19th CENTURY PAINTINGS. SELECTED WORKS FROM A PRIVATE COLLECTION

9 NOVEMBER 2021

19th CENTURY PAINTINGS. SELECTED WORKS FROM A PRIVATE COLLECTION

Auction, 1079
FLORENCE
Palazzo Ramirez Montalvo
4.00 pm

Special thanks to Roberto Capitani for his decisive contribution for this catalogue and for the valuable collaboration with Pandolfini Auction House.
Viewing
MILAN
Tuesday 26 October 10am - 6pm
Wednesday 27 October 10am - 6pm
Thursday 28 October 10am - 6pm
Friday 29 October 10am - 6pm
FLORENCE

Friday       5 November   10am - 6pm
Saturday   6 November   10am - 6pm
Sunday     7 November   10am - 1pm
Monday     8 November   10am - 6pm
 
 
 
Estimate   1000 € - 20000 €

All categories

1 - 30  of 35
101

Giovanni Carnovali (detto Il Piccio)

(Montegrino Valtravaglia 1804 - Coltaro di Sissa 1874)

REBECCA E IL SERVO DI ABRAMO

olio su cartone, cm 26x20,5

firmato in basso a destra

retro: timbro della Mondial Gallery di Milano, cartiglio della collezione Alessandro Tacchi, cartiglio della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano

 

REBEKAH AND ABRAHAM'S SERVANT

oil on cardboard, 26x20.5 cm

signed lower right

on the reverse: stamp of the Mondial Gallery of Milan, label of the Collection Alessandro Tacchi, label of the Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente di Milano

 

Provenienza

Collezione Alessandro Tacchi, Bergamo

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Esposizioni

Esposizione postuma delle opere di Giovanni Carnovali detto il Piccio, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, Milano, 1909

 

Bibliografia

Esposizione postuma delle opere di Giovanni Carnovali detto il "Piccio", catalogo della mostra (Palazzo della Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, Milano, 1909), Milano 1909, n. 12

M. Piatto, in P. De Vecchi, Giovanni Carnovali detto Il Piccio, catalogo ragionato, Milano 1998, n. 369, p. 279

 

Il 17 giugno 1909 il quotidiano “La Perseveranza” pubblicò un articolo di Gaetano Previati dedicato all’esposizione di Giovanni Carnovali detto il Piccio in corso presso il Palazzo della Permanente di Milano nel quale il pittore divisionista definiva la rassegna ambrosiana “uno degli avvenimenti più notevoli nella storia della pittura moderna”. In quell’occasione, preziosa e fondamentale per il pubblico trovatosi finalmente nella condizione di visionare direttamente un ampissimo numero di opere del Piccio e di “riconoscere lo spontaneo erompere di quella personalità interiore che niuna forza di educazione, niuna pressione di ambiente impedirà come rinnovatrice della pittura del secolo XIX”, venivano esposte anche le due tavolette qui presentate. Il cartiglio sul retro di entrambe le opere, recante il timbro della storica società promotrice milanese, ci rimanda alla collezione del bergamasco Alessandro Tacchi, all’epoca cinquantasettenne consigliere comunale e commissario dell’Accademia Carrara. Bergamo, nella figura di Ciro Caversazzi, primo biografo del Piccio e dello storico dell’arte Gustavo Frizzoni, voce autorevole nella politica di acquisizione di opere d’arte seguita da musei italiani e stranieri, era una delle principali città impegnate nell’organizzazione della mostra che vide il coinvolgimento di un nutrito comitato organizzatore radicato sul territorio lombardo a garanzia del successo della prima mostra dedicata al rivoluzionario artista.

Dalle carte custodite nell’archivio della Permanente, già studiate in passato per la stesura di un saggio dedicato a quell’importante esposizione (E. Staudacher, 1909. La prima postuma del Piccio, in Piccio oltre il suo tempo, catalogo della mostra, a cura di F.L. Maspes, Milano 2015), apprendiamo che Alessandro Tacchi mise a disposizione della commissione un paesaggio, una serie di schizzi a matita riuniti in un’unica cornice e quattro studi di soggetto religioso, tra cui i due dipinti oggi qui presentati: Mosè salvato dalle acque e una scena biblica erroneamente indicata dal suo proprietario come Giacobbe e Rachele. Sul catalogo della mostra, quest’ultimo lavoro, coevo e con le stesse dimensioni del Mosè, venne registrato con il titolo Rachele e il servo d’Abramo. Si tratta invece di Rebecca e il servo d’Abramo, soggetto già affrontato in passato dal pittore, in particolare nella nota versione risalente al 1855 circa e proveniente dalla collezione Farina di Bonate Sotto, poi passata nella raccolta di Gustavo Botta.

A differenza del dipinto di taglio orizzontale e con dimensioni ben più estese, con i protagonisti schierati in primo piano sbarrando la visuale alle loro spalle, in un contesto di giochi cromatici tenui, nel nostro caso il paesaggio rigoglioso predomina la scena limitata, sulla sinistra, da alte palme e, sullo sfondo, da un edificio fortificato dai tratti severi che si perde all’orizzonte. Rebecca, fermatasi su un pianoro, è impegnata a sorreggere l’anfora piena di acqua fresca mentre Eliezer, il forestiero in cerca di una sposa degna di Isacco, figlio di Abramo, si disseta sotto lo sguardo di un gruppetto di persone ferme alle spalle della ragazza. La pennellata veloce e vibrante tipica della produzione matura di Carnovali, non permette, anche per le dimensioni ridotte del supporto, una lettura immediata dei tratti fisiognomici dei personaggi, tuttavia la posa assunta dai due gruppetti lascia intendere da una parte l’umiltà con cui Rebecca, a capo chino, aiuta e accoglie vicino a sé il servo di Abramo, dall’altra la curiosità quasi indiscreta di chi commenta la scena.

L’opera è stata finora conservata in pendant con Mosè salvato dalle acque, che concentra, nel taglio verticale, la narrazione del ritrovamento del bambino senza che lo sguardo si perda nell’ampiezza del suggestivo e caldo paesaggiopresentenella celebre versione del 1866, un quadro di dimensioni importanti (110 x 172 cm), proveniente dalla collezione di Luigi Goltara di Bergamo. La lunga elaborazione di questa grande tela ha richiesto al suo autore la realizzazione di studi compiuti con uno stile più arrotondato delle forme, distante quindi dal nostro soggetto. Esiste tuttavia un disegno, conservato ai Musei Civici di Varese, che riguarda proprio il gruppo di persone raccolte attorno alla figlia del faraone e al bambino tratto in salvo, a cui si pensa si sia ispirato l’artista per compiere il nostro quadretto.

Lo scorrere delle acque fluviali, sbarrato dalle quinte laterali, sembra trasformarsi in un placido laghetto di forma circolare sulla cui riva si avvicendano i protagonisti, impegnati a soccorrere il piccolo Mosè. Le figure, concentrate in primo piano, maggiormente in rilievo rispetto a quelle del pendant, sono dipinte con una pennellata rapida e carica di tratteggi chiari che accentuano la luminosità e il movimento in contrasto con la tranquillità rassicurante del paesaggio.

 

E.S.

Estimate    2.500 / 5.500
103

Giovanni Migliara

(Alessandria 1785 - Milano 1837)

 

CHIOSTRO CON MONACI

fixè, diam. cm 8,5

retro: cartiglio con iscritto "Migliara / [..]"

 

SCORCIO DI PIAZZETTA CON CHIESA

fixè, diam. cm 8,5

retro: cartiglio con iscritto "Migliara / [..]"

 

(2)

 

CLOISTER WITH MONKS

fixè, diam. 8.5 cm

on the reverse: label with inscribed "Migliara / [..]"

 

VIEW OF A SQUARE WITH CHURCH

fixè, diam. 8.5 cm

on the reverse: label with inscribed "Migliara / [..]"

 

(2)

 

L’adesione di Migliara al gusto francese trobadour si riflette nelle scene di sapore neomedievale, letterario e teatrale, inserite in grandiose cornici architettoniche o in interni rischiarati da suggestivi giochi di luci. Vero specialista nel creare atmosfere notturne o romanticamente evocative, egli diviene in breve il “pittore degli effetti magici della luce”: all’esposizione braidense del 1834 riscuote grande successo l’Assalto notturno alla diligenza. Un “quadretto con lume artificiale e di luna… tutto impastato di tinte fiamminghe e assai bene composto”, commissionato dal più grande estimatore torinese dell’artista, Pietro Baldassarre Ferrero (1787-1850), dalla cui collezione provengono i bei fixé presenti nella mostra Giovanni Migliara, acquerelli e preziosi fixé tenutasi nel 2013 alla Galleria Civica di Torino. Si tratta di piccoli dipinti ad olio su taffetas, incollati sul retro di un vetro leggermente convesso che sostituiva la vernice protettiva e conferiva all’opera una particolare brillantezza, la stessa che caratterizza i due esemplari che presentiamo in catalogo. Il disegno ebbe un ruolo fondamentale all’interno del metodo operativo dei fixè; l’artista si servì sistematicamente degli appunti riportati nel corso dei suoi viaggi per creare composizioni che mescolavano dati reali ed elementi di fantasia.

 

 

 

 

Estimate    2.500 / 5.500
104

Sebastiano De Albertis

(Milano 1828 - 1897)

EPISODIO DELLE CINQUE GIORNATE DI MILANO

olio su tavoletta, cm 18x12

firmato e dedicato "All'amico Correnti" in basso a destra

retro: cartiglio del Museo del Risorgimento di Milano

 

EPISODE FROM THE FIVE DAYS OF MILAN

oil on panel, 18x12 cm

signed and dedicated "All'amico Correnti" lower right

on the reverse: label of the Museo del Risorgimento of Milan

 

Nel corso del secondo Ottocento, diversi artisti italiani abbracciarono le armi e partirono per combattere durante i moti risorgimentali e le campagne garibaldine. Seguendo il suggerimento che a fine Settecento lo storico dell’arte Francesco Milizia aveva caldeggiato, esortando i pittori di guerra ad andare sul campo di battaglia e a immergersi nella realtà di quelle scene, essi fecero di più arruolandosi per liberare i territori italiani dagli usurpatori stranieri, contribuendo fattivamente alla nascita del Regno d’Italia.

Assieme a Gerolamo Induno e a Eleuterio Pagliano, Sebastiano De Albertis è considerato uno dei principali artefici, tra gli artisti lombardi, di soggetti militari trattati con originalità e spigliatezza. Discepolo di Domenico Induno e di Roberto Focosi, nel 1848, a soli vent’anni interruppe gli studi all’Accademia di Brera, alle cui mostre aveva già iniziato a distinguersi con soggetti storici, per partecipare alla strenua difesa delle barricate innalzate dai cittadini durante le celebri Cinque Giornate di marzo in una Milano insorta con tale convinzione e tenacia contro la dominazione austriaca da riuscire a far allontanare le truppe del maresciallo Radetzky. L’euforia data dal risultato raggiunto lo spinse a sposarsi, prima di arruolarsi, pochi giorni più tardi, per combattere in Veneto. Anche negli anni seguenti i suoi studi vennero sospesi per poter seguire le truppe garibaldine, vivendo in prima persona esperienze cariche di emozioni e ricordi poi trasferiti su tele e piccole tavole che diverranno tema predominante della sua fiorente attività.

Il suo primo soggetto militare proposto al pubblico risale al 1855, anno in cui alla mostra di Brera espose una tela dal titolo Ricognizione degli avamposti di cavalleria piemontese. Trentasei anni dopo, alla prima Triennale di Brera, nota come l’esposizione dell’innovazione pittorica e del debutto del Divisionismo, De Albertis otteneva ancora un successo pressoché unanime da parte della critica con il dipinto Bezzecca (già collezione Paolo Ingegnoli), di cui il Museo del Risorgimento di Milano conserva, assieme ad altre opere dell’artista, la versione compiuta nel 1892. Questa realtà museale cittadina, con sede a Palazzo Moriggia, nacque nel 1884 per volontà del sindaco Gaetano Negri che istituì una commissione incaricata di raccogliere testimonianze dell’epopea risorgimentale donate dai cittadini da presentare al primo padiglione dedicato al Risorgimento italiano nell’ambito dell’Esposizione Nazionale di Torino tenutasi in quell’anno. Tra i membri della commissione c’erano De Albertis e l’amico Cesare Correnti (1815-1888), patriota e senatore del Regno, anch’egli attore attivo durante le Cinque Giornate di Milano.

A ricordo di quei momenti concitati ed esaltanti, De Albertis donò a Correnti la tavoletta oggi presentata, con tanto di dedica, raffigurante il trionfo degli insorti civili sui soldati austriaci attoniti. La scena si volge in uno scorcio cittadino, dominato dal fumo acre con lingue di fuoco vivo alle spalle dei combattenti e da una bandiera tricolore che sventola sulle teste dei rivoltosi esultanti. Sullo sfondo si innalza una struttura architettonica che ricorda le guglie del Duomo. La strada mostra il disordine lasciato dalla battaglia appena conclusa, a terra pezzi di legno, ruote di un carro distrutto e, quasi nascosto tra le macerie, il corpo di un uomo. Tutto è accennato con tocchi di colori veloci e vibranti di luce stesi con notevole abilità tanto da permettere di leggervi tanti dettagli, dalle divise dei soldati, ai cappelli degli insorti, ai fucili che vengono tolti di mano ai combattenti.

Il quadro reca sul retro un’etichetta del Museo del Risorgimento che fa presupporre la sua partecipazione a un evento espositivo tenutosi in quella sede.

 

E.S.

Estimate    5.000 / 10.000
105

Odoardo Borrani

(Pisa 1832 - Firenze 1905)

STRADA FIORENTINA FUORI LE PORTE ANTICHE

olio su tavoletta, cm 9,5x15,5

firmato in basso a destra

retro: firmato, iscritto "Sperati G.", timbro della Mondial Gallery di Milano

 

FLORENTINE STREET OUTSIDE THE OLD CITY GATES

oil on panel, 9.5x15.5 cm

signed lower right

on the reverse: signed, inscribed "Sperati G.", stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

L’opera è accompagnata da expertise di Piero Dini datata 20 maggio 1986

 

Nato a Pisa ma formatosi a Firenze all’Accademia di Belle Arti di Firenze, Odoardo Borrani fu tra i membri principali della corrente artistica dei Macchiaioli, sviluppatasi alla metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento nel capoluogo toscano. Con Telemaco Signorini, Vincenzo Cabianca e Raffaello Sernesi, a cui era legato da un forte rapporto d’amicizia, condivise, oltre alla frequentazione del Caffè Michelangelo di via Larga, punto d’incontro degli artisti macchiaioli, le ricerche pittoriche all’aria aperta. Borrani ritrae le campagne ma anche la città da mille angoli diversi, documentandone la parte antica, i palazzi storici e le nuove e più recenti aggiunte, come testimonia la preziosa tavoletta che presentiamo in questo catalogo.

L’artista fissa in questo piccolo capolavoro lo scorcio di un’elegante e solatia strada fiancheggiata da villini, costruiti nel XIX secolo nell’ambito del nuovo assetto urbanistico di Firenze operato dall’architetto Giuseppe Poggi a partire dal 1864. La grande impresa non solo vide il cosiddetto risanamento del centro storico, ma anche l’abbattimento delle antiche mura trecentesche per fare spazio alla costruzione di viali di circonvallazione sul modello dei boulevard parigini. Attorno a questi nacquero nuovi quartieri residenziali semicentrali che dovevano celebrare Firenze nel suo ruolo di capitale d’Italia (1865-1871) e che divennero le residenze della borghesia legata all'apparato statale e alla corte reale da poco trasferitasi in città; varie erano le tipologie abitative, dai villini a schiera di modeste dimensioni ai grandi blocchi di appartamenti da affittare, tutti improntati all'imitazione, seppure in scala ridotta, delle importanti residenze alto-borghesi.

Per quanto riguarda la strada del nostro dipinto, sembra identificabile con via Lorenzo il Magnifico, vista arrivando da piazza Cavour, l’attuale piazza della Libertà. Il verde visibile in fondo alla strada sembrano essere gli alberi attorno alla Fortezza da Basso. Da una foto d’epoca che ritrae la strada ancora in costruzione possiamo riconoscere sia la palazzina rientrante rispetto alla strada e col prospetto coronato da sculture sia il villino al centro della composizione. Mentre quest’ultimo è stato successivamente demolito per fare spazio a un palazzo moderno, la palazzina, seppure ormai priva di sculture, è ancora oggi esistente ed è sede di una struttura ricettiva.

La datazione della costruzione dei palazzi di via Lorenzo il Magnifico si attesta tra il 1870 e il 1890; l’esecuzione del dipinto potrebbe collocarsi alla fine degli anni ’80 del secolo.

 

 

Estimate    5.000 / 10.000
106

Raffaello Sorbi

(Firenze 1844 - 1931)

L'ACQUAIOLA

olio su tavoletta, cm 16,5x13

firmato in basso

retro: timbro della Raccolta Ing. Gino Masè di Milano

 

THE WATER CARRIER

oil on panel, 16.5x13 cm

signed at the bottom

on the reverse: stamp of the Raccolta Ing. Gino Masè of Milan

 

L'opera è accompagnata da autentica su fotografia di Enrico Piceni.

 

Provenienza

Raccolta Ing. Gino Masè, Milano

Collezione privata

 

Raffaello Sorbi è uno dei più apprezzati artisti accademici fiorentini dell’Ottocento. Formatosi alla scuola di Antonio Ciseri all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nelle prime opere d’impostazione storico-romantica risente dell’influenza del maestro. La fine accuratezza del disegno e le sapienti scansioni luminose sembrano attualizzare gli eventi storici passati, e una grande capacità tecnica gli permette di affrontare le più varie tematiche, dai soggetti antichi a quelli medievali e settecenteschi. La sua fama per questo tipo di produzione cresce così tanto che nel 1863 il re Vittorio Emanuele II gli commissiona un dipinto raffigurante Piccarda Donati fatta rapire dal convento di santa Chiara dal fratello Corso, conservato a Palazzo Pitti a Firenze. Contemporaneamente alla produzione aulica ed ufficiale, Sorbi entra in contatto con l’ambiente innovatore del Caffè Michelangiolo, ove si reca saltuariamente, sin dai primissimi anni Sessanta, sia partecipando alle nuove ricerche nell’esecuzione dei bozzetti storici, sia affrontando le nuove tematiche del vero, figure in interni e piccole impressioni di paesaggio, ove si coglie una particolare finezza di occhio e di esecuzione come la piccola tavoletta che presentiamo in questa vendita.

Tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta l’artista si dedica quasi esclusivamente ai soggetti classici, eseguendo splendide opere ove gli stimoli delle nuove ricerche si fondono magistralmente con una personale acutezza di descrizione e finezza esecutiva. L’interesse per il soggetto storico costituisce una costante nella vasta produzione del pittore, che spazia dalle rivisitazioni classicheggianti alle ambientazioni trecentesche, rinascimentali e settecentesche e modifica l’originaria impostazione romantica per più calibrate e fredde composizioni dove la luce diviene la dominante stilistica.

 

Estimate    1.500 / 3.000
107

Sebastiano De Albertis

(Milano 1828 - 1897)

BATTAGLIA DI PASTRENGO

olio su tavola, cm 12,5x35

firmato e datato “1887” in basso a destra

retro: iscritto “Proprietà Duchessa (...) Litta Visconti Arese / Varese”, iscritto “3 £ 500”

 

BATTLE OF PASTRENGO

oil on panel, 12.5x35 cm

signed and dated “1887” lower right

on the reverse: inscribed “Proprietà Duchessa (...) Litta Visconti Arese / Varese”, inscribed “3 £ 500”

 

Provenienza

Duchessa Litta Visconti Arese, Varese

Collezione privata

 

Quando Sebastiano De Albertis decise di abbandonare l’Accademia di Belle Arti di Brera per imbracciare le armi aveva appena vent’anni. L’esordio fu nelle barricate durante le Cinque Giornate di Milano, di cui impresse il vivace ricordo in una tavoletta presentata in questa vendita (lotto 3). L’attività svolta in prima linea sul campo di battaglia gli valse la consacrazione a “pittore battaglista”.

Il nostro catalogo accoglie anche un altro dei tanti studi dell’artista, dedicato alla Battaglia di Patrengo del 30 aprile 1848, episodio della Prima Guerra d’Indipendenza che, investito di una sorta di sacralità, ebbe fin da subito una grande divulgazione in opere di pittura e di incisione. De Albertis si dedicò con grande passione a questo soggetto, di cui una versione di grandi dimensioni del 1880 si conserva nel Museo Storico dell’Arme dei Carabinieri di Roma.

Nel 1848 tutta Europa era mossa da fremiti rivoluzionari dei popoli divenuti ormai insofferenti ai superati assetti politico-istituzionali imposti dalla Restaurazione. Nel Lombardo-Veneto scoppiarono sollevazioni popolari contro il soffocante Impero asburgico e Carlo Alberto, re di Sardegna, adottando il Tricolore, accorse in soccorso dei milanesi in rivolta dichiarando guerra all’Austria. Alla fine di aprile i piemontesi avevano aggirato la fortezza asburgica di Peschiera e si dirigevano verso l’Adige, dove però il feldmaresciallo austriaco Radetzky aveva occupato i paesi di Pastrengo e Bussolengo, sulla riva destra dell’Adige, ben deciso a sbarrare la strada ai savoiardi. L’impeto di questa massa di uomini, cavalli e lame sbaragliò i nemici. Anche Carlo Alberto vi si era accodato, con il suo seguito, e questo contribuì a trascinare l’intero esercito piemontese tanto che i reparti asburgici dovettero ritirarsi rapidamente verso Bussolengo. Per quell’azione, la Bandiera dell’Arma ricevette la prima Medaglia d’Argento al Valor Militare.

 

Estimate    2.500 / 5.500
108

Silvestro Lega

(Modigliana 1826 - Firenze 1895)

PAESAGGIO DEL GABBRO

olio su tavola, cm 35x26,5

firmato in basso a sinistra

retro: cartiglio della Galleria d'Arte Internazionale di Milano

 

LANDSCAPE OF THE GABBRO

oil on panel, 35x26.5 cm

signed lower left

on the reverse: label of the Galleria d'Arte Internazionale of Milan

 

Provenienza

Galleria d'Arte Internazionale, Milano

Collezione privata

 

Un’etichetta posta sul retro parquettato della tavola, appartenente alla Galleria d’Arte Internazionale di Milano, indica nel Gabbro, il luogo in cui è ambientata la scena raffigurata dal pittore macchiaiolo. Durante la cosiddetta stagione del Gabbro, cominciata nel 1886 grazie all’ospitalità di Adolfo Tommasi e dei cugini, giovani artisti toscani proprietari di una villa a Crespina, sui monti livornesi, Lega trova un rifugio sicuro nella villa di Poggio Piano dove soggiorna per lunghi periodi dipingendo numerose figure di donne, persone a volte ruvide e schive, grandi lavoratrici, con lunghi gonnelloni scuri e un fazzoletto rosso sul capo. Come ricorda Diego Martelli in un articolo apparso su “Il Corriere Italiano” il 26-27 novembre 1895, “le gabbrigiane sono una razza di donne fiere che esercitano il procacciatico tra il vicino piano di Cecina e la piazza di Livorno, portando in capo delle ceste enormi di mercanzia. Arse dal sole, disseccate dalla fatica, ardite per l’abitudine dell’ambiente nel quale si trovano, di bagarini e villani, esse hanno un sans-gene che molto collimava con i gusti e il carattere del nostro pittore”.

In effetti, Lega, che usciva da un periodo molto doloroso segnato da lutti familiari e affettivi, mostra una passione per queste figure e coglie abilmente il carattere locale dei soggetti scelti in una mescolanza equilibrata con il paesaggio.

Nel corso della sua intensa attività pittorica, Lega mostra sempre più attenzione e sensibilità verso la variabile atmosferica che caratterizza l’assetto compositivo delle sue opere. Ne abbiamo un esempio anche in questa tavola, dipinta en plein air, dove la luce naturale che illumina la facciata dell’edificio chiaro in cima alla salita ai cui piedi si estende l’orto, filtra con meno convinzione tra la vegetazione dove si trova la contadina, ritratta in piedi, vicino ai grandi vasi di terracotta. La sensazione che abbiamo della giovane, i cui tratti somatici rimangono illeggibili, è di una persona pensierosa, seria, ma solida, tenace.

Nel nostro quadro, i tocchi rossi intensi dell’abbigliamento che ravvivano il tono verde cupo delle piante ricorda la vivacità scaturita dalla pennellata di quello stesso colore con cui Lega realizza la gonna de La padrona del podere, tavola del 1887 custodita alla Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Pitti a Firenze. Il copricapo rosso rimanda invece al suggestivo ritratto, sempre su tavola, di una Gabbrigiana, come indicato sul retro del supporto, realizzato nel 1888 e proveniente dalla raccolta Taragoni di Genova. Il volto della nostra contadina, tratteggiato con una pennellata sintetica, lo immaginiamo come quello della Gabbrigiana che ben incarna l’ideale femminile della bellezza del Gabbro: fierezza nell’aspetto, sicurezza nei gesti e intensità nello sguardo.

 

E.S.

Estimate    15.000 / 25.000
110

Luigi Rossi

(Cassarate 1853 - Biolda 1923)

FANCIULLA SOGNANTE

acquerello su carta, cm 7x11,5

firmato in basso a destra

retro: cartiglio della Galleria Dedalo di Milano

 

DREAMY GIRL

watercolour on paper, 7x11.5 cm

signed lower right

on the reverse: label of the Galleria Dedalo of Milan

 

Provenienza

Galleria Dedalo, Milano

Collezione privata

 

Svizzero di nascita e lombardo di formazione (il padre lo iscrisse all’Accademia di Belle Arti di Brera), Luigi Rossi nella sua carriera ebbe un’intensa attività espositiva nelle mostre annuali delle principali società promotrici di belle arti italiane. Ebbe molta fortuna come illustratore a Parigi, città dove soggiornò in più occasioni. Stretti furono sempre i suoi legami con la cultura lombarda, nel quale era immerso per formazione e per contatti con artisti a lui contemporanei; mentre non apprezzò mai il divisionismo, si avvicinò al verismo e al simbolismo, con risultati personalissimi. La propensione a un certo eclettismo nel recepire stimoli diversi si combinò in lui a una costante indipendenza e libertà nell’utilizzo delle differenti sollecitazioni, e a una delicata riproposizione di temi che lo accompagnarono tutta la vita.

Il tratto delicato e fermo con cui l’artista svizzero delinea il volto di questa giovine ragazza dell’espressione languidamente sognante rimanda a opere databili all’inizio del secondo decennio del Novecento. Potrebbe forse trattarsi di uno degli studi eseguiti per l’opera All’ombra (1910-1911 circa), che ritrae una giovane contadina che dorme distesa su un prato fiorito; il dipinto è conosciuto solo da un fotografia d’epoca.

 

Estimate    1.000 / 2.000
112

Lorenzo Delleani

(Pollone 1840 - Torino 1908)

CAPITOMBOLO

olio su tavoletta, cm 24,3x27

datato “8.10.85” in basso a destra 

retro: timbro “Opera di Lorenzo Delleani / per autenticazione” firmato da Bistolfi e controfirmato "G.A. Levis", iscritto “1674”, iscritto “26”, timbro della Galleria Carini a firma Siro Carini, timbro della Mondial Gallery di Milano

 

THE TUMBLE

oil on panel, 24.3x27 cm

dated “8.10.85” lower right 

on the reverse: stamp “Opera di Lorenzo Delleani / per autenticazione” signed by Bistolfi and countersigned "G.A. Levis", inscribed “1674”, inscribed “26”, stamp of the "Galleria Carini" signed by Siro Carini, stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Collezione privata, Milano, 1960

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Esposizioni

Pitture oropee di Lorenzo Delleani, Oropa, luglio-agosto 1949

Mostra Vendita di Dipinti dell'800, Galleria Carini, Milano, inaugurata il 4 ottobre 1959

 

Bibliografia

Le opere esposte, catalogo della mostra (Oropa, luglio-agosto 1949), Oropa 1949, sala III n. 24, col titolo Mamma con bambini

Mostra Vendita di Dipinti dell'800, catalogo della mostra (Galleria Carini, Milano, inaugurata il 4 ottobre 1959), Milano 1959, n. 26

G. Nicodemi, I grandi pittori dell’Ottocento italiano, vol. I, Milano 1961, tav. LXVIII, col titolo Giochi nel prato

A. Dragone, Delleani. La vita e l'opera, vol. II, Torino 1973, p. 151 n. 526

 

L'opera è accompagnata da autentica di Angelo Dragone rilasciata il 30 ottobre 1985.

 

Pittore versatile, sensibile alle più delicate vibrazioni, Lorenzo Delleani si esprime in una grande varietà di modi. Dopo essersi allontanato dagli insegnamenti accademici e aver abbandonato il tema storico, nel cui contesto emergeva già un senso di verità e di luce che preannunciavano il singolare paesista che sarebbe diventato, egli ha iniziato a immergersi pienamente nella poesia del paesaggio realizzando centinaia di tele e tavolette, datate con il giorno preciso di esecuzione. Un escamotage che ci permette di ripercorre assieme a lui il cammino intrapreso tra monti, valli, città dove il pittore passa il suo tempo, posa il suo occhio e ci comunica i suoi mutevoli stati d'animo.

La natura è il principale soggetto di ispirazione e le sue opere sono capitoli di un racconto nei quali si manifesta il suo lirismo di pittore. Delleani guarda ogni dettaglio con stupore e meraviglia: la freschezza di un prato, un filare di alberi, le nuvole che si muovono nel cielo montano e questo amore per la natura, puro, che è il fascino profondo per la sua arte serena, viene ravvivato da animali e uomini intenti nella loro vita contadina. Arte serena che traspare anche nei due quadretti ispirati al gioco, alla fratellanza, alla condivisione infantile, alla semplicità genuina del divertimento di un girotondo e dello stupore davanti all’imprevisto di un capitombolo che frena lo slancio di una corsa collettiva, libera, sui prati verdi, all’aria aperta e sana.

Nelle due tavolette Girotondo e Capitombolo ambientate sullo stesso dolce declivio che divide il campo pittorico in due netti spazi tra terra e cielo, l’artista dipinge con una sapida pennellata quattro figure in una sinfonia di gradazioni verdi che lasciano immaginare il profumo di una natura viva e ricca nonostante il periodo autunnale. Poche settimane prima, sempre su quei pendii, l’artista aveva raffigurato Le allieve, giovani pittrici addobbate con parasole e cappellini alla moda, definito dalla critica uno dei quadri più interessanti di quell’anno. Ritornato in quel luogo, il pittore si libera della compostezza delle pose e della ricercatezza degli abiti per dare spazio alle giocose scorribande della vita popolare all’aperto.

Le autentiche delle due opere, rilasciate entrambe da Angelo Dragone il 30 Ottobre 1985, rendono note alcune informazioni in più. Sappiamo così che di Capitombolo esiste una copia realizzata da un allievo di Delleani, con analoghe misure e con data anticipata al 26.6.82, già in collezione biellese; riguardo Girotondo lo studioso evidenza l’erronea identificazione, da lui stesso indicata nella catalogazione generale dell’opera di Delleani, con Gingin Canarin, altro piccolo piacevole soggetto analogo realizzato nello stesso giorno. In realtà, come si evince facilmente dalla data ben leggibile posta sul dipinto, Gingin Canarin, dal titolo tratto da una filastrocca in piemontese, risale all’autunno di due anni prima, quindi poco dopo il rientro in Italia dal viaggio olandese compiuto con l’amico poeta Giovanni Camerana, esperienza rivelatrice di nuove percezioni degli effetti atmosferici in luoghi solitari.

 

E.S.

Estimate    4.000 / 8.000
113

Lorenzo Delleani

(Pollone 1840 - Torino 1908)

GIOCHI DI BIMBI o GIROTONDO

olio su tavoletta, cm 25x37

datato “7.10.85” in basso a destra

retro: timbro “Opera di Lorenzo Delleani / per autenticazione” firmato da Bistolfi, iscritto “1675”, iscritto “XXVIII” e firma “G.A. Levis”

 

CHILDREN’S GAMES or RING A RING-O'ROSES

oil on panel, 25x37 cm

dated “7.10.85” lower right

on the reverse: stamp “Opera di Lorenzo Delleani / per autenticazione” signed by Bistolfi, inscribed ”1675”, inscribed “XXVIII” and signature “G.A. Levis”

 

Provenienza

Collezione Recrosio, Torino, 1959

Collezione privata, Milano

Collezione privata

 

Esposizioni

Esp. retrospettiva delle opere di Lorenzo Delleani organizzata dalla direzione del Palazzo delle Aste di Milano, per l’incremento artistico, Milano, 20-26 novembre 1915

Pitture oropee di Lorenzo Delleani, Oropa, luglio-agosto 1949

Mostra Vendita di Dipinti dell'800, Galleria Carini, Milano, inaugurata il 4 ottobre 1959

 

Bibliografia

Esposizione retrospettiva delle opere del pittore Lorenzo Delleani organizzata dalla direzione del Palazzo delle Aste di Milano, per l’incremento artistico, catalogo della mostra (Milano, 20-26 novembre 1915), Milano 1915, n. 153, tav. VII, col titolo Gingin Canarin

Le opere esposte, catalogo della mostra (Oropa, luglio-agosto 1949), Oropa 1949, sala III n. 26, col titolo Si inizia il girotondo

Mostra Vendita di Dipinti dell'800, catalogo della mostra (Galleria Carini, Milano, inaugurata il 4 ottobre 1959), Milano 1959, n. 27

A. Dragone, Delleani. La vita e l'opera, vol. II, Torino 1973, p. 150 n. 525

 

L'opera è accompagnata da autentica di Angelo Dragone rilasciata il 30 ottobre 1985.

 

 

 

Estimate    4.000 / 8.000
115

Lorenzo Delleani

(Pollone 1840 - Torino 1908)

BAITE IN MONTAGNA

olio su tavola, cm 32x45

datato "30.9.1904" in basso a destra

retro: timbri "Opera di Lorenzo Delleani" firmati da Bistolfi, timbro della Mondial Gallery di Milano, timbro dello Schedario Dragone, reca iscrizione "Baite in montagna / n. 1792 op. Dragone", datato "30 Settembre 1904"

 

MOUNTAIN LODGES

oil on panel, 32x45 cm

dated "30.9.1904" lower right

on the reverse: stamps "Opera di Lorenzo Delleani" signed by Bistolfi, stamp of the Mondial Gallery of Milan, stamp of the Schedario Dragone, inscription "Baite in montagna / n. 1792 op. Dragone", dated "30 Settembre 1904"

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Bibliografia

A. Dragone, Delleani. La vita e l'opera, vol. II, Torino 1973, p. 252 n. 1792

 

L'opera è corredata di expertise (n. schedario 1792) di Angelo Dragone datata 30 ottobre 1985.

 

Accanto alle rappresentazioni della sua terra natale, nelle estati dei primi anni del ‘900 Delleani esegue numerosi dipinti su tavoletta, frutto anche delle incursioni estive nei dintorni e in Valle d’Aosta, dove l’artista si spingeva in località anche remote, sempre accompagnato dalla sua cassetta portastudi e i suoi pennelli.

In questi dipinti, soprattutto in quelli datati 1903 e 1904 come la tavoletta raffigurante Baite in montagna, che presentiamo in asta, si rintracciano i più tipici soggetti dellaniani. Colpisce la capacità dell’artista di organizzare spazialmente le immagini all’aperto colte dalla visione dal basso e il fronte della montagna che trascolora nel luminoso riflesso del cielo.

 

 

 

 

 

Estimate    3.000 / 6.000
116

Pietro Fragiacomo

(Trieste 1856 - Venezia 1922)

BARCHE A CHIOGGIA

olio su tela, cm 26x45,5

firmato in basso a destra

retro del telaio: timbri della Mondial Gallery di Milano, cartiglio della XIVa Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia del 1924, lettere "L.C." sul telaio

 

BOATS IN CHIOGGIA

oil on canvas, 26x45.5 cm

signed lower right

on the reverse of the stretcher: stamps of the Mondial Gallery of Milan, label of the XIVa Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia of 1924, letters "L.C." on the stretcher

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Esposizioni

XIVa Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, 1924

 

Bibliografia

XIVa Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, 4' ed., Venezia 1924, p. 107 n. 13

 

Nel 1924, due anni dopo la scomparsa di Pietro Fragiacomo, la Biennale di Venezia lo omaggiava con una mostra personale, un’intera sala allestita con numerosi lavori e la presentazione in catalogo del noto critico d’arte Ugo Ojetti, membro della Commissione ordinatrice assieme ai pittori Vincenzo De Stefani e Ettore Tito. L’amicizia con Tito, più giovane di qualche anno e artista presto affermato, aveva spinto Fragiacomo ad allontanarsi dalla scuola di paesaggio dell’Accademia di Belle Arti e ad iniziare a dedicarsi allo studio dal vero prediligendo il sestiere veneziano di Castello, vicino all’arsenale. Divenne così uno dei principali paesisti italiani.

La sua partecipazione alle edizioni delle Biennali fu puntuale e costante, era comprensibile quindi che gli organizzatori volessero omaggiarne l’attività pittorica nella sua completezza. Tra le opere del primo periodo presentate al pubblico c’era anche Barche a Chioggia, risalente al 1887 datato in catalogo al 1888. Questa piccola tela, coeva a L’ora della polenta (Genova, Galleria d’Arte Moderna), quadro acquistato dal collezionista Luigi Frugone in quella circostanza espositiva, raffigura un gruppo di barche raggruppate in modo ravvicinato lungo la sponda del canale con un gioco di incastri di vele e alberi che occupano quasi tutto il supporto pittorico rispecchiandosi nelle acque chete lagunari. A differenza del soggetto scelto da Frugone, che già dal titolo riconduce a un’azione umana – alcune donne che cucinano su una barca ancorata in laguna -, nel nostro caso le figure sono delle macchiette appena accennate che ben si confondono tra le imbarcazioni. Così è anche per le strutture architettoniche sullo sfondo, poco leggibili a prima vista in questa composizione quasi astratta di linee e colori ben resa con una pennellata nervosa e dinamica dai tratti veloci.

In Barche a Chioggia si ritrova il concetto di paesaggio caratteristico di Fragiacomo - persona buona e semplice, una vita schiva e legata alla famiglia, artista attratto dalla ricerca sincera del vero -, illustrato in catalogo da Ojetti: “Il buon paesista è un uomo modesto e silenzioso che stima l’uomo, come le piante, le bestie, le acque, le pietre, simile alle cose, cosa minima e passeggiera egli stesso, avvolto con le pietre e le piante al medesimo sole”. (U. Ojetti, Mostra individuale di Pietro Fragiacomo (1856 – 1922), in XIV Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia, catalogo della mostra, 1924, p. 106).

 

E.S.

Estimate    6.000 / 12.000
117

Guglielmo Ciardi

(Venezia 1842 - 1917)

CHIOGGIA

olio su cartone, cm 31x43,5

firmato e datato in basso a destra

retro: timbro della Mondial Gallery di Milano

 

CHIOGGIA

oil on cardboard, 31x43.5 cm

signed and dated lower right

on the reverse: stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Bibliografia

Catalogo Bolaffi della Pittura Italiana dell'Ottocento. 9, a cura di G.L. Marini, Torino 1980, p. 54

N. Stringa, Guglielmo Ciardi, catalogo generale dei dipinti, Crocetta del Montello 2007, n. 268

 

Una vela di colore arancio si staglia davanti a un gruppo di case a due piani come se fosse una grande bandiera. Davanti alle facciate dagli intonaci di tonalità tenui, discrete come la loro architettura, diversi alberi di barche a vela raggiungono un’altezza che sembra superare i tetti. Sullo sfondo svetta la parte finale di una torre campanaria, la cui forma particolare ricorda il campanile di Sant’Andrea a Chioggia, mentre sulla destra si intravede un breve scorcio di campagna.

L’opera, dal titolo Chioggia, rientra nel filone tematico principale della produzione pittorica di Guglielmo Ciardi, caratterizzata da una ricerca sistematica delle varianti cromatiche e luministiche della laguna di Venezia. Massimo paesaggista veneto del secondo Ottocento, l’artista ha saputo creare e diffondere l’immagine di una nuova Venezia, lontana dal vedutismo settecentesco di Canaletto e Guardi e dal romanticismo di stampo hayeziano, caratterizzato dalla raffigurazione di episodi storici. Nel suo repertorio, Ciardi vanta numerose suggestive vedute lagunari che si contraddistinguono per quel senso di quiete e di silenzio suscitato dall’osservazione della natura. In quest’opera, la figura umana non esiste. La scena è dominata dalla luce chiara e tersa di cui sono carichi i nuvoloni bianchi che si susseguono in un cielo azzurro. La tavolozza di Ciardi si era schiarita a seguito del viaggio nel sud Italia, compiuto nel 1868, al termine del percorso di studi alla scuola di paesaggio di Domenico Bresolin presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.

L’anno che sembra leggersi sul dipinto di Chioggia di fianco alla firma parrebbe essere 1873, tuttavia, se a quell’epoca la sua produzione mostra già diversi esempi di opere cariche di luce, lo stile rimanda a una datazione più tarda, risalente all’attività più matura dell’artista, caratterizzata da una pennellata franta e vaporosa. Nella catalogazione generale dei dipinti di Ciardi, l’autore Nico Stringa pubblica il nostro quadro riportando la datazione al 1907, sicuramente più pertinente.

 

E.S.

Estimate    8.000 / 16.000
118

Giuseppe De Nittis

(Barletta 1846 - Saint-Germain-en-Laye 1884)

PLACE DE LA MADELEINE, 1877 circa

acquerello su cartoncino, cm 24,5x35

firmato e dedicato "à Louise Abbema" in basso a destra

 

PLACE DE LA MADELEINE, circa 1877

watercolour on card, 24.5x35 cm

signed and dedicated "à Louise Abbema" lower right

 

Provenienza

Collezione Sommaruga, Parigi

P.L. Cambiaghi, Milano

Collezione privata, Milano

 

Esposizioni

Milano 1965, n. 18

 

Bibliografia

E. Piceni, De Nittis, Milano 1934, tav. LXXII

E. Piceni, De Nittis, Milano 1955, p. 176

M. Pittaluga, E, Piceni, De Nittis, Milano 1963, n. 423

P. Dini, G.L. Marini, De Nittis. La vita, i documenti, le opere dipinte, Torino 1990, n. 688

 

L'opera è archiviata dalla Fondazione De Nittis, Barletta.

 

Louise Abbema (1853-1927) pittrice francese, affermatasi come ritrattista di signore altolocate parigine, è la destinataria di questo acquerello ambientato in Place de la Madeleine. Giuseppe De Nittis parla affabilmente di lei e della sua compagna, la celebre attrice teatrale Sarah Bernhardt (1844-1923), in una lettera alla moglie Léontine, inviata da Londra sul finire del 1879, riguardo una vendita di opere d’arte organizzata dalle signore della Comédie Française (Dini, Marini, 1990, vol. I, p. 281). Di Sarah, l’artista di Barletta, da tempo trasferitosi a Parigi, aveva eseguito un ritratto a Londra, pubblicato da Enrico Piceni nella monografia del 1934, all’epoca custodito a Milano, nella raccolta di Giacomo Jucker, dove troverà collocazione per lungo tempo il capolavoro Che freddo!, opera del 1874 riconosciuta dalla critica come la tela che segnò l’affermazione mondana di De Nittis, caratterizzata da eleganti figure femminili presenti anche nel nostro acquerello. In effetti De Nittis aveva una predilezione per il soggetto femminile, la sua grazia, la sua eleganza e il primo piano di Place de la Madeleine, nel centro, è occupato da una signora. Vestita di nero, dalle sembianze solo accennate, di cui tuttavia si coglie il movimento corporeo, la donna sta camminando per la strada in una grigia giornata autunnale. Sullo sfondo si nota un brulicare di persone e carrozze, accennate sempre con veloci pennellate scure, davanti a botteghe che sbarrano la vista dell’edificio signorile che fa capolino dalle sottostanti chiome arboree. Alle spalle della signora si trova il viale alberato, con panchine e lampioni che sembrano susseguirsi a ritmo cadenzato, e davanti a lei svettano le imponenti colonne del tempio neoclassico che domina la piazza parigina. Quel dettaglio architettonico, collocato in un punto sopraelevato rispetto al piano stradale, è sufficiente per identificare con chiarezza il luogo in cui è ambientata la scena.

In quello stesso luogo è ambientato un altro acquerello coevo al nostro, passato in asta da Christie’s a Londra nel 2012 e raffigurante, in un contrasto maggiore di toni tra il cielo azzurro, la pietra chiara dell’edificio religioso, le foglie verdi degli alberi sullo sfondo e il fango del manto stradale, la donna ormai giunta sul marciapiede adiacente le colonne della chiesa in stile corinzio (Dini, Marini, 1990, n. 689).

Sovente De Nittis ritrae punti specifici di Parigi o di Londra animati da persone, cavalli, carrozze – da Place des Pyramides ingombra di impalcature, a Place de la Concorde caratterizzata dalla fontana e dall’obelisco, da Piccadilly col via vai della strada trafficata, al Waterloo bridge all’ora del passeggio -, lasciandoci una testimonianza interessante di quale fosse la realtà urbana nel secondo Ottocento.

La frequentazione dell’ambiente artistico londinese, a partire dal 1874, stimola in De Nittis il desiderio di confrontarsi con la tecnica dell’acquerello dipingendo, con successo, diversi lavori raffiguranti luoghi parigini come, ad esempio, Lungo la Senna (Milano, Galleria d’Arte Moderna), opera dedicata all’amico Eleuterio Pagliano e le due riprese di Boulevard Haussmann. La prima versione di questi soggetti (Dini, Marini, 1990, n. 649), passata in collezione Angelo Sommaruga e successivamente in quella di Camillo Giussani, ricorda il nostro dipinto nella posa della figurina femminile ritratta con veloci tocchi di colore nero in cammino sulla destra, vicino all’alto fusto dell’albero da cui scendono le chiome autunnali. L’acquerello era stato esposto al Salon di Parigi nel 1877 assieme a Le Place Saint Augustin e Degas, in una lettera alla moglie di De Nittis scritta il 21 maggio di quell’anno, definiva le due opere “due pezzi da Maestro, senza adulazione […] non hanno pari” (Dini, Marini, 1990, vol. I, p. 326).

 

E.S.

 

Estimate    20.000 / 40.000
119

Mosè Bianchi

(Monza 1840 - Monza 1904)

VECCHIA MILANO, IL CARROBBIO

olio su tavoletta, cm 23x31,5

firmato e datato "1888" in basso a sinistra

retro: timbro della Mondial Gallery di Milano e iscritto "N. 38-2"

 

OLD MILAN, THE CARROBBIO

oil on panel, 23x31.5 cm

signed and dated "1888" lower left

on the reverse: label of the Mondial Gallery of Milan and inscribed "N. 38-2"

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano, 1961

Collezione privata

 

Bibliografia

P. Biscottini, Mosè Bianchi. Catalogo ragionato, Milano 1996, n. 538, p. 348

 

Tra gli innovatori della scuola lombarda legata al vero, Mosè Bianchi è certamente da considerare uno dei più importanti protagonisti di quella nuova tendenza, tanto apprezzata dal critico Luigi Chirtani, che, in occasione dell’Esposizione Nazionale di Belle Arti tenutasi nel 1881 in una Milano moderna e vivace, sosteneva l’importanza di una “rivoluzione radicale, basata sul principio che la pittura è arte di dipingere, seguendo esclusivamente l’impulso dello studio sentito sul vero. Non appreso, sentito” (Milano e l’esposizione italiana del 1881, n. 4-5, p. 27).

Una volta superato il formalismo accademico, presto nella produzione di Bianchi anche i quadri di storia e i paesaggi fantastici avevano lasciato spazio all’attualità ambrosiana fatta di sviluppo industriale, modifiche urbanistiche, tram a cavalli, viali illuminati da fiochi lampioni in una città operosa, in perenne movimento. Erano questi i nuovi soggetti, intervallati dalle vedute ambientate nella laguna veneta, prediletti da Mosè Bianchi nel corso degli anni Ottanta, che videro, soprattutto nel 1888, una produzione di dipinti particolarmente felici. Ed è in quest’anno che l’artista monzese realizza opere, seppur su supporti spesso contenuti di dimensione, di notevole qualità come Vecchia Milano. La tavoletta, dagli esiti elevati sia sul piano compositivo che pittorico, colpisce per l’immediatezza visiva nella resa del dinamismo del traffico cittadino. Il palazzo con portici che taglia diagonalmente la scena fa da sfondo al passaggio dei cavalli bianchi che trainano le carrozze ravvivando, con le loro chiare chiome, la tavolozza dalle cromie attutite dalla luce crepuscolare.

Bianchi vi raffigura un luogo a lui noto e caro, il Carrobbio, punto nevralgico milanese, più volte osservato e riprodotto dal pittore con la sua pennellata veloce e vibrante. La via Lanzone, dove si trovava lo studio di Mosè Bianchi, si affaccia infatti sul Carrobbio e a due passi c’è Corso di Porta Ticinese con le sue Colonne di San Lorenzo, altro scorcio frequentemente ritratto nelle opere dell’artista, come nel caso della tela coeva dal titolo appunto Colonne di San Lorenzo (n. 537 del catalogo generale), di dimensioni più ampie, scelta dalla Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente per gli acquisti sociali del 1890. In quell’anno il pittore riscosse un ampio successo presentando alla mostra annuale del sodalizio diverse opere simili al nostro soggetto, ispirate a vedute di Milano bagnata di neve e pioggia o avvolta dalla nebbia, mostrando, come anche nel nostro caso, una particolare attenzione al dato atmosferico.

 

E.S.

 

 

Estimate    7.000 / 14.000
121

Pompeo Mariani

(Monza 1857 - Bordighera 1927)

AL CAFFÈ

olio su cartone, cm 23x15,5

firmato in basso a sinistra

retro: timbro della Mondial Gallery di Milano

 

AT THE CAFE

oil on cardboard, 23x15.5 cm

signed lower left

on the reverse: stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Bibliografia

A. Ranzi in M. Di Giovanni Madruzza, Pompeo Mariani, catalogo ragionato, Milano 1997, n. 894, p. 427

 

Nel taccuino 33, che il 25 e 26 settembre 1909 durante un breve soggiorno veneziano coincidente con la sua partecipazione alla Biennale il pittore monzese Pompeo Mariani utilizzò per fermare con matite colorate e acquerelli momenti vissuti in quei due giornifatti di passeggiate tra le calli, pomeriggi al caffè, passaggi di gondole nei canali, compare il ritratto di un viso femminile intitolato Giovane dama (Taccuini di viaggio e opera grafica di Pompeo Mariani, a cura di F. Enrico, Enrico Gallerie d’Arte, 1997, n. 1748, p. 421). La signora, vista di fronte, con lo sguardo abbassato, un cappello elegante a cingerle il capo, ricorda le sembianze di una delle due figure femminili effigiate in Al caffè. Potrebbe essere da quella visione fermata su uno degli innumerevoli taccuini tutti numerati e conservati con precisione estrema dall’artista che sia nato lo spunto per il nostro dipinto.

Venezia, Milano, Bordighera, Montecarlo erano le città predilette dal pittore monzese nel periodo della belle époque. Dal 1908, nonostante mantenesse l’atelier milanese di via Montenapoleone, la sua residenza principale era diventata la villa della Specola a Bordighera, da dove spesso si recava a Montecarlo per immergersi nella vita mondana del casinò e dei caffè, come nel nostro caso, locali frequentati da dame italiane e straniere, soprattutto inglesi, giunte in riviera per lunghi e piacevoli soggiorni. Abiti, accessori, atteggiamenti aggraziati, colori morbidi, tutto riporta alla joie de vivre che vi si respirava in quegli anni e di cui Mariani, pronto a cogliere le sfumature della donna altolocata, la civetteria leziosa, ha lasciato numerose testimonianze ispirate a questo piacevole mondo.

Nel caso del nostro quadro, scelto come copertina del catalogo generale dedicato al pittore, la scena si svolge in un interno illuminato da una grande finestra da cui si intravvede il passaggio esterno sommariamente disegnato. Questa fonte luminosa si trova alle spalle delle due signore sedute al tavolino intente a scambiarsi confidenze mentre sorseggiano una bibita. Innovativa la scelta di raffigurare in primo piano il tavolino e, costretto tra il bordo inferiore del supporto pittorico e il tavolo, lo schienale curvo della sedia che delimita tra i suoi lati un foglio rosato, forse una lettera che contribuisce ad illuminare l’angolo destro del dipinto maggiormente scuro. Cappelli, foulard variopinti e fiori tra le chiome accentuano l’eleganza e la piacevolezza della scena.

 

E.S.

Estimate    9.000 / 18.000
122

Alberto Pasini

(Busseto 1826 - Cavoretto 1899)

RITORNO A CASA

olio su tela, cm 22x16

firmato in basso a sinistra

retro del telaio: timbro della Mondial Gallery di Milano, iscritto "M.o Toscanini", cartiglio con "71"

 

BACK HOME

oil on canvas, 22x16 cm

signed lower left

on the reverse of the stretcher: stamp of the Mondial Gallery of Milan, inscribed "M.o Toscanini", label with "71"

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Bibliografia

AA.VV., Cronache dell'arte italiana dell'Ottocento. 12, Milano 1983

V. Botteri Cardoso, Pasini, Genova 1991, p. 365 n. 837

 

 

Inserito nella catalogazione generale dei dipinti di Alberto Pasini stilata da Vittoria Botteri Cardoso tra le opere di produzione orientale risalenti agli anni Ottanta, questo piccolo quadro viene registrato con il titolo Ritorno a casa.  Un soldato armato, in piedi, di fianco al cavallo sellato, attende sulla soglia di un’abitazione davanti alla porta chiusa e fissa con sguardo serio e attento le maniglie ottonate che rimangono serrate. L’abbigliamento dell’uomo e i dettagli architettonici della facciata dell’edificio ci immergono con esito immediato in un mondo diverso dal nostro, lontano, sconosciuto a noi, ma tanto osservato e amato da Pasini che vi passò lungo tempo realizzando numerose testimonianze di quella vita e di quei costumi con una precisione nei dettagli e un gusto cromatico carichi di eleganza e piacevolezza.

Uomo e cavallo in attesa fuori da portoni di palazzi arabeggianti o da botteghe meno sontuose sono un soggetto più volte indagato dal pittore in questo periodo di attività, l’ultimo, trascorso in Oriente prima del rientro definitivo in Europa.

L’indicazione di un’antica appartenenza riportata sul telaio del nostro dipinto rimanda a un importante collezionista di quadri e sculture del XIX secolo e di inizio ‘900: Arturo Toscanini, il celebre direttore d’orchestra di Parma, stessa origine di Pasini, nato a Busseto. La sua raccolta, nata sotto lo sguardo vigile di Vittore Grubicy de Dragon e in parte ricostruita in occasione della mostra Toscanini tra note e colori realizzata nel 2007 presso la Fondazione Biblioteca di via Senato a Milano, vantava già un altro quadro di Pasini, Pascolo a Fontainebleau, paesaggio del 1852 dipinto su tela poco dopo il suo arrivo in Francia. Un genere diverso rispetto a quello orientale che sicuramente ha segnato la fama del pittore a livello internazionale.

 

E.S.

Estimate    9.000 / 18.000
123

Attilio Pratella

(Ravenna 1856 - Napoli 1949)

MERCATO SUL MOLO

olio su tavola, cm 20x14,5

firmato in basso a destra

retro: timbro della Mondial Gallery di Milano

 

MARKET AT THE PORT

oil on panel, 20x14.5 cm

signed lower right

on the reverse: stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano

Collezione privata

 

Attilio Pratella è uno degli artisti napoletani della seconda metà dell’800 più conosciuti. All’inizio della propria carriera, per esigenze economiche, svolse attività di decoratore di scatole di latta e di ceramica, passando ben presto alla pittura vera e propria per diventare un grande interprete della scuola paesaggista napoletana di fine secolo, con frequenti partecipazioni ai saloni nazionali e internazionali. Nel primo periodo della sua attività fece propri i temi della Scuola di Posillipo, interpretandoli con un nuovo stile aggiornato alla conoscenza diretta del movimento impressionista. Le sue bellissime vedute napoletane sono caratterizzate da perfezione stilistica e da verismo, appaiono ricche di effetti argentei e di trasparenze atmosferiche, ma anche contraddistinte da una certa solidità dei piani, dovuta alla pratica di un puntuale disegno dal vero. Fu grande descrittore della vita dei pescatori e dei napoletani che affollavano i mercati e i porti, rappresentandone le movenze, i pensieri e la vitalità, come vediamo nella presente tavoletta, che descrive con squillanti e pastose cromie l’atmosfera vivace e solare del molo di Napoli. Nelle sue opere, solitamente di piccole dimensioni, descrive con precisione i paesaggi, le strade, le imbarcazioni, i braccianti alle reti sulle spiagge. Pittore per eccellenza del mare, lo ritrae nelle sua miriade di piccole onde, rese con pennellate intense e pastose per simulare la mobilità delle acque e il loro moto perpetuo.

Sul finire della carriera si limitò ad esporre in mostre personali, disertando le esposizioni comuni. Due dei suoi figli, Ada e Fausto, seguirono le orme paterne nella produzione di paesaggi e vedute.

 

Estimate    4.000 / 8.000
125

Ludovico Tommasi

(Livorno 1866 - Firenze 1941)

LA MIETITURA

olio su tela applicata su cartone, cm 29x48,5

firmato e datato "97" in basso a destra

retro: timbri della Mondial Gallery di Milano

 

HARVESTING

oil on canvas laid down on cardboard, 29x48.5 cm

signed and dated "97" lower right

on the reverse: stamps of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano, 1985

Collezione privata

 

Fratello di Angiolo e cugino di Adolfo Tommasi, noti artisti toscani, a differenza del fratello non ebbe una formazione specifica di pittura; fu la frequentazione di Silvestro Lega, ospite d'eccezione nella villa di Bellariva di proprietà della famiglia Tommasi, a instillare in lui questa passione. L'impronta macchiaiola di Lega venne da Ludovico Tommasi rivisitato in chiave emotiva, superando l'ortodossia della macchia che fonde in ritmi musicali orchestrati dalla luce. Negli anni Novanta fu a Torre del Lago insieme al fratello Angiolo e ai pittori Francesco Fanelli, Ferruccio Pagni e Plinio Nomellini e fu tra i fondatori del Club La Bohème, cenacolo artistico legato al compositore lirico Giacomo Puccini.

All'inizio del Novecento Ludovico adottò un linguaggio più sciolto, slegato da tecnicismi e aperto al divisionismo mediato dalla lezione di Nomellini. Si legò all'ambiente culturale fiorentino e aderì al gruppo della "Giovine Etruria". Successivamente si interessò di grafica, specializzandosi nell'acquaforte.

L'opera che presentiamo in catalogo è da riferirsi ai primi decenni del Novecento, quando l'uso di una cromia di toni gialli e pieni di luce caratterizza i dipinti dell’artista toscano.

 

Estimate    3.000 / 6.000
128

Eugenio Gignous

(Milano 1850 - Stresa 1906)

VENEZIA

olio su tela, cm 27x46

firmato in basso a sinistra

retro del telaio: timbro della Mondial Gallery di Milano

 

VENICE

oil on canvas, 27x46 cm

signed lower left

on the reverse of the stretcher: stamp of the Mondial Gallery of Milan

 

Provenienza

Mondial Gallery, Milano, 1965

Collezione privata

 

Allievo della scuola di paesaggio di Luigi Riccardi dal 1864 al 1869 presso l’Accademia di Brera, il lombardo Eugenio Gignous, discendente da una famiglia dell’antica provincia francese del Delfinato, si distinse presto per l’abilità di dipingere dal vero durante le uscite didattiche compiute con i compagni di studi Achille Tominetti e Luigi Rossi. L’amicizia con Tranquillo Cremona e l’incontro con paesaggisti del calibro di Filippo Carcano e di Guglielmo Ciardi contribuirono ad affrancarsi dal rigore accademico raggiungendo una condotta più libera e a sviluppare quel suo stile, tanto apprezzato oggi come dai suoi contemporanei, caratterizzato da un'attenta ricerca per gli effetti naturali della luce attraverso pennellate vibranti e sfrangiate.

Alla mostra di Brera del 1877 ottenne un importante riconoscimento con l’acquisto, voluto dalla stessa Accademia per la sua raccolta, dove tuttora si trova, della tela I fiori del chiostro. L’opera venne realizzata in un momento di cambiamento stilistico essenziale alimentato dagli stimoli avuti grazie a un rapporto stretto con Filippo Carcano. Fu proprio in compagnia del caposcuola del naturalismo lombardo che Gignous iniziò a frequentare la zona del lago Maggiore, dove si trasferirà con la famiglia nel 1886, di Gignese e del Mottarone, condividendo i risultati raggiunti con altri colleghi amanti degli stessi luoghi, da Mosè Bianchi a Leonardo Bazzaro a Uberto Dell’Orto.

Lo studio delle mutazioni luminose e dei riverberi sull’acqua lo spinsero a dedicarsi anche a delle marine recandosi prima in Liguria e poi a Venezia, meta fondamentale, come è saputo, per numerosissimi pittori. In quella città Gignous vi soggiornò per la prima volta a inizio anni Ottanta producendo diversi esempi di notevole livello, alcuni dei quali vennero presentati all’edizione annuale della rassegna braidense tenutasi nel 1882. In quella circostanza l’artista espose quattro vedute veneziane, segnalate dalla critica coeva per la loro limpidezza e per quell’intonazione fina tipica del suo pennello.

Ne abbiamo un esempio in questa opera che ritrae il luogo più celebre della città visto dal mare, piazza San Marco, con il campanile che svetta tagliando la linea orizzontale degli edifici che si affacciano sulla laguna tra cui, al centro, Palazzo Ducale alla cui sinistra si apre lo scorcio attraverso il quale si intravede la maestosità della basilica con le sue cupole. Il colore roseo di Palazzo Ducale, reso opaco dalla luce sopita, riprende quello delle nubi che coprono il cielo. Grazie all’utilizzo di tonalità chiare e argentee, l’autore si cimenta in un’attenta indagine delle variazioni dei riflessi di luce sull’acqua della laguna, solcata dagli immancabili gondolieri e dai barconi coperti.

 

E.S.

Estimate    3.000 / 5.000
1 - 30  of 35