MOBILI, DIPINTI E SCULTURE: RICERCA E PASSIONE IN UNA COLLEZIONE FIORENTINA

MOBILI, DIPINTI E SCULTURE: RICERCA E PASSIONE IN UNA COLLEZIONE FIORENTINA

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
16 OTTOBRE 2019
ore 16:00

Esposizione

FIRENZE
Sabato       12 ottobre  10-18
Domenica   13 ottobre  10-18
Lunedì        14 ottobre  10-18
Martedì       15 ottobre  10-18

Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
1 - 30  di 138 LOTTI
12019006235.jpg

GRANDE CREDENZA, LOMBARDIA, SECOLO XVII

in noce con profilature e intagli in legno dorato, piano di forma rettangolare con bordo a becco di civetta sotteso da cornice dorata, due stretti sportelli a imitare cassetti appaiati sottostanti, intagliati a ramages floreali alternate a mascheroni e inquadrati agli angoli e al centro da riserve sformellate intagliati con lo stemma della famiglia Borromeo, composto dalla scritta Humylitas sormontata da corona, cui seguono due coppie di sportelli sformellati intervallati ai lati e al centro da lesene intagliate a motivo di mascherone dalla cui bocca fuoriesce un nastro che trattiene panoplie, fianchi ornati a sformellature con profili dorati, su base modanata, cm 117x326x65

 

A LARGE LOMBARD SIDEBOARD, 17TH CENTURY

 

Ripetuto per tre volte sul mobile, agli angoli e al centro del fronte, lo stemma Humylitas sormontato da corona è da ricondursi alla famiglia Borromeo, che lo adottò durante il secolo XVI, periodo in cui la famiglia era al massimo della sua ascesa politica ed economica. Un’ascesa suggellata nel 1529 dal matrimonio tra Gilberto II Borromeo e Margherita Medici, sorella del futuro papa Pio IV, dalla cui unione nacque Carlo Borromeo, primo esponente della famiglia, a cui può essere sicuramente riferito lo stemma. La scritta Humylitas, dai rigidi caratteri gotici verticali, mira a sottolineare la pietà e la religiosità della famiglia, molto legata ai temi della Controriforma e imparentata con vari pontefici. A partire da Carlo Borromeo lo stemma ritorna in numerose occasioni, soprattutto nel corso del Seicento: lo si ritrova infatti sul frontone della chiesa di famiglia di San Maria Podone in Piazza Borromeo e nei soffitti del palazzo Borromeo nell'Isola Bella, sul Lago Maggiore, entrambi della prima metà del Seicento, o ancora nei luoghi di sepoltura dei due tra i più noti esponenti della famiglia: lo “Scurolo di San Carlo” e la tomba di Federico Borromeo, entrambi nel Duomo di Milano.

Stima   € 6.000 / 9.000
Aggiudicazione:  Registrazione
12019006093.jpg

Scultore dell’Italia meridionale, cerchia di Nuzzo Barba

(Galatina 1455/1460 – post 1524)

SANTO FRANCESCANO

statua in pietra, cm 120x34x25

 

Southern Italy sculptor of the circle of Nuzzo Barba

(Galatina 1455/1460 – post 1524)

FRANCISCAN SAINT

stone statue, cm 120x34x25

 

Bibliografia

Centro Studi Piero della Francesca, Sculture antiche dal III al XV secolo, catalogo della mostra (Venezia, Scuola Grande di S. Teodoro – Milano, Abbazia S. Maria di Chiaravalle 1967), Milano 1967, n. IV

 

L’opera in esame, identificabile in un santo francescano per via dei consueti attributi iconografici, come il saio di iuta legato alla vita con la corda dal triplice nodo, il libro delle sacre scritture sorretto con la mano sinistra e il capo tonsurato, è in realtà un pastiche moderno risultante dall’assemblaggio su un corpo preesistente e acefalo di una testa iconograficamente contestuale ma più antica. 

Il santo si contraddistingue per il risalto monumentale e per la cadenza colonnare della veste terminante in alto in un ampio, rigido colletto. Nonostante l’apparente arcaismo conferitogli dalla caduta colonnare del panneggio, dalla ieraticità dell’effigiato e dalla possanza delle braccia aderenti al corpo, l’opera sembrerebbe potersi ricondurre ad un momento molto avanzato del Quattrocento, in particolare ad un contesto prossimo a quello del pugliese Nuzzo Barba, artista attivo principalmente nel campo della scultura in pietra, come suggerirebbero i confronti con i santi francescani collocati nelle paraste del Mausoleo di Giulio Antonio Acquaviva e Caterina del Balzo Rosini a Conversano, con il san Francesco del Polittico di Noci e  con la figura femminile raffigurante Caterina Del Balzo Orsini, collocata a pendant del consorte Giovanni Antonio Acquaviva nel medesimo edificio (C. Gelao, L'attività di Nuzzo Barba a Conversano e le influenze veneto-dalmate nella scultura pugliese del Rinascimento, in “Saggi e Memorie di storia dell'arte”, 16, 1988, pp. 7, 9-20, 193-209; C. Gelao, La scultura pugliese del Rinascimento. Aspetti e problematiche, in Scultura del Rinascimento in Puglia, a cura di C. Gelao, Bari 2004, pp. 11-24). A confermare il riferimento all’ambito di Nuzzo Barba e della scultura pugliese di tardo Quattrocento possiamo avanzare un accostamento della nostra scultura ad un Sant’Antonio in pietra custodito nella chiesa di san Francesco ad Andria, firmato nel 1510 da un misconosciuto maestro “Hyeronimus”, che si caratterizza per un analogo arcaismo e per il forte accento monumentale delle vesti dall’appiombo pesante e colonnare (C. Gelao, Op. cit., pp. 32-33).

 

 

G.G. - D.L.

Stima   € 7.000 / 10.000
Aggiudicazione:  Registrazione
12019006105.jpg

Scultore senese, sec. XIV

SAN GIUSTO VESCOVO

statua in pietra, cm 107x24x20

 

Sienese sculptor of the 14th century

SAINT JUSTUS THE BISHOP

stone statue, cm 107x24x20

 

Iscrizione sul basamento

“SANCTUS IUSTUS DE VULTERIS”

 

Bibliografia

Mobili, dipinti, oggetti d’arte provenienti da una raccolta privata, catalogo della vendita (casa d’Aste Semenzato), Venezia, 25 - 27 aprile 1975, n. 408

 

Il personaggio in esame, molto consunto nella superficie per la prolungata esposizione agli agenti atmosferici ma ugualmente apprezzabile per il portamento elegante e per la condotta del panneggio, è abbigliato con i consueti paramenti liturgici episcopali, quali la mitra, la lunga dalmatica e il libro delle sacre scritture sorretto nella mano sinistra, mentre con l’altra sollevata si atteggia in un gesto benedicente. La scritta latina che corre lungo i tre lati visibili della base permette di identificare l’effigiato in San Giusto vescovo e protettore di Volterra. Qui era giunto nel corso del VI secolo per sfuggire dall’Africa, insieme ad altri ecclesiastici guidati dal vescovo Regolo, alle persecuzioni dei Vandali. Approdato sulle sponde della Toscana al tempo soggette alle scorrerie dei Goti, Giusto e suo fratello Clemente si stanziarono a Volterra combattendo le truppe barbaresche ed evangelizzando i territori volterrani. Sulle loro tombe fu edificato nel corso del XII secolo un monastero detto di San Giusto in Botro, poi nel Trecento trasformato in Badia dai monaci camaldolesi. 

Non è da escludere che l’opera in esame potesse in origine essere stata concepita per la nicchia o la balaustra di un complesso architettonico realizzato da uno scultore locale per l’interno di quello stesso edificio, in seguito perduto con la graduale distruzione della chiesa avvenuta entro il Seicento a causa degli eventi franosi che interessarono quella parte di Volterra.

Nel corso del Duecento e del Trecento la città, nonostante la dominazione politica fiorentina, rimase dal punto di vista artistico sotto la stretta dipendenza di Siena, ospitando l’attività di influenti scultori come Tino di Camaino, Agnolo di Ventura e Agostino di Giovanni, autori quest’ultimi dell'Arca dei SS. Regolo e Ottaviano, datata 1320, oggi frammentaria nel Museo dell'Opera del Duomo di Volterra. In particolare, il nostro Vescovo dalla fisionomia così allungata, ma al contempo di elevata ed elegante compostezza suggerita dal leggero inarcamento in avanti del busto e dalle ampie falde del panneggio, sembra trovare delle tangenze proprio con la produzione di questi due maestri che entro il decennio successivo portarono a compimento un’altra importante impresa, il sepolcro del vescovo Guido Tarlati nel Duomo di Arezzo, cui partecipò anche il figlio di Agostino di Giovanni, Giovanni di Agostino (R. Bartalini, Agostino di Giovanni e compagni. Una traccia per Agnolo di Ventura, in “Prospettiva”, 61, 1991, pp. 21-23; R. Bartalini, «Segnori al tutto d’Arezzo». Alcune considerazioni sui Tarlati al potere e la loro committenza, in Medioevo: Arte e Storia, atti del convegno di Milano, a cura di A. C. Quintavalle, Milano 2008, pp. 554-563; R. Bartalini, Scultura gotica in Toscana. Maestri, monumenti, cantieri del Due e Trecento, 2005).

È proprio con la serie di Santi collocati dai maestri ad intervallare le scene della vita del vescovo Tarlati che il nostro personaggio presenta notevoli tangenze, giustificandone l’attribuzione alla mano di uno dei maestri attivi tra Volterra e Arezzo in quella stessa bottega o che ebbe modo di seguirne gli insegnamenti in stretta contiguità cronologica.

 

G.G. - D.L.

 

 

Stima   € 4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
12019006108.jpg

Intagliatore dell’Italia settentrionale (?), fine sec. XVI-inizi XVII

ANGELI REGGICERO SU BASI A VOLUTE

coppia di statue in noce, cm 148x42x35

 

North Italian carver (?), late 16th-early 17th century

CANDLEHOLDER ANGELS ON SCROLL BASIS

walnut statues, cm 148x42x35, a pair

 

I due elegantissimi Angeli cerifori, che si ergono su raffinate basi a volute composite, ornate da penduli festoni di frutta, poggiando con grazia la punta di un piede sul ricciolo terminale dei sottili candelabri in forma di cornucopia, denotano un intaglio di straordinario virtuosismo tecnico, tale da poter evocare il magistero e l’eccentrica fantasia di Giovan Angelo del Maino, protagonista della scultura lignea lombarda del primo Cinquecento, come suggeriscono in particolare i quattro Angeli reggicero eseguiti intorno al 1533 per la Cappella della beata Elena Duglioli nella chiesa di San Giovanni in Monte a Bologna (R. Casciaro, La scultura lignea lombarda del Rinascimento, Milano 2000, pp. 196-199, 344-345, n. 140).

D’altra parte, l’esibita torsione e le movenze in spiccato ‘contrapposto’ delle figure, così come il loro estroso abbigliamento, connotato dalle attillate pettorine loricate e dalle banderuole formate da minute maglie a voluta, denotano una cultura figurativa ormai ben calata nel clima del manierismo internazionale, indirizzata dai pregiati modelli di Giambologna e dal gusto sofisticato delle grandi corti Europee, da Fontainebleau alla Praga rudolfina, e quindi una datazione a cavallo tra Cinque e Seicento. Non si esclude, comunque, l’ipotesi di un maestro attivo nell’Italia settentrionale, tra la Lombardia e il Veneto, dove i contatti con le esperienze transalpine erano da sempre ben radicati e l’arte dell’intaglio ligneo fu assai fiorente per tutto il Seicento con esiti di grande maestria tecnica e bizzarria inventiva, quali vediamo nelle figure allegoriche eseguite da Francesco Pianta tra il 1657 e il 1676 per i dossali della Sala Capitolare della Scuola Grande di San Rocco a Venezia: una proposta cui possono contribuire le assonanze, nelle posture lambiccate e nel lessico decorativo, con i bronzetti d’arredo dei maestri veneti, come Tiziano Aspetti, Girolamo Campagna e Niccolò Roccatagliata.

 

G.G. – D.L.

Stima   € 12.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
12019006092.jpg
Stima   € 10.000 / 15.000
12019006094.jpg
Stima   € 7.000 / 10.000
1 - 30  di 138 LOTTI