IMPORTANTI MAIOLICHE RINASCIMENTALI

20 OTTOBRE 2021

IMPORTANTI MAIOLICHE RINASCIMENTALI

Asta, 1099
FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo

ore 11.00
Esposizione
FIRENZE
Venerdì          15 ottobre 2021    
10-18
Sabato
16 ottobre 2021  10-18
Domenica 17 ottobre 2021  10-13
Lunedì  18 ottobre 2021 10-18





Vi preghiamo di considerare che il giorno dell'asta sarà possibile accedere alla sala di vendita solo se in possesso di Green Pass, mentre l’accesso nelle giornate di esposizione è libero.
 
 
 
Stima   700 € - 30000 €

Tutte le categorie

31 - 60  di 72
31

PIATTO, DUCATO DI URBINO, 1550 CIRCA

in maiolica decorata in policromia; sul retro la scritta Chiel fiume in blu; diam. cm 27,5, alt. cm 3,5

 

A DISH, DUCHY OF URBINO, CIRCA 1550

 

Bibliografia di confronto

La collezione dei margravi e duchi di Baden. Volume 3, Sotheby's, Baden-Baden 5-21 ottobre 1995, lotto 751;

R. Gresta in E. Sannipoli (a cura di), La via della ceramica tra Umbria e Marche. Maioliche rinascimentali da collezioni private, Perugia 2010, p. 248 n. 3.23

 

Il piatto ha largo cavetto e tesa ampia e obliqua con orlo arrotondato e listato di giallo; il retro, privo di cercine, mostra due cerchi concentriche delineati in giallo a sottolineare la forma, e al centro la scritta in caratteri corsivi “Chiel fiume”. Sul fronte l’intera superficie è dipinta con un a scena istoriata che si svolge tra due quinte rocciose dalla forma particolarmente elevata che si aprono in un bel paesaggio lacustre con acque, edifici, scogliere e alberi; sulla destra sei personaggi seduti a un tavolo tripode su gambe ferine intenti a mangiare alcuni pesci; sulla sinistra due satiri con altrettanti luiti sulla spalla avanzano nella scena; all’esergo un prato, rocce e un cespuglio arboreo. La scena mitologica riproduce dunque un tavolo di divinità e l’scrizione sul retro sembra ironizzare sulla cena “che il fiume concede”, con riferimento al numero esiguo di pesci.

La scena istoriata ha un illustre precedente in un piatto in collezione privata, transitato sul mercato, che presenta alcune varianti rispetto al nostro: sono presenti le sei persone sedute al tavolo, ma una è raffigurata in abito da legionario romano e un’altra con elmo piumato, mentre i due satiri avanzano reggendo una cornucopia. Le modalità pittoriche sono differenti, ma il modo di rendere i corpi, caratterizzati dalla evidente muscolatura, sembra quello solitamente riconducibile alle botteghe pesaresi. Il piatto di confronto reca al verso la scritta "La bella ciena de li dei" e la sigla "S", che sappiamo essere associata a Sforza di marcantonio attorno al 1545.

L’attribuzione a Pesaro, e più probabilmente alla bottega di Lanfranco dalle Gabicce, ci deriva dal confronto stilistico con alcuni manufatti del Museo di Pesaro o opere di recente pubblicazione, come una coppa con Atteone nella quale le felici espressioni dei volti e alcune trovate tecniche nella resa del paesaggio ben si adeguano al nostro piatto. Un altro piatto con il medesimo soggetto è conservato al MET di New York (inv. n. 04.9.10) con attribuzione ad Urbino, così come pure le figure del Piatto con Dedalo e Pasiphe del Museo di arte medievale di Arezzo (inv. n. 14548), che mostra due musici e un paesaggio dai monti appuntiti e nuvole a chiocciola, dove non solo il corpo del suonatore di siringa, ma anche il suo volto si avvicinano alle nostre divinità.

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
32

TONDINO, PESARO, “PITTORE DEL PIANETA VENERE”, 1545 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia; diam. cm 26, diam. piede cm 9,5, alt. cm 3,3

 

A PLATE (TONDINO), PESARO, “PITTORE DEL PIANETA VENERE”, CIRCA 1545

 

Bibliografia di confronto:

J.V.G. Mallet, La maiolica istoriata a Pesaro, in Faenza LXVI, n 1-6 1980, pp. 69 e sgg. p. 154;

G. Biscontini Ugolini in R. Ausenda (a cura di), Musei e Gallerie di Milano. Museo d'Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo primo, Milano 2000, pp. 246-249 nn. 262-263;

T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia. 2, Perugia 2007, pp. 182-188 n. 122

 

Il piatto ha cavetto profondo, la tesa è larga e obliqua con orlo liscio e poggia su piede a disco appena rilevato. Il decoro ricopre l’intera superficie con un’unica raffigurazione istoriata su un fondo giallo. Al centro, leggermente verso destra, la figura di Giove con il fulmine nella destra affiancato dall’aquila e da alcune divinità femminili, mentre alla sua sinistra i Dioscuri a cavallo; alle sue spalle e in alto tra le nuvole altre divinità dell’Olimpo. La scena del corteo celeste poggia su una serie di nuvolette a chiocciola dipinte nei toni del giallo, del giallo arancio e del bruno grigiastro, ma la policromia nell’insieme è piena e ben si esprime nei manti colorati delle divinità. Si riconoscono, soprattutto nella parte centrale, le figure tratte dall’incisione di Marco Dente, che in realtà potrebbero derivare direttamente dal prototipo raffaellesco piuttosto che dal foglio di Raimondi. La composizione di Raffaello, in relazione con una grisaille della Stanza della Segnatura in Vaticano, è stata trasmessa da un disegno disperso, cui si ricollegano altri fogli, copie o studi di parti della scena (Bartsch XIV, p. 198 n. 246).

In quest’opera è riconoscibile la mano del cosiddetto “pittore del Pianeta Venere”, così chiamato dal soggetto di un piatto datato 1544 conservato al Castello Sforzesco di Milano. La sua attività si svolge a Pesaro fra il 1542 e il 1550 e tra gli elementi distintivi della sua pittura ricordiamo i personaggi caratterizzati da visi rotondi, appiattiti, e membra con i muscoli ben evidenziati, e le donne raffigurate con seno prosperoso arrotondato con il capezzolo rivolto verso il basso. In base all’analisi calligrafica alcuni studiosi ritengono che il pittore fosse attivo presso la bottega di Girolamo Lanfranco, mentre di recente è stata proposta una sua identificazione con Nicolò da Fano, autore di un famoso piatto ritrovato dopo lungo tempo e ora nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

Stima    7.000 / 10.000
Aggiudicazione:  Registrazione
33

ALBARELLO, DERUTA, 1580

in maiolica dipinta in policromia con arancio, blu, giallo e verde; sul fondo reca iscrizione C_266_XVI Century in inchiostro nero ed etichetta MOSTRA MERCATO INTERNAZIONALE ANTIQUARIATO VENEZIA; alt. cm 20,9, diam. bocca cm 9,9, diam. piede cm 9,5

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), DERUTA, 1580

 

Provenienza

Milano, Collezione Vivolo;

Milano, Sotheby's, 13 novembre 2007, lotto 8;

Firenze, Collezione privata

 

Bibliografia di confronto

G. Bojani, C. Ravanelli Guidotti, A. Fanfani, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La donazione Galeazzo Cora. Ceramiche dal Medioevo al XIX secolo, Milano 1985, p. 132 n. 316

 

Il vaso apotecario ha un corpo cilindrico appena rastremato al centro, spalla breve e angolata, bocca a orlo dritto e basso, piede leggermente svasato. Sulla zona anteriore, un ampio medaglione ovale è circondato da un festone di foglie allungate legato da nastri, entro cui campeggia un cartiglio con scritta in caratteri gotici S.ANDORLI B. sormontato da una decorazione "a trofei" con stemma o emblema di farmacia affiancato da due elementi con scritta LAUDATE PUERI DOMINUM. Sul retro tra nastri arricciati si legge la data 1580.

L’albarello appartiene per tipologia e stile alla produzione generalmente attribuita all’Italia centrale in una fascia che da Urbino porta alle aree della Tuscia e dell’Umbria. Questi vasi destinati agli unguenti hanno spesso decori differenti a seconda del corredo farmaceutico cui appartenevano, e nel nostro caso la decorazione particolarmente ricca trova riscontro in esemplari recanti il medesimo emblema, come l’orciolo anch’esso datato 1580 conservato nella collezione Cora, ora al Mic di Faenza (inv. n. 21410/c).

Stima    1.500 / 2.500
Aggiudicazione:  Registrazione
34

TONDINO, DUCATO DI URBINO, CASTELDURANTE O PESARO, 1533-1555

in maiolica dipinta in bianco sovra-smalto e policromia verde, blu arancio giallo antimonio e bruno di manganese; diam. cm 19, diam. piede cm 7, alt. cm 2,6

 

A PLATE (TONDINO), DUCHY OF URBINO, CASTELDURANTE OR PESARO, 1533-1555

 

Bibliografia di confronto

B. Rackham, Victoria and Albert Museum. Catalogue of Italian Maiolica, Londra 1977, p. 201 n. 603, tav. 94;

R. Gresta, Un piatto con lo stemma Mazza e qualche nota sui soprabianchi, in “Faenza”, CIII, 1, 2017, pp. 46-55;

T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting, Torino 2019, pp. 366-368 n. 163

 

Il piccolo piattello o tondino ha un profondo cavetto, tesa obliqua, orlo arrotondato e piede ad anello appena rilevato. Il decoro mostra attorno all’orlo una ghirlanda di piccole foglie lanceolate delineate in bruno, la tesa riccamente decorata con la cosiddetta tecnica del bianco sovra-smalto, che prevede una fitta decorazione a girali fogliate delineata in bianco di stagno direttamente sullo smalto, e all’interno del cavetto in un paesaggio collinare con il cielo al tramonto un emblema nobiliare bipartito della famiglia Mazza di Pesaro affiancato dalle lettere G e P, forse ad indicare un matrimonio.

La tecnica qui utilizzata è ampiamente descritta da Cipriano Piccolpasso nel suo testo I tre libri dell’arte del vasaio, indicandolo come ad uso urbinate. Numerosi frammenti di queste opere sono stati rinvenuti nel palazzo ducale di Urbania (Castel Durante), ma recenti ritrovamenti a Pesaro hanno portato gli studiosi a proporre una origine pesarese o comunque una maggior diffusione nella produzione all’interno del ducato di Urbino.

Altri piccoli piatti sono conservati in collezioni pubbliche e private, come ad esempio l’esemplare privo di iniziali del Victoria and Albert Museum (inv. n. C 2262-1910) o quello identico al nostro conservato in una collezione privata e recentemente pubblicato da Wilson, alla cui scheda rimandiamo per approfondimenti

Stima    5.000 / 7.000
Aggiudicazione:  Registrazione
35

COPPA CENTROTAVOLA, FAENZA, 1545 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia, diam. cm 21, diam. piede cm 6,2, alt. cm 10,5

 

A CENTREPIECE-BOWL, FAENZA, CIRCA 1545

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, p. 73 n. 289;

C. Ravanelli Guidotti, Le ceramiche delle collezioni rinascimentali, in C. Stella (a cura di), Ceramiche nelle civiche collezioni bresciane, Bologna 1988, pp. 98-146 p. 222 tav XIV a,b

C. Ravanelli Guidotti, La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, pp. 287-305 n. 148;

C. Ravanelli Guidotti, Monte dei Paschi di Siena. Collezione Chigi Saracini. Vol. 5: Maioliche Italiane, Firenze/Siena 1992, p. 122 n. 35

 

La coppa ha forma emisferica con piede a disco e ampia tesa estroflessa e piana che termina in un orlo liscio. Sulla coppa sono applicati frutti, ortaggi, frutta secca e alcuni baccelli di legumi (pere, mele, cetrioli, noci, mandorle e fave). Sul retro spicca un decoro a petal back nei toni del blu e dell’arancio con piccoli rombi centrati da crocette a risparmio.

Secondo Carmen Ravanelli Guidotti, nel commento di una coppa faentina di questa stessa classe ceramica, le coppe “farcite” potrebbero essere state prodotte a Faenza dopo il terzo decennio del XVI secolo, come dimostrerebbe una coppa del Kestner Museum di Hannover che reca la data «1543».

Coppe di questa tipologia, presenti in alcune importanti collezioni private e museali tra cui il British Museum, sembrano comunque suggestionate da un’ispirazione robbiana. A partire da forme relativamente semplici, come la coppa in esame, si riscontrano morfologie sempre più complesse per arrivare alla crespina baccellata, che sembra essere prediletta dalla manifattura di Enea Utili attorno agli anni ’60–’70 del Cinquecento.

Stima    3.000 / 5.000
36

ALBARELLO, FAENZA, SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto verde e giallo; alt. cm 20,5, diam. bocca cm 15,3, diam. base cm 12

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA, 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

G.C. Bojani, C. Ravanelli Guidotti, A. Fanfani, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La donazione Galeazzo Cora. Ceramiche dal Medioevo al XIX secolo, Milano 1985, p. 52 n. 93;

C. Ravanelli Guidotti, Ceramiche occidentali del Museo Civico Medievale di Bologna, Bologna 1985, p. 86 n. 52;

C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1998, pp. 265-271 fig. 29

 

Il vaso da unguento ha forma cilindrica su basso piede leggermente svasato, ampia bocca con orlo estroflesso e collo breve che scende immediatamente in una spalla obliqua e angolata, come pure il calice. La spalla è decorata con una fascia delimitata da linee concentriche con un motivo a V; la zona mediana del corpo mostra un cartiglio dalle estremità arricciate con la scritta farmaceutica Dastice.i. a caratteri gotici; tra le due estremità dello stesso cartiglio è collocato uno stemma con tre rami fogliati sormontati da una banda blu con tre gigli gialli; la restante superficie è coperta da una fitta decorazione "alla porcellana" con fogliette a raggera, cerchietti concentrici e sottili ramificazioni; al piede infine un decoro a serpentine.

L’ornato “alla porcellana” trae spunto dalle ambite porcellane cinesi, rese note in occidente attraverso le importazioni veneziane. A Faenza sono numerosi i tentativi di imitazione dei decori cinesi su forme aperte, anche a livello di morfologia, spesso però utilizzate in associazione a motivi più prettamente occidentali quali piccole raffigurazioni o emblemi. L’uso del decoro su forme chiuse è invece più raro, e in particolare ha riscontro in alcuni albarelli nei quali si trova ben rappresentata la variante “alla porcellana minuta”.

Il contenitore trova precisi riscontri nell’area produttiva faentina, come ad esempio un esemplare coerente, ma recante un emblema differente e di dimensioni minori, del MIC di Faenza (inv. n. 21313) e un altro albarello dello stesso Museo con cartiglio arricciato e arricchito di giallo di forma differente, ma coerente per scelta decorativa (inv. n. 1014), oppure anche un albarello del Museo Civico Medievale di Bologna (inv. n. 1061)

Stima    1.200 / 1.800
37

CALAMAIO CON PRESEPE, FAENZA, PRIMA METÀ SECOLO XVI

in maiolica modellata e dipinta in policroma, cm 16,8x21x10,2

 

AN INKWELL WITH NATIVITY SCENE, FAENZA, FIRST HALF 16TH CENTURY

 

Provenienza

Firenze, collezione Elia Volpi;

Firenze, collezione privata

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti (a cura di), La grazia dell'arte. Collezione Grimaldi Fava. Maioliche, Milano 2019 pp. 72-75 n. 7

 

Il calamaio si caratterizza per la forma a tempietto costituita da una porzione di vaso tagliata e sormontata da una presa a bottone, le cui pareti interne simulano la volta celeste che racchiude la raffigurazione del presepe. Al centro la Madonna in adorazione del Bambino, plasmati di dimensioni maggiori rispetto alle altre figurine, a sinistra il bue e l’asinello racchiusi in un recinto, un pastore con zampogna seduto su un sasso accompagnato da una pecorella e alle sue spalle l’ampolla porta inchiostro, a destra san Giuseppe accanto ad una botticella. Il retro del calamaio è dipinto con motivi tradizionali quali serpentine e fiamme oltra ad un motivo a fasce concentriche con archetti.

La recente pubblicazione di un’opera analoga ci ha permesso di riconoscere questo calamaio in una foto d’epoca riferita al secondo arredo Volpi (1920-1934) esposto a Firenze al Museo della Casa Fiorentina Antica: il nostro calamaio si distingue in una foto dell’archivio fotografico Davanzati (n. 1315), dove tra l’altro è possibile leggere la mancanza del pomolo e della testa di San Giuseppe (ora reintegrata), ma la presenza della testa della pecorella, evidentemente perduta in seguito.

Stima    7.000 / 10.000
Aggiudicazione:  Registrazione
38
Stima    6.000 / 8.000
Aggiudicazione:  Registrazione
39

CRESPINA, FAENZA, METÀ SECOLO XVI

in maiolica dipinta in stile compendiario; sul retro sigla AEV; diam. cm 30,5 diam. piede cm 14,8, alt. cm 8,5

 

A MOULDED BOWL (CRESPINA), FAENZA, HALF 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Faenza-faïence `Bianchi' di Faenza, Ferrara 1996, p. 244 n. 56

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 400-401 nn. 1179-1180

 

La coppa, foggiata a stampo, ha umbone centrale rilevato, tesa baccellata a conchiglie, orlo sagomato e poggia su alto piede appena aggettante. Lo smalto bianco e spesso, ricco e lucente, lascia intravvedere la forma secondo il principio dello “stile compendiario”, che limita l’uso del colore a pochi pigmenti esaltando il bianco dello smalto. La crespina è però caratterizzate dalla riuscita imperfetta della decorazione, che perde il giallo e vede il blu del decoro secondario e della figura centrale sbiadito in cottura con colature, divenendo quasi diafano e impercettibile.

La raffigurazione vede come protagonista un cavaliere romano isolato al centro di una composizione arricchita da una ghirlanda di piccoli fiori sulla tesa. Sul retro è delineata in blu di cobalto la sigla AEV sormontato da Ω, firma di Enea Utili, pittore che nell'ambito della grande stagione di successo dei bianchi realizza opere al livello delle altre coeve botteghe faentine dei Calamelli e dei Bettisi.

La coppa trova facilmente riscontro nelle opere della bottega, dove le figure più tozze e soprattutto i soldati romani mostrano un’ombreggiatura spessa con tratti di blu molto marcati, come ad esempio il cavaliere sul bacile del Museo di Sevrés (inv. n. 23393) oppure quello seduto di un’altra crespina dello stesso museo, siglato sotto il piede (inv. n. 13183)

Stima    2.000 / 3.000
41

VERSATOIO, CASTELLI D’ABRUZZO, BOTTEGA POMPEI, 1550-1560 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto, verde rame, giallo, giallo arancio, bruno di manganese e bianco di stagno; reca sul fondo numeri 833 e 146 in inchiostro scuro e vecchia etichetta di collezione con numero 116 stampato; alt. cm 24,5, diam. bocca cm 11,3, diam. piede cm 10,4

 

AN EWER, CASTELLI D’ABRUZZO, WORKSHOP OF POMPEI, CIRCA 1550-1560

 

Bibliografia di confronto

C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci (a cura di), Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, pp. C152-153

 

La brocca ha forma ovoidale con larga imboccatura e orlo estroflesso, collo cilindrico alto dal quale appena sotto la bocca si diparte un’ansa a nastro con terminale arricciato; sul fronte un cannello a forma di testa di drago, le cui scaglie sono decorate con motivi ripetitivi blu e giallo arancio; il beccuccio è collegato alla brocca e l'apertura del beccuccio, di colore blu, fuoriesce dalla bocca del drago. La brocca è interamente decorata su entrambi i lati con un ritratto di profilo di una dama con i capelli rossi legati da un fazzoletto, il collo decorato da una sottile collana che scende sul seno lasciato in evidenza dall’ampia scollatura del bustino arancio ricamato, che lascia intravvedere ampie maniche verdi. La figura è collocata su uno sfondo blu, incorniciato da elementi in riserva con tratti alla porcellana in blu cobalto su fondo arancio. Il retro della brocca è lasciato bianco, mentre il manico presenta un decoro in blu con linee a serpentina. Sotto i ritratti e il beccuccio un cartiglio bordato di giallo e ombreggiata di azzurro con la scritta oglio violate in caratteri gotici, ad indicare lo sciroppo di viola mammola, utilizzato in antichità per curare il mal di testa e come digestivo.

La brocca per sciroppo fa parte del noto gruppo Orsini-Colonna, insieme che comprende contenitori apotecari di varie tipologie, molto studiato soprattutto dopo i ritrovamenti archeologici a Castelli che negli anni ottanta hanno permesso di attribuire tale gruppo alla bottega di Orazio Pompei (1516 – 1590/1596), riconducendone la paternità all’Abruzzo. La bottega probabilmente produsse nel corso degli anni diverse serie di maioliche per altrettanti committenti, ma la vicinanza del ritratto, la morfologia e il decoro del nostro vaso lo fanno ritenere ancora legato al primo o al secondo gruppo di produzione, e quindi riferibile al secondo terzo del XVI secolo.

Numerosi i confronti conservate nelle principali collezioni museali internazionali, tra i quali ricordiamo quello del Metropolitan Museum of Art di New York (inv. n. 41.190.72), quello della Walters Art Museum di Baltimora (inv. n. 48.1488), del Victoria & Albert Museum di Londra (inv. n. c.80-1944), della National Gallery di Melbourne (inv. n. 600-D2), del Philadelphia Museum of Art (inv. n. 2011-186-1) e della Wallace Collection di Londra (inv. n. C51).

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
42

VERSATOIO, CASTELLI D’ABRUZZO, BOTTEGA POMPEI, 1550-1560 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto, verde rame, giallo, giallo arancio, bruno di manganese, bianco di stagno; reca sul fondo etichetta 23 GENNAIO 1930 - R. UFFICIO ESPORTAZIONE DI OGGETTI DI ANTICHITÀ E D'ARTE FIRENZE; alt. cm 23, diam. bocca cm 10,3, diam. piede cm 9

 

AN EWER, CASTELLI D’ABRUZZO, WORKSHOP OF POMPEI, CIRCA 1550-1560

 

Provenienza

Firenze, Collezione Murray;

Firenze, collezione privata

 

Bibliografia

Sammlung Murray, Florenz. Verzeichnet von Robert Schimidt unter mitwirkung von W.R.Deusch, Berlino 1929, p. 15 n. 32, tav. VIII;

J. Chompret, Répertoire de la majolique italienne, Parigi 1949, p. 58 fig. 439;

C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci (a cura di), Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, pp. C154-C155, n. 369

 

La brocca, come l’esemplare che precede (lotto 41), ha forma ovoidale con larga imboccatura con orlo estroflesso, collo cilindrico alto dal quale appena sotto la bocca si diparte un’ansa a nastro con terminale a pizzico; sul fronte un cannello a forma di testa di drago. La superficie è interamente decorata sui lati con un grande elemento vegetale stilizzato in giallo su fondo blu cobalto, incorniciato da elementi in riserva con tratti a serpentina e a nastro delineati con rapidità, che vanno a riempire il retro lasciato bianco a partire dallo spazio al di sotto dell’ansa decorato con linee parallele. Sotto il decoro principale e il beccuccio un cartiglio bordato di giallo e ombreggiata di azzurro con la scritta sy.artemisia in caratteri gotici, ad indicare lo sciroppo di artemisia, utilizzato in antichità per le sue proprietà digestive.

Anche questo vaso appartiene alla serie di vasi prodotti a Castelli d’Abruzzo per il cosiddetto corredo Orsini Colonna, di cui abbiamo parlato al lotto precedente. Dal catalogo della celebre mostra tenutasi a Castelli nel 1989 si nota come fossero già state individuate più mani intervenute nella realizzazione del celebre corredo, con una produzione da situarsi cronologicamente prevalentemente nel secondo terzo del XVI secolo.

Due brocche abbastanza affini si segnalano nella collezione Cora, anch’esse caratterizzate da decori privi di ritratti (MIC Faenza inv. n. 21142/c e 21143/c)

Stima    6.000 / 9.000
Aggiudicazione:  Registrazione
43

VASO GLOBULARE, VENEZIA, SECOLO XVI

in maiolica decorata in policromia con verde ramina, blu cobalto giallo antimonio in bruno di manganese nei toni bruno violaceo e bruno marrone, bianco di stagno; sul fondo etichetta di collezione con numero stampato in rosso 883; alt. cm 22, diam. bocca cm 11,8, diam. base cm 11,5,

 

A GLOBULAR JAR, VENICE, 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

M. Vitali, Omaggio a Venezia. Le ceramiche della Fondazione Cini. I, Faenza 1998, n. 27;

F. Saccardo in R. Ausenda (a cura di), Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche. Tomo primo, Milano 2000, pp 271-273 nn 290-291

 

La boccia ha corpo globulare e orlo “gittato” secondo le forme tipiche dei vasi cinquecenteschi veneziani. La superficie è interamente decorata con tratti sinuosi di volute fogliate con grandi foglie crestate, fiori polipetali, campanule e frutti, e con piccole virgole incise a tratteggio sullo spesso smalto colorato di blu cobalto. Sulla spalla corre una ghirlanda fogliata lumeggiata con tocchi di stagno, mentre il corpo presenta tra la decorazione tre grandi medaglioni con cornice a cartouche mistilinea, centrati da altrettanti ritratti delineati con perizia in monocromo blu con sfumature e ombreggiature più o meno marcate: il ritratto di una fanciulla con i capelli raccolti delineato di tre quarti, il profilo di un vecchio barbato, un giovinetto che si intravvede di spalle.

Questo vaso si distingue dalla produzione più classica delle bocce con ritratto in medaglione, non solo per la tipologia della cornice, ma anche e soprattutto per la qualità dell’esecuzione dei ritratti in monocromo. Le dimensioni classiche, la varietà nei ritratti e l’assenza del cartiglio con l’indicazione del preparato farmaceutico fanno pensare all’intervento nell’opera di prestigio della mano di un “pittore magistrale” per un fornimento di prestigio.

Sono conosciute opere con ritratti in blu alla Façon de Venise, tipica dei primi decenni del Cinquecento, ma generalmente su piatti o forme aperte. Le opere pubblicate mostrano ritratti su fondo giallo o piccole figurine di santi su fondo bianco risaltato da tocchi gialli, dei quali abbiamo esempio nella Collezione Cini di Venezia e nelle bocce del Museo di arti decorative del Castello Sforzesco di Milano.

Stima    3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
44

GRANDE VASO, VENEZIA, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, bruno, giallo, nero, verde; alt. cm 40, diam. bocca cm 12,5, diam. base cm 16

 

A LARGE JAR, VENICE, CIRCA 1570

 

Bibliografia di confronto

G. Gardelli, Italika. Maiolica italiana del Rinascimento. Saggi e Studi, Faenza 1999, pp. 44-45 nn. 17-18;

R. Perale, Maioliche da farmacia nella Serenissima, Venezia 2021, pp. 120-136

 

Vaso a corpo globulare, poggiante su base piatta con piede a orlo arrotondato appena estroflesso, dotato di robusti manici a doppio bastoncello ritorto con attacco inferiore "a pinzatura"; collo breve, bocca stretta dotata di orlo leggermente estroflesso.

L’ornato contempla sul fronte, all'interno di un ampio medaglione circolare con cornice "accartocciata", la figura di un santo domenicano dipinto a tre quarti rivolto verso destra, una sottile croce nella mano destra e un libroo nella sinistra. La figurina è dipinta sullo smalto bianco, ombreggiata da fini tratti di manganese e lumeggiata in bianco di stagno. Sulla restante superficie, decorazione a "fiori" e "frutti" con foglie d'acanto a mo' di girali in rosso arancio, bacche, corolle, pomi, campanule.

Il grande vaso, coerente per morfologia e scelta decorativa con gli esemplari proposti al lotto successivo (lotto 45), sembra appartenere non solo al medesimo corredo farmaceutico, ma anche alla stessa produzione. Lo stile pittorico delle figure dei piccoli santi, tutti in abiti domenicani, l’assenza dell’indicazione del preparato e la presenza di grandi foglie d’acanto accartocciate di colore rosso ferro disposte a sottolineare l’imboccatura assecondano l’ipotesi.

La piccola figura, probabilmente raffigurante San Domenico pur nell’assenza della stella sulla fronte, è dipinta con perizia tecnica, ma non ci sembra che si possa avvicinare alla figura dell’albarello presentato al lotto 46 di questo catalogo, attribuibile invece al cosiddetto Pittore dei piccoli santi, per alcuni associabile alla personalità di Gianfranco Bernacchia per la presenza di una sigla GB in due orcioli con santi e decoro alla porcellana policroma. Più plausibile ci sembra invece l’appartenenza del vaso a un corredo farmaceutico realizzato dalla “bottega di Mastro Domenego”, secondo la recente classificazione proposta da Riccardo Perali.

Il vaso trova qualche riscontro morfologico in esemplari della collezione Cini di Venezia e nei rari esemplari con anse laterali, di morfologia varia, come ad esempio il vaso biansato del MIC di Faenza (inv. n. 21198) con una splendida figura di San Girolamo in un paesaggio.

Stima    6.000 / 9.000
Aggiudicazione:  Registrazione
45

COPPIA DI GRANDI VASI BIANSATI, VENEZIA, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con arancio, blu, bruno, giallo, nero, verde; uno reca sul fondo etichetta con numero a penna 6882; a) alt. cm 34,8, diam. bocca cm 12, diam. base cm 14; b) alt. cm 36,6, diam. bocca cm 12,3, diam. base cm 13,8

 

A PAIR OF LARGE JARS, VENICE, CIRCA 1570

 

Bibliografia di confronto.

G. Gardelli, Italika. Maiolica italiana del Rinascimento. Saggi e Studi, Faenza 1999, pp. 44-45 nn. 17-18;

R. Perale, Maioliche da farmacia nella Serenissima, Venezia 2021, pp. 120-136

 

Vasi a corpo globulare, poggianti su base piatta con piede a orlo arrotondato appena estroflesso, dotati di robusti manici a doppio bastoncello ritorto con attacco inferiore "a pinzatura"; collo breve, bocca stretta dotata di orlo leggermente estroflesso.

L’ornato contempla sul fronte, all'interno di un ampio medaglione circolare con cornice "accartocciata", nel primo la figura di un santo domenicano dipinto a tre quarti gradiente a destra, una sottile croce nella mano destra e un libro nella sinistra, nel secondo vaso la figura di una santa suora Domenicana dipinta con le stesse modalità, ma gradiente a sinistra. Le figurine sono dipinte sullo smalto bianco, ombreggiata da fini tratti di manganese e lumeggiata in bianco di stagno. Sulla restante superficie, decorazione a "fiori" e "frutti" con foglie d'acanto a mo' di girali in rosso arancio, bacche, corolle, pomi, campanule.

I vasi, di dimensioni poco inferiori a quello proposto al lotto precedente di questo stesso catalogo, sono coerenti per morfologia e stile pittorico, seppure qui un poco più corrivo, con lo stesso, alla scheda del quale rimandiamo per approfondimenti.

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
46

ALBARELLO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570-1575 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia; alt. cm 30,5, diam. bocca cm 12, diam. base cm 12,5

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570-1575

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Ceramiche occidentali del Museo Civico Medievale di Bologna, Bologna 1985, p. 112 n. 87;

R. Perale, Maioliche da farmacia nella Serenissima, Venezia 2021, pp. 120-136 

 

Il vaso cilindrico, rastremato al centro, poggia su base piana, priva di smalto, Il piede è basso ed espanso, la spalla rigonfia arrotondata, il collo breve si apre in un’imboccatura circolare con orlo estroflesso, breve e tagliato a stecca. L’ornato, su uno smalto spesso, chiaro, con vetrina brillante e leggermente crettato, segue l’impostazione tradizionale: al centro di un medaglione la raffigurazione di un santo domenicano, a tre quarti di figura, rivolto a sinistra che sorregge con la destra un libro sotto il manto e con la sinistra un piccolo disco raggiato (ostensorio); dipinta con perizia calligrafica e lumeggiata di bianco di stagno, la figurina si staglia sul fondo bianco dello smalto attorniato da una fascia a trattini bianchi seguita da una fascia gialla e arancio, inclusa in una cornice a punte. Tutto attorno il classico decoro fogliato e floreale con girali, corolle e piccoli frutti su un o spesso fondo blu e sottili graffiture.

L’albarello, che si distingue per dimensioni e qualità pittorica nella realizzazione della piccola figura, potrebbe essere opera del fantomatico “pittore dei piccoli santi”, una personalità che si può comunque inserire nell’ambito dei depentori magistrali, come ci ricordano i recenti studi sulla maiolica veneziana da farmacia.

Stima    2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
47

GRANDE CRESPINA, VENEZIA, 1570 CIRCA

in maiolica dipinta in policroma; diam. cm 32, alt. cm 4,7

 

A LARGE MOULDED BOWL (CRESPINA), VENICE, CIRCA 1570

 

Bibliografia di confronto:

J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig, Italienische Majolika, Katalog der Sammlung, Brunswick, 1979, p. 497 tav. 816;

E.K. Swetlicka, Maiolica veneziana nelle collezioni polacche in G. Busti, M. Cesaretti, F. Cocchi (a cura di), La maiolica italiana del Rinascimento. Studi e ricerche, Turhout 2019, p. 121 fig. 18 e p. 117 fig. 4

 

La coppa ha forma aperta, leggermente umbonata al centro con tesa baccellata appena rilevata e orlo mosso, e poggiava in origine su un alto piede a calice, applicato a freddo, qui tagliato per consentirne l’incorniciatura secondo un gusto collezionistico diffuso nel corso del XIX secolo (si veda al riguardo F. Barbe, Su alcune cornici delle maioliche Campana del Louvre in G. Anversa, C. Maritano (a cura di), Atti delle giornate di studio in onore di Luciano Franchi. Il collezionismo fa grandi i musei. Giornate di studio sulla maiolica italiana, in “Faenza” 2020 n. 2). L’ornato, realizzato in piena policromia su uno smalto spesso ricco e con una vetrina brillante, vede un cavaliere in abiti romani che brandisce una spada trattenendo con l’altra mano un bianco destriero imbizzarrito. La scena si svolge in un ampio paesaggio lacustre con il cielo tinto di giallo al tramonto e uno sfondo di monti azzurrati. Al verso il doppio ordine di baccellature è orlato con linee concentriche gialle.

La posa qui usata per il cavaliere barbato nell’atto di brandire la spada torna spesso su opere in maiolica, anche di diversa morfologia, e deriva chiaramente da una fonte incisoria probabilmente ispirata dalla figura storica di Marco Curzio.

La crespina, che per dimensione e qualità pittorica trova pochi riscontri, ha come esemplare di confronto morfologico una coppa pubblicata del museo di Amburgo e pochi altri esempi, tra cui la coppa con Debora e Barak dell’Università Jagellonica di Cracovia (inv. n. 6684,1666/IV)

Stima    3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
48
Stima    3.000 / 5.000
49

PIATTO, URBINO, BOTTEGA FONTANA, 1560- 1570 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia; sul retro sotto il piede la scritta La bella Europa inga[n]il divin Toro; diam. cm 26,5, diam. piede cm 8,4, alt. cm 4,5

 

A DISH, URBINO, WORKSHOP OF FONTANA, CIRCA 1560-1570

 

Bibliografia di confronto

M. Marini (a cura di), Fabulae pictae: miti e storie nelle maioliche del Rinascimento, Firenze 2012, p. 218 n. 20;

J. Lessmann, Italienische Majolika Aus Goethes Besitz: Bestandskatalog Klassik Stiftung Weimar Goethe-Nationalmuseum: Bestandskatalog Der Klassik Stiftung Weimar, Weimar 2014, pp 72-73 n. 11

 

Il piatto ha un cavetto largo e concavo a stacco marcato, la tesa è larga e obliqua e termina in un orlo arrotondato e orlato di giallo. Il piatto poggia su un piede basso con anello, al centro del quale in blu di cobalto è tracciata la scritta La bella Europa inga[n]il divin Toro; alcune linee gialle sul retro ne sottolineano i contorni. La scena istoriata, inserita in un paesaggio roccioso con due alberelli da un lato e una rupe dall’altro, interessa l’intera superficie senza soluzione di continuità e descrive il momento in cui Europa, accompagnata dalle ancelle, sta per incoronare il toro bianco che scorge in una mandria di armenti accompagnati da Ermes in veste di pastore, per poi salirgli in groppa (Ovidio, Metamorfosi, II, 858-875), episodio questo raffigurato sullo sfondo, con un secondo momento narrativo, dove si vede Europa rapita dal toro e portata in mare con un paesaggio ricco di porti e insenature sullo sfondo.

Il mito di Europa ebbe un notevole successo nel Cinquecento, tanto da essere spesso raffigurato su piatti istoriati. Alcuni esemplari di confronto sono conservati al Museo di Pesaro e in molte collezioni private.

Lo stile pittorico è quello della Bottega dei Fontana, spesso impegnata nel trattare argomenti mitologici ispirati a fonti incisorie. E anche qui infatti figura di Europa è tratta dalle incisioni di Bernard Salamon per le Metamorfosi di Ovidio pubblicate a Lione nel 1559. Da notare qui il modo particolare di delineare le rocce, con sottolineature e demarcazioni ottenute con sottili linee arancio e bianco di stagno, i volti delle figure femminili, arrotondati con occhi orlati di nero, e soprattutto il muso dei bovini, quasi caricaturale, che ritroviamo in un medaglione riservato tra splendide grottesche di una bellissima fiasca del Museo Nazionale del Bargello con la scena del rapimento di Europa. Particolarmente stringente poi il confronto con una coppa conservata nel Museo Goethe a Weimar con soggetto analogo, nel quale compare sopra la roccia una nuvoletta con Giove che si appresta alla metamorfosi, che mostra la stessa impostazione narrativa e lo stesso stile, sebbene con varianti nella mano del pittore, forse dovute anche alla scelta di un supporto di forma differente che dava meno spazio alla narrazione: il modello era sicuramente presente in bottega.

Stima    8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
50

CRESPINA, BOTTEGA PICCHI, 1560 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia; Sul fronte scritta pirramo…/Stiba; diam. cm 24,4, diam. piede cm 11,5, alt. cm 6,5

 

A MOULDED BOWL (CRESPINA), WORKSHOP OF PICCHI, CIRCA 1560

 

Bibliografia di confronto

C.D. Fuchs, Maioliche istoriate rinascimentali del Museo Statale d’Arte Medioevale e Moderna di Arezzo, Arezzo 1993, pp. 233-238 nn. 217-231

 

La crespina è formata a stampo con umbone centrale rilevato, orlo mosso a formare quasi delle piccole punte e corpo sbalzato, Il piede è alto con orlo appena estroflesso. La decorazione, dipinta su uno smalto ricco con una vetrina brillante e lucida, presenta una scena istoriata entro paesaggio marino con montagne sullo sfondo e piccole cittadine arroccate: al centro Tisbe con le braccia aperte e il manto gonfiato dal vento, mentre scopre il cadavere di Piramo, suicida per amore, e ai suoi piedi un piccolo leone, origine del dramma, mentre poco distante sulla sinistra Eros si allontana; a destra una fonte sulla quale è frettolosamente scritta in corsivo l’epigrafe pirramo e Stiba e forse una data.

Il soggetto, tratto probabilmente dalle Metamorfosi di Ovidio (IV, vv. 55-166), fu spesso rappresentata dalla bottega di Ludovico e Angelo Picchi a Castel Durante, alla quale il piatto è stilisticamente riferibile. Sono infatti molti gli elementi che portano all’opera degli artefici durantini, come lo stile pittorico nella resa dei volti, l’impianto scenografico spesso narrativo, la morfologia della coppa e le caratteristiche tecniche, soprattutto nell’uso del verde smeraldo e dei colori nella loro accezione più brillante.

Tra i numerosi confronti segnaliamo le opere della bottega durantina conservate al Museo d’arte medievale di Arezzo.

Stima    2.500 / 3.500
Aggiudicazione:  Registrazione
51
Stima    3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
52

PIATTO, DUCATO DI URBINO, PROBABILMENTE PESARO, SECONDA METÀ SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia; diam. cm 26,7, diam. piede cm 9,5, alt. cm 3,7

 

A DISH, DUCHY OF URBINO, PROBABLY PESARO, SECOND HALF 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig, Italienische Majolika, Katalog der Sammlung, Brunswick 1979, pp. 336-338 nn. 468-472;

E. Ivanova, Il secolo d’oro della maiolica. Ceramica italiana dei secoli XV-XVI dalla raccolta del Museo Statale dell’Ermitage, Faenza 2003, p. 128 n. 116;

E. Sannipoli (a cura di), La via della ceramica tra Umbria e Marche: maioliche rinascimentali da collezioni, Gubbio 2010, p. 264 n. 3.30

 

Il piatto ha largo cavetto e tesa ampia e obliqua con orlo arrotondato e listato di giallo; al retro, privo di cercine, tra righe concentriche delineate a sottolineare la forma. Sul fronte la scena istoriata occupa l’intera superficie: al centro una roccia acuminata dalla quale Mosè fa sgorgare l’acqua per il suo popolo assetato usando una sottile bacchetta; il popolo assiste inginocchiato ai lati della roccia, in un paesaggio boschivo.

Lo stile pittorico è particolare, rapido, sicuro nel delineare le figure, caratterizzate da una certa mancanza di proporzione, con teste piccole rispetto ai corpi e viceversa, tratti somatici con nasi delineati a “elle”, bocche carnose e comunque ben definite. Anche il paesaggio denuncia una certa rapidità nella stesura pittorica, caratterizzato dalla presenza di piccoli fiori rossi, sia sull’argine del fiume sia pendenti dagli alberi, secondo un uso tipico di alcune produzioni pesaresi prossime alle modalità pittoriche del cosiddetto “pittore di Zenobia” o comunque al suo ambiente. Anche l’uso di tinte forti particolarmente luminose, i piedi allungati, i volti e le armature dei giovani sulla destra del piatto ci sostengono nella proposta attributiva.

Il nucleo di riferimento e di confronto resta quello proposto dalla Lessmann, che individua al Braunschweig di Amburgo un gruppo di circa venticinque opere, insieme ai quali ricordiamo qui l’importante piatto di Milano e quello con la storia di Attilio Regolo del museo di San Pietroburgo

Stima    4.000 / 6.000
53

SCODELLA, RIMINI O LIONE, 1580-1620 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia; al verso la scritta La rouina del tempio per segnali Reuela a, suoi discepoli ‘l Signore; diam. cm 24,7, alt. cm 3,5

 

A BOWL, RIMINI OR LYON, CIRCA 1580-1620

 

Bibliografia di confronto

J. Lessmann, Italienische Majolika. Katakog der Sammlung, Brunswick 1979, p. 227 n. 239;

T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting, Torino 2019, p. 338 n. 147;

R. Gresta, O. Delucca, La ceramica a Rimini nel Cinquecento. Maioliche istoriate e documenti d'archivio, Misano Adriatico 2020, pp. 166-167 n. 64

 

Il piatto a scodella mostra un cavetto largo e profondo con tesa orizzontale, dipinto in policromia sull’intera superficie con una scena sacra. Al centro Gesù in dialogo con i propri discepoli indica nella piazza di una città, che si intravvede sullo sfondo alta e turrita, sulla destra un tempio circolare. Sul retro verso in caratteri corsivi con un tratto veloce si legge La rouina del tempio per segnali Reuela a, suoi discepoli ‘l Signore, ad indicare l’episodio evangelico della predizione della distruzione del tempio da parte di Gesù.

L’autore del piatto rielabora la probabile fonte incisoria, per ora non identificata (Bernard Salamon?), con tratto rapido e sicuro: disegna con il colore, sottolinea con sottili tratti di manganese, creando la profondità e dando carattere alle figure, soprattutto nei loro tratti somatici e fisici; e sembra anche avere confidenza con le incisioni che utilizzano le prospettive architettoniche, che sa rendere pienamente, con tetti arcuati nei quali sottolinea le tegole o nel tempietto rotondo nel quale crea le finestre e i fornici con sicuri tratti di arancio.

L’opera, che trova alcuni confronti tra i piatti di area adriatica che da Urbino portano verso Venezia, di cui numerose testimonianze sono nelle collezioni dei musei tedeschi, riscontra però a nostro parere una grande affinità con alcune opere francesi, ed in particolare con un piatto di grandi dimensioni, di recente pubblicazione, attribuito al periodo urbinate della carriera di un pittore itinerante che sarà attivo a Lione dal 1585. Questo piatto raffigura la flagellazione di Cristo e mostra affinità stilistiche soprattutto nella resa dei tratti somatici dei volti dei personaggi barbati, ma anche in dettagli minori come i piedi del Cristo o le dita delle mani, non sempre riuscite, talvolta appuntite. Le architetture delineate con tratti più celeri nel nostro piatto mostrano soddisfacenti analogie, che ritroviamo anche nella maniera del tutto personale di tratteggiare le piccole pietre del selciato con tocchi rapidi di bianco di stagno. Si ravvisano le stesse modalità stilistiche anche in piatto, anch’esso con il piede limato, conservato al Museo del Louvre (inv. n. OA 6428), nel quale si ritrovano caratteristiche somatiche molto prossime nella resa dei volti con guance scavate con zigomi sottolineati e occhi con sopracciglia ravvicinate, simili architetture come pure la resa dei ciottoli sul selciato. Tale piatto, già attribuito dalla Giacomotti tra l’Italia o Lione, è stato recentemente associato alle manifatture di Rimini.

Stima    3.000 / 5.000
54

BROCCA COSTOLATA, URBINO, BOTTEGA PATANAZZI, DOPO IL 1597

in maiolica dipinta in policromia; alt. cm 27,5, diam. bocca cm 8, diam. piede cm 8,2

 

A JUG, URBINO, WORKSHOP OF PATANAZZI, AFTER 1597

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux., Parigi 1974, pp. 369-371 nn. 1103-1106;

F. Barbe, C. Ravanelli Guidotti, Forme e “diverse pitture” della maiolica italiana. La collezione delle maioliche del Petit Palais, Parigi 2006, pp. 174-175 n. 91

 

Il piccolo vaso, realizzato a stampo, ha forma costolata, beccuccio a doppio cannello sul fronte e un’importante ansa a staffa a doppia cordonatura con elementi decorativi a rilievo e terminali serpentiformi sul retro, e poggia su un alto piede a calice con orlo arrotondato e base concava. Il corpo è interamente decorato da motivi di grottesche policrome su fondo bianco, tra le quali sul fronte spicca uno stemma nobiliare (d’azzurro al leone d’oro linguato di rosso) accompagnato da un cartiglio con il motto FATA VIAM INVENIUNT (il fato trova la propria strada), motto della famiglia Carafa, alla quale tuttavia non corrisponde lo stemma, più prossimo invece alla famiglia Alberici di Orvieto.

Questo tipo di produzione trae evidentemente spunto da prototipi metallici, con esiti di leggerezza e colorismo inediti, come ad esempio nel caso della brocca con versatoio a mascherone del Louvre (inv. n. OA1248), o i complessi versatori del museo di Sevres (inv. n. 23114) o ancora la brocca più complessa sempre del Louvre (inv. n. OA1249).

Questo tipo di forme in associazione al decoro alle grottesche ebbe enorme successo al tempo, dando grande lustro alla bottega della famiglia Patanazzi, la quale assolveva ad ordinativi anche molto importanti, come testimoniato da una brocca simile, ma dotata di un cannello singolo, che reca sul fronte gli emblemi Imhoff, Baumgartner e Schmidtmayer conservata al Petit Palais di Parigi, alla cui scheda rimandiamo per approfondimenti.

Stima    4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
55

PIATTO DA ACQUERECCIA, URBINO, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policroma, alt. cm 4,8, diam. cm 43,5, diam. piede cm 29,3

 

AN EWER STAND, URBINO, LATE 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 365-369

 

Il grande bacile a vasca poco profonda ha cavetto largo e convesso, umbonato e sagomato al centro per consentire l’appoggio di una brocca; la tesa è breve e orizzontale con orlo arrotondato e appena rilevato; poggia su base piana priva di cercine. Al centro dell’umbone compare uno scudo su fondo blu (ovale fasciata d’oro con capo d’azzurro e stella d’oro e campo con brocca ardente) non identificato. Intorno, separati da cordoli a finta baccellatura, una sequenza di motivi a grottesche con piccoli uccellini alternati a mascheroni, arpie e figure fantastiche alate e, di nuovo, sulla tesa il decoro con uccellini.

Il bacile trova riscontro in manufatti analoghi prodotti sul finire del XVI secolo dalle manifatture di area urbinate. Si veda ad esempio la serie di bacili da acquereccia conservati nei principali musei francesi, tra i quali il più prossimo per morfologia è quello della collezione Campana del Louvre, che porta però una complessa decorazione a figure (inv. n. OA1496). La decorazione del nostro esemplare, molto sobria e con stile acquarellato ma sicuro nella sua esecuzione, si distingue rispetto a molti esemplari analoghi, avvicinandosi ancora a esiti prossimi alle opere prodotte qualche decennio prima dalla bottega dei Fontana, di cui sembra ancora evidente l’influenza stilistica.

Stima    8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
56

COPPIA DI ALBARELLI, FAENZA, 1550-1574

in maiolica dipinta in blu di cobalto, giallo arancio, giallo antimonio e bruno di manganese; entrambi gli albarelli recano tracce di etichette sul fondo; a) alt. cm 26,3, diam. bocca cm 10,8, diam. base cm 10,5; b) alt. cm 26, diam. bocca 10,5, diam. base cm 10

 

A PAIR OF PHARMACY JARS (ALBARELLI), FAENZA, 1550-1574

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi1974, p. 314 n. 963;

C. Ravanelli Guidotti in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, pp. 1241-1245 n. 46

 

I vasi hanno forma classica con bocca larga appena estroflessa e collo breve con marcata rastrematura che si ripresenta anche nella parte inferiore; il corpo ha forma leggermente troncoconica, con spalla e calice dal profilo angolato e poggiante su un piede a disco con base piana e orlo espanso ed estroflesso, con leggere differenze tra i due contenitori.

L’intera superficie presenta un fitto decoro a quartieri suddiviso per sezioni orizzontali, con girali fogliacei gialli su fondo blu o su fondo verde; in alto, sul fronte, compare un medaglione con cornice sottilmente baccellata contenente rispettivamente un ritratto femminile di fronte e un profilo maschile con elmo romano rivolto a sinistra affrontato a un cartiglio con la scritta “HLAVDIO”, entrambi i ritratti dipinti su un fondo azzurro; al di sotto del medaglione è collocato un cartiglio, ombreggiato di blu, con andamento ondulato e arricciato sul retro, contenente la scritta relativa al preparato farmaceutico, redatta in caratteri gotici: nel primo vaso l’iscrizione nos. musch.o do arricchita da tre fogliette a riempire il vuoto, nel secondo bono armi/no. iros/o.

Un confronto molto prossimo è con un albarello simile per forma con ritratto di personaggio con turbante, conservato nella raccolta del Banco di Sicilia a Palermo, che condivide la facies decorativa, la forma “a rocchetto” in uso negli albarelli con decoro a quartieri, lo stile e il ductus nella realizzazione del busto nel medaglione, derivato dal repertorio delle botteghe faentine fino al 1560, così come la disposizione rigorosa dei decori secondari che vediamo presenti anche nelle crespine “a quartieri”, spesso con umbone occupato da ritratti analoghi, o nei vasi apotecari a corpo globulare. Un altro albarello a quartieri con ritratto femminile CASANDRA è custodito al Museo di Sévres (inv. 23121)

Stima    4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
57

VASO GLOBULARE, PALERMO, 1600 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, bruno, giallo, azzurro e verde; alt. cm 34,5, diam. bocca cm 10,6, diam. base cm 11,2

 

A GLOBULAR BOWL, PALERMO, CIRCA 1600

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux. Parigi 1974, pp. 313-314 n. 966-967;

C. Ravanelli Guidotti, Ceramiche occidentali del Museo Civico Medievale di Bologna, Bologna 1985, p. 252 n. 216;

C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1998, p. 387 n. 98 e pp. 366-372

 

Il vaso ovoidale ha un’imboccatura larga con orlo tagliato a stecca e poggia su un piede alto con base piana e orlo appena estroflesso. Il corpo del vaso è percorso da fasce orizzontali decorate da diversi motivi fitomorfi, quali un serto fogliato sul collo e sulla base, una fascia fogliata continua sulla spalla, un motivo a quartieri con svariati elementi fitomorfi su sfondi di colori differenti. Sul fronte una cornice a finta baccellatura racchiude un ritratto maschile con elmo posto di profilo verso sinistra. Il vaso non presenta cartigli relativi al contenuto farmaceutico.

L’opera appartiene ad un gruppo di vasi da farmacia prodotti verso la metà del XVI secolo, decorati con riserve entro le quali si staglia un busto, una figura o un istoriato; tutti presentano bordi delimitati da festoni di foglie e frutti, su un fondo a trofei o a quartieri. Un esemplare conservato nella collezione Virga di Palermo, contrassegnato dalla data 1555 e inscritto con la parola FAENTIA, ci spingerebbe ad attribuire l’opera alle officine della città romagnola. Tuttavia la forma allungata, il collo più alto, lo stile pittorico e il confronto quasi puntuale con un vaso del Museo civico medievale di Bologna (inv. n. 1079) con ritratto di “Tulio” fa propendere per l’assegnazione del vaso in esame alle officine palermitane attive intorno al 1600.

Stima    4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
58

COPPIA DI ALBARELLI, SICILIA O FAENZA, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia; a) alt. cm 29,5, diam. bocca cm 12,2, diam. base cm 11,2; b) alt. cm 29,7, diam. bocca cm 12,5, diam. base cm 11,7

 

A PAIR OF PHARMACY JARS (ALBARELLI), SICILY OR FAENZA, LATE 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

G.R. Croazzo, Maioliche siciliane, in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, pp. 32-35 nn. 2-3

 

La coppia di albarelli ha forma cilindrica allungata e rastremata al centro, la bocca è ampia con orlo arrotondato, il collo è breve e la spalla angolata, il calice, pure angolato, scende su un basso piede cilindrico con orlo arrotondato. Sul fronte, entro una cornice baccellata di forma ovale, su fondo giallo con elementi paesaggistici e stili pittorici differenti, sono ritratte due figure di santi: nel primo un San Francesco che avanza reggendo la croce nella destra e il vangelo nella sinistra, nel secondo, dipinto con tratti veloci e sicuri, più prossimi allo stile di un pittore istoriatore, San Girolamo penitente. Sul retro un decoro a trofei con pochi elementi di grandi dimensioni su fondo blu.

La facies pittorica è quella tipica dei pittori faentini delle grandi botteghe dei “bianchi”, e tuttavia gli elementi dei trofei trovano ampio riscontro in albarelli simili delle botteghe siciliane, dove sappiamo essere presenti pittori faentini.

Di qui un’inevitabile prudenza attributiva nella consapevolezza della grande qualità delle opere in esame

Stima    3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
59

COPPIA DI ALBARELLI, PALERMO, BOTTEGA LAZZARO, INIZI SECOLO XVII

in maiolica dipinta in policromia in blu di cobalto, giallo antimonio, verde ramina; a) alt. cm 29,5, diam. bocca cm 12,4, diam. base cm 10,7; b) alt. cm 29,5, diam. bocca cm 12, diam. base cm 10,4

 

A PAIR OF PHARMACY JARS (ALBARELLI), PALERMO, WORKSHOP OF LAZZARO, EARLY 17TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

A. Ragona, in R. Ausenda, Museo d'Arti Applicate. Le Ceramiche, Tomo II, Milano 2001, pp. 302-305

 

La coppia di albarelli ha forma cilindrica allungata e rastremata al centro, la bocca è ampia con orlo arrotondato, il collo è breve e la spalla angolata; il calice, pure angolato, scende su un basso piede cilindrico con orlo arrotondato. Sul fronte, entro una cornice baccellata di forma allungata su fondo giallo, si leggono due figure di santi: nel primo un santo con saio domenicano con il braccio destro alzato in segno di benedizione mentre nel sinistro sorregge il Vangelo aperto, nel secondo Santa Caterina di Alessandria con la palma e la ruota segno del martirio indossa una tunica chiara con un mantello bicolore lasciato cadere dalla spalla. Entrambe le figure hanno alle loro spalle un paesaggio con monti azzurrati e sono rappresentate a figura intera. Sul retro un decoro a trofei con pochi elementi di grandi dimensioni su fondo blu. Nell’albarello di Santa Caterina tra i trofei si legge un cartiglio con la sigla SPQP, riferita alla città di Palermo.

La facies pittorica è quella tipica della bottega palermitana dei Lazzaro, di cui sono noti esemplari datati e spesso accompagnati dal cartiglio con la sigla di Palermo. La pittura è rapida, i volti con tratti fisiognomici molto semplificati, i trofei di grandi dimensioni. Numerosi gli esemplari di confronto in collezioni private e museali.

Stima    3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
60

PLACCA, MONTELUPO (?), METÀ SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia in verde, il blu, il giallo, l'arancio e il bruno su fondo biancastro; cm 50,5x35,5

 

A PLAQUE, MONTELUPO (?), MID 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

B. Rackham, Victoria and Albert Museum. Catalogue of Italian Maiolica, Londra 1977, p. 122 n. 352;

F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo, Vol. III, Montelupo 1999, pp. 187-193 tav. 332-345;

M. Cecchetti, Targhe devozionali dell'Emilia-Romagna, Faenza 2000, pp. 144-147, 182-187;

C. Ravanelli Guidotti, Maioliche di Montelupo, Firenze 2019, pp. 268-270 n. 5

 

Targa plasticata da stampo di forma rettangolare, con sottile cornice aggettante e fori per l'affissione in alto al centro. Il fronte è interamente smaltato, al verso segni della lavorazione e colature di vetrina. La targa devozionale rappresenta la Madonna a mezza figura con il Bambino in piedi nudo su un cuscinetto, il piedino sulla mano della madre, appoggiato alla sua spalla sinistra nel gesto dell’abbraccio; entrambi hanno l'aureola. Negli angoli superiori compaiono due cherubini a bassorilievo, anch’essi con aureola. I personaggi hanno i contorni del viso delineati in blu di cobalto, l’abito mostra un corsetto verde decorato a ricami che lascia scoperte le maniche ricamate a loro volta, il manto hanno dipinto in blu con bordo giallo. In basso a sinistra una targhetta iscritta DIMI.DD.EDELANTONIA in blu su fondo a riserva ombreggiata di verde e arancio con cornice graffita sul fondo blu.

Il tipo iconografico deriva da un modello rinascimentale attribuito a Benedetto da Maiano, il cui marmo originale è individuabile in un rilievo alla National Gallery of Art di Washington (Samuel H. Kress Collection, inv. n. A 166), di cui sono note versioni in terracotta e stucco, ma anche in maiolica. Le riproduzioni del modello, monocrome o policrome, in terracotta, gesso o altro conglomerato plastico, dapprima prodotte da fabbriche toscane, in seguito anche da botteghe emiliane ed umbre, ebbero larghissima diffusione per un arco di tempo assai lungo.

Questa targa è particolarmente fedele al modello originale, con la presenza della cornice e dei due cherubini ai lati del volto della Madonna, come le opere analoghe attribuite a Montelupo conservate nei Musei di Londra e di Boston. Benché il gusto coloristico e l’uso così marcato del blu di cobalto non ci facciano escludere del tutto una produzione umbra o forse marchigiana, tuttavia la targa con “Isoletta galante” del V&A, che non esclude l’attribuzione toscana a Montelupo, insieme con la targa recentemente pubblicata con Madonna col Bambino, in posa differente, attribuita da Carmen Ravanelli Guidotti alle officine toscane, ci indirizzano nell’attribuzione a Montelupo.

Stima    2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
31 - 60  di 72