Importanti Maioliche Rinascimentali

Importanti Maioliche Rinascimentali

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez- Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
27 OTTOBRE 2014
ore 17

Esposizione

FIRENZE
dal 23 - 27 Ottobre 2014
orario 10–13 / 14–19
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

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1 - 30  di 62 LOTTI
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1

ALBARELLO

Montelupo, 1420-1450

 

Maiolica decorata in monocromia blu di cobalto

alt. cm 25; diam. bocca cm 11,7; diam. piede cm 10,8

Etichetta “Humphris C. n. 5” che ricopre un’altra etichetta circolare; etichetta stampata “22

 

Sbeccature di usura all’orlo della bocca e al piede; segni di usura al calice; lievi felature

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, glazed and painted in cobalt blue

H. 25 cm; mouth diam. 11.7 cm; foot diam. 10.8 cm

Label ‘Humphris C. n. 5’ over another circular label; printed label ‘22’

 

Wear chips to rim and foot; wear to body; minor hairline cracks

 

An export licence is available for this lot

 

L’albarello ha una larga imboccatura con orlo angolato ed estroflesso tagliato a stecca. Il collo alto e svasato scende alla spalla, obliqua e dal profilo inclinato che si collega al corpo cilindrico. Quest’ultimo è unito al calice, anch’esso con profilo arrotondato, che lo collega con forte strozzatura a un piede piano appena estroflesso.

Il decoro è delineato secondo le modalità decorative del gruppo chiamato in “azzurro prevalente”. Sul collo corre un decoro a catenella continua, delimitata da linee parallele. La spalla mostra invece un motivo continuo a spirali inserite a riempimento di una linea sinuosa. Sul corpo, la decorazione è suddivisa in due metope che racchiudono rispettivamente una cicogna inserita in una riserva e circondata da un motivo a rosette e foglie di prezzemolo e una civetta circondata dallo stesso motivo decorativo. Gli animali, fortemente stilizzati, sono avvolti in una fitta tessitura di puntinature, spirali e fogliette. Tra loro è dipinta una fascia verticale con un decoro sinuoso continuo.

 Joseph Chompret, pubblicando l’albarello, lo attribuiva a manifattura fiorentina e lo datava al 1460. Carmen Ravanelli Guidotti, analizzando un esemplare di dimensioni minori della collezione Fanfani e un altro appartenente alla raccolta Cora, sposa l’attribuzione alle manifatture di Montelupo ipotizzata da Cora nella sua monumentale opera.

La nuova classificazione proposta da Berti inserisce questo tipo di decorazione nel genere 10.1.1, superando la classificazione di Cora per famiglie: in questo caso la famiglia italo-moresca. Nella produzione italo-moresca compresa nell’arco cronologico dal 1410-20 fino al 1490 si incontrano generi di decori ben distinti, che denotano una sempre maggiore standardizzazione indotta dal decollo e dalla commercializzazione della produzione montelupina. Il genere più antico “a figura contornata”, realizzato in monocromia azzurra, è tra i più diffusi. La caratteristica principale è data dal collocare la raffigurazione principale all’interno di uno spazio riquadrato da una linea dal profilo irregolare che segue a distanza quello della figura protagonista. L’uso della foglia di prezzemolo è associata al decoro principale.

La datazione degli esemplari con decori “a figura contornata” è compresa tra il 1410-1420 e il 1450 e si distingue per il comparire di scelte cromatiche nuove con il progredire del tempo.

I confronti con il primo genere è supportato da rassicuranti analogie: la figura dell’animale all’interno della cornice non rimarcata in blu; la catenella lungo il collo e il motivo sulla spalla, riprodotti anche in sottogruppi successivi in modalità più corrive; infine i petali dei fiori non riempiti di colore. L’assenza nel nostro esemplare di tocchi di bruno di manganese, il cui utilizzo sembra attestarsi verso la metà del secolo ci fa propendere per la datazione alla prima metà del secolo; e anche l’uso della foglia di prezzemolo nei decori minori lo conferma.

Quest’opera viene dal mercato internazionale: oltre che nelle pubblicazioni già citate, abbiamo sue notizie nella collezione dell’antiquario Humphris di Londra nel 1970. Il vaso proveniva dall’asta della collezione Bak, al n. 20 del catalogo, dov’era attribuito a manifatture fiorentine del 1460 circa e ne veniva indicata la provenienza dalla collezione Aynard.

Il vaso è stato pubblicato da Chompret, da Bellini-Conti e da Cora.

 

Stima   12.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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2

ALBARELLO                                                                 

Montelupo, 1440-1450                                                      

                                                                          

Maiolica decorata in monocromia blu di cobalto                            

alt. cm 22; diam. bocca cm 12; diam. base cm 12                           

Sul fondo etichetta stampata Galleria Pesaro/Milano; manoscritto numero 6 

                                                                          

Intatto; usure allorlo, alla spalla e al piede                            

                                                                          

Corredato da attestato di libera circolazione                             

                                                                          

Earthenware, glazed and painted in cobalt blue                            

H. 22 cm; mouth diam. 12 cm; foot diam. 12 cm                             

Printed label Galleria Pesaro/Milano; handwritten n. 6                    

                                                                          

In very good condition; wear to rim, shoulder, and foot                   

                                                                          

An export licence is available for this lot                               

                                                                          

Il vaso apotecario ha unimboccatura larga con orlo piano appena estroflesso

e collo cilindrico breve terminante in una spalla carenata. Il corpo è    

cilindrico e termina in un calice appena accennato, con una strozzatura che

finisce nel piede a base piatta con orlo arrotondato. Sotto la base, è    

visibile unincisione scalfita dopo la cottura.                            

Il decoro, dipinto in blu di cobalto, è incentrato su una distribuzione   

simmetrica in registri sovrapposti senza soluzione di continuità          

La morfologia del contenitore è ben nota ed è tipica dei manufatti in     

maiolica prodotti dalle officine toscane già nel corso del secolo XIV, ma 

con massima diffusione nel corso del secolo XV.                           

Lalbarello proviene dalla collezione Ducrot, passata allasta a Milano     

presso la Galleria Pesaro nel 1934 come opera di area toscana della metà  

del secolo XV. Chompret già nel 1946 attribuiva questa serie di opere ad  

area fiorentina, associando a questo alcuni altri pezzi come confronto: fra

questi, per esempio, lalbarello del Victoria and Albert Museum,           

morfologicamente e stilisticamente assai vicino al nostro vaso.           

Molti sono infatti gli esemplari di confronto, conservati nelle principali

raccolte museali del settore, ai quali si può fare riferimento. Fra questi,

ve nè uno conservato al Fitzwilliam Museum di Cambridge che presenta una  

variante nella piccola ansa aggiunta appena sotto il collo; un altro è al 

Museo di Berlino.                                                         

Recentemente Fausto Berti ha fornito unaccurata analisi di questa tipologia

di vasi raggruppando i confronti. Lo studioso fiorentino considera        

lalbarello riconducibile alla produzione in blu prevalente nella versione 

ispirata alla pittografia araba e pertanto definito cufico o meglio       

pseudo-cufico. Si tratta di un uso decorativo medio-orientale che, oltre a

veicolare i versetti del Corano, fungeva da motivo ornamentale, rifacendosi

al vasellame di produzione dei vasai moreschi di Valenza, quello però     

impreziosito dal lustro metallico. Questo decoro divenne un riferimento per

i vasari occidentali, che ne utilizzarono lintreccio compositivo a puro   

scopo ornamentale. Tale modalità stilistica rimase in auge per circa un   

cinquantennio, fino allincirca alla fine del 400: proprio per questa      

ragione, la datazione è collocata nel periodo compreso tra il 1430 e il   

1460 circa.                                                               

Un ulteriore confronto ci viene dallalbarello simile della collezione della

Cassa di Risparmio di Perugia, considerato di produzione montelupina e in 

base ai confronti museali già citati datato agli anni 1440-1470.          

Inoltre, un confronto a nostro parere molto prossimo allalbarello in esame

ci viene fornito dal vaso pubblicato da Berti in occasione della mostra   

sulla maiolica di Montelupo: la datazione proposta per tale esemplare è tra

il 1440 e il 1450.                                                        

Abbiamo già accennato alla provenienza del vaso dalla collezione Ducrot,  

passata allasta nel 1934. Nel 1970 fu venduto da Alavoine Antiquité di    

Parigi, che lo datava al 1450.                                            

Stima   12.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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3

ALBARELLO

Firenze, 1450-1475

 

Maiolica rivestita da smalto bianco crema decorata a zaffera blu, con tocchi di verde rame e bruno di manganese nei toni del viola

alt. cm 17,2; diam. bocca cm 10; diam. piede cm 9

Sul fondo numeri a matita poco leggibili

 

Corpo interessato da felature causate dall’uso; usure all’orlo, alla spalla e al piede con cadute di smalto; una rottura scende dall’orlo, di fianco allo stemma, fino al piede e si diparte lungo il corpo per risalire poco oltre

 

Earthenware, covered with a creamy-white tin glaze and painted in zaffera blue (cobalt blue) with touches of copper green and manganese

H. 17.2 cm; mouth diam. 10 cm; foot diam. 9 cm

On the bottom, numbers hand-written in pencil (hardly readable)

 

Hairline wear cracks to body; wear to rim, shoulder, and foot, with some glaze losses; a crack running across the body from the rim – beside the coat-of-arms – to the foot and up the side of the body

 

L’albarello ha corpo cilindrico, che si restringe scendendo verso il basso, e piede a base piana. La spalla è arrotondata, il collo è basso con imboccatura larga dall’orlo appena aggettante tagliato a stecca.

Il corpo è interamente ricoperto da smalto bianco, ad eccezione della base e dell’interno. Un motivo decorativo a fasce parallele, una delle quali tratteggiata, corre lungo la spalla. Sul corpo si distingue un decoro a larghe foglie di prezzemolo, disposte a centrare alcune linee a spirale; fogliette minori sono utilizzate a riempimento delle campiture e tocchi di verde ramina completano l’ornato. Al centro della composizione compare uno stemma, a scudo semplice con fasce parallele blu e giallo.

Lo smalto è grasso, i colori stesi in abbondanza: il blu del decoro fogliato è “a zaffera” corposo, visibilmente in rilievo. Il giallo antimonio dello stemma presenta bolliture e tracce di rosso, quasi fosse stato mischiato con ferro per ottenere un colore più intenso.

L’attribuzione dell’oggetto oscilla tra il Lazio, l’Umbria la Toscana (l’emblema araldico non è stato per il momento individuato), ma la sua collocazione in area fiorentina, o comunque toscana, per quanto generica ci pare probabile.

La materia, ancora molto legata alla presenza della zaffera, con l’introduzione di elementi di colore, in particolare bruno di manganese e giallo, e il decoro di transizione tra i motivi ancora legati all’influenza orientale con i primi accenni di un impianto gotico, ci inducono a ipotizzare per questo oggetto una datazione agli ultimi anni del secolo XV.

 

Stima   3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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4

ORCIOLO BIANSATO

Montelupo, 1470-1480

 

Maiolica decorata in policromia con blu, bruno violaceo, verde e giallo ocra su fondo a smalto stannifero bianco crema

alt. cm 23; diam. bocca cm 10,4; diam. piede cm 10,6

Sotto le anse è delineata una marca con il segno della “scala”

Sotto la base etichetta di spedizione da Parigi stampata con dattiloscritto “C. HUMPHRIS n. 3”, che copre un’altra etichetta. Sotto la base numeri rossi di collezione “L.37.30.75” e “L.1660.75

 

Sbeccature d’uso al piede e alle anse; consunzione all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a creamy-white tin glaze and painted in blue, manganese purple, green, and ochre yellow

H. 23 cm; diam. 10.4 cm; foot diam. 10.6 cm

Below each handle, ‘ladder mark’ (painted)

Shipping paper label from Paris typewritten with ‘C. HUMPHRIS n. 3’, covering another collection label; on the bottom, collection numbers in red: ‘L.37.30.75’ and ‘L.1660.75’

 

Wear chips to foot and handles; wear to rim

 

An export licence is available for this lot

 

Il vaso ha corpo ovoidale con larga imboccatura dall’orlo piano ed estroflesso che scende in un collo basso e troncoconico. Il piede è a base piana con un accenno di orlo. Dalla spalla, appena sotto il collo, si distaccano due anse a nastro appena incavato, che scendono fino alla parte più prominente della pancia.

La decorazione del collo vede un sottile nastro di colore verde, profilato di blu, che orla una fascia con una serie continua di segni blu a virgola alternati a sottilissime puntinature in manganese: un nastro giallo separa il collo dal corpo. Qui la decorazione mostra due ritratti di profilo racchiusi entro medaglioni circolari incorniciati da fasce concentriche di colore verde e giallo, e da una più larga a tratti blu con puntinature in manganese. I profili sono circondati da una riserva che ne segue la forma, le campiture vuote sono riempite da piccoli fiori multipetalo e da decori fitomorfi. Il ritratto maschile indossa un copricapo a punta, mentre quello femminile ha un fazzoletto annodato attorno al capo. La parte restante del corpo del vaso è decorata da larghe girali fitomorfe con foglie alternate a piccoli fiori e a sottili elementi a tratteggio. Sotto l’attacco delle anse compare una marca con il segno della “scala”.

Numerosi gli esempi di vasi di questa foggia in ambito montelupino a partire dalla metà del XV fino agli inizi del secolo XVI.

Le forme sono attestate con decori di derivazione orientale, “a zaffera”, cioè dominati da elementi vegetali realizzati in blu cobalto, “a palmetta persiana” o “in azzurro prevalente”, cui appartiene il decoro qui scelto, definito da Fausto Berti come “floreale a girali”, spesso utilizzato nelle forme aperte, ma testimoniato anche in quelle chiuse.

I contesti di scavo di Montelupo hanno restituito reperti databili agli anni Sessanta del ’400, anch’essi caratterizzati dal segno della scala.

Si tratta comunque di esempi relativi alla fase di transizione verso i motivi rinascimentali, durante la quale l’influenza orientale è ancora sentita, ma viene sempre più spesso trasformata e adeguata al gusto dell’epoca, orientandosi verso decori di gusto già gotico, per arrivare all’abbandono della tavolozza fredda.

Berti, pubblicando un boccale con ritratto femminile assai simile al nostro, afferma che la forte fisicità del ritratto richiama certe raffigurazioni femminili dell’epoca, ma spiega anche che nel caso in cui il pittore avesse voluto raffigurare alcune caratteristiche più “naturalistiche” del soggetto, quali ad esempio i capelli che escono fluenti dal copricapo, ne sarebbe risultato comunque un ritratto da inserire nell’uso amatorio, caratteristico della produzione ceramica dell’epoca. La marca, già studiata da Galeazzo Cora, è attestata a partire dal 1380 e per tutto il ’400, con particolare concentrazione negli anni Quaranta del secolo.

Un esemplare proveniente da una collezione privata con caratteristiche morfologiche e decorative simili, ma privo dei medaglioni con ritratti, che presenta analogie stilistiche e cromatiche nella resa dei fiori trilobati dipinti in manganese, è stato esposto a una mostra svoltasi a Brescia.

Il nostro vaso fu pubblicato da De Ricci, con attribuzione “alla ben nota farmacia di Santa Maria della Scala di Firenze”, come facente parte della collezione Mortimer Schiff e proveniente dalla raccolta Sigismond Bardac.

Il vaso entrò a far parte dell’attuale collezione nel 1970 tramite acquisto dall’antiquario Humphris di Londra, che definiva l’esemplare come opera fiorentina della metà del secolo XV, proveniente dalle collezioni Sigismond Bardac, quindi Mortimer Schiff e infine Bak. Nella pubblicazione di Cora il vaso è dichiarato come parte della collezione Jean-George Rueff. Dal 1917 al 1919 e poi dal 1937 al 1941 il vaso è stato esposto al Metropolitan Museum of Art di New York.

 

Stima   10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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5

ALBARELLO

Montelupo, 1480-1490 circa

 

Maiolica ricoperta da uno smalto spesso, color bianco-crema, dipinto in blu, giallo-arancio e bruno di manganese.

Sotto la base tracce di cartellino e tracce di numeri scritti a china

alt. cm 34,3; diam. bocca cm 12,2; diam. piede cm 12,8

 

Intatto, salvo una felatura passante che interessa il collo e parte del corpo; cadute di smalto ricoperte da restauro lungo la spalla e lungo il calice

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a thick, creamy-white tin glaze and painted in blue, yellowy-orange and manganese

H. 34.3 cm; mouth diam. 12.9 cm; foot diam. 12.4 cm

On the bottom, remains of a paper tag and remains of numbers hand-written in black ink

 

In very good condition, with the exception of a heavy hairline crack running along the neck and part of the body; some glaze losses covered by restoration along the shoulders and body

 

An export licence is available for this lot

 

L’albarello ha un’imboccatura larga con orlo appiattito, tagliato a stecca, con accenno di estroflessione. Il collo cilindrico, molto breve, si apre in una spalla appena angolata dal profilo arrotondato; essa scende nel corpo cilindrico lievemente carenato che si richiude in un calice breve, concluso da un piede piano con orlo appena espanso all’esterno.

Il vaso, di grandi dimensioni, è interamente ricoperto da una decorazione “a foglia di prezzemolo”, costituita da una densa serie di segni blu disposti a stella al centro di una fitta rete di sottili segni tracciati in manganese, collocati simmetricamente e inframmezzati da puntinature arancio. La rete è intervallata da sottili linee verticali con puntinature di colore blu cobalto. La parte frontale del vaso è interessata dalla decorazione principale: un emblema dipinto con ampio uso di manganese che riporta un simbolo, probabilmente farmaceutico, non individuato. Il simbolo è circondato da una corona a petali di colore arancio poggiante su una fascia blu. Al centro del medaglione un fitto motivo puntinato alternato a nuvole riempie la riserva bianca.

Questo decoro rappresenta uno dei generi principali nella produzione vascolare toscana a smalto dell’ultimo ventennio del secolo XV.

La documentazione di maggior rilievo è rappresentata da un gruppo di ceramiche custodite nella Farmacia di Santa Fina a San Gimignano.

Il decoro principale trae la sua ispirazione da motivi “ispano-moreschi”: si tratta del decoro a hoja de pérejil, spesso utilizzato dai ceramisti spagnoli di Manises nel corso del secolo XV. Il motivo decorativo è stato accolto dai ceramisti toscani sostanzialmente con poche varianti. L’uso del decoro è presente in ceramiche di uso domestico, come nel vasellame da mensa, e in forme chiuse di uso farmaceutico dove è testimoniato da alcuni esemplari. Galeazzo Cora nel 1973 trattò con molta attenzione questo gruppo di ceramiche, tanto da darne la definizione di “tipo Santa Fina”. Oggi si è osservato che, nel gruppo di ceramiche della farmacia di San Gimignano da cui deriva il nome, la decorazione è dipinta sull’ingobbio ed è di una qualità inferiore rispetto a quella di altri esemplari con medesimo ornato.

Fausto Berti ha nuovamente classificato tali oggetti sulla scia dei nuovi ritrovamenti archeologici di certa provenienza montelupina e comunque del Valdarno.

Un piatto o vassoio databile al 1489-1492, conservato al Museo Archeologico della Ceramica di Montelupo, è un chiaro esempio di decoro in cui già si nota come la sostituzione del lustro spagnolo con i tratti in manganese e lumeggiature arancio, pur risultando efficace, non raggiungesse la profondità del lustro. La stessa tecnica più corriva, ma comunque associata a un medaglione principale con cornice di foggia simile a quella nell’esemplare in esame, si trova in un boccale dello stesso museo.

Anche gli orcioli con emblema mercantile probabilmente da farmacia, di cui Berti presenta un esemplare da collezione privata, dimostrano come in questa fase l’invasività del decoro a piccole foglie prevalga ancora sull’emblema.

Gli esempi ci fanno meglio comprendere come il decoro si sia evoluto e diversificato anche in base alle forme.

L’albarello in esame era stato associato nelle prime pubblicazioni alla farmacia di Santa Fina, mentre alla luce degli studi attuali pensiamo sia più corretto collocarlo fra le produzioni montelupine classificabili all’interno del gruppo 13.2.2 per l’uso della corona con petali ovoidali arancio e, più in generale, per le modalità stilistiche del tratto pittorico dell’intricata rete del decoro a foglie.

L’albarello è stato pubblicato da Cora nel 1973 come opera di area fiorentina; lo studioso lo individua nella collezione Adda di Parigi.

Conti lo pubblica nello stesso anno come tipologia fiorentina con ornato italo- moresco e ne segnala la presenza nella collezione Jean-George Rueff, sempre a Parigi. Rackham aveva a sua volta già pubblicato l’albarello come opera fiorentina ascrivibile agli anni 1450-1460, proveniente dalla collezione Adolf von Beckerath.

 

Stima   12.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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6

ORCIOLO

Montelupo, Lorenzo di Piero di Lorenzo, 1513-1534

 

Maiolica decorata in blu di cobalto in tono intenso e materico, rosso ferraccia e giallo antimonio

alt. cm 23,5; diam. bocca cm 8,5; diam. base cm 11

Sul retro, sotto l’ansa, marca incrociata “L. O. P.”

Sotto la base, numero “988” timbrato in inchiostro blu

 

Intatto; sbeccature d’uso sull’orlo, sull’ansa e sul piede; lievi cadute di smalto sul corpo; segni di appoggio in cottura

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in an intense and textured cobalt blue, iron red, and antimony yellow

H. 23.5 cm; mouth diam. 8.5 cm; foot diam. 11 cm

On the back, below the handle, ‘L. O. P.’ crossed mark

On the bottom, number ‘988’ stamped in blue ink

 

In very good condition; wear chips to rim, handle and foot; minor glaze losses to body; kiln-support marks

 

An export licence is available for this lot

 

L’orciolo, con orlo tagliato a stecca, ha un versatore a beccuccio che si diparte dal corpo verso l’alto ed è raccordato al collo da un cordolo a sezione cilindrica. Il piede è piano, appena estroflesso. L’ansa, a nastro e con costolatura al centro, parte poco sotto il bordo e si raccorda al corpo nel punto più largo della pancia. La superficie del vaso è interamente smaltata, anche all’interno, fatta eccezione per la base del piede.

Lungo tutto il corpo si sviluppa un decoro a “palmette”, interrotto solo da uno stemma collocato sotto il beccuccio e da una riserva al di sotto dell’ansa, nella quale si legge la sigla della bottega. L’ansa è decorata con pennellate blu. Il decoro principale è realizzato in blu di cobalto con il ferraccia e il giallo antimonio utilizzati per dar luce alle palmette e poi riutilizzati nella decorazione dello stemma. Il gioco cromatico che alterna il giallo e il ferraccia è utilizzato nelle chiavi di San Pietro, e nelle rosette laterali allo stemma dominato dalla tiara papale. Lo stemma d’oro a sei palle – poste in cinta la prima, in capo d’azzurro caricata in tre gigli, le altre cinque in rosso – si riferisce a un papa della famiglia Medici: Leone X (1513-1521) oppure Clemente XVII (1523-1534).

Lo stemma è ampiamente rappresentato in opere di maiolica delle manifatture fiorentine e di Montelupo, spesso senza riferimenti attributivi iconografici, e quindi difficilmente assegnabile all’uno o all’altro papa Medici.

Gli studi più recenti hanno meglio definito gli ambiti produttivi toscani, spostando l’attribuzione di molti esemplari dalle manifatture di Cafaggiolo a quelle di Montelupo Fiorentino. In particolare, sappiamo che le botteghe montelupine furono spesso ingaggiate per i “fornimenti” di maioliche per il patriziato fiorentino.

Per quanto riguarda l’attribuzione a Montelupo, e con maggiore precisione alla bottega dei Sartori, si deve obbligatoriamente fare riferimento agli studi che negli anni Ottanta del secolo scorso hanno visto le osservazioni tipologiche proposte dagli studiosi suffragate da una vasta e nuovissima indagine archeologica, avviata negli anni Settanta. In particolare Alessandro Alinari, nell’analisi della sigla presente anche nel nostro orciolo, ricorda una delle ipotesi di G. Guasti, che nel 1902 aveva indicato una possibile lettura in un intreccio tra una “L”, una “P” e una “O”, attribuendo la sigla a un “Lorenzo di Philippo orciolaio”. Marco Spallanzani si associa a tale attribuzione, anche alla luce dell’identica provenienza dei reperti recanti questa sigla. Alinari approfondisce la lettura e in base ai caratteri stilistici dei frammenti crea un insieme di gruppi, diverse botteghe riconoscibili tramite la mano di più pittori.

La recente pubblicazione, da parte di Berti, dell’opera monografica su Montelupo Fiorentino supporta l’attribuzione a Lorenzo di Piero di Lorenzo nella bottega montelupina dei Sartori.

Questa tipologia è considerata prodotta dal 1490 al 1530, ma anche in base alla doppia interpretazione dello stemma papale si può circoscrivere la datazione tra il 1513 (inizio del pontificato di Leone X) e il 1534 (fine di quello di Clemente VII).

Il motivo a “palmette persiane” venne usato molte da botteghe italiane, ma la precisa analisi tipologica di tale decoro nel nostro pezzo, con palmetta alternata a rosetta gialla e blu, porta al confronto con una bottiglia trilobata della collezione Cora, ed anche ad altri confronti, prevalentemente su forme chiuse, databili intorno al 1520 circa.

 

Stima   10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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7

VASO DECORATIVO DEL TIPO AD ANFORA

Firenze, Giovanni della Robbia, 1515-1520 CIRCA

 

Terracotta invetriata in azzurro ceruleo, con stemma Medici (del ramo detto ‘di Chiarissimo’), riferibile a Paolo di Piero di Orlando, Gonfaloniere della Repubblica;

alt. cm 28, 5, diam. bocca cm 17,5, diam. piede cm 14,4

 

Cadute di smalto sul corpo. Restauri al piede, all’orlo della bocca e ad una baccellatura

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a cerulean blue glaze, with Medici coat-of-arms (of the so-called ‘di Chiarissimo’ family branch) that can be referred to Paolo di Piero di Orlando, Gonfaloniere della Repubblica

H. 28, 5 cm, mouth diam. 17,5 cm, foot diam. 14,4 cm

 

Restoration to rim, foot and a “baccellatura”; minor glaze losses to body

 

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Sontuoso nell’elegante profusione ornamentale di gusto archeologico e potente nelle misurate proporzioni questo ricercato vaso decorativo ad anfora di forma composita, smaltato in azzurro ceruleo intenso e screziato a simulare un intaglio nella pregiata pietra di lapislazzuli, si distingue tra le testimonianze più rappresentative e rare - anche in ragione della singolare presenza di uno stemma che ne sancisce la prestigiosa committenza medicea - di una peculiare produzione particolarmente apprezzata nella pur vasta e varia attività robbiana, che, al pari della più popolare plastica araldica, ne attesta il felice impegno nella scultura aniconica e nell’arredo profano.

Fu sullo scorcio del Quattrocento Andrea della Robbia (Firenze 1435-1525), intraprendente nipote ed erede nell’arte del grande Luca (Firenze 1399/1400-1482), magistrale, prolifico interprete della sua ‘segreta invenzione’ della scultura invetriata, a tradurre in opere autonome i raffinati vasi all’antica, smaltati ad imitazione di pietre dure, già da tempo modellati a rilievo nelle cornici di ancone e tabernacoli come sorgivo supporto dei festoni vegetali che contraddistinguono la plastica robbiana. Ma spetta a due dei figli e collaboratori del maestro dotati di una più spiccata vena decorativa, Giovanni (Firenze 1469-1529/30) e Luca ‘il giovane’ (Firenze 1488 - Parigi 1566), la diffusione nei primi decenni del Cinquecento di simili manufatti. Perlopiù provvisti di un coperchio in forma di rigoglioso mazzetto di frutta e fiori, furono utilizzati sia in contesti ecclesiastici, spesso come ornamento apicale di edicole ed altari invetriati allusivo ai doni della grazia divina, sia come festosi e pregiati arredi domestici dei palazzi signorili, dove potevano simboleggiare la prosperità della casa e la fecondità della famiglia, posti, talora in coppie, sopra le cimase di porte, lavabi, camini, come attestano gli inventari del tempo, od anche sopra le testiere dei letti, come si vede in alcuni rilievi dello stesso Giovanni della Robbia raffiguranti la Nascita del Battista (formelle replicate nei fonti battesimali di San Giovanni Battista a Galatrona, 1510-21; di San Leonardo a Cerreto Guidi, 1511; della pieve di San Donato in Poggio, 1513, etc.). Una fortunata produzione, che purtroppo attende ancora un’esauriente, ricognizione sistematica, raggruppabile secondo le forme e gli ornati in quattro principali tipologie - la più diffusa con corpo ovoide ad orciolo, le altre ad anfora, con corpo composito di complessità crescente -, ciascuna replicata, presumibilmente con l’ausilio di calchi, in diversi esemplari spesso contraddistinti da qualche variante, cui si aggiungono una mezza dozzina di modelli noti in una sola versione.

L’inedito vaso in esame documenta un modello del tipo ad anfora del quale non si conoscono altri esemplari, e, come suggerisce lo stemma, probabilmente fu così realizzato per soddisfare il gusto del committente, come pezzo unico o al più di una coppia in seguito smembrata. Sul collo, di foggia scampanata con larga apertura profilata da un labbro modanato, si distendono embricature a scaglie e freccette crescenti verso il basso, ed ai lati sono applicate due anse verticali ad S in forma di delfino. Il corpo, di proporzioni ampie ed erette, ha forma composita, costituita da una coppa svasata, decorata da robuste baccellature rilevate e da una balza sulla quale corre un motivo a festoni perlinati, congiunti da nastri svolazzanti e cadenzati da borchie circolari, che si raccorda al collo mediante un alto fregio ornato da intrecci di corde (nodo a ‘rete decorativa a due legnoli’ iterato). Il piede tornito, basso e solido, è invece costituito da semplici modanature levigate (due tondini e una gola diritta) che conferiscono l’aspetto di un mezzo rocchetto.

Lo stemma è applicato su di una sola faccia del vaso, sopra la balza della coppa - dunque in una posizione ribassata che suggerisce una collocazione ad una certa altezza - in modo non simmetrico rispetto all’andamento dei festoni, cosa che potrebbe rivelare una variante in corso di foggiatura, forse inizialmente intrapresa come di consueto senza tale inserto. Lo scudo, di elegante forma sagomata con lembi leggermente accartocciati, presenta un blasone a otto palle (disposte 2.3.2.1) con il capo d’Angiò (tre gigli d’oro ordinati in fascia ed alternati dai quattro denti di un lambello di rosso in campo azzurro): privilegio, frequente nell’araldica fiorentina, conferito dagli Angioini a diverse famiglie che si erano distinte per la loro fede guelfa. Una più esauriente lettura e comprensione dell’arme è oggi ostacolata dalla perdita dei colori araldici stesi a freddo sul manufatto e delle dorature a mordente, peraltro testimoniate da tracce sui gigli e sul campo dello scudo che, insieme ad alcuni residui di rosso ravvisabili nelle palle, contribuiscono ad identificarlo, come meglio vedremo, in uno stemma della famiglia Medici (d’oro, a sei, sette od otto palle di rosso). Ulteriori, significative e più consistenti tracce di dorature si conservano anche in molte parti decorative del vaso (sugli occhi, la bocca e le pinne dei delfini, sulle embricature del collo, i cordami, i festoni perlinati e le borchie dei fregi), tali da poterlo considerare un manufatto particolarmente pregiato e costoso.

Le baccellature della coppa, le anse a delfino, consuete in quanto allusive alle acque, le embricature a scaglie, che conferiscono un carattere architettonico a guisa d’urna, sono ornamenti d’ispirazione classica ricorrenti nei vasi robbiani, seppure in parti diverse (talora le scaglie ricoprono il corpo) e declinati con qualche variante (ad esempio le baccellature sono spesso profilate e meno rilevate, in specie negli esemplari più antichi), e così pure il fregio ad intrecci, adottato, con nodi di vario tipo, sia nella tipologia ad orciolo che nella più semplice delle tre tipologie ad anfora, verosimilmente quella realizzata per prima.

Già utilizzato da Giovanni della Robbia nella cornice di un medaglione raffigurante la Madonna in adorazione del Bambino e San Giovannino databile intorno al 1500 (Firenze, Museo del Bargello), il motivo a intrecci, ampiamente diffuso nell’arte medioevale e soprattutto islamica (da cui la definizione “cordelle alla damaschina” o “gruppi moreschi”), conobbe una rinnovata fortuna nei decenni a cavallo tra Quattro e Cinquecento, promossa dai celebri, virtuosi “ghiribizzi” disegnati negli anni Ottanta da Leonardo - «gruppi di corde fatti con ordine, e che da un capo seguisse tutto il resto fino all’altro», li descrive con stupore il Vasari (1568) -, poi tradotti in stampe (Leonardus Vinci Accademia, Milano, Biblioteca Ambrosiana) anche ad opera di Dürer (1507). Una moda ben attestata nella pittura del Perugino, che l’adotta costantemente per ricamare le bordure delle vesti delle sue Madonne, del Pinturicchio, dove si distende anche a incorniciare dipinti e pareti affrescate, e di Raffaello, come si vede nell’intricata trama di cordini d’oro nel paliotto al centro della Disputa sul Sacramento nella Stanza della Segnatura (1508-11), consegnata infine al singolare repertorio decorativo pubblicato in Francia nel 1530 da Francesco di Pellegrino, collaboratore del Rosso Fiorentino a Fontainebleau, La fleur de la science de la portriature, patrons arabique et ytalique.

L’intreccio, come si è detto, assume qui un andamento ‘a rete’, con moduli più ampi e morbidi rispetto ai nodi a sviluppo geometrico ricorrenti in gran parte dei vasi robbiani, che ritroviamo solo in alcuni esemplari attribuiti a Giovanni della Robbia, soprattutto del tipo ad orciolo (Londra, British Museum; già vendita Bardini, Londra 1899; già Pesaro, galleria Altomani; etc.), ma anche di quello ad anfora, come il vaso della donazione Loriano Bertini al Museo del Bargello. Concorrono a confermare una paternità di Giovanni la tonalità carica dello smalto, più tenue nei lavori ricondotti a Luca ‘il giovane’, la forma bassa, ampia e scampanata del collo ricoperto a scaglie, consueto nei vasi ad anfora che gli vengono riferiti, le proporzioni robuste e le baccellature rilevate, come in quello posto a coronamento del monumentale Altare di Sant’Anna in San Lucchese a Poggibonsi, opera tra le più rappresentative della maturità del maestro (1517). Ma la dichiara soprattutto la fantasiosa esuberanza decorativa, che nella duplice fascia suggerisce una datazione verso il 1520, successiva alla più comune tipologia ornata da un solo fregio a intrecci (Sèvres, Musée National de la Ceramique; Firenze, Museo del Bargello; Gazzada, Raccolta Cagnola; etc.), forse coeva a quella dove ai nodi si sostituisce una greca e si associa una balza a palmette (già Firenze, collezione Contini Bonacossi; Philadelphia, Museum of Art; etc.), ed anteriore al modello ancor più ricco e monumentale che nella coppa oltre alla greca presenta protomi leonine, festoni e cherubini (Londra, Victoria and Albert Museum; Firenze, collezione Luzzetti; etc.). Invenzione inedita nel pur vasto repertorio decorativo dei vasi robbiani è il fregio che orna la balza della coppa, ulteriore conferma di uno spiccato gusto archeologico e di un riferimento a Giovanni, il solo ad impiegare nei suoi lavori i festoni perlinati, come nel vaso apicale della nicchia del San Domenico oggi al Bargello databile verso il 1510, le piccole borchie circolari, ricorrenti nei fregi di cibori, fonti battesimali ed altre strutture monumentali, ed entrambi questi motivi, composti in modo identico con i nastri svolazzanti, nella cornice della giovanile Madonna del Cuscino pure al Bargello.

Stima   20.000 / 30.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201410270100800.jpg
8

COPPIA DI ALBARELLI

Montelupo, 1500 CIRCA

 

Maiolica decorata in policromia con verde, giallo, arancio, blu e bruno di manganese nei toni del nero-violaceo

a) alt. cm 25,5; diam. bocca cm 11,7; diam. base cm 11

b) alt. cm 26,8; diam. bocca cm 11,2; diam. base cm 11

Sotto la base entrambi gli albarelli presentano etichette e numeri di inventario delle collezioni di provenienza:

a) Etichetta dattiloscritta: “M.M.14.”/ MAIOLICA DRUG VASE (Albarello)/ Painted with leafy scrolls/ and the inscription “Coloquintida” (Colocynth) Faenza (Casa/Pirota) Italian. 15th century/ J.P. Morgan Collection.”;Etichetta Humphris C./ ”n° 8/2.“. Numeri di inventario L.37.30.17, PM 2191, L.1650.17, scritti in rosso sulla terracotta

b) Etichetta dattiloscritta: "M.M.16”/ MAIOLICA DRUG VASE (Albarello)/ Painted with leafy scrolls &/ the inscription “Dictivio/ Bia(N)cho” Faenza. (Casa/ Pirota) Italian. 15th century./ J.P. Morgan Collection.”; Etichetta “Humphris C. n° 8/2.”. Numeri di inventario L.37.30.18, PM 2199, L.1650.18, scritti in rosso sulla terracotta

 

Intatti; a) usure all’orlo e alla spalla; b) cadute di smalto

 

Corredato da doppio attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in green, yellow, orange, blue, and blackish manganese purple

a) H. 25.5 cm; mouth diam. 11.7 cm; foot diam. 11 cm

b) H. 26.8 cm; mouth diam. 11.2 cm; foot diam. 11 cm

On the bottom, old collection labels and inventory numbers:

a) Label, typewritten with: ‘M.M.14.’/ MAIOLICA DRUG VASE (Albarello)/ Painted with leafy scrolls/ and the inscription ‘Coloquintida’ (Colocynth) Faenza (Casa/ Pirota) Italian. 15th century/ J.P. Morgan Collection.’; label ‘Humphris C./’n° 8/2.‘; inventory numbers ‘L. 37.30.17, PM 2191, L.1650.17’ written in red on earthenware

b) Label, typewritten with:

‘M.M.16’/ MAIOLICA DRUG VASE (Albarello)/ Painted with leafy scrolls &/ the inscription “Dictivio/ Bia(N)cho” Faenza. (Casa/ Pirota) Italian. 15th century./ J.P. Morgan Collection.’; label ‘Humphris C. n° 8/2.’; inventory numbers ‘L. 37.30.18, PM 2199, L.1650.18’ written in red on earthenware

 

In very good condition; a) wear to rim and shoulder; b) glaze losses

 

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Gli albarelli hanno forma cilindrica, con larga imboccatura ad orlo estroflesso e base piana. La superficie è smaltata anche all’interno. La decorazione presenta, al centro del corpo, una corona fogliata che incornicia un emblema, probabilmente quello della farmacia di provenienza, costituito da un garofano su stelo con due foglie stilizzate. Tutt’intorno corre un motivo gotico a larghe foglie accartocciate, tra le quali s’inseriscono sottili spirali e puntini a riempimento delle campiture libere. Nella parte bassa del vaso, entro un nastro orizzontale, corre la scritta apotecaria “COLO qVINTIDA” nel primo albarello, e “DIcTIVIO. BIACHO” nel secondo. Nelle fasce decorative secondarie si scorgono leggere differenze: sulla spalla e nella parte bassa dei vasi è presente un motivo a spina nel primo albarello e a “S“ nell’altro; e, a scendere fino al piede, compaiono un decoro a fioretti e righe parallele nell’albarello a) e uno a nodo ”a groppo” seguito da una riga a spina nell’esemplare b).

Entrambi gli albarelli conservano ancora il cartellino che ne indica l’appartenenza alla celebre collezione newyorkese Morgan con la tradizionale attribuzione a Faenza.

Questo tipo di maioliche era considerato opera delle botteghe faentine del secolo XVI: l’attribuzione è riportata da Seymour de Ricci nel 1927, che sposava l’attribuzione proposta da Castellani in occasione del passaggio sul mercato di questi due vasi a Roma nel 1884. La paternità faentina fu confermata da Wallis nella schedatura di un vaso dello stesso corredo apotecario, oggi conservato al Victoria & Albert Museum, nonché di uno venduto all’asta a Berlino nel 1913 e proveniente dalla collezione Beckerath. L’assegnazione alla città romagnola venne accettata da Mario Bellini e Giovanni Conti che, nel loro volume sulla maiolica italiana, pubblicarono come presente nella collezione Bak di New York proprio uno dei vasi in esame.

Nel 1973 Galeazzo Cora ha infine attribuito questa serie di vasi all’area toscana, più probabilmente a quella fiorentina. La presenza della foglia accartocciata in particolare evidenzia l’appartenenza dell’oggetto all’area montelupina: fino agli anni Quaranta del ’500 questo motivo si mantiene invariato fino alle forme più estenuate.

Questa tipologia chiamata carnation-series (o “servizio della calendula”) è ancora oggi attribuita ad area Toscana. Un orciolo, proveniente dalla stessa farmacia, è conservato al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza e reca sotto l’ansa la lettera “I”, che ne conferma l’attribuzione alla Toscana. Si veda in proposito il vaso farmaceutico della raccolta Bayer di Milano acquistato negli anni Novanta del ’900.

La pubblicazione nel 2006 di un altro albarello della serie conferma l’esistenza di un intero corredo farmaceutico.

Per quanto riguarda la formula farmaceutica, è stato possibile individuare con certezza il Coloquintide (Citrullus colocynthis (L.) Schrad.), una pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle Cucurbitacee, mentre supponiamo che il Dictivio Biacho possa corrispondere al dittamo bianco (Dictamnus albus) delle Rutacee, chiamato anche timonella, dittamo o frassinella.

Entrambi gli albarelli conservano ancora il cartellino che ne indica l’appartenenza alla collezione Morgan. I vasi furono acquistati nel 1901 da Charles Mannheim ed erano entrambi attribuiti a Faenza. Seymour de Ricci suggerisce che gli albarelli provenissero dalla collezione Castellani.

Come si è detto L'albarello a) è pubblicato da Bellini e Conti come appartenente alla collezione Bak. Conti pubblica poi entrambi i vasi sempre nella collezione Bak di New York nel 1973. Nello stesso anno l’albarello con scritta “Coloquintida” è pubblicato da Cora come collezione Jean-George Rueff (Parigi). Oggi possiamo aggiungere un passaggio attraverso Humphris di Londra e poi, da lì, all’attuale raccolta, passaggio avvenuto comunque attorno agli anni Settanta del secolo scorso.

 

Stima   15.000 / 20.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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9

COPPIA DI ALBARELLI

Montelupo, 1480-1495

 

Maiolica decorata in policromia con rosso, arancio, giallo, verde e blu

a) alt. cm 22,6; diam. bocca cm 9,8; diam. piede cm 9,9

b) alt. cm 22,7; diam. bocca cm 10; diam. piede cm 10,4

Sotto la base numero a china manoscritto: a) 744; b) 741

 

a) minime sbeccature al piede e usure all’orlo;

b) minime sbeccature al piede e usure all’orlo

 

Earthenware, painted in red, orange, yellow, green, and blue

a) H. 22.6 cm; mouth diam. 9.8 cm; foot diam. 9.9 cm

b) H. 22.7 cm; mouth diam. 10 cm; foot diam. 10.4 cm

On the bottom, number hand-written in black ink: a) ‘744’; b) ‘741’

 

a) minor chips to foot and wear to rim;

b) minor chips to foot and wear to rim

 

I vasi presentano corpo cilindrico con base carenata e piede piano. Hanno spalla stretta e alta molto inclinata, bocca ampia con orlo appena estroflesso e orlo a taglio netto.

La superficie degli albarelli è interamente ricoperta da smalto color crema, su cui è tracciato con ampie pennellate un motivo a “occhio di penna di Paona”.

Questo decoro, di origine medio-orientale, costituisce insieme al decoro con palmetta persiana uno degli elementi caratterizzanti della fase propriamente rinascimentale della maiolica italiana (1480-1520). Questa tipologia decorativa ebbe un notevole successo nelle botteghe faentine, tanto che spesso molti manufatti di diversa provenienza, sui quali era presente questo motivo, erano attribuiti alla città romagnola. Galeazzo Cora ha poi conferito la classe ceramica qui presentata alle manifatture toscane: in particolare, un piccolo albarello appartenente alla collezione G.C. con caratteristiche stilistiche decorative affini a quelle del nostro esemplare viene ascritto ad area fiorentina. Gli scavi condotti nel territorio di Montelupo hanno permesso di aggiudicare con maggior certezza questo gruppo, anche se i due centri di produzione, Faenza e Montelupo, hanno entrambi utilizzato questo ornato in forme variate e, talvolta, contaminate da altri decori, ma sempre con un diverso equilibrio formale e cromatico. Lo stesso motivo decorativo, che si inserisce nella produzione montelupina come elemento accessorio attorno al 1470, è stato riproposto anche dalle manifatture senesi e derutesi, ma con esiti più contenuti.

Nell’analisi degli esemplari della raccolta Fanfani Carmen Ravanelli Guidotti propone alcuni esemplari che, per impianto decorativo, si discostano dai nostri albarelli, con un’ornamentazione comunque maggiormente semplificata. Più affine per modalità decorative è il boccale della collezione Cora ora al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza. Esemplari che potremmo definire analoghi sono i due albarelli della collezione Mereghi, anch’essi al museo di Faenza, un altro conservato al Kunstgewerbemuseum di Berlino e un oggetto simile segnalato nella collezione Kahan e venduto in un’asta Sotheby’s negli anni Sessanta del ’900.

Le campiture tra i decori, nelle quali si possono riconoscere dei rombi riempiti da puntinature e motivi vegetali stilizzati, ci portano a datare i due albarelli tra il 1480 e il 1495.

 

Stima   8.000 / 10.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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10

ALBARELLO

Montelupo, 1570-1590

 

Maiolica decorata in policromia con verde, arancio, giallo, blu e bruno di manganese

alt. cm 15,4; diam. bocca cm 10,9; diam. piede 10,9

 

Sbeccature e consunzioni d’uso alla spalla, all’orlo e al piede; restauro e fermatura di una felatura passante che dall’orlo scende fino al piede, passa sotto a questo assottigliandosi e risale sull’altro lato, fermandosi alla spalla

 

Earthenware, painted in green, orange, yellow, blue, and manganese

H. 15.4 cm; mouth diam. 10.9 cm; foot diam. 10.9 cm

 

Chips and wear to shoulder, rim, and foot; a consolidated hairline crack, fixed with a metal clip, running from the rim down to the foot, going up the other side, and extending to the shoulder

 

Il piccolo vaso apotecario ha corpo di forma cilindrica appena assottigliato al centro; il piede è piano, leggermente svasato all’esterno e con orlo arrotondato. La spalla è arrotondata, il collo breve e stretto con imboccatura larga, svasata con labbro tagliato a stecca.

La decorazione si ripete in modo continuo sull’intera superficie dell’albarello e vede, sul collo, una seria di linee parallele fino al termine della spalla; il motivo è riproposto, in forma assottigliata, sul piede. Nella fascia centrale, una serie continua di ovali riempiono la superficie, disponendosi verticalmente verso la spalla e verso il piede. Il motivo è a sua volta decorato con linee a scalare, in arancio, blu e giallo, e racchiuso in un ovale blu. Gli spazi vuoti sono interessati da un sottile decoro in manganese che simula un motivo floreale fortemente stilizzato e semplificato.

Un esemplare molto simile, proveniente dalla donazione Cora, è conservato al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza.

Fausto Berti nel pubblicare questa tipologia decorativa sottolinea come a partire dalla metà circa del XVI secolo la produzione di maiolica cominci a riproporre i motivi ornamentali con stanchezza e in modo ripetitivo. Questa tendenza è maggiormente evidente proprio nelle maioliche da farmacia destinate a un uso meno prestigioso. L’ornato “ad ovali” del nostro vaso appartiene a questa fase, in cui gli artigiani tendevano a semplificare e a ripetere in modo frettoloso, quasi esasperato, la decorazione commissionata.

 

Stima   2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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11

CRESPINA

Montelupo, 1570-1575

 

Maiolica decorata in policromia con giallo antimonio, ocra, bruno di manganese nei toni del marrone, blu e verde

alt. cm 6; diam. cm 32; diam. piede cm 11,7

Sul retro iscrizione in bruno di manganese “.S. paulo/ Chonverso

 

Ricomposto da più frammenti; piede mancante (probabilmente tagliato per inserire l’oggetto in una cornice); sbeccature e cadute di smalto

 

Earthenware, painted in antimony yellow, ochre, brownish manganese, blue, and green

H. 6 cm; diam. 32 cm; foot diam. 11.7 cm

On the back, inscription in manganese ‘.S. paulo/ Chonverso’

 

Recomposed from fragments; missing foot (it has probably been cut away to fit the dish in a frame); chips and glaze losses

 

La coppa, o crespina, è modellata a stampo nella tipica forma con parete baccellata, orlo mosso con bordo arrotondato e piede svasato, qui mancante. Questa forma ebbe successo presso tutte le manifatture italiane del ’500, con alcune varianti morfologiche. Sul retro cerchi concentrici giallo-verdi, blu e arancio incorniciano la legenda.

Sul fronte della coppa è raffigurato l’episodio del Nuovo Testamento con la “Conversione di San Paolo”. Paolo, giudeo ormai cittadino romano, cade da cavallo, abbagliato da un raggio luminoso che scende dalla mano di Dio, raffigurato nella parte alta del piatto in un cerchio di nuvole. Intorno a lui alcuni soldati, tra quelli che lo stavano accompagnando a Damasco, fuggono spaventati, altri gli prestano soccorso. Sullo sfondo si apre un paesaggio con una città con torri, cupole e palazzi, probabilmente Damasco, che si specchia in un fiume. Poco lontano, sulla sinistra, nelle vicinanze di alcune grotte arcuate e di una grande erma, due soldati sembrano condurre in catene una terza persona con la barba: forse una prefigurazione dell’arresto di Paolo a Gerusalemme prima del trasferimento a Roma.

Le caratteristiche stilistiche e pittoriche della crespina ci indirizzano nell’attribuzione alle produzioni delle botteghe di Montelupo in un arco cronologico che va dal 1570 al 1575.

Infatti la pubblicazione di una crespina molto simile, considerata una pietra miliare nella storia dello studio della maiolica figurata di Montelupo, determina con sicurezza l’attribuzione e costituisce un importante punto di riferimento per facilitare il riconoscimento delle maioliche in stile istoriato prodotte dalle manifatture toscane, in precedenza attribuite a Casteldurante o a Faenza: si tratta infatti di “una delle più straordinarie realizzazioni di ‘figurato canonico’ di Montelupo”. Entrambe le opere presentano sul retro le caratteristiche fasce concentriche, a larghe pennellate, che si alternano nei colori del giallo e del blu, molto diluiti, a sottolinearne la foggia irregolare. Nella tavolozza domina il giallo intenso, ma si osserva anche la caratteristica variante marrone del manganese utilizzata nella definizione dei dettagli e in intere sezioni del decoro, non ultima per la scritta sul retro. In quest’ultima si nota la somiglianza fra il ductus del “Ch” e della “S” e quello riscontrabile in oggetti similari di manifattura montelupina. La scena raffigurata è la medesima, ma lo stile nel nostro esemplare è molto preciso; tuttavia sono molte le variazioni rispetto all’incisione da cui il pittore ha tratto spunto. La figura principale di San Paolo è molto fedele all’incisione in entrambe le crespine; diverso è invece l’uso, nella parte alta del cavetto, della figura del Padreterno al posto del Cristo nel nimbo, come pure il raggio che dà origine alla conversione di Saulo, particolarmente marcato nel nostro esemplare.

La stessa scena, probabilmente tratta da un’incisione differente, con una ulteriore variante del Padreterno nel nimbo accompagnato da angeli e serafini, compare su un altro piatto pubblicato nel 2007 attribuito a bottega forlivese. La diffusione di questo tema in ambito romagnolo pare confermare l’influenza delle manifatture prossime a Faenza per questo tipo di istoriato.

Carmen Ravanelli Guidotti ipotizza la presenza, presso le manifatture montelupine, di un pittore faentino che, dopo essersi espresso nel primo istoriato di Faenza o comunque nelle prime manifestazioni dell’istoriato in stile compendiario, si sarebbe trasferito in Valdarno dove, sul finire del ’500, avrebbe fatto suoi i caratteri tecnici peculiari montelupini, pur mantenendo le caratteristiche stilistiche faentine.

In quest’ambito va pertanto collocata questa crespina che, per caratteristiche tecniche e stilistiche, va ascritta alla mano di un decoratore di qualità, abituato all’uso delle incisioni. Le proporzioni, la qualità della pittura, lo stile sicuro nella definizione delle figure principali – in contrasto con uno stile più personale nelle figure secondarie, nelle quali gli elmi e le teste sono leggermente allungati – e la raffinatezza nel delineare i paesaggi e i dettagli ci paiono indicare in quest’opera la presenza di personalità artistica chiaramente sviluppata.

 

Stima   7.000 / 10.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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12

PIATTO

Montelupo, pittore “Istoriatore della Bibbia”, 1575

 

Maiolica decorata in policromia con giallo, giallo ocra, bruno di manganese nella tonalità del marrone, verde e blu su smalto stannifero molto povero

alt. cm 5,8; diam. cm 31; diam. piede cm 11

Sul retro, al centro del cavetto, iscrizione in bruno di manganese nel tono del marrone “Come sollomoñ/ trouo di chera/ il fanciullo morto/ el il vivo Dettolle/ ala madre sua

 

Piccole felature; cadute di smalto fittamente crettato sul retro

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a very poor white tin glaze and painted in yellow, yellowy ochre, brownish manganese, green, and blue

H. 5.8 cm; diam. 31 cm; foot diam. 11 cm

On the back, at the centre of the well, inscription in brownish manganese ‘Come sollomoñ/ trouo di chera/ il fanciullo morto/ el il vivo Dettolle/ ala madre sua’

 

Minor hairline cracks; glaze losses; the glaze on the reverse is extensively crackled

 

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Piatto con cavetto poco profondo, ampia tesa appena inclinata e basso piede ad anello poco rilevato. Attorno al disco che ospita l’iscrizione è disegnata una doppia corona di petali.

Sul fronte, ambientata nell’agorà di un’antica città, è rappresentata la drammatica scena biblica del giudizio di Salomone (Re 3, 16-28), descritta poi anche nella lunga frase apposta sul retro.

Salomone, re d’Israele (961-922) e figlio di David, fu nominato alla successione per le pressioni della madre Betsabea. Ereditò uno stato assai ampio, ma rinunciò alle attività militari e perse alcuni territori, mantenendo buoni rapporti con le popolazioni vicine al punto da sposare una figlia del faraone. Nella capitale costruì il palazzo reale e il tempio per cui è famoso. Rimasero proverbiali le sue doti di giustizia e di sapienza, obiettività e imparzialità assolute. L’episodio descritto nel piatto è la celebre storia del giudizio di Salomone, che narra di due donne che vivevano insieme e avevano partorito negli stessi giorni un bambino: uno dei due morì nella notte e la madre ne scambiò il corpo con il figlio della compagna, la quale per questo motivo portò in giudizio l’altra donna rivolgendosi al re. Salomone ordinò allora di tagliare il bambino conteso in due e di darne una metà all’una e una metà all’altra. La vera madre allora rifiutò, piuttosto di fare del male al bimbo, e quindi il saggio re salvò il piccolo riconsegnandolo alla vera madre.

Sul piatto, Salomone è raffigurato mentre, seduto sul trono, collocato sotto un porticato antistante la piazza, indica il bambino tenuto in braccio da un soldato incaricato di ucciderlo; le due madri sono sulla destra del piatto, una in piedi e l’altra inginocchiata in segno di preghiera; dei soldati, alcune donne e un giovane appoggiato a una colonna alle spalle del re assistono curiosi alla scena.

Il disegno rapido e la tavolozza basata sui toni del giallo ocra aranciato, accompagnato dal blu cobalto acquarellato e dal verde ramina, presenta un carattere stilistico originale. Il piatto trova infatti riscontro nella serie prodotta dall’anonimo pittore attivo a Montelupo negli anni 1570-1575 denominato da Fausto Berti “Istoriatore della Bibbia”, il cui corpus di opere è stato recentemente aumentato e riordinato grazie alla pubblicazione dello studio di Carmen Ravanelli Guidotti. Particolarmente interessante è il confronto con uno di quei piatti: coerente è la distribuzione delle figure intorno a un personaggio in trono; lo stile pittorico è assai simile anche nell’aspetto dei personaggi, caratterizzati dalla figura snella e dai piedi allungati, con volti dal naso piccolo e sottile; lo stesso dicasi per i panneggi degli abiti, larghi e appiattiti. Pure la narrazione figurata, sapientemente espressiva, deriva dalle Figure de la Biblia illustrate da stanze tuscane di Gabriel Symeoni, opera pubblicata a Lione nel 1565 presso Guglielmo Rovello.

Gli elementi di confronto ci conducono quindi a un’attribuzione in ambito montelupino, contesto in cui questo prolifico pittore dipinse in maniera innovativa in questo stile così particolare e riconoscibile.

 

Stima   8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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13

BOCCALE

Montelupo, fine del XVI secolo

 

Maiolica decorata in policromia con giallo, arancio, verde rame, blu di cobalto e bruno di manganese nei toni del nero-marrone

alt. cm 21,5; bocca cm 11,5 al beccuccio; diam. piede cm 11,8

 

Lacuna sul collo; cadute di smalto sul corpo; sbeccature d’uso al piede

 

Earthenware, painted in yellow, orange, copper green, cobalt blue, and brownish-blackish manganese

H. 21.5 cm; mouth 11.5 cm (width from handle to spout); foot diam. 11.8 cm

 

Loss to neck; glaze losses to body; wear chips to foot

 

Il boccale ha corpo globulare, imboccatura trilobata e ansa a nastro verticale contrapposta al beccuccio; poggia su un basso piede piano poco aggettante, e sul fronte presenta un medaglione profilato in bruno di manganese, circondato da una fascia bianca a risparmio e da una giallo-arancio, a sua volta profilata da linee in bruno di manganese. La cornice del medaglione termina sotto il beccuccio con un motivo decorativo, in cui si riconosce la rappresentazione di un anello con pietra incastonata. All’interno del medaglione è raffigurato un profilo femminile con capigliatura folta e crestina di pizzo bianca. Il ritratto, quasi caricaturale, spicca su un fondo giallo. Il resto del corpo presenta una decorazione a palmette attorniate da spiraline e da trattini a riempimento delle campiture. Una fascia attorno e sotto l’ansa è lasciata libera ed è occupata solo dal monogramma ”Z”. L’ansa è a sua volta decorata da due linee verdi parallele.

Il boccale appartiene a una produzione di Valdarno, che vede l’incontro e l’unione di più elementi datanti. Il ritratto femminile richiama stilemi ancora arcaici, d’ispirazione quattrocentesca (si vedano per esempio i ritratti degli albarelli montelupini più antichi con il profilo accentuato, il mento basso, il naso fortemente pronunciato e la capigliatura a masse sovrapposte), tuttavia i tratti somatici sono qui dipinti in modo rapido, corrivo, quasi disgregato. Il decoro a palmetta persiana, realizzato in versione evoluta, è anch’esso tratteggiato in modo rapido, poco accurato, quasi standardizzato. Ma, oltre a questi elementi, è soprattutto la marca a indurci a datare il pezzo attorno agli anni Settanta del ’500: essa infatti, come segnalato da Galeazzo Cora, caratterizza gli esemplari prevalentemente provenienti dal Borgo di Montelupo.

 

 

Stima   4.000 / 6.000
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14

VASO APOTECARIO BIANSATO

Montelupo, 1620-1640 circa

 

Maiolica decorata in policromia con azzurro, blu, verde, giallo, giallo-arancio e bruno di manganese nel tono del marrone

alt. cm 34; diam. cm 12,2; diam. piede cm 11; ingombro massimo con le anse cm 30

 

Sbeccature d’uso alle anse e al piede; un’ansa presenta una rottura incollata; qualche caduta di smalto al corpo

 

Earthenware, painted in light blue, green, yellow, yellowy orange, and brownish manganese

H. 34 cm; diam. 12.2 cm; foot diam. 11 cm; maximum width with handles 30 cm

 

Wear chips to handles and foot; one handle repaired; some glaze losses to body

 

Il vaso presenta corpo ovoidale su base stretta con piede distinto, piano e appena estroflesso; l’imboccatura è larga ed estroflessa; dai fianchi si dipartono due anse plastiche a forma di “drago”, dipinte in verde ramina e poggianti su due mascheroni a volto di satiro foggiati a rilievo e colorati di giallo. L’oggetto è privo di beccuccio per la fuoriuscita dei liquidi.

Il corpo è interamente decorato con un motivo fitoforme, delineato in blu su fondo smaltato bianco: si tratta del decoro denominato “alla foglia blu”, che prevede l’utilizzo della girali “foliate” qui in una versione atipica, sostanzialmente semplificata con un tratto rapido ma sicuro, che delinea le foglie sul fondo bianco con una prima linea sottile per poi riempire le zone a risparmio dando corpo alle ombreggiature della foglia e del frutto con una pennellata più marcata. Sul fronte, entro un medaglione delimitato da pennellate blu, su un fondo giallo mosso da pennellate brune spicca la figura dell’Assunta seduta su una nuvola e sorretta da Angeli con le mani aperte nel segno dell’orante. Al di sotto del medaglione un cartiglio reca la scritta apotecaria, delineata a caratteri capitali, in bruno di manganese nel tono del marrone “AQVa Di CETACcA”. Il cartiglio è incorniciato da un motivo a volute verde ramina centrato nella parte superiore da un amorino e in quella inferiore da mascherone.

La decorazione “alla foglia blu” è tipica della produzione degli ultimi fornimenti da farmacia di produzione montelupina, e Fausto Berti fa notare come l’opzione decorativa sia stata scelta anche da due forniture farmaceutiche ancora di rilievo, quella dell’Annunciazione e quella di Tobia accompagnato dall’Angelo, forse addirittura eseguite dalla stessa bottega con datazione intorno agli anni Quaranta del ’600.

Si tratta comunque di un gruppo omogeneo, caratterizzato da una decorazione uniforme e ripetitiva, che denuncia la decadenza delle botteghe montelupine. Dal gruppo si distinguono alcuni esempi destinati a farmacie fiorentine di una certa importanza, trai quali Berti pubblica due orci probabilmente provenienti dalla stessa farmacia del vaso in esame: il primo esemplare è conservato nelle Civiche Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco di Milano, il secondo in una raccolta privata fiorentina. Gli orci presentano uno smalto meno ricco, ma la stessa decorazione, limitata però alla sola parte a vista dei contenitori, che per loro morfologia sono dotati di beccucci per la fuoriuscita dei liquidi e non dovevano quindi essere mossi dallo scaffale. Entrambi gli orci mostrano la figura dell’Assunta, priva di amorini ma con nembi che incorniciano interamente il medaglione, e il cartiglio con cornice a volute, dei quali uno anepigrafo.

I due contenitori di confronto recano sotto l’ansa la marca dell’”amo”, la quale ci riconduce a una nota bottega montelupina che contrassegna le proprie maioliche fino al 1622. Secondo Berti la cronologia di questi vasi non dovrebbe distanziarsi troppo da tale produzione: la campitura gialla che circonda la figura femminile richiama la produzione figurata di Montelupo, definendo così un arco cronologico non troppo avanzato e ascrivibile al terzo decennio del ’600.

Il vaso è presente nel catalogo Sotheby’s dell’asta fiorentina di Palazzo Capponi del 1970, con attribuzione a Montelupo, ma datato al 1580 circa.

 

Stima   8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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15

ALBARELLO BIANSATO

Deruta, 1460-1490

 

Maiolica decorata in policromia con blu a zaffera, verde rame e bruno di manganese nei toni del violaceo

alt. cm 25,6; diam. bocca cm 12,6; diam. piede cm 10,8

 

Intatto; sbeccature d’uso all’orlo, alle anse e al piede

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in zaffera blue (cobalt blue), copper green, and manganese purple

H. 25.6 cm; mouth diam. 12.6 cm; foot diam. 10.8 cm

 

In very good condition; wear chips to rim, handles, and foot

 

An export licence is available for this lot

 

Il vaso apotecario ha bocca larga con orlo piano molto estroflesso che scende su un collo cilindrico basso, il quale a sua volta si congiunge con una spalla carenata dal profilo rigonfio. Il corpo è cilindrico, appena rastremato al centro; il calice è angolato, con profilo arrotondato, e scende con una forte strozzatura fino al piede piano e con orlo appena estroflesso. Le due anse, larghe e a nastro, sono tripartite con cordonatura centrale piana terminante in un bottone concavo e cordonature laterali dal profilo arrotondato che si dipartono dalla spalla per scendere fino quasi al bordo del calice.

Il decoro del collo mostra una serie continua di tratti ed è replicato anche lungo il piede. La spalla è decorata da una serie di palmette e palmette a ventaglio, secondo uno schema di gusto tardo-gotico. Il corpo è ornato da due metope principali con decori a foglie stilizzate, delimitate da due fasce verticali. Tra le metope su un lato si legge una lettera gotica “C” affiancata da motivi fogliati e puntinature e racchiusa in una riserva che ne segue il profilo, segnata in azzurro, sull’altro lato è dipinta una pianta di carciofo con due fiori, anch’essa racchiusa in una riserva profilata di azzurro.

Le anse sono dipinte con tratti orizzontali in ramina e viola manganese nella cordonatura centrale e con pennellate appena arcuate tutt’intorno. L’attacco inferiore, premuto “a pizzico”, è messo in risalto dal colore verde ramina.

Gli esemplari di confronto sono numerosi, e tra loro un riscontro morfologicamente puntuale si trova in un vaso della raccolta della Cassa di Risparmio di Perugia datato 1460-1490.

La tipologia è stata per lungo tempo attribuita variamente alle botteghe faentine o alla Toscana, e in seguito ricondotta alla bottega originaria. La produzione di questi albarelli dovette essere cospicua, con grande varietà di forme e decori: gli scavi a Deruta hanno restituito frammenti relativi a esemplari con anse simili a quelle dell’opera in esame, ma prevalentemente a oggetti con anse a torciglione. I decori hanno trovato riscontro in mattonelle di pavimenti coevi e propongono motivi tardo-gotici con foglia accartocciata, fiamme, corde, lettere gotiche e altro. Molti reperti sono conservati nel museo di Deruta.

Il vaso è accompagnato dalla documentazione relativa al suo passaggio sul mercato – in occasione della vendita della collezione Bak di New York – nella quale viene attribuito a una manifattura faentina del 1470; a conferma di quanto detto qui sopra, viene fatto riferimento, come provenienza, alle collezioni S. von Auspitz prima e Lanna di Praga poi. L’attribuzione si basava probabilmente sugli studi disponibili all’epoca, come per esempio il repertorio di Jeanne Giacomotti, nel quale erano raccolti diversi esemplari di questo genere.

 

Stima   10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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16

COPPIA DI ALBARELLI

Deruta, 1500-1510 circa

 

Maiolica decorata in policromia con rosso, arancio, giallo scuro, blu, verde ramina e bruno di manganese

a) alt. cm 22,6; diam. bocca cm 10,5; diam. piede cm 11,7

b) alt. cm 21,8; diam. bocca cm 9,8; diam. piede cm 11

Sotto la base segni incisi dopo la cottura; numeri incisi e dipinti di bianco: a) “261”; b) “26”. Tracce di cartellini con numerazione

 

a) cadute di smalto e sbeccature sul fronte; usure alla spalla; sbeccatura al piede

b) felatura all’orlo; usure alla spalla

 

Corredato da doppio attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in red, orange, dark yellow, blue, copper green, and manganese

a) H. 22.6 cm; mouth diam. 10.5 cm; foot diam. 11.7 cm

b) H. 21.8 cm; mouth diam. 9.8 cm; foot diam. 11 cm

On the bottom, some marks have been carved in after firing; numbers incised and painted on in white: a) ‘261’; b) ’26’. Remains of paper tags with numbers

 

a) on the front, glaze losses and chips; wear to shoulder; chip to foot

b) hairline crack to rim; wear to shoulder

 

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I due contenitori apotecari hanno corpo cilindrico rastremato al centro, imboccatura larga con orlo svasato, un collo breve e spalla molto carenata. Il piede piano non smaltato, diviso dal corpo da una breve strozzatura, ha orlo arrotondato. Il corpo ceramico color camoscio scuro è ben visibile all’interno dei vasi, che non sono rivestiti da smalto, ma solo da invetriatura.

La decorazione dell’albarello a) mostra un busto maschile di profilo, racchiuso in una ghirlanda di foglie e frutti centrata da due fiori racchiusi in un medaglione azzurrato. Nella parte posteriore, si sviluppa un lungo stelo con foglie dalla forma gotica e fruttini trilobati, circondato da piccole spirali a riempitura dei campi. Lungo la base, si articola un motivo a cordone seguito da una corona stilizzata. Sotto il piede, sono visibili dei segni incisi dopo la cottura.

L’albarello b), fortemente coerente, è decorato da un profilo muliebre con capelli raccolti in una cuffia, abito con bustino e spalle coperte da uno scialle. Il profilo è circondato da una ghirlanda con foglie di quercia e piccole ghiande; anche in questo caso la ghirlanda è centrata da due fiori racchiusi in un medaglione. Il retro del vaso è occupato da un tralcio fitoforme con arricciature, piccole fogliette trilobate e fiori dalla corolla multipetalo, dipinti in verde e arancio. Il fondo vuoto è riempito da pennellature, cerchietti puntinati e spiraline. Lungo la base, un motivo a cordone, seguito da una corona stilizzata, riprende la decorazione del collo.

Diversi albarelli appartengono alla stessa celebre serie di vasi sfornati a Deruta: ad esempio una coppia di albarelli con profili assai simili è conservata nella raccolta Gillet del Musée des Arts Décoratifs di Lione. Le differenze, rispetto ai nostri esemplari, sono minime: il coprispalle, le ghiande al posto dei fruttini e la scelta decorativa nei retri. Un albarello coerente, decorato con un profilo di giovane con copricapo, è conservato al Metropolitan Museum of Art di New York e databile 1510.

Due esemplari simili dichiarati come datati 1507, l’uno decorato dal profilo di un giovane con berretto, l’altro da un profilo di donna, si trovavano nella collezione Adda: ad essi si fa generalmente riferimento per la cronologia di questo corredo farmaceutico. L’attribuzione è stata sostenuta per la prima volta da Rackham, che smentisce l’ipotesi di paternità senese sostenuta da Falke.

Si è ipotizzato che i nostri due albarelli potessero addirittura corrispondere ai due vasi pubblicati da Rackham nella sopracitata monografia sulla collezione Adda da cui provengono altri oggetti presenti in questa raccolta: gli albarelli sono infatti perfettamente sovrapponibili, ma non compare la data “1507” indicata dallo studioso.

Molto simile al nostro esemplare con profilo maschile è anche l’albarello riprodotto nel catalogo della collezione Sigismond Bardac, proveniente dalla raccolta Bardini e all’epoca ancora attribuito a manifatture faentine della fine del secolo XV, nella cui scheda non c’è alcuna indicazione relativa alla presenza di una data sul retro.

I due oggetti in esame sono pubblicati invece nel catalogo di Humphris del 1967 relativo alla mostra sugli oggetti provenienti dalla raccolta Adda ascritti a un arco cronologico tra il 1500 e il 1510 (anche qui nessun accenno alla presenza della data). Dal catalogo Humphris riportiamo l’elenco delle provenienze: collezione Stefano Bardini fino al 1899, collezione Sigismond Bardac e collezione Alfred Pringsheim fino al 1939, quindi nella raccolta Adda fino al 1965.

Possiamo a questo punto affermare che si tratta proprio dei due albarelli che, in uno dei momenti di maggior fervore degli studi sulla maiolica antica, hanno comportato la variazione di attribuzione di questo gruppo ceramico da Faenza-Siena a Deruta.

 

Stima   10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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17

TONDINO

Deruta, 1500-1520 circa

 

Maiolica decorata in policromia con arancio, blu, verde rame e bruno di manganese nei toni del nero-marrone su smalto bianco crema crettato

alt. cm 2,8; diam. cm 25; diam. piede cm 8,2

Sul retro cartellino di collezione molto usurato, numeri di inventario delle raccolte di provenienza in rosso: “L.37.03.92”, “L.1660.92”, “44459”(?)

 

Nella parte alta della tesa sbeccatura ricoperta, con felatura passante che scende fino al medaglione; piccola caduta di colore integrata sul fronte a destra in alto vicino al medaglione; sbeccature minime al bordo e usure

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a crackled creamy-white glaze and painted in orange, blue, copper green, and blackish-brownish manganese

H. 2.8 cm; diam. 25 cm; foot diam. 8.2 cm

On the back, collection paper tag (worn); old collection inventory numbers in red: ‘L.37.03.92’ and ‘L.1660.92’; ‘44459(?)’

 

On the upper part of the broad rim, a chip repainted and a heavy hairline crack running down to the central decorative panel; on the front, a minor colour loss, repainted; minor chips to rim; slight wear

Il tondino presenta un cavetto profondo a larga tesa piana con orlo arrotondato.

 

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Il decoro vede, al centro del cavetto, un ritratto di paggio con lunghi capelli e copricapo: il fanciullo indossa una casacca chiaroscurata in un color verde molto diluito. Lo sfondo alle spalle del personaggio è suggerito, in alto, da alcune righe azzurre, mentre sul davanti il profilo è fortemente risaltato da pennellate blu scuro che si schiariscono progressivamente, ombreggiando lo sfondo. Il tondo che racchiude la figura è delimitato da un motivo decorativo a cordonatura, cui si sovrappone una fascia a punte, nelle quali sono inscritti piccoli triangoli blu, contornata da semisfere arancio disegnate di blu.

L’attribuzione alla città umbra di Deruta è ormai generalmente accettata.

Lo studio di un gruppo di piatti “petal back” associati a monogrammi o lettere pubblicati da Bernard Rackham nel 1915 aveva inizialmente comportato l’attribuzione alle botteghe di Deruta piuttosto che a Faenza, Forlì, Pesaro o Cafaggiolo precedentemente citate. In opposizione a Rackham, Otto Von Falke aveva invece sostenuto l’attribuzione di questo gruppo alla bottega di maestro Benedetto di Siena. Chompret aveva sposato quest’ultima ipotesi, nonostante la scoperta a Deruta di alcuni frammenti.

Riguardo a questo motivo decorativo, è significativo quanto pubblicato dopo gli scavi nelle vicinanze dell’Istituto d’Arte di Deruta, che hanno portato alla luce resti di fornace: infatti attraverso la pubblicazione dei frammenti sono state chiarite le tipologie e la cronologia di questo genere di motivi.

Un confronto assai prossimo è costituito da un piatto del Fitzwilliam Museum di Cambridge, con ritratto di San Francesco, che presenta caratteristiche decorative molto simili: si veda per esempio l’uso della fascia dentellata a decoro del medaglione centrale e alcuni dettagli nella decorazione della tesa. Il piatto, attribuito all’Umbria e datato tra il 1500 e il 1520, si distingue dall’esemplare in esame per il retro, nel quale il motivo ornamentale è solo accennato.

I piatti con ritratti, come quello in oggetto, appartengono alla categoria dei “ritratti amatori”, molto in voga tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500, e prodotti da tutte le manifatture italiane. I piatti amatori ebbero grande fortuna a Faenza e raggiunsero il massimo sviluppo nei piatti da pompa prodotti proprio dalle botteghe di Deruta, espressione dell’usanza, tipicamente rinascimentale, del far dono di stoviglie in pegno d’amore o per particolari occasioni. Spesso tali oggetti raffiguravano il ritratto dell’amato o dell’amata, o un simbolo che evocasse il patto d’amore.

Il nostro tondino proviene dalla collezione Mortimer Schift con attribuzione a una manifattura senese.

La dichiarazione d’autenticità che accompagnava il piatto, redatta a cura di Alavoine Antiquités di Parigi, testimonia l’evoluzione degli studi nel settore attorno agli anni Sessanta del secolo scorso e ricorda pubblicazioni ed esposizioni. Conferma anche la provenienza dalla collezione Sigismond Bardac e il passaggio dalla raccolta Mortimer Schiff (New York); non indica invece la presenza di quest’oggetto nella collezione Bak (New York), dove rimase fino agli anni Sessanta del ‘900.

L’oggetto è stato esposto al Metropolitan Museum of Art di New York negli anni 1917-1919 e 1937-1941.

 

Stima   12.000 / 16.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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18

PIATTO DA POMPA

Deruta, 1500-1520

 

Maiolica decorata in blu di cobalto e lustro dorato

alt. cm 9,4; diam. cm 42; diam. piede cm 13,9

Sul retro etichetta brunita di vecchia collezione con manoscritto a china in corsivo: "n. 685./ Inscription/ Un bel morire tutta/ la vita onora/ A beautiful death/ confers illustration/ for a lifetime/ From Chevalier Massa/ Collection...”.

Sul retro numero 783 in inchiostro rosso

 

Intatto; lievi consunzioni all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in cobalt blue and golden lustre

H. 9.4 cm; diam. 42 cm; foot diam. 13.9 cm

On the back, old collection label hand-written in black ink: "n. 685./ Inscription/ Un bel morire tutta/ la vita onora/ A beautiful death/ confers illustration/ for a lifetime/ From Chevalier Massa/ Collection...”.

On the back number 783 in red ink

 

In very good condition; minor wear to rim

 

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L’esemplare ha un cavetto profondo e largo, la tesa è ampia e termina in un orlo rifinito a stecca appena rilevato. Il piatto poggia su un piede ad anello anch’esso appena rilevato e forato in origine, prima della cottura. La foggia è quella tipica delle produzioni derutesi, che ha fatto la fortuna delle manifatture della città umbra: questa forma era destinata ad accogliere i celeberrimi ritratti di belle donne, stemmi nobiliari o soggetti importanti come le immagini di santi ed eroi dipinti con tecnica mista ottenuta in due cotture: la prima a gran fuoco con blu a due toni, la seconda in riduzione per l’ottenimento del lustro.

Retro con invetriatura appesantita di bistro che ricopre l’intera superficie

Al centro del cavetto è raffigurata, di profilo, una giovane donna alla vita, che sostiene nella mano sinistra un garofano dallo stelo lungo e sinuoso. Di fronte al ritratto, si svolge un cartiglio che reca la scritta a caratteri capitali “UMBE/L MoRIR/ETU/TALAVITA•ONO/R/A” (un bel morir tutta la vita onora), tratta dal Canzoniere di Petrarca. Il profilo è fortemente sottolineato da pennellate blu scuro che si schiariscono progressivamente, andando ad ombreggiare lo sfondo intorno al cartiglio. Una sottile fascia con un motivo decorativo a corona fogliata separa il cavetto dalla tesa, decorata da una ghirlanda di fiori a bocciolo, collegati da una breve rametto con foglie lanceolate disposte simmetricamente.

Com’è consuetudine in questa tipologia ceramica, la stessa immagine è ripetuta, in modo sostanzialmente simile, anche in altri piatti con analoga impostazione decorativa, direttamente ispirata dalle figure del Pinturicchio che ornano l’appartamento Borgia in Vaticano o dalla Sibilla Eritrea raffigurata negli affreschi del Perugino che decorano la Sala delle Udienze nel Collegio del Cambio a Perugia. Per confronto si vedano l’esemplare con il motto virgiliano “Omnia vincit amor” del Museo delle Arti Decorative di Lione e quello del British Museum con tesa decorata da una bordura molto simile, databile tra il 1500 e il 1520. Un altro piatto molto vicino all’oggetto in esame, pubblicato da Wilson qualche anno fa, presenta solo lievi differenze nei decori minori dell’abito e nella presenza di fiori arrotondati al posto delle fogliette nella tesa, oltre a un tratto pittorico più evanescente, meno incisivo di quello del nostro esemplare.

Questo gruppo di piatti è databile grazie al confronto con il piatto del British Museum dalla tesa decorata a ghirlanda recante lo stemma di papa Giulio II, che data l’intera serie tra il 1503 e il 1513, gli anni del suo pontificato.

La documentazione che accompagna l’oggetto in esame ne attesta l’arrivo nell’attuale collezione tramite un acquisto effettuato da Humphris di Londra nel 1969. Nel suo catalogo relativo agli oggetti provenienti dalla collezione Adda, Humphris cita il testo di Rackham sulla famosa raccolta, in cui è possibile ricostruire il percorso dell’oggetto come proveniente dalla collezione Beit, poi venduto da Sotheby’s nel 1948. Il noto studioso ipotizza che il piatto potesse essere lo stesso menzionato nel 1851 da James Dennistoun come proveniente dalla collezione del “Cavalier Massa di Pesaro”.

 

Stima   28.000 / 35.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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19

PIATTO DA POMPA

Deruta, 1500-1520

 

Maiolica decorata in blu di cobalto e lustro dorato

alt. cm 8,4; diam. cm 42; diam. piede cm 13,6

 

Intatto; lievi consunzioni all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, painted in cobalt blue and golden lustre

H. 9.4 cm; diam. 42 cm; foot diam. 13.6 cm

 

In very good condition; minor wear to rim

 

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L’esemplare ha un cavetto profondo e largo, la tesa è ampia e termina in un orlo rifinito a stecca appena rilevato. Il piatto poggia su un piede ad anello anch’esso appena rilevato e forato in origine, prima della cottura avvenuta con tecnica mista in due tempi: prima a gran fuoco con blu a due toni, poi in riduzione per l’ottenimento del lustro. Retro con invetriatura color bistro che ricopre l’intera superficie.

La forma, comunemente destinata ad accogliere i ritratti, è qui utilizzata per un insolito e ricercato ritratto maschile a mezzo busto. Al centro del cavetto spicca il profilo di un uomo barbato con un elmo da parata dalla foggia straordinariamente complessa, riccamente adornato sulla celata con figure di delfino e di sfinge. Il copricapo, che riproduce la lavorazione a sbalzo, è dotato di un vistoso copriorecchie a chiocciola, sul quale si aggrappa un piccolo putto alato vivace. L’uomo indossa un mantello chiuso alla spalla da una fibula. Con la mano destra, non visibile, sostiene un’alabarda decorata da un nastro sinuoso.

Un motivo a corona di alloro separa il cavetto dalla tesa, decorata da una ghirlanda di fiori a bocciolo collegati da un breve rametto con foglie lanceolate disposte simmetricamente: un ornato del tutto analogo a quello presente sul piatto proposto al lotto 18 di questo stesso catalogo.

Anche tecnicamente il piatto mostra chiare analogie con quello a figura femminile appena citato. Il decoro è stato realizzato lasciando a risparmio il fondo maiolicato, fortemente distinto dalla parte a lustro grazie a linee di cobalto stese con maggiore o minore densità, così da creare un gradevole effetto di ombreggiatura che dà profondità all’opera. Un importante esemplare di confronto è il piatto da pompa con busto di guerriero del Museo delle Arti Decorative di Lione: anche in quel caso il decoro e la tecnica sono raffinatissimi. Il giovane protagonista della decorazione è raffigurato di fronte e indossa un elmo alato con una lorica, arricchita da una lavorazione fitta ed elegante, quasi un lavoro di oreficeria. Anche la tesa di quell’esemplare è molto simile alla nostra, per la cui datazione si fa ugualmente riferimento al piatto del British Museum recante lo stemma di papa Giulio II, cioè al decennio che va dal 1503 al 1513.

Ci piace pensare che la finalità della decorazione sia di celebrazione amorosa, nonostante la serietà del personaggio: ciò s‘intuisce dalla presenza del piccolo Erotino che, chiaramente, non fa parte della decorazione dell’elmo, ma sembra inserirsi nella composizione come se provenisse dall’esterno, quasi fosse latore di un segreto messaggio d’amore.

La documentazione che accompagna l’oggetto ne testimonia l’acquisto nel 1969 da Humphris di Londra. L’antiquario londinese in essa ricostruisce i passaggi dell’oggetto a partire dalla sua presenza nella raccolta Cook di Londra, dove Rackham alcuni anni dopo afferma che fosse erroneamente catalogato come “maiolica di Gubbio”, e poi nella collezione Adda.

Stima   28.000 / 35.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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20

PIATTO

Deruta, 1520 circa

 

Maiolica decorata a policromia in blu, giallo antimonio, verde ramina e rosso ferro

alt. cm 4,1; diam. cm 22,2; diam. piede cm 7,9

Sul retro etichetta stampata “ESPOSTO ALLA MOSTRA NAZ. DELL’ ANTIQUARIATO/ Milano - 19 nov. 11 dic. 1960”; altra etichetta dattiloscritta con “piatto Deruta sec XVI/ (Amatorio)”

 

Rottura radiale sulla parte alta, restaurata con qualche integrazione alla pittura; piccola lacuna reintegrata sulla tesa; coperture lungo il bordo del cavetto e in prossimità della frattura

 

Earthenware, painted in blue, antimony yellow, copper green, and iron red

H. 4.1 cm; diam. 22.2 cm; foot diam. 7.9 cm

On the back, printed label ‘ESPOSTO ALLA MOSTRA NAZ. DELL’ANTIQUARIATO/ Milano – 19 nov. 11 dic. 1960’; label typewritten with ‘piatto Deruta sec XVI/ (Amatorio)’

 

On the upper part, a radial crack restored with areas of repaint; a minor loss to broad rim, repainted; some areas of repaint along the edge of the well and close to the crack

 

Il piatto presenta cavetto profondo, larga tesa piana con orlo arrotondato, piede a fondo leggermente concavo. Il decoro al centro del cavetto raffigura due mani che si stringono sopra una fiamma ardente, sormontate da una corona affiancata dalle iniziali “E.” ed “E.” scritte in blu in caratteri capitali. Il decoro è realizzato in policromia con l’utilizzo del blu di cobalto, del giallo antimonio, del verde ramina e del rosso ferro. Il motivo decorativo centrale è racchiuso da una corniciatura a sottili fasce concentriche decorate da linee parallele, puntinature rosse e tratti decorativi sporgenti sull’ultima linea a simulare dei nodi. La tesa è interessata da un motivo decorativo a tralci incrociati con spine sporgenti, detto a “corona di spine”.

Il decoro centrale è tipico dei piatti cosiddetti “amatori” e raffigura il motivo della Fede: simboleggia cioè il patto d’amore o la promessa tra i fidanzati. Di origine romana, questo decoro spesso era accompagnato dalla parola “Fides”. Il motivo è frequente anche nella maiolica faentina del ’500. I piatti di questa tipologia erano donati alla persona amata e costituivano talvolta un regalo di fidanzamento. Il decoro ebbe successo e fu poi riprodotto da molte manifatture dell’Italia centro-settentrionale.

Il motivo della tesa a ”corona di spine”, contemporaneo di altri ornati, è usato dalle manifatture di Deruta dell’epoca. Frequente nei piatti da pompa, è variamente associato a decorazioni principali, che presentano anche figure diverse: al Museo Regionale di Deruta, per esempio, lo troviamo tra gli altri sia con un ritratto amatorio, sia con San Pietro.

Un piatto, fortemente lacunoso, decorato sulla tesa in maniera molto simile al nostro, databile al periodo tra gli anni Venti e Cinquanta del ’500, è conservato al Fitzwilliam Museum di Cambridge. Il decoro a tralci verdi è utilizzato dalle maestranze derutesi anche in piatti da parata di maggiori dimensioni, talvolta con modalità stilistiche più complesse e con l’aggiunta di rosette: si vedano, per esempio, i piatti di questo tipo, decorati al centro con figure, conservati al Museo del Louvre, datati ai primi anni del secolo XVI. Infine un esemplare da parata con lo stemma di papa Paolo III Farnese (1534-1549) che è considerato datante per le produzioni minori porta sulla tesa la decorazione.

Il piatto in esame ha uno smalto povero alla derutese, molto crettato e ricco di difetti e bolliture; il decoro sul retro si limita a una serie di archetti appena visibili in prossimità dell’orlo.

L’opera reca sul retro un cartiglio di collezione e l’etichetta di esposizione alla Mostra Nazionale di Antiquariato, che si svolse a Palazzo Reale di Milano nel 1960.

 

Stima   3.000 / 5.000
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21

Bacile da acquereccia

Deruta, 1530 circa

 

Maiolica decorata in blu di cobalto, con lumeggiature a lustro dorato

alt. cm 3,4; diam. cm 33; diam. umbone cm 11

Sul retro un cartellino cartaceo stampato “ORLANDO PETRENI/ ARREDAMENTI ARTISTICI/ FIRENZE/ VIA RONDINELLI 7R TEL. 23.782

 

Parte inferiore della tesa interessata da diverse rotture incollate e stuccate con restauro archeologico sul retro e parziale copertura sul fronte

 

Earthenware, painted in cobalt blue with touches of golden lustre

H. 3.4 cm; diam. 33 cm; centre diam. 11 cm

On the back, printed paper tag ‘ORLANDO PETRENI/ ARREDAMENTI ARTISTICI/ FIRENZE/ VIA RONDINELLI 7R TEL. 23.782’

 

On the lower part of the broad rim, some restored and plastered cracks are visible on the back, with areas of repaint on the front

 

Il piatto ha un cavetto ampio e concavo centrato da un umbone a fondo piano, circondato da una cornice a rilievo con orlo arrotondato, digradante in una seconda cornice a gola. La tesa è breve e orizzontale, con orlo rilevato. Il retro segue la forma del piatto, con leggere baccellature rilevate e centro concavo.

La forma è quella del bacile da acquereccia: il piatto doveva cioè sorreggere nel centro un versatoio, a imitazione del vasellame metallico.

Al centro della composizione decorativa troviamo un ritratto muliebre di profilo, con un cartiglio contenente la scritta “BERRARDINA”. Nella cornice a gola è presente un motivo a nodo delineato in blu su fondo lustrato, mentre nel resto del cavetto si sviluppa un decoro a baccellature arcuate, delimitate da sottili pennellature blu e ombreggiature, anch’esse in blu sul fondo. L’effetto a rilievo è ottenuto grazie all’utilizzo delle ombreggiature e alla riserva lasciata bianca per dar luce. La tesa mostra il caratteristico decoro a piccoli frutti tondeggianti disposti a linea continua.

Il retro è decorato da linee concentriche gialle con tracce di lustro.

Questo tipo di bacile fu prodotto a Deruta con alcune varianti nella scelta della decorazione, comunque realizzata a lustro nei modi utilizzati anche nei piatti da parata, in un periodo che oscilla tra il 1500 e il 1530: la gran parte dei bacili da versatore presentano al centro un ritratto femminile di solito accompagnato da un fiore di giglio, con varianti del soggetto raffigurato al centro, in questo caso molto prossimo alla tipologia dei ritratti amatori.

Un piatto conservato al Victoria and Albert Museum, di produzione derutese e databile al 1520, è morfologicamente affine, con ritratto al centro dell’umbone e decoro intorno alla tesa e sull’orlo, ma mostra una scelta decorativa differente nel motivo a pannelli radiali con decori fitoformi ed embricazioni. Prossimo a quest’ultimo esemplare è anche il bacile con ritratto femminile del Fitzwilliam Museum di Cambridge proveniente dalla collezione Pringsheim, con un ritratto stilisticamente vicino a quello delineato nel nostro oggetto. Da ultimo un bel bacile conservato al British Museum, risalente ai primissimi anni del ‘500, presenta una tesa con decoro a embricazioni e un profilo con caratteristiche molto prossime ai modi del Perugino, dai cui ritratti prendono spunto questi decori.

 

Stima   6.000 / 9.000
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22

ALBARELLO

Deruta, ultimo quarto del XVI secolo

 

Maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, verde ramina, giallo antimonio e ocra su smalto stannifero povero

alt. cm 19,6; diam. bocca cm 9,5; diam. piede cm 9,8

Sotto la base etichetta stampata “Dott. Serra Milano”; etichetta manoscritta, in corsivo, “6647/ albarello / toscano/ sec XVI”; etichetta stampata, poco leggibile, “... DELLA GHERARDESCA” e, manoscritta, “221

 

Felature sottili al corpo vicino al piede; sbeccature di usura al piede e all’orlo

 

Earthenware, covered with a poor tin glaze and painted in cobalt blue, copper green, antimony yellow and ochre

H. 19.6 cm; mouth diam. 9.5 cm; foot diam. 9.8 cm

On the bottom, label printed ‘Dott. Serra Milano’; label hand-written ‘6647/ albarello / toscano/ sec XVI’; printed label‘... DELLA GHERARDESCA’ (hardly readable) and, hand-written, ‘221’

 

Minor hairline cracks to body close to the foot; wear chips to foot and rim

 

L’albarello ha larga imboccatura con orlo piano appena estroflesso e collo molto breve che scende in una spalla angolata. Il corpo cilindrico è molto rastremato al centro e termina con un calice assai angolato che scende a formare un piede su base piana e aggettante, preceduto da una strozzatura breve.

Sul fondo del piede è visibile un segno farmaceutico inciso dopo la cottura.

Il vaso apotecario era stato attribuito a manifattura Toscana, mentre a noi pare, per morfologia e decoro, vicino alle serie prodotte dalle manifatture umbre di Deruta nel corso del secolo XVI.

Il motivo che incornicia la scritta apotecaria “DIAPRUNIS” riproduce una corona robbiana con modalità pittoriche corrive, quasi di maniera. Lo stesso tipo di corona, ma con stile più fluido, associato al motivo decorativo a girali fiorite caratteristico delle manifatture derutesi, è raffigurato in un albarello della collezione Bayer di Milano.

Morfologicamente l’opera si avvicina alle produzioni derutesi dei primi anni del ‘500, come per esempio la coppia di albarelli con emblema farmaceutico e decori a trofei conservata nelle raccolte del Castello Sforzesco di Milano. La forma, la scelta cromatica, la qualità dello smalto e la disposizione del decoro con nastri svolazzanti sul retro del vaso hanno poi dei precedenti di qualità nella raccolta Mereghi al Museo Internazionale delle Ceramica di Faenza. L’orciolo da farmacia nella stessa raccolta con decoro “alla porcellana” datato alla seconda metà del XVI secolo costituisce un confronto per il decoro “minore” posto all’interno della fascia: il decoro alla porcellana, steso anch’esso con tratto veloce, richiama l’esemplare del museo faentino e di conseguenza il suo confronto datato e conservato a Sèvres.

 

Stima   4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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23

VASO OVOIDALE

Faenza, 1490-1510 circa

 

Maiolica decorata in policromia con verde, arancio, blu, turchino su smalto stannifero bianco e spesso

alt. cm 29; diam. bocca cm 11; diam. piede cm 11

 

Felatura passante alla base a partire dalla parte inferiore del corpo

 

Earthenware, covered with a thick white tin glaze and painted in green, orange, blue, and turquoise

H. 29 cm; mouth diam. 11 cm; foot diam. 11 cm

 

Heavy hairline crack to base extending from the lower part of the body

 

Il vaso ha un’imboccatura larga con orlo appena estroflesso e labbro piano tagliato a stecca. Il collo cilindrico si congiunge alla spalla, dalla forma arrotondata, che si apre in un corpo ovoidale; questo si restringe per chiudersi in un piede largo a base piana.

Lo smalto ricopre l’intera superficie e si presenta spesso, molto bianco e di ottima qualità. La decorazione è disposta a fasce concentriche che, alternando i colori verde, blu e giallo-arancio, interessano il collo e la porzione superiore e inferiore del corpo. La fascia principale del decoro si estende lungo il punto di massima espansione del corpo: qui campeggia un elegante tralcio fogliato sul quale s’innestano dei motivi a “palmetta persiana” che, arricciandosi, corre sopra una fitta ornamentazione a piccole spirali. Sul fronte del vaso compare il simbolo di San Bernardino in lettere gotiche, circondato da un rosario, il tutto racchiuso in un medaglione circolare incorniciato da una cordonatura dipinta in arancio. Sul fondo del vaso, all’altezza della strozzatura che precede la base, si apre nuovamente in una fascia con motivi che possiamo definire a “fiamme bernardiniane”.

Il decoro a “palmetta persiana” trova riferimento nel pavimento Vaselli in San Petronio a Bologna. Ravanelli Guidotti sottolinea come questo decoro sia in genere poco documentato sulle forme chiuse e presenta come confronti alcuni esemplari con questo tipo di ornamentazione, tra i quali un bel vaso globulare conservato nel Herausgegeben vom Kunstgewerbemuseum di Berlino, in cui l’ornato “a palmetta” più prossimo alle forme vaselliane è associato a motivi decorativi simili a quelli del nostro esemplare, che però mostra una variante fiorita con inusuali tocchi di verde. Anche nell’esemplare di confronto lo smalto risulta impeccabile e il decoro mostra colori accesi. Un altro vaso con caratteristiche morfologiche simili e appartenente alla raccolta della Cassa di Risparmio di Perugia è stato studiato da Wilson: qui il motivo a palmetta è presente in una versione verticale, più vicina a quella del pavimento Vaselli, ed è associato a uno stemma. Wilson sottolinea come questo tipo di decoro fosse diffuso in tutta la Romagna e anche in Toscana, dove perdura in forme attardate per tutto il ’500, associandolo a un altro contenitore, questa volta con decoro a trofei, conservato nella collezione Strozzi Sacrati e datato 1506. Nella stessa raccolta toscana si trova anche un vaso piriforme che mostra un decoro a palmetta persiana su girali molto ben delineato, già definito da Liverani come “un po’ calligrafico”.

In base alla forma, il vaso si può con miglior approssimazione assegnare a un periodo cronologicamente più avanzato rispetto al manifestarsi del motivo decorativo; possiamo quindi considerare il decoro come un’evoluzione dell’ornato originario. Nel libro dei conti di maestro Gentile Fornarini, pubblicato da Ballardini e analizzato da Ravanelli Guidotti, troviamo un aggancio cronologico assai utile, soprattutto per le forme chiuse: nel 1470 il Fornarini elenca le “bocce da spiciale con brieve in su”, probabilmente bocce con iscrizioni farmaceutiche; quelle senza “brieve”, suggerisce Ravanelli Guidotti, dovevano essere le bocce di dimensioni intorno ai 29-30 centimetri, i cosiddetti “vasi da mostra”: un esempio di questa tipologia è presente nella donazione Cora al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza. Si tratterebbe pertanto di una fase di transizione tra il 1400 e il 1500 e a tale periodo va associato il nostro vaso.

Il vaso compare nel catalogo dell’asta tenutasi a Firenze a Palazzo Capponi nel 1970.

 

Stima   10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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24

PIATTO CON STEMMA ARALDICO

Faenza, 1520-1525

 

Maiolica decorata in policromia con blu, bianco, verde, giallo e arancio

alt. cm 2,5; diam. cm 26; diam. piede cm 8,3

Sul retro, al centro del piede, delineata in blu di cobalto, la sigla paraffata “SB

 

Piccola rottura e incollatura sulla tesa a sinistra; due grosse sbeccature sulla tesa in alto a destra e una in alto a sinistra

 

Earthenware painted in blue, white, green, yellow and orange

H. 2.5 cm; diam. 26 cm; foot diam. 8.3 cm

The back is painted with a mark in cobalt blue: ‘S’ crossed by a paraph and ‘B’

 

Small crack and restoration to broad rim at 9 o’clock; chip to broad rim at 11 o’clock; two big chips to broad rim at 2 o’clock

 

Il piatto, poggiante su piede ad anello appena accennato, è piano e con cavetto basso. Il cavetto è separato dalla tesa da due sottili bande decorate da nastri sinuosi e da un motivo “a cordonatura” intervallate da una fascia con decoro bianco su bianco a piccoli fioretti. Esso è occupato da uno stemma su fondo verde, formato da uno scudo circondato da piume e sormontato da un elmo con cimiero in forma di grifo alato rampante con corona a cinque punte. Lo scudo, a tacca, non è stato identificato, ma si tratta probabilmente di uno scudo tedesco inquartato, che al primo e al terzo quadrante mostra un leoncino rampante d’argento, al secondo e al quarto un fondo rosso con quattro bande merlate in giallo; lo stemma al centro è caricato di uno scudetto con aquila bicipite.

La tesa è interamente occupata da un motivo a grottesche con sfingi accucciate, erotini, cornucopie, tralci fogliati e conchiglie. Il decoro è delineato in modo anomalo in blu con tocchi di bianco su fondo bianco a risparmio.

Il retro mostra un fitto motivo petal back su doppia fila concentrica in arancio e blu. Al centro la sigla paraffata “SB”.

Pur essendo pochi gli esempi di raffronto, tuttavia il motivo sul retro, variamente interpretato dagli studiosi, è stato attribuito da Rackham alle manifatture faentine – basandosi proprio su questo oggetto e su un esemplare a lui vicino – nel suo studio sulla collezione Adda, dove l’opera fu conservata fino al 1948, anno della vendita della raccolta. Il piatto è stato poi pubblicato da Cyril Humphris nel catalogo della mostra organizzata nel 1967 proprio con alcuni pezzi della collezione Adda, attribuito alla manifattura della “Casa Pirota” con datazione attorno al 1520.

Le modalità decorative, l’uso del bianco sopra bianco e talune caratteristiche stilistiche della tesa, ci portano ad attribuire il piatto a una manifattura faentina della prima metà del ’500.

La tesa mostra, seppure con una scelta cromatica differente e assai rara, una declinazione decorativa simile a quella usata in altri piatti di questo catalogo: nel 29 per i volti degli amorini e nel 25 per le arpie con volto infantile di profilo. Riteniamo pertanto che si possa proporre un'attribuzione alla Bottega Bergantini nella sua fase iniziale. L'opera potrebbe quindi essere stata prodotta da un pittore attivo nella bottega faentina sita nella cappella di S. Vitale, vicina alle case dei Pirotti, e ivi impiantata dal Maestro Pietro in unione col fratello Paolo già a partire dal 1508 e che prosegue l'attività per più di un cinquantennio, come dimostrano i documenti pubblicati da Grigioni. Per la presenza della sigla "SB", l'opera in studio costituisce un punto fermo per le ricerche orientate al riconoscimento di più precise personalità attive nelle botteghe della città romagnola.

 

Stima   8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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25

TONDINO CON STEMMA ARALDICO

Faenza, “1524“

 

Maiolica decorata in policromia, con blu, giallo chiaro, giallo e turchino con lumeggiature bianche su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 3,4; diam. cm 18,5; diam. piede cm 5

Sul retro, sotto il piede, cerchio suddiviso in quattro parti da croce con punto in uno dei quadranti; “B” incisa prima della cottura nello smalto, affiancata da una “c”(?) di dimensioni minori.

 

Intatto; sbeccatura sul bordo in basso a destra; piccole sbeccature all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in blue, light yellow, yellow, turquoise and white highlights

H. 3.4 cm; diam. 18.5 cm; foot diam. 5 cm

On the back, beneath the base, is a crossed ball with a dot in one quarter; ‘B’ mark inscribed before glaze firing, beside a ‘c’(?) mark (smaller)

 

In very good condition; chip to rim at 5 o’clock; minor chips to rim

 

An export licence is available for this lot

 

Il tondino presenta un profondo cavetto e una larga tesa orizzontale con bordo orlato di blu. Il corpo ceramico è interamente ricoperto di smalto azzurro-grigio “berettino”. Nel centro del cavetto, racchiuso in un medaglione incorniciato da una fascia decorata a puntini e fioretti in bianco su azzurro, è dipinto uno stemma bipartito con un lupo bianco rampante su fondo blu a sinistra e una mitra papale con chiavi di San Pietro e tre palchi di cervo su fondo rosso a destra. Sulla tesa si estende una decorazione a grottesche con quattro figure appena abbozzate di arpie dal volto di bambino, alternate a pilastri e amorini; ogni arpia è sormontata da una mensola su cui si legge una lettera: le quattro lettere, insieme, vanno a formare la sigla latina “SPQR” (Senatus Populusque Romanus). I volti dei quattro amorini poggiano invece su altrettanti cartigli recanti la data “1524”. Le volute ai lati delle arpie si potrebbero leggere come i classici delfini, in questo caso molto semplificati, quasi stereotipati.

Sul retro il consueto motivo decorativo a spirali e fioroni a corolla continua circonda il piede, che contiene la caratteristica marca faentina con cerchio suddiviso in quattro parti da croce con cerchietto in uno dei quadranti, per consuetudine utilizzata a definire i prodotti della bottega della Ca’ Pirota, e una “B” forse affiancata da una “c” di dimensioni minori, entrambe incise nello smalto prima che venisse delineata la “marca”.

Lo stemma, dipinto con abbondanza di materia, tanto da apparire in rilievo, si presenta nella classica forma di alleanza, e cioè bipartito. Trattasi dello stemma Altoviti, un lupo rapace d’argento in campo nero (con riferimento a un leggendario lupo che avrebbe salvato il capostipite della famiglia, sbranando un suo nemico), unito allo stemma Soderini, di rosso a tre teschi di cervo d’argento posti di fronte.

Il piatto ha un confronto puntuale in un esemplare conservato all’Ashmolean Museum di Oxford, dal quale si distingue per la scelta delle grottesche con le arpie, non presenti nel piatto inglese, e per la mancanza dell’amorino che sormonta lo stemma.

Per l’esame del piatto londinese e dei confronti ci torna assai utile lo studio di Timothy Wilson, pubblicato in occasione dell’importante mostra sul banchiere fiorentino Bindo Altoviti tenutasi nel 2004 all’Isabella Stewart Gardner Museum di Boston e al Bargello di Firenze. Oltre al nostro sono noti infatti altri pezzi di questo servizio, conservati rispettivamente al Museo di Edimburgo ed all’Allen Memorial Art Museum di Oberlin; un quinto fu pubblicato nel catalogo della vendita Chevret nel 1951. Tutti questi cinque piatti sono stati pubblicati nella scheda contenuta nel catalogo della mostra: tra di loro quindi è presente anche il nostro, noto perché proveniente dalla celebre raccolta Adda.

Bindo Altoviti era nato a Firenze nel 1491 e fu presto erede della fortuna paterna che seppe gestire con maestria, tanto da divenire uno dei banchieri più noti alla metà del XVI secolo. Noto come mecenate di grandi artisti, al punto che ne abbiamo un bel ritratto ad opera di Raffello oggi alla National Gallery di Washington e un ritratto in bronzo realizzato da Benvenuto Cellini, a Roma fu protettore, amico e mecenate di molti artisti di fama, tra i quali Michelangelo e Sansovino. Al Vasari commissionò il quadro della Concezione di Maria per la cappella Altoviti nella chiesa dei SS. Apostoli a Firenze.

Forte era il legame tra le famiglie Altoviti e Strozzi, dettato non solo da parentela ma anche da una forte appartenenza politica.

La proposta di Wilson secondo la quale i servizi di piatti Strozzi–Ridolfi e Altoviti–Soderini sarebbero entrambi ascrivibili cronologicamente al 1524, ha fatto pensare a una committenza comune, o forse a un dono tra dame, ipotesi che ci sembra plausibile. L’anno del matrimonio, che giustificherebbe l’uso dello scudo di alleanza, non coincide infatti con la data di produzione dei servizi e in ogni caso la anticipa di almeno circa 15 anni.

Ci pare anche corretto indicare per questi piatti una probabile produzione da parte della bottega Bergantini, che potrebbe essere confermata non tanto dalla marca dipinta sul retro, quanto dalla presenza della “B” e della “c” incise nello smalto, caratteristica che sembra ormai accumunare questo tipo di servizio, e in particolare i manufatti con il retro dipinto con motivo “alla porcellana”.

L’ipotesi attributiva a ca’ Pirota è invece ormai da scartare.

Il piatto, esposto al Bulington Fine Art Club nel 1909, appartenne alla collezione Oppenheimer  prima e Adda in seguito.

 

Stima   20.000 / 30.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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26

PIATTO

Faenza, 1530-1540 circa

 

Maiolica decorata in policromia con giallo, verde, blu, bruno manganese e bianco su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 4,4; diam. cm 29; diam. piede cm 9,3

Sul retro, sotto il piede, alcuni cerchi concentrici delineati in blu.

Numero “48 1318” delineato in inchiostro rosso

 

Sbeccature all’orlo, leggera felatura sulla tesa

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in yellow, green, blue, manganese, and white

H. 4.4 cm; diam. 29 cm; foot diam. 9.3 cm

On the back, beneath the base, some concentric circles in blue.

‘48 1318’ in red ink

 

Chips to rim; minor hairline crack to broad rim

 

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Il piatto, integralmente ricoperto da smalto “berettino”, presenta un profondo cavetto e una larga tesa appena obliqua. Al centro della composizione spicca una figura femminile stante, rivolta a sinistra, con un arco nella mano sinistra e una freccia nella destra; una chiesa con campanile turrito è nella parte destra del paesaggio montuoso. Il cavetto è incorniciato da una sottile fascia decorata in bianco su fondo azzurrato. Sulla tesa si estende una decorazione “a grottesche monocrome” in una variante che prevede una disposizione simmetrica centrata, nei punti cardinali, da cariatidi alternate a mascheroni, circondati da nastri sinuosi e delfini.

Sul verso, all’interno del piede, si registra la presenza di un simbolo con tre cerchi concentrici; tutt’intorno, fino all’orlo, è presente un motivo “alla porcellana” con fioretti a corolla continua e serpentine, tutti realizzati in blu cobalto in una grafia rigida e con disposizione simmetrica.

Le dimensioni, la scelta del decoro sulla tesa e lo stile accurato nella realizzazione della figura al centro della composizione, caratterizzano l’opera e la distinguono dalle serie più note.

Lo stile con cui sono realizzati la figure e il paesaggio avvicinano questo esemplare ad altri piatti con decoro “a grottesche” nella tesa, quali ad esempio il noto esemplare del Victoria and Albert Museum di Londra datato 1540 nel quale la figura maschile mostra una posa vicina al personaggio raffigurato nell’oggetto in esame, oppure il piatto con grottesche della collezione Cora, oggi al Museo Internazionale della Ceramica di Faenza, decorato nel cavetto da una figurina di “Fortitudo” stilisticamente affine a quella del nostro. Si veda infine il piatto, di dimensioni minori, con figura allegorica della Giustizia conservato nel Museo di Lione: un perfetto esempio dell’abitudine di raffigurare figure bibliche, storiche e allegoriche su oggetti con fondo berettino.

Come osserva Timothy Wilson, analizzando un piatto a grottesche con medaglione centrato da figura, avanzare attribuzioni a pittori specifici sulla base di questi piccoli medaglioni sarebbe azzardato.

In ogni modo le caratteristiche pittoriche permettono di inserire l’oggetto in esame tra i pezzi di maggior qualità prodotti dalle manifatture faentine degli anni trenta del Cinquecento. Esso si distingue dagli altri esemplari proposti in questo catalogo per la particolare qualità nella resa pittorica delle grottesche della tesa, impreziosita dall’uso delle cariatidi, e nella padronanza della lumeggiatura in bianco dei dettagli.

Il piatto proviene dalla collezione Adda ed è stato venduto da Humphris a Londra nel 1970 come opera faentina del 1530. Anche l’antiquario londinese nell’expertise fa riferimento alla pubblicazione di Bernard Rackham sulla famosa raccolta.

 

Stima   20.000 / 30.000
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27

Piatto CON stemma ARALDICO

Faenza, bottega Bergantini, 1530 circa

 

Maiolica decorata in policromia con rosso, giallo, verde, blu, manganese e bianco su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 2,6; diam. cm 24; diam. piede cm 7,7

Sul retro, sotto il piede, cerchio suddiviso in quattro parti da croce con punto in uno dei quadranti; “BL” incisa prima della cottura nello smalto

 

Sbeccature all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in red, yellow, green, blue, manganese, and white

H. 2.6 cm; diam. 24 cm; foot diam. 7.7 cm

On the back, beneath the base, is a crossed ball with a dot in one quarter; ‘BL’ mark inscribed before glaze firing

 

Chips to rim

 

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Il piatto o tondino, integralmente ricoperto da smalto “berettino”, ha cavetto profondo e larga tesa appena obliqua. Il decoro presenta al centro, racchiuso in un medaglione incorniciato da una fascia decorata in bianco su azzurro, un segugio dormiente in un paesaggio montuoso, sopra il quale campeggia un cartiglio con la scritta “SUM FVI ERO”. Sulla tesa si estende una decorazione a grottesche centrate nei punti cardinali da due cartigli con note musicali e da due riserve circolari contenenti due stemmi. Il primo, dei Martellini del Falcone, di rosso, al monte di sei cime d’oro sostenente un falcone sorante dello stesso (oppure al naturale, sonagliato d’oro), talvolta con la zampa destra alzata, in atto di afferrare il sonaglio con il becco, e alla banda diminuita d’azzurro attraversante sul tutto. Il secondo stemma, su campo giallo con leone rampante e bande blu, è da attribuire alla famiglia Tedaldi.

Sul retro un motivo decorativo a spirali e fioroni a corolla continua circonda il piede, nel quale è dipinto un cerchio barrato da una croce con cerchio più piccolo in uno dei quartieri, e una “B” incisa nello smalto prima della cottura.

Il piatto ha un confronto puntuale in un esemplare conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, analogo nel decoro sia sul fronte che sul retro e caratterizzato anch’esso da una “B” incisa nello smalto prima della cottura sul retro. Questo stesso sistema di marca compare anche in un altro piatto di questa raccolta (lotto 25). La “B” a volte è tracciata a colore sul retro dei piatti, a volte invece è incisa nello smalto prima della cottura; essa compare anche in frammenti da scavi faentini ed è stata nel tempo variamente interpretata. Attualmente, è unanimemente considerata come il simbolo della bottega Bergantini.

Il disegno della palla tagliata a croce è stato tradizionalmente considerato come emblema di una delle officine attive a Faenza, quella della Ca’ Pirota: veniva infatti interpretato come una bomba di pece greca o ruota di fuoco (pyros rota). Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso tale attribuzione fu messa in dubbio, e il simbolo venne letto come un pallone da calcio e attribuito pertanto alla bottega faentina Dalle Palle. Attuamente si ritiene che la produzione delle varie botteghe faentine vada ricostruita su altre basi e ci si limita a leggere il simbolo come marchio faentino

La decorazione con questo tipo di disposizione simmetrica dell’ornato è presente con varianti al centro e negli stemmi anche in altri pezzi del Petit Palais di Parigi del lascito Dutuit e nel piatto con San Marco e due stemmi della collezione de Ciccio al Museo di Capodimonte.

Nella documentazione che accompagna l’oggetto si fa riferimento ancora alla Ca’ Pirota secondo gli studi dell’epoca e viene segnala una sigla “BL” dipinta.

 

Stima   25.000 / 35.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201410270102800.jpg
28

TONDINO CON STEMMA ARALDICO

Faenza, bottega di Pietro Bergantini, circa 1531

 

Maiolica decorata in policromia con giallo chiaro, turchino, verde, rosso e lumeggiature bianche su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 4,5; diam. cm 25,2; diam. piede cm 6,8

Sul retro, sotto il piede, è delineata al centro una spirale

 

Restauro alla tesa, con integrazione pittorica prevalentemente sul retro del piatto: la rottura traccia un semicerchio nella parte in basso a destra della tesa, poco sopra una felatura passante; come si verifica di frequente il restauro mimetico con integrazione pare coprire una porzione maggiore rispetto all’entità del danno.

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in light yellow, turquoise, green, red, and white highlights

H. 4.5 cm; diam. 25.2 cm; foot diam. 6.8 cm

On the back, beneath the base, is a blue spiral

 

Restoration to broad rim, with associated repaint mainly on the reverse: the crack forms a semicircle at 5 o’clock on the broad rim, slightly above a heavy hairline crack; as it often happens, mimetic restoration with repaints covers an area larger than the damage

 

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Il piatto o tondino, integralmente ricoperto da smalto “berettino”, ha un profondo cavetto e una larga tesa appena obliqua. Il decoro mostra uno stemma al centro del cavetto racchiuso in un medaglione incorniciato da una fascia decorata in bianco su fondo azzurrato.

Sulla tesa si estende una decorazione “a grottesche monocrome” su fondo blu, in una variante che prevede una disposizione simmetrica centrata, nei punti cardinali, da mascheroni intervallati da teste di amorini e delfini affrontati, connessi da girali continue. Sul verso, all’interno del piede, si registra la presenza di una spirale blu; tutt’intorno sulla tesa vi è un motivo “alla porcellana” disposto simmetricamente col fioretto a corolla continua, tra serpentine, dipinto in blu.

Lo stemma, dipinto in piena policromia (d’argento a tre bande doppie merlate di rosso), è quello della famiglia Salviati di Firenze, le cui cariche pubbliche ricoperte nella Repubblica fiorentina furono molto importanti, con il record di 63 priori, 21 Gonfalonieri di Giustizia e 6 alti prelati. La famiglia nel ‘400 e ‘500 era annoverata fra le più importanti del patriziato fiorentino (posizionata al terzo posto fra i maggiori contribuenti della città), ma a partire dalla metà del XVI secolo andò incontro a una graduale trasformazione che la portò ad essere una delle tante casate gravitanti intorno alla corte medicea. I Salviati, che avevano costituito la propria potenza economica soprattutto su attività finanziarie e commerciali, mutarono sia le direzioni degli investimenti sia, più profondamente, il proprio modus vivendi. A partire dal 1532 (anno della trasformazione di Firenze in monarchia ereditaria) la mercatura e il cambio non furono più considerate dai Salviati fra le attività su cui concentrare gli investimenti: essi trovarono nella rendita fondiaria e nelle cariche diplomatiche e di corte introiti più consistenti e sicuri, che permisero loro di far fronte alle ingenti spese per mantenere il lussuoso tenore di vita.

Il tondino si aggiunge a una serie appartenente a un servizio commissionato dalla famiglia Salviati probabilmente alla bottega Bergantini attorno al 1531. La scelta del decoro della tesa e lo stile dello stemma ci portano alla comparazione con un piatto conservato nelle collezioni del British Museum di Londra, di dimensioni e decorazione più importanti, databile probabilmente al 1531 e recentemente studiato da Wilson. Proprio le minori dimensioni e la forma spiegano la scelta decorativa così essenziale nel piatto in esame in rapporto all’esemplare di raffronto: ciononostante ci sembra che l’attribuzione alla bottega di Pietro Bergantini sia indiscutibile. La tesa del piatto è stilisticamente molto vicina a quella dell’esemplare del British Museum: si vedano in particolare la foggia dei mascheroni e degli amorini, nonché la maniera tanto accorta di lumeggiare con il bianco sopra smalto le parti turchine per farle risaltare sul fondo blu. Anche il piatto londinese non presenta sul retro, il simbolo consueto della “palla quadripartita”, ma un motivo molto più complesso, ed entrambi gli esemplari recano sul retro una decorazione “alla porcellana” in cui il fiore principale è delineato con un ductus molto marcato e semplificato.

Come ricordano Carmen Ravanelli Guidotti e Timothy Wilson all’importante piatto londinese sono collegate altre opere: quattro piccoli piatti; una oliera datata 1531 del Victoria and Albert Museum di Londra, una coppa su alto piede conservata al Museo Civico di Torino, anch’essa datata 1531; lo splendido piatto istoriato con il Parnaso del Museo Internazionale della Ceramica di Faenza datato sul retro 1531; una coppa conservata nella Repubblica Ceca; un piatto venduto a Parigi nel 1927. E l’esemplare qui presentato è certamente uno dei quattro piatti con stemma appena citati.

Timothy Wilson rimarca il fatto che i Salviati furono importanti committenti di maiolica, ed elenca alcuni dei servizi con stemma della famiglia, anche con decori differenti, tra cui un servizio riferibile alla bottega Guido Durantino/Fontana.

Con la consueta attenzione, anche Carmen Ravanelli Guidotti ha elencato le maioliche con stemma Salviati a noi note.

Il piatto è accompagnato da un expertise di Alavoine Antiquités di Parigi degli anni settanta del secolo scorso, che fa riferimento agli esemplari di confronto ormai canonici per questo servizio.

Giovanni Conti nel libro sull’arte della maiolica in Italia segnala il nostro esemplare come appartenente alla collezione Jean-George Rueff, ne pubblica l’immagine e lo attribuisce alla Ca’ Pirota.

 

Stima   18.000 / 25.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201410270102900.jpg
29

Piatto da parata CON stemma ARALDICO

Faenza, bottega Bergantini, post 1525

 

Maiolica decorata a policromia in rosso, giallo, verde, blu, bruno di manganese e bianco di stagno su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 6,5; diam. cm 40; diam. piede cm 13,5

Sul retro, sotto il piede, cerchio suddiviso in quattro parti da croce con punto in uno dei quadranti

 

Felatura passante in basso a destra che corre radiale fino al centro del piatto, già stabilizzata; sbeccatura in basso a sinistra

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in red, yellow, green, blue, manganese, and tin white

H. 6.5 cm; diam. 40 cm; foot diam. 13.5 cm

On the back, beneath the base, is a crossed ball with a dot in one quarter

 

Heavy hairline crack running radially from 5 o’clock to about the centre of the dish, consolidated; chip at 7 o’clock

 

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€ 50.000/70.000

 

Il grande piatto presenta un ampio e profondo cavetto con piede d’appoggio ad anello; la tesa è larga, orizzontale, con orlo arrotondato. La superficie è interamente ricoperta da smalto azzurro-grigio “berettino”, sovradipinto di bianco, policromia e blu cobalto.

Al centro del cavetto, entro un medaglione circolare, si scorge lo stemma dei marchesi sovrani del Monferrato: “Paleologo–d’Alençon”. L’emblema araldico è presentato appoggiato su un piccolo colle, sorretto da due putti e sormontato da un serafino al centro di un tendaggio rosso. Tutt’intorno corre un decoro a “vaghezze e gentilezze”: l’ornato viene così denominato nei documenti faentini e prevede la presenza di “rabesche”, nodi e groppi, con fruttini associati a festoni fogliati, modalità decorative che accompagnano fin dalla prima metà del ‘500 il decoro a grottesche. Il decoro del piatto da parata è infatti realizzato con estrema raffinatezza e prevede una disposizione simmetrica a mazzetti di fruttini che si alternano a insiemi maggiori e minori, piccoli grappoli e mazzolini di fiori: tali decori sono dipinti su un fondo “berettino” chiaro e puntinato di bianco.

Il cavetto è delimitato da un festone fogliato centrato da fioretti e fermato da nastri intrecciati.

Sulla tesa il decoro a grottesche su fondo blu è realizzato in una versione priva di cariatidi o elementi di misura eccessiva e si limita all’alternanza simmetrica di amorini, elementi a delfino, foglie accartocciate e palmette.

Il verso è ornato da un decoro a triangoli centrati da un motivo fitoforme realizzato a tratteggio; la parete del cavetto mostra un decoro con elementi a groppi e fiori multipetalo associabile al decoro “alla porcellana”; al centro del piede spicca la caratteristica palla quadripartita con cerchietto in uno dei quadranti.

Il piatto trova confronto nelle opere di maggior pregio prodotte dalla Bottega Bergantini di Faenza tra gli anni 1525 e 1530. La stessa “coppa Bergantini” mostra tra i decori secondari un motivo a festone con foglie e frutta e corolle legate a mazzeto assai prossimi a quelli dipinti sul nostro piatto: il ductus del decoro e il minuzioso uso dei tocchi di bianco a lumeggiare il turchino aiutano l’attribuzione. Ancor più prossima la splendida coppa datata 1531, con stemma araldico della famiglia Salviati, conservata nel Museo Civico di Torino, in cui al decoro a vaghezze e gentilezze si associano citazioni del motivo decorativo a trofei insieme a un decoro a grottesche particolarmente affine a quelli del nostro piatto. Altro confronto molto prossimo è il piatto araldico con stemma delle famiglie Strozzi–Ridolfi realizzato per le nozze di Roberto Strozzi con Maria di Simone Ridolfi, databile agli anni 1525-1530 e conservato nella collezione del Metropolitan Museum of Art di New York: anch’esso presenta uno stemma sorretto da due putti e circondato da un motivo a “gentilezze” nella variante con “groppi” e “rabesche,” ma con il verso ancora decorato da un ornato ad archetti tratteggiati. Un piatto araldico con angeli porta-stemma realizzati con modalità pittoriche differenti, ma sempre con tesa a grottesche e fascia tra cavetto e tesa decorata in bianco sopra bianco dipinto sul fondo “berettino”, è recentemente passato sul mercato. Il piatto, attribuito alla bottega di Pietro Bergantini, era stato studiato e pubblicato in occasione di una mostra itinerante sulle maioliche rinascimentali, e va ad aggiungersi a questa serie di opere di rappresentanza.

A Faenza la qualità dei servizi con grottesche fece la fortuna delle botteghe di ceramica. Molti gli esempi di servizi con stemmi patrizi, locali ed europei, come dimostrano gli altri piatti presenti in questo catalogo (lotti 25, 27 e 28)

Nel 1284 una nuova dinastia entrò nel mosaico del variegato mondo politico dell’Italia settentrionale: i Paleologi di Costantinopoli, che succedettero agli Alerami nel possesso del Marchesato del Monferrato. Essi stabilirono due elementi fondamentali nella successione: la consacrazione dell’Impero e la possibilità che la corona potesse passare in linea femminile; questo secondo aspetto rese il Monferrato un feudo femminile, un’assoluta rarità giuridica all’interno dell’Impero. La branca monferrina dell’Impero bizantino sopravvisse per parecchi secoli e il ruolo delle donne fu, in tal senso, fondamentale. Nel 1474 Casale Monferrato era divenuta capitale del Marchesato e sede vescovile. Lo Stato era posto, geograficamente, fra il Ducato di Milano, la Repubblica di Genova e il Ducato di Savoia: essendo la distanza che separa Casale dalla capitale piemontese e da Milano praticamente la stessa, i Paleologi, per mantenere il potere, cercarono di sfruttare le alleanze – con i Visconti e gli Sforza, per esempio – cambiandole ripetutamente, diventandone prima amici, poi nemici. Il Marchesato si trovò quindi a contrastare l’espansione sabauda verso il mare e quella francese verso Milano. Nel 1483, morto Guglielmo VIII Paleologo, gli succedette il fratello Bonifacio III, che in seconde nozze sposò Maria Brancovič, figlia di Stefan III, despota di Serbia, da cui nacque Guglielmo IX (il 10 agosto 1486 nel castello di Pontestura). Il re di Francia Luigi XII fu particolarmente legato a Guglielmo, che in seguito alla morte del padre (1494) e della madre (1495) si trovò erede in giovanissima età. Per rafforzare l’unione con la Francia, si decise di fargli sposare Anne d’Alençon (1492-1562), figlia di Renato Valois, duca d’Alençon, discendente da Filippo III il Bello, re di Francia, e da Margherita di Lorena-Vaudemont, nipote di re Renato il Buono, conte di Provenza, duca di Bar, di Lorena e d’Anjou, re di Sicilia e di Aragona. Anne era nata il 30 ottobre 1492, e solo tre giorni dopo era rimasta orfana di padre. Il 15 dicembre 1501 fu steso il suo contratto di matrimonio nella chiesa di St. Sauveur di Blois. In caso di premorienza del marito, Anne avrebbe ereditato l’argenteria, i vestiti, i broccati e i mobili e gli ornamenti che le fossero stati regalati per il matrimonio, nonché quelli acquistati o procurati per tale cerimonia.

Si può per il momento solo ipotizzare che il piatto in questione facesse parte di tali doni, che appunto rimasero di proprietà della marchesa alla morte del marito, avvenuta il 4 ottobre 1518. In particolare, lo stemma potrebbe essere altamente indicativo riguardo alla datazione, poiché esso appare in quella forma completa soltanto a partire da Guglielmo IX: infatti, solo a cominciare da questo marchese lo si trova, uguale, sulle monete, tanto paleologhe, quanto poi dei Gonzaga. Lo scudo è così inquartato:

1. dell’aquila dell’Impero.

2. della Croce di Gerusalemme, per significare l’antico diritto al regno di Gerusalemme.

3. dei pali di Aragona.

4. delle fasce di Sassonia.

5. dei pesci di Bar, ritti, salienti e contrapposti.

6. della Croce, accantonata da quattro focili o acciarini; i quali vennero spesso, ma a torto, scambiati per quattro “B” a causa di una grossolana rassomiglianza nel modo di raffigurarli.

Lo stemma paleologo si trova sempre caricato dello scudetto aleramico.

I piatti con stemma araldico erano parte fondamentale delle grandi “credenze” prodotte dalle manifatture italiane per tutto il ’500: frutto di committenze importanti, offrono l’opportunità di comprendere meglio la vita quotidiana e le usanze delle classi aristocratiche del periodo, e sono spesso fonte di notizie storiche importanti. Varie le occasioni che fornivano lo spunto per la committenza: un dono, la nascita di un bambino, un matrimonio, un’alleanza, ospitalità, l’inizio di un Pontificato e altro ancora.

Tuttavia gli stemmi con emblemi bipartiti di moglie e marito erano usati anche come stemmi personali dalle donne. Non risulta che Anne abbia utilizzato lo stemma ufficialmente in altre occasioni, nonostante la reggenza del Monferrato le sia stata più volte riconosciuta ufficialmente in periodi successivi alla morte del marito. La monetazione, in particolare, non riporta lo stemma.

I servizi, in voga presso le famiglie patrizie e nobili (si vedano per esempio a Firenze i piatti con stemma Altoviti–Soderini, Ridolfi–Strozzi e Guicciardini–Salviati), sono tutti ascrivibili cronologicamente agli anni Venti del ’500; le loro caratteristiche stilistiche hanno fatto ipotizzare addirittura la provenienza da una stessa bottega.

Timothy Wilson in un recente saggio sul servizio con stemma Altoviti–Soderini, ribadisce l’ipotesi della commissione per un dono tra dame, ricordando l’ordinazione del servizio per Isabella d’Este da parte della figlia Eleonora, duchessa di Urbino, con lo stemma bipartito Gonzaga–d’Este.

Occorre sicuramente sottolineare la grande amicizia intercorsa tra Anne d’Alençon e Isabella d’Este, che iniziò quando nel 1517 si recò a Casale, in occasione della promessa di matrimonio tra suo figlio Federico e Maria Paleologa (matrimonio che in seguito sfumò), per conoscere appunto la futura nuora. Amicizia che si cementò negli anni, quando Anne decise di far sposare la sua seconda figlia, Margherita, a Federico II Gonzaga, nel 1531. Si potrebbe pertanto ipotizzare che Isabella d’Este avesse commissionato, all’epoca del matrimonio, il piatto come ringraziamento per Anne. Oppure che Margherita avesse commissionato il servizio per la madre, forse in occasione del suo riconoscimento alla reggenza del Monferrato ad opera di Carlo V dopo la morte anche del cognato nel 1533.

Tuttavia, poiché piatti di questa tipologia sono stati generalmente prodotti dalle manifatture faentine negli anni 1520-1525, si potrebbe supporre che fosse stata la stessa marchesa a commissionare il servizio, fatto reso plausibile anche dall’esistenza di due piatti di dimensioni minori con stemma “Paleologo–D’Alençon” passati sul mercato. Tra questi il tondino venduto da Sotheby’s nel 1971 presenta molte affinità stilistiche con il piatto in esame (si veda in particolare la forma abbozzata nei volti degli amorini).

Stima   50.000 / 70.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201410270103000.jpg
30

PIATTO

Faenza, “1541”

 

Maiolica decorata in policromia in giallo chiaro, giallo ocra e turchino, lumeggiature bianche su fondo azzurro-grigio “berettino”

alt. cm 3,2; diam. cm 24; diam. piede cm 8,5

Etichetta stampata “SCHUBERT ANTICHITÀ - corso MATTEOTTI 22 MILANO

 

Intatto; alcune sbeccature all’orlo

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

Earthenware, covered with a ‘berettino’ glaze and painted in light yellow, ochre yellow, turquoise, and white highlights

H. 3.2 cm; diam. 24 cm; foot diam. 8.5 cm

Printed label ‘SCHUBERT ANTICHITÀ - corso MATTEOTTI 22 MILANO’

 

In very good condition; chips to rim

 

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Il piatto presenta un cavetto poco profondo e un’ampia tesa obliqua a orlo arrotondato sottolineato in blu. Lo smalto “berettino” ricopre tutta la superficie.

Sul fronte, al centro della composizione decorativa, un profilo maschile in abiti romani con cartiglio recante la dicitura “Lentulo” è racchiuso in un medaglione incorniciato da una fascia a risparmio decorata a puntini e fioroni in bianco su azzurro. Sulla tesa si estende una decorazione a grottesche con mascheroni e delfini, in uno stile pittorico arricchito dalla presenza di cartigli recanti la data “1541” e collocati nei punti cardinali al di sopra dei mascheroni.

Sul retro si sviluppa un motivo decorativo a linee concentriche, realizzato su fondo berettino in tinta blu, che termina in una spirale al centro del cavetto; tale decoro ricorda i motivi “a calza” spesso utilizzati a Faenza nel secolo precedente.

Un piatto simile, di minore dimensione, è esposto al Walters Art Museum di Baltimora: il profilo che in esso compare è tratto da un cammeo antico, con l’aggiunta di una corona sul capo del personaggio e di un cartiglio sul retro con il nome “Chassio”; la tesa presenta una variante del decoro con volute fogliate, anch’essa associata al motivo decorativo a calza sul retro.

Piatti di questa serie, con alcune varianti, si trovano nei principali musei, come per esempio il Claudio e l’Annibale del Museo di Sèvres a Parigi.

Carmen Ravanelli Guidotti nel Thesaurus del 1998 nell’analizzare questa tipologia faentina cita un piatto con “Lentulo”, conservato in una raccolta privata parigina: il probabile riferimento al nostro esemplare è confermato dalla comune datazione (1541).

 

Stima   20.000 / 30.000
Aggiudicazione:  Registrazione
1 - 30  di 62 LOTTI