IMPORTANT RENAISSANCE MAIOLICA

26 OCTOBER 2022

IMPORTANT RENAISSANCE MAIOLICA

Auction, 1176
FLORENCE
Palazzo Ramirez-Montalvo

h. 11 am
Lots: 1-57
Viewing

FLORENCE

Saturday 22 October 2022 10 am - 6 pm
Sunday 23 October 2022  10 am - 1 pm
Monday 24 October 2022 10 am - 6 pm
Tuesday 25 October 2022
10 am - 6 pm



 
 
 
Estimate   1500 € - 30000 €

All categories

31 - 57  of 57
31

A CHARGER, DERUTA, 1530-1550

 

PIATTO DA PARATA, DERUTA, 1530-1550

in maiolica dipinta in policromia; diam. cm 40,5, diam. piede cm 12,6, alt. cm 8

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, p. 187 n. 604;

G.C. Bojani, C. Ravanelli Guidotti, A. Fanfani, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La donazione Galeazzo Cora. Ceramiche dal Medioevo al XIX secolo. Milano 1985, p. 290 n. 743;

T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. 1 Perugia 2006, pp. 52-54 n. 15;

M.J. Brody, Religious Subjects on Sixteenth-Century Deruta, in M. Corry, M. Faini, A. Meneghin (a cura di), Domestic Devotions in Early Modern Italy, Boston 2019, pp. 188-189

 

Il piatto da pompa ha forma tipica con cavetto largo e profondo e ampia tesa obliqua, piede ad anello, forato per permettere l’esposizione. Il retro mostra un’invetriatura appesantita di bistro beige chiaro che ricopre l’intera superficie, segnato da due segni a virgola di colore verde. Sul fronte la tesa è interessata da un motivo decorativo a tralci incrociati con spine sporgenti, detto a “corona di spine”, mentre il centro del cavetto presenta la scena di San Francesco che riceve le Stimmate.

Il soggetto ricorre spesso in questa tipologia di piatti, talvolta con varianti, come ad esempio nell’esemplare datato 1531 del Museo d’Arte di Cleveland (inv. 1988.95), che condivide con il piatto in esame la ricerca per l’uso della policromia al posto del lustro metallico e una medesima ambientazione paesaggistica di ispirazione giottesca, nel quale il poverello di Assisi è raffigurato con la barba. Altro confronto è costituito da un piatto con tesa a riserve del Museo di Cluny (inv. 1625), che mostra invece il santo inginocchiato rivolto a sinistra con alle spalle un monte sul quale si staglia una città, con una scelta degli elementi decorativi di contorno più complessa rispetto al nostro esemplare. Un esemplare che condivide con il nostro la medesima impostazione decorativa sia nel soggetto sia nella decorazione della tesa, ma intervallata da boccioli, è conservato al Museo di Ecuen (inv. 18-542711), che pur con scelte coloristiche e di dettagli differenti mostra una resa materica differente, più chiara, ma con le stesse decorazioni in verde al verso.

I numerosi confronti testimoniano come la raffigurazione fosse cara alle botteghe di Deruta e della Tuscia, riprodotta in numerose varianti, e un elenco interessante è stato redatto da Elisa Sani e Timothy Wilson nello studio di un esemplare analogo conservato nella collezione della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

Anche il decoro della tesa, apparentemente semplice, si diffuse in molte manifatture dell’Italia centro-settentrionale, ma è a Deruta che è ben rappresentato nei piatti da pompa, variamente associato a decorazioni principali, dove spicca il piatto con l’emblema di Paolo III Farnese (1534-1549), oggi al MIC di Faenza, considerato datante per le produzioni minori.

Estimate    5.000 / 8.000
Price realized:  Registration
32

A CHARGER, DERUTA, SECOND HALF 16TH CENTURY

 

PIATTO DA PARATA, DERUTA, SECONDA METÀ SECOLO XVI

in maiolica decorata in blu di cobalto e lustro dorato; diam. cm 36,4, diam. piede cm 13,8, alt. cm 7,5

 

Provenienza

Venezia, Collezione Mocenigo

 

Bibliografia

Galleria Bellini. Collezione del palazzo dei dogi Mocenigo di S. Samuele a Venezia, Firenze 1933, tav. XXIII n. 311

 

Il piatto da pompa ha un cavetto profondo e largo, la tesa è ampia e termina in un orlo rifinito a stecca appena rilevato; poggia su un piede a cercine forato a crudo per consentirne l’esposizione. Il verso è caratterizzato da ingobbiatura color crema e vetrina con difetti, bolliture e puntinature. Il decoro sul fronte è ottenuto con la tecnica mista con doppia cottura, la prima a gran fuoco con blu a due toni, la seconda in riduzione per l’ottenimento del lustro, e mostra al centro del cavetto la raffigurazione di un tamburino, in abito da Lanzichenecco, che avanza brandendo le bacchette con entrambe le mani e il tamburo appoggiato a un fianco, e la spada, della quale si intravvede l’elsa ornata da una testa ferina, riposta nel fodero. Alle sue spalle, un paesaggio con un alberello e una pianta fiorita; la tesa è interamente interessata da una decorazione con metope alternate e centrate da embricazioni e infiorescenze.

La figura è dipinta secondo lo stile pittorico della Bottega del Mancini detto “Il Frate”: il tamburino è delineato in blu con pennellata veloce a tratti brevi, quasi a schizzo, mentre le ombreggiature e il cielo sono dipinti con rapide linee parallele; ed anche i decori minori sono tracciati con grande sicurezza, a testimoniare l’abilità del pittore.

Il soggetto non trova, al momento, alcun riscontro in altri piatti, ma è interpretato qui con modalità meno auliche, pur utilizzando ancora la tecnica a lustro. Proprio lo stile rapido, un poco impreciso, denuncia una sorta di sperimentazione ancora vicina alle prime opere della bottega derutese di Mancini. Il piatto, che vanta la provenienza dalla collezione del palazzo Mocenigo a Venezia, fu venduto nella celebre asta alla Galleria Bellini nel 1933.

Estimate    4.000 / 6.000
Price realized:  Registration
33

A CHARGER, DERUTA, GIACOMO MANCINI CALLED “IL FRATE”, CIRCA 1560

 

PIATTO DA PARATA, DERUTA, GIACOMO MANCINI DETTO “IL FRATE”, 1560 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia in verde rame, rosso ferro, giallo arancio, bruno blu di manganese; diam. cm 42,4, alt. cm 5

 

Bibliografia

C. Fiocco, G. Gherardi, Aspetti dell'istoriato derutese: l'opera tarda di Giacomo Mancini detto "Il Frate" e della sua bottega, in "Faenza", LXXXI, 1995, 1-2, pp. 5-9 tav. I;

C. Leprince, J. Raccanello (a cura di), Back to Deruta. Sacre and Profane Beauty, Parigi 2018, pp. 98-105 n. 14

 

Il grande piatto da parata con cavetto largo e piano, balza breve che si apre in una tesa poco profonda e dall’andamento orizzontale, si presta a ospitare la complessa rappresentazione dell’episodio storico di Muzio Scevola. Il piatto al verso è acromo e mostra uno smalto bianco, spesso e di buona qualità con qualche bollitura.

La scena, probabilmente tratta da una versione illustrata delle storie di Tito Livio (Ab Urbe Condita, II, 12), è qui raffigurata nello stile vario e riconoscibile della produzione matura di Giacomo Mancini detto “il Frate”. È raffigurato un accampamento militare, che spicca in un paesaggio di sfondo, dove davanti a una ricca tenda Muzio Scevola compie il sacrificio di fronte al re Porsenna, raffigurato seduto e con un atteggiamento di stupore. In alto spicca contro il cielo lo stemma della famiglia Baglioni (d'azzurro alla fascia d'oro) sormontato da un elmo piumato. Proprio ai Baglioni, il cui stemma spesso compare sulle maioliche coeve, doveva essere dedicato il piatto: i potenti signori di Perugia, che persero potere solo dopo aver attraversato un periodo di difficoltà quando furono osteggiati dal papa Paolo III dopo la "guerra del sale" del 1540, si estinsero solo nel 1648 con la morte di Malatesta, vescovo di Pesaro e poi di Assisi.

Per l’analisi storico artistica di questo piatto si fa riferimento all’ampio e dettagliato studio di Carola Fiocco e Gabriella Gherardi, che nelle pagine della rivista Faenza hanno pubblicato il piatto in riferimento alla fase più tarda dell’opera di Giacomo Mancini, che sappiano finire con la sua morte nel 1581. Con Giacomo si introduce una vena narrativa che denota il contatto con i decoratori della grande tradizione urbinate, con opere per le quali si attinge all'immenso repertorio di stampe “che accompagna e fa seguito all'opera dei grandi del Rinascimento”. Premesso che la distinzione tra la mano del maestro e i pittori attivi nell’ambito della prolifica bottega è riferibile solo a un esiguo numero di opere - quelle firmate appartengono al periodo giovanile - le studiose sottolineano come il mutamento stilistico, che porta a questi importanti esiti, cominci a delinearsi già nel 1554, al punto da poter parlare di una “maniera anni sessanta” del Frate di Deruta. A questa fase è ascritta l’opera in esame, che trova in un piatto del museo Anton Ulrich di Braunschweig, attribuibile alla bottega urbinate dei Fontana, un confronto per la scena, a conferma della probabile esistenza di una comune fonte incisoria.

L’attribuzione, con la quale concordiamo, si basa sullo stile pittorico dei personaggi, molto prossimi a quelli caratteristici dei piatti da pompa coevi attribuibili alla bottega, con particolare riferimento al un piatto del Musée National de la Céramique di Sevres col profilo di un guerriero, associabile qui alla testa di Porsenna.

Estimate    10.000 / 15.000
Price realized:  Registration
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34

A DISH, URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO, CIRCA 1559

 

PIATTO, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO, 1559 CIRCA

in maiolica dipinta in blu cobalto, verde, giallo, giallo arancio, bruno di manganese, bianco di stagno; diam. cm 23, diam. piede cm 6,8, alt cm 5,6

 

Bibliografia di confronto

C. Fiocco, G. Gherardi, L. Sfeir-Fakhri, Majoliquesitaliennes du Musée des Arts Décoratifs de Lyon. Collection Gillet, Lione 2001, pp. 258-259 n. 172;

M. Brody, "Terra d'Urbino tutta dipinta a paesi con l'armi de' Salviati: the paesi service in the 1583 inventory of Jacopo di Alamanno Salviati (1537-1586), in "Faenza" n. 86, 2000, pp. 30-46.

 

Il piatto presenta profondo cavetto, larga tesa obliqua e poggia su un basso piede privo di anello. L'intera superficie presenta un ornato definito dal Piccolpasso “a paesi”, che prevede una rappresentazione paesaggistica, qui centrata da un ponte a quattro archi che unisce due quartieri di una città con alti palazzi e torri; sullo sfondo una seconda città, protetta alle spalle dalle falde di un monte, si specchia in un lago che dà origine a un fiume che scorre tra balze erbose per terminare all’esergo del piatto. In alto al centro spicca l’emblema della potente famiglia fiorentina dei Salviati.

Il piatto appartiene a un assortimento molto ampio, commissionato probabilmente da Jacopo di Alamanno Salviati, di cui si ha notizia esatta grazie a un elenco fatto redigere dallo stesso Jacopo e comprensivo degli arredi del palazzo di via del Corso a Firenze, nel quale i piatti sono elencati come “Terra d’Urbino tt. dipinta a paesi”. Il totale, tra piatti, piattelli, scodelle, rinfrescatoi e boccali, era di 178 pezzi. Molte opere non sono pervenute poiché disperse o distrutte, tuttavia buona parte del servizio è oggi custodita nelle principali collezioni museali e private. Attualmente sono conosciuti circa quaranta esemplari, la maggior parte con paesaggi probabilmente tratti da incisioni tedesche, con una predilezione per quelle spesso, presenti in bottega, di Hans Sebald Beham.

Lo studioso Michael Brody suggerisce la data del 1559 per la realizzazione del servizio, quando Jacopo Salviati sposa la cugina Isabella, prima del mutamento della bottega urbinate al nome Fontana, quando Guido lavorerà con il figlio Orazio. Forse un dono di nozze, oppure, come sostengono alcuni studiosi, legato all’eredità di Alamanno Salviati, padre di Jacopo. Per i confronti si veda l’elenco dettagliato delle opere in collezioni museali e di quelle in collezioni private, pubblicato negli studi riportati in bibliografia.

Estimate    8.000 / 12.000
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35

A PLATE (TAGLIERE), URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO, CIRCA 1559-1574 

 

TAGLIERE, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO, 1559-1574 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con bruno di manganese, verde ramina, blu di cobalto, giallo e giallo arancio. Sotto il piede in caratteri corsivi in blu di cobalto l'iscrizione Orfeo cantando; diam. cm 23,2, diam. piede cm 8,7, alt. cm 2,8

 

Bibliografia di confronto

G.C. Polidori, Orazio Fontana e le sue maioliche nei Musei Civici di Pesaro, Bollettino D’arte, 1959, p. 144;

C. Ravanelli Guidotti, Ceramiche occidentali del Museo Civico Medievale di Bologna, Bologna1985, pp.158-160 nn.118-119;

E. Ivanova, Il secolo d’oro della maiolica. Ceramica italiana dei secoli XV-XVI dalla raccolta del Museo Statale dell’Ermitage, Faenza 2003, p. 86 n. 57 e p. 102 n. 81

 

Il piatto presenta cavetto largo, ampia tesa appena obliqua, e poggia su basso piede ad anello. Il fronte è interamente decorato da una scena istoriata che raffigura Orfeo che incanta gli animali. Il protagonista è al centro della scena, alla quale fanno da quinta due coppie di sottili alberelli a delimitare un ampio paesaggio lacustre con alcuni paesi e piccole città che s’intravvedono conto il profilo dei monti al crepuscolo. Orfeo cammina suonando la lira da braccio, mentre gli animali lo circondano affascinati dalla sua musica. Gli animali sono di varie specie e comprendono animali selvatici e esotici come il leone, qui seduto accanto a un orso un lupo e un cervo, e animali domestici come gli armenti, sulla sinistra, accompagnati da animali fantastici come il drago accucciato ai sui piedi, insieme a serpi, lumache, tartarughe e rospi. Al verso tre linee gialle concentriche a sottolineare l’orlo e il piede, al centro del quale si legge in caratteri corsivi dipinti in blu di cobalto Orfeo cantando.

Spesso raffigurato in maiolica, il mito di Orfeo trova probabilmente spunto dalle incisioni delle edizioni a stampa della pria metà del Cinquecento. Il pittore è capace, padrone della materia che utilizza con sapienza, sovrapponendo i colori e realizzando con abilità sia le lumeggiature in bianco di stagno che le ombreggiature con bistro diluito, come ad esempio sul mantello che ricopre le spalle di Orfeo. Il piatto appartiene alle opere della bottega dei Fontana, forse di mano già di Orazio Fontana, o comunque di uno dei pittori che hanno dato vita alla produzione di opere di simile qualità stilistica come ad esempio il piatto con ratto di Europa dell’Ermitage di San Pietroburgo o quello con Mosè che accoglie le tavole della legge conservato presso lo stesso museo. Si tratta probabilmente di un’opera del pittore cosiddetto del servizio Carafa, così definito da Johanna Lessmann facendo riferimento a opere stilisticamente coerenti che recano l’emblema della famiglia napoletana Carafa. Ci sembra infatti di ravvisare una vicinanza con i piatti del Museo Medievale di Bologna, uno con i tre fanciulli ebrei bruciati nella fornace e l’altro con Peleo e Teti, entrambi appartenenti appunto a detto servizio.

Un altro confronto a nostro parere pertinente soprattutto per la resa del paesaggio di sfondo, ma anche per l’uso di sottili tratti a lumeggiare in cromie differenti, il volto e i dettagli delle ombre, ci viene da una coppa con la sfida tra Apollo e Pan del museo di Pesaro, a suo tempo attribuito dal Polidori alla mano di Orazio Fontana, che a noi pare opera di uno dei sapienti pittori della sua bottega attorno alla metà del Cinquecento.

Estimate    12.000 / 18.000
Price realized:  Registration
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36

A PLATE (TAGLIERE), URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO, 1559-1574

 

TAGLIERE, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO, 1559-1574

in maiolica dipinta in policromia con bruno di manganese, verde ramina, blu di cobalto, giallo e giallo arancio; diam. cm 22,6, diam. piede cm 8, alt. cm 3

 

Bibliografia di confronto

Le Trasformationi di M. Lodovico Dolce di novo ristampate e da lui ricorrette et in diversi luoghi ampliate con la tavola delle favole, In Venetia, appresso Gabriel Giolito dè Ferrari, 1553, p. 211

 

Il piatto ha cavetto largo e poco profondo, larga tesa orizzontale, e poggia su un piede ad anello appena accennato. La decorazione interessa l’intera superficie, e vede un episodio mitologico collocato in un paesaggio ampio con lo sfondo interessato da un lago e monti dalle cime arrotondate, alcune città su isole erbose e in particolare una ben visibile con torri dal tetto appuntito e ponticelli ad archi. In primo piano è dipinta la vicenda di Ciparisso (Ovidio, Metamorfosi, X), un giovane cacciatore dell’isola di Ceo, amato da Apollo, che si era affezionato a un cervo sacro alle ninfe della campagna di Cartea. Un giorno durante una battuta di caccia colpì il cervo, credendolo selvatico, e lo uccise; Ciparisso, inconsolabile, chiese agli dei di poter essere a lutto in eterno, e ascoltato fu trasformato in un albero millenario, chiamato appunto cipresso, che Apollo decretò fosse da allora in poi di conforto ai defunti.

La narrazione della vicenda in più momenti cronologici, più chiara nell’incisione da cui trae spunto, è qui mutata dal pittore, che la riporta su ceramica, variando le fattezze dei personaggi: a sinistra la scena della morte del cervo con Apollo che cerca di consolare Ciparisso, e a destra il momento della metamorfosi. Nell’incisione da cui è probabilmente tratta la scena il giovane ormai trasformato in albero parla con un compagno cacciatore, mentre il cervo ucciso si scorge al centro del piatto. La composizione, realizzata con grande precisione dal pittore, trae spunto da un’incisione del Dolce nelle sue Trasformationi (XIX, p. 211) oppure dalla prima incisione anonima che compare nell’edizione in volgare delle Metamorfosi di Ovidio stampata a Venezia nel 1497. Il soggetto ebbe successo in maiolica, e lo troviamo ad esempio in un piatto oggi conservato al museo di Pesaro (inv. 4380), con esiti stilistici differenti, ma comunque eseguito secondo i canoni e gli stilemi tipici della bottega dei Fontana attorno alla metà del Cinquecento.

Estimate    8.000 / 12.000
Price realized:  Registration
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37

A PLATE (TONDINO), PESARO OR CASTELDURANE, 1550

 

TONDINO, PESARO O CASTELDURANTE, 1550

in maiolica dipinta in policromia con giallo ocra, bruno di manganese, blu di cobalto e tocchi di rosso ferraccia. Datato 1550 entro un cartiglio; diam. cm 22,6, diam. piede cm 10, alt. cm 6,7

 

Bibliografia di confronto

C. Fiocco, G. Gherardi. La maiolica Rinascimentale di Casteldurante. Collezione Saide e Mario Formica, Urbania 1997, pp. 56-57 n.12

G. Gardelli, Urbino nella storia della ceramica. La collezione della casa natale di Raffaello, in “Accademia Raffello”, Atti e Studi, 2 (2002), pp. 43-58

 

Il piatto, o tondino, ha profondo cavetto, tesa obliqua che termina in un orlo arrotondato e poggia su un piede ad anello appena rilevato. L’intera superficie è interessata da un decoro “a trofei” caratterizzato dal colore ocra, impreziosito da tocchi di rosso a lumeggiare i sottili nastri a risparmio sul fondo blu che riempiono le campiture lasciate vuote dalle panoplie di armi. Nell’ornato è inserito un cartiglio che reca la data 1550.

Gli esemplari di confronto per questo tipo di opera sono conservati in diversi musei, e tra questi ricordiamo un piatto con disposizione simile dei trofei conservato a Urbino nella Casa di Raffaello (inv. CR19), ma con decoro ancora a grisaille grigia. Una cromia simile si ritrova nei due piatti esposti al Museo di arte medievale di Arezzo, di cui uno (inv. 14751) simile come impostazione decorativa, anche se la fantasia nella disposizione delle armi, degli strumenti musicali e dei cartigli in queste opere è sempre molto varia. Un altro confronto, ma sempre in tono del grigio, è conservato al Museo di Ecuen (inv. ECL15044).

I frammenti di opere analoghe sono stati reperiti in ambito durantino, dove la tipologia era prodotta con successo. Lo stile molto corrivo dell’opera denuncia a nostro parere un’abitudine nella redazione dei piatti, ma il vezzo di colorare, quasi dar lustro, i sottili nastri graffiti è inusuale e rende particolarmente interessante l’opera unitamente alla data di realizzazione.

Estimate    3.000 / 5.000
Price realized:  Registration
38

AN EWER, PESARO OR CASTELDURANE, SECOND HALF 16TH CENTURY

 

VERSATOIO, PESARO O CASTELDURANTE, SECONDA METÀ SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia in ocra su fondo blu cobalto con lumeggiature in bianco; alt. cm 23, diam. bocca cm 9,4, diam. piede cm 11

 

Bibliografia di confronto

C. Fiocco, G. Gherardi, in G.C. Bojani (a cura di), La maiolica rinascimentale di Casteldurante. Collezione Saide e Mario Formica, Ancona 1997, pp. 33-93;

A.L. Ermeti, Ceramica da sterri a Casteldurante tra XIV e XVII secolo. Lo studio dei frammenti, in G.C. Bojani (a cura di), Disegni fonti ricerche per la maiolica rinascimentale di Casteldurante, Ancona 1997, pp. 67-81;

C. Paolinelli in T. Wilson, E.P. Sani (a cura di), Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Vol. II, Perugia 2007, pp. 258-261 n. 138

 

Il vaso elettuario ha corpo ovale rastremato verso il basso, piede alto con base a disco, collo troncoconico che si apre in una bocca larga con orlo estroflesso; sul fronte il versatoio a cannello e sul retro un’ansa a nastro. Come solito nelle opere di questa tipologia, il cartiglio è collocato al di sotto dell’ansa nella parte posteriore, al fine di facilitare la presa allo speziale, e riporta a caratteri capitali il nome del preparato: OL D. STRAFIS. AR. La restante superficie è interamente interessata da una decorazione a trofei su fondo blu.

L’ornato “a trofei”, un tempo ritenuto una delle numerose tipologie decorative esclusive di Casteldurante, oggi viene considerato come prodotto anche in altri centri del Ducato di Urbino per tutto il Cinquecento e per parte del Seicento. In una versione più accurata e rigida è generalmente attribuito alla prima metà del secolo, mentre la versione più corriva, nella quale i “trofei” sono delineati in marrone aranciato su un fondo blu con nastri graffiti a risparmio, è ascritta ad un periodo di poco più tardo e diffusi tra Casteldurante e soprattutto Pesaro.

In questo caso, data la grafia corriva dello stile, riteniamo che l’opera possa essere ascritta cronologicamente alla metà del secolo XVI, anche in virtù del confronto con frammenti con ornato simile emersi in contesti sparsi del ducato, e ci pare inoltre che la presenza di questa “mezza tinta”, ancora vicina a certi esiti a grisaille del primo periodo di produzione, possa suffragare l’ipotesi attributiva a Casteldurante.

Estimate    1.500 / 2.500
Price realized:  Registration
39

A DISH, URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO (FONTANA), 1559-1574

 

PIATTO, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO (FONTANA), 1559-1574

in maiolica dipinta in policromia con bruno di manganese, verde ramina, blu di cobalto, giallo e giallo arancio. Sul retro l'iscrizione in caratteri corsivi dipinti in bruno di manganese Consiglio de Jdei et de/ le dei; diam. cm 26,5, diam. piede cm 8,6, alt. cm 4

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Monte dei Paschi di Siena. Collezione Chigi Saracini: Maioliche Italiane, Firenze/Siena 1992, pp. 82-86 n. 14, 14f-14h;

E. Ivanova, Il secolo d’oro della maiolica. Ceramica italiana dei secoli XV-XVI dalla raccolta del Museo Statale dell’Ermitage, Faenza 2003, p. 89 n. 62;

C. Ravanelli Guidotti, “Maioliche della più bella fabbrica”. Selezione dalle Civiche Collezioni Bresciane e da collezioni private, Brescia 2006, pp.74-ss. n. 17

 

Il piatto ha cavetto ampio, tesa larga appena obliqua, orlo arrotondato, e poggia su piede ad anello. La decorazione interessa l’intera superficie del fronte con la rappresentazione del Concilio degli Dei, come illustrato dalla scritta sul retro: Consiglio de Jdei et de/ le dei. Gli dei dell’Olimpo sono raffigurati seduti su gruppi di nuvole, che si sviluppano in un arco sulla tesa a circondare la scena, chiusa in basso da un cielo blu scuro con una corona di nembi azzurri; alle loro spalle, parzialmente coperto, il sole emana i sui raggi dando luce al cavetto. Al centro Giove, accompagnato dall’aquila, alza la mano sorreggendo un fulmine, alla sua destra Venere e Cupido in piedi e altre divinità sedute, tra le quali si distingue Bacco, mentre alla sinistra seduto si scorge Marte vestito di armi e alle sue spalle Diana, Plutone e Apollo.

Il consesso è incompleto, realizzato dal pittore probabilmente traendo ispirazione da più fonti incisorie, come testimoniato anche dalle differenti posizioni delle divinità, ma il progetto decorativo è quello delle grandi opere tramandate attraverso le incisioni di Carraglio e di Marcantonio Raimondi. La mano del pittore è sicura, particolarmente piacevole è la capacità di rendere i giochi di luci e ombre, ma interessanti sono anche la profondità del cielo che si scurisce verso il basso e le figure messe in ombre sulla tesa a destra di Giove e più in luce a sinistra, figure proporzionate e ben descritte. Si tratta probabilmente di un’opera della bottega di Orazio Fontana, avvezza alla riproduzione delle figure divine come testimoniato dai grandi vasi o dai grandi rinfrescatoi con deità marine, di cui sono noti alcuni esemplari firmati che fecero la fortuna della bottega.

Estimate    15.000 / 25.000
Price realized:  Registration
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40

A DISH, URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO (FONTANA),1559-1574

 

PIATTO, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO (FONTANA), 1559-1574

in maiolica dipinta in policromia con bruno di manganese, verde ramina, blu di cobalto, giallo e giallo arancio. Sul retro in caratteri corsivi dipinti in blu di cobalto l'iscrizione Giove Converso in Cavallo; diam. cm 26,6, diam. piede cm 9, alt. cm 4,5

 

 

Bibliografia di confronto

G. Conti, Catalogo delle maioliche del Museo Nazionale di Firenze Palazzo Bargello, Firenze 1971, n. 32;

C. Ravanelli Guidotti, Donazione Paolo Mereghi. Ceramiche europee ed orientali, Faenza 1987, pp.197-198 n. 78

 

Il piatto presenta profondo cavetto e larga tesa appena obliqua, e poggia su basso piede privo di anello. La decorazione istoriata interessa il fronte senza soluzione di continuità e narra vari momenti temporali, non di semplice interpretazione, probabilmente mediati dal pittore. In alto Zeus su una nuvola osserva la scena ambientata tra una roccia e un albero nel consueto paesaggio lacustre, a sinistra una fanciulla che si volta verso il centro del piatto dove spicca la figura di un cavallo bianco, mentre a destra di nuovo Zeus accompagnato dall’aquila e con una saetta in mano si allontana voltandosi a sua volta verso il centro del piatto; in basso ancora un fanciullo seduto con una verga in mano, mentre in alto, in piedi su una collinetta, Eros scaglia un dardo verso la donna. Il mito non è di facile lettura e rappresenta uno degli amori di Zeus con una sua metamorfosi in cavallo, come recita la scritta sul retro del piatto: Giove Converso in Cavallo.

Il pittore è abile e rispetta le proporzioni delle figure, che delinea con sicurezza particolarmente spiccata nella figura del cavallo, e i modi sono quelli della Bottega Fontana nel periodo di massima produzione, probabilmente già sotto la direzione di Orazio Fontana.

Un interessante confronto si può fare con il piatto raffigurante Saturno in Cavallo datato 1543 conservato al Museo del Bargello di Firenze, che mostra un'impostazione scenografica simile, ma il confronto stilistico più prossimo è con un piatto oggi al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza con il mito di Leda e il Cigno (inv. 6267): simile è l'impostazione narrativa, con Giove prima in cielo e poi protagonista della narrazione, ma con uno stile pittorico differente, caratterizzato da figure di dimensioni maggiori redatte con grande sicurezza e comunque anch’esse tratte da più fonti incisorie.

Estimate    7.000 / 10.000
Price realized:  Registration
41

A BULBOUS JAR, VENICE, MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, CIRCA 1570

 

GRANDE VASO A BOCCIA, VENEZIA, MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, 1570 CIRCA

in maiolica dipinta a policromia in blu, giallo, giallo arancio, verde ramina, bianco di stagno e manganese; alt. cm 32, diam. bocca cm 13,8, diam. piede cm 14,4

 

Bibliografia di confronto

M. Vitali, Omaggio a Venezia. Le ceramiche della Fondazione Cini. I, Faenza 1998;

F. Saccardo, in R. Ausenda (a cura di), Le ceramiche. Museo d'Arti Applicate, Milano 2000, p. 275 schede 295-298, p. 278 schede 302-303, p. 278

 

Il vaso farmaceutico ha corpo globulare con collo cilindrico basso terminante in un orlo estroflesso e tagliato a stecca e poggia su una base piana a disco. La decorazione interessa l’intera superficie, con un medaglione incorniciato da un motivo ad ampie volute accartocciate che contiene la figura di S. Antonio Abate, il santo caratterizzato dall’iconografia che deriva dall’ordine ospedaliero degli Antoniniani, con un bastone a foma di Tau su cui è legato un campanello (di solito accompagnato da un maiale, qui assente) ed una fiammella nella mano sinistra, collegata alla leggenda secondo cui il santo si era recato all’Inferno per ottenere il fuoco per gli uomini. Il resto del vaso mostra una fitta decorazione su blu graffito con girali fogliete e corolle di fiori, secondo consuetudine.

L’opera può essere inserita nel catalogo delle maestranze veneziane del terzo quarto del XVI secolo nell’ambito della bottega di Mastro Domenico, e per caratteristiche stilistiche riteniamo che la figura del Santo possa essere associata direttamente alla mano di un maestro di bottega. I vasi più vicini per caratteristiche morfologiche ci derivano dalla raccolta di Arte civica del Castello Sforzesco, anche se l’opera in esame se ne discosta per scelte stilistiche: il santo infatti, è realizzato in policromia, mostra caratteristiche peculiari più prossime alle modalità che si ritrovano sui piatti istoriati prodotti dalla medesima bottega, piuttosto che sui vasi.

Estimate    4.000 / 6.000
Price realized:  Registration
42

A DISH, VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570

 

PIATTO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina bruno di manganese; diam. cm 24,4, diam. piede cm 10, alt. cm 3

 

Provenienza

Arthur M. Sackler Collection (Asta Christie’s, New York, 13 gennaio 1993, lot 48)

 

Bibliografia di confronto

J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig, Italienische Majolika, Katalog der Sammlung, Brunswick 1979, p. 457 n. 731;

W. Watson, Italian Renaissance Ceramics from the Howard I. and Janet H. Stein Collection and the Philadelphia Museum of Art, Philadelphia 2002, p. 120 n. 49;

 

Il piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, e poggia su un basso piede ad anello. Sul recto una scena istoriata con due personaggi con lorica, di cui uno con elmo, seduti sotto a un albero e intenti a dialogare. Lo sfondo è riempito da un paesaggio con montagne dal profilo arrotondato abitate da piccoli villaggi, mentre all’esergo una balza erbosa riempie lo spazio. Il cielo ampio e senza nubi accenna a un tramonto.

Il soggetto ritorna analogo in un piatto esposto alla mosta di Philadelphia del 2002, ma soprattutto in uno conservato all’Herzog Anton Ulrich Museum di Amburgo (inv. 536), la cui legenda indica chiaramente che si tratta della discussione tra Ulisse ed Aiace per l’assegnazione delle armi di Achille. Il piatto appartiene alla produzione istoriata della bottega di Mastro Domenico a Venezia. I personaggi sono ben delineati nei tratti fisiognomici e nel torso, contrastano con il paesaggio redatto in modo corrivo, ma con una sicurezza che denuncia esperienza e che richiama certi paesaggi in turchina sempre di ambito veneziano.

Estimate    1.500 / 2.500
Price realized:  Registration
43

A DISH, VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570

 

PIATTO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina, bruno di manganese; diam. cm 25, diam. piede cm 10,2, alt. cm 3,6

 

Bibliografia di confronto

J. Lessmann, Italienische Majolika aus Goethes Besitz, Stuttgart 2015, pp. 217-230;

E. K. Swietlicka, Maiolica veneziana nelle collezioni polacche. Nuove attribuzioni, iconografia, interpretazioni, in G. Busti, M. Cesaretti, F. Cocchi, “La maiolica italiana del Rinascimento, studi e ricerche”, Atti del convegno Internazionale, Assisi 9-11 settembre 2016, a cura di, Turnhout 2019, pp. 120-121

 

Il piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, e poggia su un basso piede ad anello appena accennato. Sul recto è dipinta una scena istoriata con un personaggio barbato con tunica corta e mantello, mentre indica verso terra con la mano destra; lo sfondo è riempito da un paesaggio lacustre con una roccia dal profilo arrotondato; il cielo, ampio e senza nubi, accenna a un tramonto mentre la tesa e l’esergo sono interessati da balze erbose tra le quali si eleva un cespuglio.

La qualità pittorica del piccolo piattello in esame è alta il personaggio è dipinto con lo stile sicuro dei pittori istoriatori su uno sfondo impreziosito da elementi pittorici accurati come le ombre degli alberi che si allungano sul lago. Alla produzione della bottega veneziana di Mastro Domenico tra il 1560 e il 1575 furono spesso attribuite opere caratterizzate dalla presenza di un personaggio solo che spicca nel paesaggio agreste, lo stesso che spesso si riconosce anche come sfondo nei vasi farmaceutici.

Estimate    1.500 / 2.500
Price realized:  Registration
44

A JAR, VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570

 

VASO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570 CIRCA

in maiolica dipinta a policromia in blu, giallo, giallo arancio, verde ramina e bianco di stagno, manganese; alt. cm 30, diam. bocca cm 11, diam. piede cm 12

 

Bibliografia di confronto

M. Vitali, Omaggio a Venezia. Le ceramiche della Fondazione Cini. I, Faenza 1998;

F. Saccardo in R. Ausenda (a cura di), Le ceramiche. Museo d'Arti Applicate, Milano 2000, p. 275 schede 295-298, p. 278 schede 302-303

 

Il vaso farmaceutico ha corpo globulare con collo cilindrico alto terminante in un orlo appena estroflesso, e poggia su una base piana a disco. La decorazione, che interessa l’intera superficie, prevede sul fronte un medaglione incorniciato da un motivo ad ampie volute accartocciate contenente le figura di San Paolo, riconoscibile dalla spada, che è insieme simbolo del suo martirio e della lotta dei cristiani per la divulgazione della parola di Dio; tutto intorno, su fondo blu graffito, una fitta decorazione con corolle di fiori e fogliame.

L’opera può essere inserita nel catalogo delle maestranze veneziane del terzo quarto del XVI secolo nell’ambito della bottega di Mastro Domenico, di cui abbiamo numerosi esemplari conservati in collezioni private e pubbliche. Tali opere si inseriscono in un orizzonte temporale compreso tra il 1555 e il 1575, con piatti e vasi di varia decorazione. Ma proprio nel decoro a frutti e fiori e a medaglioni con figure la bottega veneziana diviene un assoluto punto di riferimento, tanto da creare una moda che trova seguaci fino alla Sicilia. I decori dei medaglioni comprendono ritratti di santi - per alcuni studiosi indice di una destinazione a spezierie conventuali - ma anche ritratti di vecchi, fanciulli, dame e guerrieri. Le decorazioni delle cornici sono anch’esse di tipologia distinta e, insieme all’ornato a girali vegetali del fondo e alla qualità cromatica, ne fanno una tra le produzioni più alte della maiolica del Cinquecento.

Estimate    3.000 / 5.000
Price realized:  Registration
45

A DISH, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

 

PIATTO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

in maiolica ricoperta di smalto blu di cobalto, con decoro in oro e bianco di stagno; diam. cm 31,7, diam. piede cm 12,5, alt. cm 4,8

 

Bibliografia di confronto

C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci, Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, pp. 126-140;

L. Arbace in L. Fornari Schianchi, N. Spinosa (a cura di), I Farnese. Arte e Collezionismo, Milano 1995, pp. 368-374;

T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018, p. 472 n. 216

 

Il piatto ha cavetto ampio e profondo con larga tesa obliqua, poggia su un piede ad anello appena accennato ed è interamente ricoperto da smalto blu intenso. Al centro del cavetto compare lo stemma del Cardinale Farnese con i sei gigli blu in campo oro, sormontato dal cappello cardinalizio con sei nappe e racchiuso in una cornice dipinta in bianco di stagno; intorno, il caratteristico motivo a fiori quadrangolari accompagnati da un decoro a racemi entro riserve in oro. Sulla tesa il motivo a fiori quadrangolari si ripete in una ghirlanda continua particolarmente ricca.

L’opera in oggetto mostra al centro lo stemma del cardinale realizzato probabilmente per sottrazione o utilizzando una mascherina al momento dell’applicazione dell’oro, in modo da ottenere i gigli di colore blu su campo oro come richiesto dall’araldica, sistema questo che suggerisce per il piatto una datazione tra il 1580 e il 1589. Un piatto di recente pubblicazione è coerente per stile e decoro, mentre il confronto più vicino per qualità e resa stilistica può essere con un piatto conservato al Victoria and Albert Museum di Londra (inv. 127-1892), che ci suggerisce a una datazione vicina agli anni novanta del XVI secolo.

Estimate    5.000 / 8.000
46

A DISH, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

 

PIATTO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

in maiolica ricoperta di smalto blu di cobalto, con decoro in oro e bianco di stagno; diam. cm 31,6, diam. piede cm 13,4, alt. cm 5

 

Bibliografia di confronto

C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci, Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, pp. 126-140;

L. Arbace in L. Fornari Schianchi, N. Spinosa (a cura di), I Farnese. Arte e Collezionismo, Milano 1995, pp. 368-374;

T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018, p. 472 n. 216

 

Il piatto ha cavetto ampio e profondo con larga tesa obliqua, poggia su un piede ad anello appena accennato ed è interamente ricoperto da smalto blu intenso. Al centro del cavetto compare lo stemma del Cardinale Farnese con i sei gigli blu in campo oro, sormontato dal cappello cardinalizio con sei nappe e racchiuso in una cornice dipinta in bianco di stagno; intorno, il caratteristico motivo a fiori quadrangolari accompagnati da un decoro a racemi entro riserve in oro. Sulla tesa il motivo a fiori quadrangolari si ripete in una ghirlanda continua particolarmente ricca.

Come l’esemplare che precede, cui rimandiamo per approfondimenti, anche questo piatto, grazie alla tecnica di realizzazione dello stemma al centro del cavetto, può essere datato tra il 1580 e il 1589, lo stesso periodo indicato per le opere analoghe conservate al Museo Duca di Martina di Napoli.

Estimate    5.000 / 8.000
Price realized:  Registration
47

A DISH, MONTELUPO, CIRCA 1570-1575

 

PIATTO, MONTELUPO, 1570-1575 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, verde, giallo e bruno di manganese; diam. cm 27,6, diam. piede cm 10,2, alt. cm 4

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche figurate di Montelupo, Firenze 2012, pp. 146-149 nn. 5-6;

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche di Montelupo. Stemmi, ritratti e “figurati”, Firenze 2019, pp. 73-77 figg. 14-21

 

Il piatto ha cavetto ampio, tesa larga e piede ad anello appena accennato, dipinto a piena superficie sul fronte, smaltato anche sul retro, dove al centro, contornata da un motivo a corolla con petali cuspidati e intersecati tra loro, in blu è iscritta la legenda: “Come Diana/ convertì Chali/ sta in orsa p(er)/ il matrimonio rotto/ con giove”.

Sul recto è dipinto l’episodio mitologico narrato da Ovidio nel secondo libro delle Metamorfosi, in cui la ninfa Callisto fu tramutata in orsa. Callisto era una delle ninfe del seguito di Diana, e Giove, vedendola riposare in un bosco, se ne invaghì e decise di sedurla assumendo le sembianze della dea Diana. Dopo qualche mese Diana, stanca per la caccia, decise di fermarsi con le sue compagne per fare il bagno presso una fonte. Callisto, che fino a quel momento era riuscita a nascondere l’accaduto, esitava a spogliarsi: le compagne allora le sfilarono la veste scoprendo così la verità; adirata Diana la cacciò. Una volta nato il bambino, Arcade, anche Giunone decise di vendicarsi trasformandola in un’orsa. In seguito Arcade, ormai quindicenne, durante una battuta di caccia s’imbatté nell’orsa e proprio quando stava per ucciderla intervenne Giove, trasformando entrambi in due costellazioni, l’Orsa Maggiore e l’Orsa Minore. Giunone, adirata perché la sua rivale era diventata una dea, chiese quindi al dio Oceano che le nuove costellazioni non tramontassero mai.

Il piatto in esame rappresenta un’importante aggiunta al catalogo del cosiddetto “Pittore della Bibbia”, artista operante tra il 1570 e il 1580 in una bottega di Montelupo, la cui figura è stata definita da Fausto Berti prima e Carmen Ravanelli Guidotti in seguito. La studiosa nel suo volume sulla maiolica di Montelupo del 2019 elenca una decina di piatti sicuramente autografi. Questo esemplare, l’unico noto con un soggetto non religioso, può a nostro parere essere accostato a un gruppo di opere assegnate ad una fase più matura, in cui l’intonazione generale della tavolozza viene schiarita, conferendo maggior finezza anche al disegno. Inoltre un elemento caratterizzante, comune a tutti i piatti di questa fase “tarda”, è il retro contrassegnato dalla stessa corona petaliforme e dalle legende con qualità stilistiche ricorrenti, impronta di una mano capace di scrivere in un corsivo piuttosto sciolto.

Da ricordare infine che un piatto riferibile allo stesso pittore è stato venduto proprio da Pandolfini nell’asta del 28 ottobre 2014 (lotto 12)

Estimate    5.000 / 8.000
Price realized:  Registration
48

A DISH, MONTELUPO, LATE 16TH CENTURY

 

PIATTO, MONTELUPO, FINE SECOLO XVI

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, verde, giallo e bruno di manganese; diam. cm 34,4, diam. piede cm 15,2, alt. cm 5,5

 

Bibliografia

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche figurate di Montelupo, Firenze 2012, pp. 183-184 n. 22

 

Il grande piatto ha forma svasata e basso piede a disco, dipinto a piena superficie sul fronte, e integramente smaltato anche sul retro, decorato da tre sottili cerchi concentrici sulla zona mediana. Sul recto campeggia la figura allegorica della Fortuna, accompagnata dalla legenda, tracciata in caratteri capitali nella zona centrale del piatto: FORT[UN]A INGRATA.ALOMO.ARDITO. La figura femminile, colta di profilo e rivolta verso la sua sinistra, è dipinta a gambe divaricate con un piede poggiato sulla testa di un delfino dalla coda spiraliforme, e impugna con la mano sinistra l’asta di una vela rigonfia, la cui estremità è trattenuta nella mano destra.

L’immagine ha un chiaro valore allegorico, confermato dalla legenda, e allude volubilità del destino, con particolare riferimento a chi nella vita osa. La raffigurazione, che quasi sicuramente prende spunto da una delle numerose riproduzioni a stampa di ugual soggetto circolanti nel Cinquecento, è qui interpretata con un marcato estro creativo sia nelle caratteristiche somatiche della figura, ben marcate e quasi “popolari”, sia nell’utilizzo del colore, utile a scandire in maniera netta i vari piani della scena.

Secondo Carmen Ravanelli Guidotti “la dilatazione della figura, il segno dal contorno incisivo e taluni dettagli anatomici, consentono di accostare al fine della cronologia questa Fortuna alle grottesche dei grandi orci a destinazione apotecaria per Acqua della Villa, che Fausto Berti data al 1580-1590”, e quindi in quel passaggio tra figurato canonico e figurato tardo dei primi “Arlecchini”, che tanta fortuna avrà nella produzione successiva di Montelupo.

Estimate    5.000 / 7.000
Price realized:  Registration
49

A JUG, MONTELUPO, LATE 16TH CENTURY

 

BOCCALE O QUARTONE, MONTELUPO, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia; alt. cm 44, diam. bocca cm 16,5, diam. piede cm 18,6

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche “figurate” di Montelupo, Firenze 2012, pp. 192-194 n. 26

 

Il boccale ha corpo ovoidale, bocca trilobata e larga ansa a nastro con cordonatura di rinforzo, e poggia su un piede a disco. Il decoro, realizzato a piena policromia sulla parte frontale del vaso, mostra una scena di duello tra spadaccini ambientata in un paesaggio alberato con un tendaggio a scendere dall’alto a mo’ di sipario, circondata da una ghirlanda di foglie e frutta impreziosita sui fianchi da due putti alati e ai centri superiore ed inferiore da due teste di cherubino, il tutto chiuso verticalmente da due fasce decorate da un nastro sinuoso dipinto in blu; sul retro, sotto l’attacco del manico dipinto in blu, giallo e arancione, un motivo vegetale stilizzato realizzato con gli stessi colori.

Il grande boccale, probabilmente un unicum nel suo genere, si colloca a pieno nella tradizione del “figurato tardo” di Montelupo, una longeva e fortunata stagione in cui la produzione già sul finire del Cinquecento declina progressivamente la poetica aulica del “figurato canonico” in un nuovo linguaggio figurativo incentrato sull’osservazione della realtà - un fenomeno singolare nella cultura della maiolica italiana che incontrerà grande successo fino agli inizi del Settecento - dove a essere protagonisti non sono più personaggi storici, mitologici o allegorici, ma uomini e donne tratti dalla quotidianità e dall’immaginario collettivo popolare: contadini, meretrici, soldati, figure della Commedia dell’Arte campeggiano entro paesaggi essenziali, resi con un linguaggio compendiario e di grande freschezza  e semplicità narrativa.

Lo stile essenziale in cui è realizzata la scena del duello non impedisce all’esperto pittore di soffermarsi su dettagli di solito poco curati, quali la resa dei lineamenti del volto o la plasticità delle pose dei due spadaccini, dedicandosi anche alla resa minuziosa degli abiti, impreziositi dai dettagli delle stoffe e dalle piume dei cappelli. Anche la “cornice” della scena, realizzata tramite una ghirlanda di foglie e frutti arricchita da putti, lascia trasparire tutta la maestria del pittore che delinea i contorni dei due putti alati con rapidi tratti di manganese, utilizzando poi il colore per dare volume alle superfici.

Il boccale in oggetto rappresenta dunque una significativa aggiunta alla produzione di “figurato tardo” su forme “chiusa”, finora nota, secondo Carmen Ravanelli Guidotti, in un unico esemplare databile agli inizi del XVII secolo, pubblicato nel volume sulle maioliche “figurate” di Montelupo.

Estimate    8.000 / 12.000
Price realized:  Registration
50

A CENTERPIECE-BOWL, MONTELUPO, SECOND HALF 16TH CENTURY

 

COPPA CENTROTAVOLA, MONTELUPO, SECONDA METÀ SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia, diam. cm 23,5, diam. piede cm 11,5, alt. cm 11

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux. Parigi 1974, p. 73 n. 289;

C. Ravanelli Guidotti, La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, pp. 287-305 n. 148;

F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo, II, Montelupo 1998, p.188 e pp. 345-347 nn. 240-246

 

La coppa ha forma di crespina forgiata a stampo con baccellature a rilievo e poggia su un alto piede estroflesso. Il contenitore è riempito di frutta, ortaggi, frutta secca e alcuni baccelli di legumi applicati. Il retro presenta una decorazione a bande concentriche.

Questa tipologia, destinata ad un impiego puramente decorativo, era fino a qualche tempo fa assegnata unicamente alle botteghe faentine, ma il rinvenimento all’interno degli scarichi di Montelupo di frutti in biscotto da utilizzare nella composizione di queste fruttiere, e ancor di più la scoperta di esemplari siglati con marche tipiche delle botteghe montelupine, permettono oggi l’assegnazione di manufatti come quello qui presentato alle fornaci toscane, classificati da Fausto Berti come “Genere 49”e databili tra il 1540 e il 1580.

Coppe di questa tipologia sono presenti in diverse collezioni private e museali, tra cui una conservata presso il MIC di Faenza e proveniente dalla donazione di Angiolo Fanfani mostra tra la frutta una piccola zucca decorata a righe, che trova confronto in alcuni frutti della nostra coppa, caratterizzata però da colori più lievi.

Estimate    3.000 / 5.000
Price realized:  Registration
51

A CHARGER, TUSCAN, LATE 16TH CENTURY

 

PIATTO DA PARATA, TOSCANA, FINE SECOLO XVI

in terracotta ingobbiata e graffita a fondo ribassato, dipinta in azzurro, verde e giallo. Sul retro vecchia etichetta di collezione con numero 14759 in inchiostro scuro; diam. cm 38,8, diam. piede cm 16,4, alt. cm 7,2

 

Bibliografia di confronto

G. Cora, Storia della maiolica di Firenze e del Contado. Secoli XIV e XV, Firenze 1974, pp. 167-171, tavv. 283-285;

G. Berti, Ingobbiate e graffite di area pisana. Fine XVI - XVII secolo. Atti Convegno Internazionale della Ceramica, XXVII, 1994, pp. 355-392;

A. Moore Valeri, Ceramiche Rinascimentali di Castelfiorentino. L’ingobbiata e graffita in Toscana, Firenze 2004, pp. 45-66

 

Il grande piatto ha un cavetto profondo, poggiante su piede ad anello, larga tesa appena obliqua, orlo arrotondato. Sul verso una fitta decorazione interessa la superficie del piatto, graffita su un ingobbio e uno smalto color crema. Al centro del cavetto uno stemma nobiliare (ovale troncato da una fascia con tre lune calanti e in capo e in punta una stella) realizzato a graffito e inserito in un cerchio chiuso da un motivo a corda; intorno una fitta decorazione vegetale, mentre la tesa mostra il motivo denominato da Galeazzo Cora “a pinza di gambero”, tipica della produzione tardo medievale toscana.

La ceramica ingobbiata è infatti una tipologia che raggiunge il suo apice produttivo nella Toscana dalla metà del Cinquecento e per tutto il XVII secolo e si sviluppa in diversi centri produttivi, alcuni dei quali, come Castelfiorentino, di recente identificazione, altri, come le produzioni pisane, conosciute e indagate grazie agli studi di Graziella Berti. Anche i centri minori hanno restituito comunque una documentazione ampia e variegata, confermando il successo di questa classe ceramica, molto apprezzata all’epoca per una moda diffusa in modo capillare, con produzione di esemplari idonei a tutte le committenze, comprese quelle più lussuose. Motivo per cui risulta complicata l’assegnazione del nostro esemplare, prodotto comunque da un centro importante quale Pisa o Castelfiorentino.

 

Estimate    3.000 / 5.000
52

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA, WORKSHOP ENEA UTILI, LATE 16TH CENTURY

 

ALBARELLO, FAENZA, BOTTEGA ENEA UTILI, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia con arancio, giallo, verde, blu, bruno di manganese nella tonalità nera, marrone e bianco di stagno. Sotto il piede delineato in blu di cobalto la sigla AEV sormontato da Ω; alt. cm 29, diam. bocca cm 12,2, diam. cm 11,8

 

Bibliografia di confronto.

C. Ravanelli Guidotti, Faenza-faïence “Bianchi” di Faenza, Ferrara 1996, p. 234, pp. 238-262;

C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1998, p. 386 fig.97i (per la sigla di bottega), fig. 97g (per il decoro e la forma);

D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, A Catalogue of the British Museum’s Collection, Londra 2009, p. 160 n. 103

 

L’albarello ha bocca larga appena estroflessa, collo breve e rastremato così come il piede; il corpo ha forma leggermente troncoconica, con spalla e calice dal profilo angolato. L’ornato mostra al centro un medaglione ovale con una cornice a doppia C affrontate decorata da un bugnato ad archetti, al cui interno è raffigurato in un paesaggio montuoso San Lorenzo con in mano il vangelo e i simboli del martirio, affiancato dalle lettere capitali S e L. Il retro dell’albarello è interessato da una ricca decorazione a girali fogliate colorate in giallo e giallo-arancio, centrate da fioretti quadripetali redatti in blu a risparmio sul fondo dipinto in blu cobalto.

Questo ornato, privo di cartiglio con l’indicazione farmaceutica, è tipico del decoro “a quartieri” di produzione faentina e delle sue successive figliazioni in Sicilia verso il 1600.

Sotto il piede la sigla AEV sormontata da Ω maiuscola, firma della bottega Utili da leggere come Aenea Utili Faventinus, conferma la paternità faentina in una bottega che ha spesso siglato le sue opere. Tale ornato tra gli anni quaranta e settanta del secolo XVI fu realizzato anche in altre botteghe, impiegato a Faenza in sede apotecaria in tutte le forme possibili: brocche, bottiglie e vasi globulari, come ricorda Carmen Ravanelli Guidotti nel Tesaurus. Numerosi i confronti presenti nelle principali raccolte museali, come ad esempio una coppia di vasi apotecari del British Museum di Londra.

Estimate    1.500 / 2.500
Price realized:  Registration
53

A PAIR OF PHARMACY JARS (ALBARELLI), SICILY OR FAENZA, LATE 16TH CENTURY

 

COPPIA DI ALBARELLI, SICILIA O FAENZA, FINE DEL SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia in verde ramina, blu di cobalto, bistro e bruno; alt. cm 28,6, diam. bocca cm 11, diam. base cm 9,6

 

Bibliografia di confronto

C. Ravannelli Guidotti in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, pp. 118-119 n. 43;

G.R. Croazzo, in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, pp. 44-47 nn. 7-8

 

La coppia di albarelli ha forma cilindrica allungata e rastremata al centro, la bocca è ampia con orlo arrotondato, il collo è breve, la spalla angolata, il calice, pure angolato, scende su un basso piede cilindrico con orlo arrotondato. Sul fronte, entro una cornice baccellata di forma ovale, sono ritratte due figure di santi su fondo giallo con elementi paesaggistici: nel primo è raffigurato San Francesco che avanza reggendo la croce nella destra e il vangelo nella sinistra, nel secondo Santa Lucia, caratterizzata dai segni del martirio. Sul retro entrambi i vasi presentano un ricco decoro a trofei con pochi elementi di grandi dimensioni su fondo blu, coerenti stilisticamente.

La facies pittorica è quella tipica dei pittori faentini delle grandi botteghe dei “bianchi”, e tuttavia gli elementi dei trofei trovano ampio riscontro in albarelli simili delle botteghe siciliane, dove sappiamo essere aver operato pittori faentini. Il ductus pittorico dei trofei è piuttosto scolastico, di bottega, standardizzati e con contorni marcati, meno acquarellati, secondo un uso più siciliano che faentino, che ritroviamo nell’ambito della bottega Lazzaro, spesso la più prossima ad una cifra stilistica “faentina”. Di qui la doverosa prudenza attributiva, che nulla toglie alla grande qualità delle opere in esame.

Estimate    3.000 / 5.000
Price realized:  Registration
54

A LARGE EWER STAND, MONTELUPO, EARLY 17TH CENTURY

 

GRANDE BACILE DA ACQUERECCIA, MONTELUPO, INIZI SECOLO XVII

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, verde, giallo e bruno di manganese; diam. cm 44, alt. cm 4,5

 

Bibliografia di confronto

F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo, II, Montelupo 1998, pp. 203-204, pp. 386-387 nn. 336-337;

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche “figurate” di Montelupo, Firenze 2012, pp.100-101 figg. 14-16;

Ravanelli Guidotti C., Maioliche di Montelupo. Stemmi, ritratti e “figurati”, Firenze 2019, p. 47 figg 26a-d

 

Il grande bacile con centro umbonato ha forma baccellata nell’umbone stesso, nell’ampia fascia di stacco e nella breve tesa; il verso, interamente smaltato ma privo di decori, è apodo. Il decoro policromo interessa l’intera superficie del recto e mostra al centro un emblema non identificato, in uno scudo incorniciato da una cornice sagomata a cartouche e accompagnato da angioletti ai lati e da un serafino nella parte superiore sormontato da un cimiero con lunghe piume. Intorno all’umbone, un anello rilevato interessato da sottili decori fitomorfi in bruno su fondo giallo e verde chiaro, dal quale partono ventiquattro baccellature concave disposte a raggera, decorate da arpie alate, satiri, angeli, piccoli animali e sirene, in un tripudio di figure che si ripetono in uno stile più acquarellato nei toni dell’azzurro sulla breve tesa dipinta di blu.

Il grande bacile da acquereccia appartiene alla categoria delle opere cosiddette “da pompa”, che vede nella produzione di Montelupo alcuni importanti esempi e confronti, spesso associati all’emblema di famiglie nobiliari e all’ornato a raffaellesche. Alcuni esemplari sono stati pubblicati da Carmen Ravanelli Guidotti, associati allo stile tardo, insieme ad un orcio da farmacia di collezione privata con il decoro in monocromo blu, con il quale il confronto sembra particolarmente pertinente.

Gli esemplari finora conosciuti sono collocabili cronologicamente tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, come ad esempio i bacili conservati al Museo di New York e al Bargello di Firenze, datati rispettivamente 1617 e 1626. Un confronto decisamente pertinente ci viene infine da un bacile coerente per forma del Museo del Louvre, che presenta una decorazione a figure diverse nelle baccellature e nella tesa, tutte realizzate in colore monocromo blu di cobalto (inv. OA 11261), datato al primo quarto del XVII secolo.

Estimate    8.000 / 12.000
Price realized:  Registration
55

A LARGE DISH, MONTELUPO, FIRST HALF 17TH CENTURY

 

GRANDE PIATTO, MONTELUPO, PRIMA METÀ SECOLO XVII

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, verde, giallo e bruno di manganese; diam. cm 45, diam. piede cm 27,5, alt. cm 5,2

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche figurate di Montelupo, Firenze 2012, pp. 96-99 e pp. 185-186 n. 23

 

Il grande piatto ha forma di bacile con ampio cavetto piano e tesa orizzontale a orlo arrotondato, piede a disco largo e piano. Il piatto è dipinto a piena superficie sul fronte, e integramente smaltato anche sul retro, non decorato, con smalto povero leggermente grigio. Sul recto si legge una scena istoriata, dipinta in maniera corriva con più episodi del Vangelo suddivisi in vari piani, dalla lettura complessa. A sinistra l’episodio della “samaritana al pozzo”, con Gesù che dialoga con la donna appena visibile mentre lava alla fonte, e sullo sfondo una citta turrita e un movimentato paesaggio montano; al centro una scena di popolo con un matrimonio a sinistra e una scena di lapidazione a destra; sulla tesa in basso una complessa architettura con un tempio con porticato e alta torre, nei pressi di un lago. La restante superficie è interessata da un frutteto con alberi ricchi di pomi e alberelli spogli, sotto un cielo giallo, al tramonto, interessato dal volo di uccelli appena stilizzati. Il tutto a comporre una scena che oltre alla lettura biblica sembra proporre anche una lettura simbolica.

Le architetture e le fogge degli abiti sono di fattura nordica, forse fiamminga, per le quali si suppone una o più incisioni di riferimento. Un confronto per morfologia e cifra stilistica ci pare possa essere fatto con il grande piatto con scena conviviale del Kunstgewerbemuseum di Berlino, che Fausto Berti associa al gruppo del “pittore dei Marmi” e Carmen Ravanelli Guidotti inserisce come esempio di figurato montelupino tardo. Un altro confronto stilistico ci viene poi fornito da un’alzata, ipoteticamente ascritta a Montelupo, che Carmen Ravanelli Guidotti pubblica sempre nell’ambito della produzione tarda raffigurante l’episodio di “Sansone e i Filistei”. Lo stile di entrambe le opere di confronto è rapido, ma soprattutto il paesaggio e la foggia delle architetture e degli alberi, il modo di lumeggiare di bianco i volti e le vesti, si avvicinano molto a quelle qui raffigurate. Ulteriori elementi di confronto si trovano con un’alzata del Victoria & Albert Museum datata 1639 raffigurante tre spadaccini (inv. 6668-1860).

Estimate    8.000 / 12.000
56

A PAIR OF SPOUTED PHARMACY JARS, MONTELUPO, CIRCA 1620

 

COPPIA DI ORCIOLI, MONTELUPO, 1620 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con azzurro, blu, verde, giallo, giallo-arancio e bruno di manganese; uno siglato sotto entrambe le anse R; l’altro iscritto sul retro entro cartiglio MONTE.LVPO; alt. cm 34,5, diam. bocca cm 11,5, diam. piede cm 12,5 (ciascuno)

 

Bibliografia

F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo. Vol. III, Montelupo 1997, p. 319 nn. 207-209;

F. Berti, La farmacia storica fiorentina, i “fornimenti” in maiolica di Montelupo (secc. XV-XVIII), Firenze 2010, p. 97 figg. 80-82

 

La coppia di vasi apotecari presenta corpo ovoidale, imboccatura larga ed estroflessa, base con piede a disco; dai fianchi si dipartono due anse plastiche a forma di “drago”, dipinte in policromia, mentre sul fronte in alto si eleva il beccuccio per la fuoriuscita dei liquidi. L’intera superficie dei vasi è dipinta con un decoro a raffaellesche, ricco di figure anche di grandi dimensioni, interrotto sul fronte di entrambe i vasi da cartiglio rettangolare inserito in una cornice architettonica a fondo verde, riempito con le iscrizioni relative al prodotto farmaceutico in essi contenuto (SYR.DI.BETTONICA e SYR.D.CAPELVENERE).

Se l’appartenenza dei due vasi alla farmacia di Santa Maria Novella di Firenze è confermata dalla presenza ripetuta dello stemma domenicano, oltre che dall’effige di San Domenico entro medaglione ovale posta sotto il cartiglio in uno dei due orcioli, è grande l’importanza del contenitore destinato allo Sciroppo di Capelvenere in quanto sul retro riporta l’iscrizione MONTE.LVPO, elemento fondamentale per l’assegnazione dell’intera fornitura alle fornaci montelupine, ed in particolare a quella che segnava i propri vasi con la sigla R (oppure con la variante Ro), qui presente sotto le anse. Tale sigla di bottega ritorna in altri vasi destinati alla farmacia di Santa Maria Novella, quali l’utello dell’ospedale Serristori di Figline Valdarno e l’orciolo del Castello Sforzesco di Milano, entrambi datati 1620, data presumibilmente da estendere ai nostri due esemplari.

A proposito del decoro a raffaellesche, Fausto Berti sottolinea come il tessuto decorativo di questo fornimento in realtà presenti soltanto aspetti accessori in comune con i coevi e precedenti prodotti urbinati, in perfetta sintonia con la più genuina tradizione pittorica di Montelupo, attenta alle mode e al gusto dell’epoca, ma incline ad interpretarne i canoni con piglio proprio ed originale. “Figure più grandi – scrive al riguardo Berti – a volte quasi eccessive, sono dipinte ricorrendo allo spolvero singolo; ogni ritocco e riempimento figurativo è comunque eseguito a mano libera, giocato secondo l’assoluta, libera interpretazione di un canovaccio compositivo che si ispira agli affreschi tardomanieristi e barocchi su fondo bianco che ricoprono le pareti dei palazzi fiorentini, a cominciare da quello della Signoria. È la scuola dell’Allori e del Poccetti, più volte all’opera nello stesso complesso monumentale di Santa Maria Novella, a fornire il materiale figurativo ai nostri vasai”.

Estimate    12.000 / 18.000
Price realized:  Registration
57

A SPOUTED PHARMACY JAR, MONTELUPO, HALF 17TH CENTURY

 

ORCIOLO, MONTELUPO, METÀ SECOLO XVII

in maiolica decorata in policromia con azzurro, blu, verde, giallo, giallo-arancio e bruno di manganese; alt. cm 41, diam. bocca cm 12,4, diam. piede cm 14,5

 

Provenienza

Berlino, Vendita Collezione Murray, 6 novembre 1929, lotto 22;

Firenze, Vendita Collezione Guy G. Hannaford, 17 ottobre 1969, lotto 80

 

Bibliografia

P. Cassirer, H. Helbing, Sammlung Murray. Florenz, Berlin 1929, p. 13 n. 22, tav. XXII;

J. Chompret, Répertoire de la majolique italienne, Vol. II, Parigi 1949, p. 88 fig. 696;

F. Berti, La farmacia storica fiorentina, i “fornimenti” in maiolica di Montelupo (secc. XV-XVIII), Firenze 2010, p.124;

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche “figurate” di Montelupo, Firenze 2012, p. 41

 

Il vaso presenta corpo ovoidale, imboccatura stretta ed estroflessa, base larga con piede piano appena sporgente; dai fianchi si dipartono due anse plastiche a forma di drago, dipinte in policromia, mentre sul fronte in alto è applicato il beccuccio per la fuoriuscita dei liquidi. Il fronte è interamente decorato da un’esuberante ghirlanda di foglie con pigne e frutta, legata da nastri sui fianchi e centrata da due corolle floreali. Essa racchiude uno stemma a volute che mostra al suo interno l’emblema francescano (il braccio di San Francesco su quello di Cristo, sovrapposti alla croce posta su di un monte a sei cime), sormontato dalla testa di un cherubino. Tutta la superficie restante è dipinta con il classico motivo alla “palmetta persiana”, qui eseguita nella versione definita da Fausto Berti “estenuata”.

Noto alla critica fin dal 1929 per essere appartenuto alla Collezione Murray, questo orciolo è stato in più occasioni pubblicato, a partire dall’importante repertorio della maiolica pubblicato dalla Chompret nel 1949. Fausto Berti lo riferisce genericamente a una “farmacia francescana”, senza poter stabilire però a quale spezieria appartenesse, in quanto non sono poche le maioliche montelupine che portano sul lato a vista il noto emblema francescano, e le differenze morfologiche che spesso le distinguono portano a credere che non si trattasse di un unico fornimento.

Carmen Ravanelli Guidotti ricorda invece questo esemplare per la qualità pittorica nell’esecuzione delle mani e delle braccia nello stemma, che porta a pensare alla sensibilità di un pittore “istoriatore”, forse lo stesso che ad esempio lavora ai fornimenti della farmacia dell’Annunziata o dell’Apparizione.

Estimate    7.000 / 10.000
Price realized:  Registration
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