma di Andreasi sorretto da una coppia di angeli; iniziale istoriata C di 4 righe con due putti su un fondo di ornamento floreale; A5v: Incipit epigrafico del Libro I circondato da un fregio architettonico e classicheggiante, miniato su fondo purpureo, il comparto inferiore contenente una miniatura di un giovane oratore che affronta in disputa due gruppi di uomini anziani in un paesaggio (tagliato lungo il margine inferiore, restaurato con carta sul recto, con una riga di testo sostituita); iniziale miniata C di 4 righe contenente un ritratto di profilo di Cicerone laureato; F1v: Incipit epigrafico del Libro II; iniziale M di 4 righe sorretta da un putto (ossidata) su fondo floreale, un fiore e un’ape nel margine esterno; N4v: Incipit epigrafico del Libro III; iniziale I di 4 righe sorretta da due putti (parzialmente rovinata) su sfondo floreale, un fiore e una farfalla nel margine esterno; R10r: Colophon epigrafico con piccolo ornamento a foglia di vite.
Importante e rara legatura architettonica rinascimentale italiana in marocchino rosso coevo su assi di faggio con decorazione a mosaico e ferri dorati, piatti con raffinato disegno architettonico a edicola con piccoli ferri intarsiati in marocchino verde oliva, colonne tozze con inserti in marocchino marrone recante stemma e due leoni passanti affrontati, a sostegno di un architrave a torri ripetute, il fregio, in marocchino verde oliva, reca titolo e autore impressi in oro entro cornice, contropiatti in marocchino nero con comparto centrale sagomato, decorato da ferri floreali e fitomorfi, e monogramma sacro, filetti a secco e in oro con ferri a fiore agli angoli (dorso rifatto nel XVIII secolo con pelle marrone, un tassello in marocchino verde e un ferro a cordoncino dorato nei compartimenti, pochi difetti, due coppie di fermagli e bindelle rimosse).
Sanvito era particolarmente rinomato per le sue lettere capitali romane nei titoli e negli incipit, e anche i fregi miniati e le iniziali possono essergli attribuiti.
Il manoscritto è conservato in una preziosa legatura romana a intarsio di eccezionale rilievo, la cui straordinaria qualità è tale da essere riprodotta a colori come frontespizio del volume III dell’opera di Tammaro de Marinis La legatura artistica in Italia nei secoli XV e XVI.
Il De oratore è il più importante testo ciceroniano sulla retorica e fu considerato essenziale dagli umanisti italiani per lo stile latino.
La straordinaria eleganza della sua scrittura corsiva, tra le più celebrate del Rinascimento, esercitò un’influenza decisiva sulla nascita del carattere inciso da Francesco Griffo per le edizioni di Aldo Manuzio, contribuendo alla definizione della tipografia moderna. Le sue grandi inziali, qui impiegate con straordinaria coerenza decorativa, rappresentano uno dei vertici dell’arte calligrafica umanistica.
Secondo De Marinis, che censì soltanto 19 legature architettoniche italiane antiche, la presente legatura e la sua quasi gemella conservata alla Biblioteca Augusta di Perugia sono i due più pregevoli esempi rinascimentali di legature decorate con un portico o facciata architettonica, con doublures e intarsi a colori. Non solo le due legature sono strettamente simili, ma il volume perugino contiene anch’esso un’opera di Cicerone (le Tusculanae disputationes, di argomento filosofico) scritta da Sanvito e ultimata meno di due mesi dopo il De oratore, lunedì 10 febbraio 1500. Esse furono eseguite per lo stesso committente, con stemmi non identificati al centro dei piatti entro una facciata rinascimentale. L’introduzione di De Marinis alla sezione sulle “Legature con motivi architettonici” (capitolo XVI) è in gran parte dedicata a queste due legature. Egli cita una legatura per Lorenzo Valla, Elegantiae, pubblicata a Venezia nel 1471, come la più antica legatura architettonica conosciuta. Va osservato che De Marinis stesso potrebbe non aver mai esaminato da vicino il presente volume, poiché non era a conoscenza del suo colophon:
“At the end of the 15th century, exceptionally important documents for the history of the art with which we are concerned are constituted by two splendid Roman bindings with coloured inlays, executed in 1500. They contain two elegant manuscripts of works by Cicero. For several years we have known the apparently unique binding in the Landau-Finaly collection, which is now located in Paris in the collection of Viscountess Florence de Cossette; the manuscript, which is dated 1499 and illuminated by a Central-Italian artist with arms that remain to be identified, gave no clue as to its origin, but the subsequent discovery of its identical twin, preserved in the Biblioteca Augusta in Perugia, explained all. The Paris manuscript contains De oratore; the Perugia one, which contains Tusculanae, reveals in its colophon the place, date and the scribe’s name: Romae, die Lunae iv id. Februarii M.D. B.S., the initials of the celebrated calligrapher Bartolomeo Sanvito… These two magnificent bindings were therefore executed in Rome; they must also be considered the earliest known western bindings with morocco doublures…” (pp. 51–52).
Una trentina d’anni più tardi, nel 1989, A.R.A. Hobson riesaminò la questione di queste legature e della loro datazione in Humanists and Bookbinders:
“Two Roman bindings on manuscripts of Cicero’s De oratore and Tusculanae disputationes are independent of the Paduan-Veronese tradition. Each is tooled with an architrave, frieze and cornice supported on two squat columns which are joined by a balustrade and rest on a base. The columns frame a coat of arms; two lions passant face each other on the balustrade. The composition seems intended to represent a monument or a palace façade, but there is little resemblance to any real memorial, either classical or contemporary. Although both manuscripts were copied in 1499 and 1500 by Bartolomeo Sanvito for Ludovico Andreasi of Mantua, a former colleague in Gonzaga service, they must have been bound after the Paduan scribe left Rome. The tools are not those of the ‘Sanvito Binder’, and the arms are not Andreasi’s but those of an unidentified later owner. The bindings may date from about 1513, when the dedication manuscript to Manuel I of Portugal of an oration by a Roman professor of rhetoric, Camillo Porzio, celebrating the Portuguese conquests in Asia, was bound by a different shop but following a similar model” (pp. 154 e 156).
Al di fuori della legatura dal disegno simile, ma probabilmente alquanto più tarda, sul manoscritto di Porzio, questa rara legatura architettonica rinascimentale a mosaico è l’ultima del suo genere a restare in mani private. La legatura è indiscutibilmente romana e deve essere datata all’inizio del XVI secolo, all’incirca nel periodo in cui Sanvito lasciò la città papale o poco dopo. Egli era strettamente legato a una bottega alla quale impartiva istruzioni per la legatura dei suoi manoscritti, ma in realtà una bottega diversa fu responsabile della legatura dei due Ciceroni. In considerazione dello stupefacente disegno architettonico classicheggiante di queste legature, un nesso con Sanvito appare nondimeno plausibile. Mentre gli stemmi miniati del proprietario originale sono stati identificati con certezza, il motivo araldico sulla legatura resta un mistero e forse non è collegato alla proprietà personale.
Bartolomeo Sanvito (1435 – c.1511), formatosi a Padova e attivo tra Roma, Mantova e Napoli, fu figura centrale dell’umanesimo europeo, al servizio dei più importanti committenti dell’epoca come papa Sisto IV, i cardinali Francesco Gonzaga, Raffaele Riario e Giovanni d’Aragona, il re Mattia Corvino d’Ungheria, Giuliano e Lorenzo de’ Medici e Bernardo Bembo. La sua opera unisce scrittura, miniatura ed epigrafia in una sintesi di rara perfezione formale, che influenzò profondamente la tipografia rinascimentale e il gusto antiquario delle corti italiane.
Bartolomeo Sanvito (1435–ca. 1511) nacque e studiò a Padova, e lavorò là, a Roma, Mantova e Napoli come scriba, artista, miniatore, epigrafista, studioso e antiquario. Tra i suoi committenti figurarono papa Sisto IV, i cardinali Francesco Gonzaga, Raffaello Riario e Giovanni d’Aragona, il re Mattia Corvino d’Ungheria, Giuliano e Lorenzo de’ Medici, Bernardo Bembo e altri. La sua arte e il suo gusto raffinato gli procurarono una considerevole ricchezza, e collezionava gioielli, cammei, opere d’arte in oro e argento, monete, medaglie e ceramiche.
“The beauty of his clear and exquisite italic script has never been surpassed. His multi-coloured inscriptional capitals were so much admired that he was invited to add them to manuscripts copied by other scribes” (Hobson, p. 6).
I suoi manoscritti furono miniati da diversi artisti, tra cui il suo collega al servizio dei Gonzaga, Gaspare da Padova, che potrebbe essere stato lo stesso Gaspare Romano. La loro collaborazione durò fino al 1483, anno della morte del cardinale Francesco Gonzaga, e produsse almeno 21 manoscritti. Un altro miniatore e collaboratore fu l’artista bolognese Marco Zoppo, morto nel 1498. Sanvito era anche associato all’architetto, antiquario ed epigrafista Fra Giovanni Giocondo di Verona (1435–1515). Il censimento dei manoscritti di Sanvito fu redatto in ordine cronologico da Albinia de la Mare nel suo studio “Bartolomeo Sanvito da Padova, copista e miniatore”, in: La miniatura a Padova dal medioevo al settecento (a cura di Giordana Canova Mariani, ed. F.C. Panini, 1999). Ella censisce 116 manoscritti interamente di mano di Sanvito, cinque o sei parzialmente copiati, due corretti, 64 rubricati e cinque miniati da lui. Il presente manoscritto appartiene a un gruppo di undici prodotti nel suo ultimo periodo romano, tra il 1493 e il 1501 (o poco dopo), sette dei quali sono localizzati, datati e firmati con le sue iniziali. Dei sette, il De oratore è elencato cronologicamente al quinto posto dalla Dott.ssa de la Mare (p. 510, nota 146). Ella segnala lo stemma di Andreasi, ma non fa menzione della legatura. Sei dei sette manoscritti firmati di questo gruppo contengono opere di Cicerone: quattro copie del De officiis, in aggiunta al De oratore e alle Tusculanae; l’eccezione è la Vita Victorini Feltrensis del matematico Francesco Prendilacqua. Tutti, tranne il presente manoscritto, sono conservati in istituzioni (4 in Gran Bretagna, 2 in Italia).
Secondo de la Mare, tutta la miniatura nei manoscritti romani tardi di Sanvito è di mano dello scriba medesimo. Tutte le autorità concordano sull’eccezionale creatività dei frontespizi a piena pagina di Sanvito, che incorporano le sue straordinarie lettere capitali antiche dorate e policrome entro fregi figurati, ornamenti architettonici e classici.
Intorno al 1400, Niccolò Niccoli e Poggio Bracciolini introdussero le scritture umanistiche diritta e corsiva. Le corsive furono diffuse grazie al loro frequente impiego nella Cancelleria pontificia dalla metà del XV secolo in poi. L’impareggiabile corsiva di Sanvito, celebrata tanto durante la sua vita quanto dopo, è descritta dalla de la Mare come segnata dall’insorgere di un lieve tremore dovuto all’artrite, il disturbo menzionato dal calligrafo nel suo Memoriale.
Il De oratore rappresenta uno dei testi fondamentali della teoria retorica classica e della formazione umanistica, qui offerto nella sua espressione più alta quale oggetto di sapere, prestigio e rappresentazione del collezionismo d’eccellenza. Un’opera di tale qualità, provenienza e stato di conservazione appare raramente sul mercato italiano e si configura uno dei vertici assoluti della produzione manoscritta rinascimentale.
Provenienza: Ludovico Andreasi di Mantova (stemma sulla prima pagina); Stemma non identificato al centro dei piatti. Secondo De Marinis, il ferro a torre ripetuta nell’architrave potrebbe essere araldico e rinvierebbe alla famiglia Avalos di Napoli; Barone Horace Landau; Madame Hugo Finaly (catalogo della mostra di legature, Palazzo Pitti, Firenze, 1922).
Letteratura: