Matthias Stomer
(Amersfoort, ca. 1600 - post 1650)
GUARIGIONE DI TOBIA
olio su tela, cm 156x213
HEALING OF TOBIT
oil on canvas, 156x213 cm
Bibliografia
- H. Pauwels, De Schilder Matthias Stomer, in ‘Gentse Bijdragen tot de Kunstgeschiedenis’, 14, 1953, pp. 149-150;
- D. Bodart, Unpublished works by Matthias Stomer, in ‘The Burlington Magazine’, 118, 1976, p. 308;
- A. Zalapì, in Dipinti caravaggeschi nelle raccolte bergamasche, a cura di E. De Pascale e F. Rossi, Bergamo, 2000, p. 62;
- B. Nicolson, Caravaggism in Europe, seconda edizione riveduta e ampliata da L. Vertova, Torino, 1990, I, 181;
- G. Papi, in Matthias Stom Un caravaggesco nelle collezioni lombarde, Bergamo 2025, p. 166.
Il soggetto è tratto dalla Bibbia (Libro di Tobia, 11, 11-13) ed avrà molta fortuna in ambito caravaggesco. Il giovane Tobia, accompagnato dall’arcangelo Raffaele (sotto le mentite spoglie di un viandante che si offre di far da guida) parte per un lungo viaggio. Già la prima sera Tobia riesce a catturare un pesce dal fiume Tigri, e, su invito dell’arcangelo, ne estrae il cuore, il fegato e il fiele. Dopo varie vicissitudini, Tobia insieme a Raffaele, ritorna a casa dal padre Tobit e dalla madre; il ragazzo stenderà l’unguento ottenuto dalle viscere del pesce sugli occhi ciechi del padre e gli renderà la vista. Come si vede chiaramente, l’episodio rappresentato da Stom riguarda quest’ultimo brano.
Il pittore ha amato questo soggetto e lo ha frequentato almeno altre tre volte, ma sempre con iconografie molto diverse: nella fase più precoce (ancora nelle Fiandre?) nella versione oggi a L’Aia (Bredius Museum), nella meravigliosa redazione in collezione privata a Bergamo (di provenienza Scotti) e quella conservata presso la Fondazione Longhi di Firenze.
Il dipinto già nel 1932, alla vendita della collezione Rospigliosi, tenutasi a Roma dal 12 al 24 dicembre (n. 375, tav. 14), figurava come opera del grande pittore fiammingo. Viene poi citato sempre come di Stom nei testi di Henri Pauwels (De Schilder Matthias Stomer, in ‘Gentse Bijdragen tot de Kunstgeschiedenis’, 14, 1953, pp. 149-150) e di Didier Bodart (Unpublished works by Matthias Stomer, in ‘The Burlington Magazine’, 118, 1976, p. 308). È poi ancora ricordato nel contributo di Angheli Zalapì nel catalogo della mostra Dipinti caravaggeschi nelle raccolte bergamasche (a cura di E. De Pascale e F. Rossi, Bergamo, 2000, p. 62). La studiosa italiana registra anche l’assoluta dipendenza dall’iconografia del presente dipinto da parte di Hendrick De Somer, nella tela in collezione privata ricomparsa alla mostra napoletana del 1991 (F. Bologna. In Battistello Caracciolo e il primo naturalismo a Napoli, catalogo della mostra a cura F. Bologna, Napoli, 1991, p. 311, scheda 2.76). Ciò ha fatto concludere a Zalapì che la Guarigione qui in esame debba essere collocata (visto che Somer dovrebbe averla vista a Napoli) all’inizio del soggiorno partenopeo di Stom, cioè intorno al 1633/1634 (l’ultima traccia del precedente soggiorno romano data alla Pasqua del 1632: per i pur scarsi dati biografici del pittore si veda il catalogo della recente mostra bresciana Matthias Stom. Un caravaggesco nelle collezioni lombarde, a cura di G. Papi, Milano, 2025).
In seguito l’opera viene ancora elencata nel repertorio di Benedict Nicolson (Caravaggism in Europe, second edition revised and enlarged by L. Vertova, Torino, 1990, I, 181) e brevemente registrata nel catalogo di Brescia (G. Papi, in Matthias Stom cit., 2025, p. 166).
Il dipinto ritrova adesso visibilità, credo per la prima volta dopo il 1932, in occasione dell’asta Pandolfini, e ho quindi potuto esaminarlo attentamente. Non posso che confermare il parere degli studiosi precedenti che ne hanno trattato, e vi riconosco quindi un dipinto importante (anche per le grandi dimensioni e l’articolata composizione, oltreché per la diffusa qualità) di Matthias Stom.
Come sempre non è facile datare le opere dell’artista, specialmente quelle che appartengono al periodo romano (1625 circa – post Pasqua 1632) e quelle da assegnare alla successiva fase napoletana (1633/1634 – 1638/1639).
La tela in esame si avvicina molto al grande dipinto ex Scotti (cm 198 x 246), ne recupera, seppur non puntualmente, soprattutto la posa di Tobia che sparge l’unguento sull’occhio del padre, mentre inverte la posizione dell’angelo e della madre, che pare allo stesso modo come una donna anziana molto rugosa. L’angelo è abbigliato anche questa volta con una sontuosa veste di raso lucente, sebbene con una foggia completamente diversa. Qui poi la scena viene ambientata al chiuso, probabilmente in una stanza, e il fondo è completamente scuro, rispetto alla presenza della finestra con un brano di paesaggio, e del grande tendaggio, che occupano il fondo del quadro Scotti.
Nell’opera vi sono brani di assoluta qualità, che dichiarano il notevole calibro del dipinto. Dalla figura della madre, straordinario inserto ripreso da una modella reale, raffigurata tel quel, alla bellissima resa delle gambe accavallate di Tobit, studiate con implacabile fedeltà alle epidermidi un po’ grinzose di un anziano. Esse ricordano anche molto strettamente le gambe di Dedalo nel Dedalo che mette le ali a Icaro, anch’esso originariamente presso la collezione Scotti di Bergamo. Come è noto, tutte le opere ex Scotti sono state eseguite da Stom a Roma (cfr. E. De Pascale, Caravaggeschi a Bergamo, in Dipinti caravaggeschi cit., 2000, pp. 7-28) e costituiscono un baluardo per ricostruire il linguaggio del pittore durante quel periodo fondamentale, che lo vede appassionarsi e lasciarsi coinvolgere dal naturalismo di matrice caravaggesca, in tempi quanto mai maturi per farlo. Eppure Stom resterà sempre fedele anche nel decennio successivo, a Napoli e poi in Sicilia, a quella passione.
Oltre alle opere già ricordate, possono essere avvicinate stilisticamente alla Guarigione Rospigliosi tele come la Liberazione di san Pietro di ubicazione sconosciuta che ho pubblicato nel catalogo del 2025 (si veda in Matthias Stom cit., 2025, Fig. 15, al catalogo rimando anche per le opere citate in questo studio), oppure l’Adamo ed Eva che piangono sul corpo di Abele del National Museum di La Valletta, per continuare con gli Apostoli Marco e Luca (già Londra, Trafalgar Galleries), e con il San Gregorio Magno e il Sant’Ambrogio del Kunstmuseum di Basilea. Sono tutte opere, compresi naturalmente i due quadri Scotti che lo sono sicuramente, di ambito romano, eseguiti dunque fra la fine del terzo decennio i primi anni del quarto. Allo stesso periodo secondo me dovrebbe appartenere anche questa Guarigione; il fatto che Somer ne riproponga pressoché identica la composizione potrà avere anche altre spiegazioni. Altresì non è escluso che Stom, nel suo primo tempo napoletano, realizzasse opere, come questa, corrispondenti al linguaggio della fine degli anni romani.
Gianni Papi