Pittore napoletano, sec. XVII
LA NEGAZIONE DI SAN PIETRO
olio su tela, cm 132x179
Neapolitan painter, 17th century
THE DENIAL OF SAINT PETER
oil on canvas, 132x179 cm
Bibliografia
- G. Papi, Il Maestro dell'Emmaus di Pau e Filippo Vitale. Tracce dell'influenza di Cecco del Caravaggio a Napoli, in Filippo Vitale. Novità ed ipotesi per un protagonista della pittura del '600 a Napoli, catalogo della mostra di G. Porzio, Napoli 2008, pp. 46-47, fig. 9;
- G. Papi, Da Spadarino a Filippo Vitale, in Spogliando modelli e alzando lumi. Scritti su Caravaggio e l'ambiente caravaggesco, Napoli 2014, pp. 157-161, fig. 4.
A partire almeno dal 2008, Gianni Papi ha riunito un gruppo stilisticamente coerente di dipinti, inizialmente attribuendoli a un anonimo convenzionalmente denominato Maestro dell'Emmaus di Pau e successivamente riconducendoli con maggiore convinzione a Filippo Vitale (Napoli, 1585 – 1650). Il gruppo prendeva il nome dalla Cena in Emmaus conservata al Musée des Beaux-Arts di Pau, cui si affiancavano tre versioni della Negazione di san Pietro – tutte appartenenti a collezioni private, tra cui quella qui in esame –, il Santo portato al martirio della collezione Fabio Massimo Megna a Roma e un Martirio di san Sebastiano, anch'esso in collezione privata (Papi 2008, pp. 43-47; Papi 2014, pp. 157-161). Già allora lo studioso riconosceva in questo nucleo di opere la personalità di un pittore di primo piano, capace di recepire con particolare sensibilità ed efficacia le novità introdotte da Caravaggio nella Napoli dei primi anni del Seicento.
Attraverso una serie di confronti con dipinti già saldamente inseriti nel catalogo di Filippo Vitale – come il Sacrificio di Isacco del Museo di Capodimonte, la Liberazione di san Pietro del Musée des Beaux-Arts di Nantes e un secondo Sacrificio di Isacco conservato al Museo Nazionale di Poznań – Papi ha quindi proposto di far confluire il catalogo del Maestro dell'Emmaus di Pau in quello del più noto pittore napoletano. Le opere del gruppo andrebbero così a costituire la fase giovanile di Vitale, ancora profondamente segnata dall'influenza caravaggesca e dunque precedente al 1617-1618, anni cui risale con l'esecuzione delle tele di Capua (sul tema è intervenuto anche con nuove proposte: G. Porzio, Ancora su Filippo Vitale. Nuove acquisizioni, in Ricerche sul ‘600 napoletano. Saggi e documenti 2009, Napoli 2009, pp. 112-122).
A sostegno di questa identificazione vi è anche l'assenza di opere riferibili al Maestro dell'Emmaus di Pau che possano essere datate a una fase più avanzata della sua attività. Tale mancanza rende infatti difficile ipotizzare un percorso autonomo iniziato nel secondo decennio del Seicento e sviluppatosi nei decenni successivi, rafforzando invece l'ipotesi della coincidenza con la produzione giovanile di Filippo Vitale.
Il confronto tra il san Pietro della Negazione qui presentata e quello dell'altra versione, in precedenza pubblicata da Papi come opera dello Spadarino (G. Papi, Spadarino, Soncino 2003, pp. 128-129), lascia inoltre pochi dubbi circa l'identità della mano. Particolarmente significativo è il trattamento degli occhi, stretti e fortemente espressivi, un tratto distintivo che può essere considerato una vera e propria cifra stilistica dell'artista.
La tela di grandi dimensioni raffigura san Pietro, seduto e avvolto nella consueta veste blu e arancione, nell'atto di rinnegare Cristo davanti a un armigero inginocchiato. A sinistra compare il gallo, imprescindibile attributo iconografico dell'episodio evangelico, mentre al centro, immersa nell'oscurità, si intravede la figura femminile che accusa l'apostolo.
A catalizzare lo sguardo è soprattutto il soldato posto sulla destra, caratterizzato da un profilo intensamente realistico, con la bocca appena socchiusa e la mano destra che indica il numero tre, allusione ai rinnegamenti di Pietro. Di particolare raffinatezza è la resa della cotta di maglia, sulla quale la luce si rifrange con estrema delicatezza, evidenziando i singoli anelli metallici e rivelando un'attenzione naturalistica di notevole qualità.