ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA

8 LUGLIO 2020

ARTE MODERNA E CONTEMPORANEA

Asta, 0343
FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo deli Albizi, 26
ore 17.00
Esposizione
FIRENZE
Sabato        4 Luglio 2020      10-18
Domenica    5 Luglio 2020      10-18
Lunedi         6 Luglio 2020      10-18
Martedì        7 Luglio 2020      10-18
 
 
 
Stima   250 € - 90000 €

Tutte le categorie

1 - 30  di 149
83

IGOR MITORAJ

(Oederan 1944 - Parigi 2014)

Piede con mano

2001

bronzo

cm 60x117x47

peso kg 65

numerato n. 1/8

 

Foot with hand

2001

bronze

60x117x47 cm

weight 65 kg

numbered n. 1/8

 

L'opera è accompagnata da autentica rilasciata dall'artista datata 2002 e da un certificato rettificativo dell'artista datato 2018

Mitoraj

(...) Nei miti greci molti significati erano impliciti, per noi oggi sono perduti cosi come ci è precluso percepire l’ordine che governa le antiche leggende. Il senso di questo mistero traspare dalle opere di Mitoraj che, benché ferite dal tempo, si riallacciano idealmente ai loro archetipi classici a cui si aggiunge, a partire dagli anni novanta, una forte componente orientale.
Un’attenzione a parte meritano le tecniche usate dall’artista , e mi riferisco al trattamento dei bronzi, spettacolari ed innovative nella resa cromatica delle superfici interamente ricoperte da patine fulvo ramate o da blu cobalto profondi che virano in un turchese fosforescente che imprigiona nel colore la luce e crea trascolorazioni fantastiche sopra le superfici.
Altri bronzi ancora simulano le nere profondità dell’ossidiana, in una lucentezza metafisica che li rende ancora più enigmatici ed insondabili nella loro assorta malinconia.
Questa volontà di sperimentazione non conosce soste e l’artista si trova di volta in volta coinvolto in nuovi tentativi per creare tecniche via via sempre più affinate in grado di esprimere al meglio le sue sensazioni e la sua continua ricerca di perfezione. Le sue opere(...) incarnano questo desiderio di sublimazione della forma in un ideale estetico immutabile che appartiene al mito e del mito contiene l’enigma e il mistero, unito ad una melanconia struggente che appena traspare dai bellissimi visi e corpi perfetti.
Dai silenziosi abissi dell’inconscio Mitoraj richiama alla luce i desideri, i sogni, le speranze che riemergono sotto forma di frammenti, unici superstiti di un mondo ideale frantumato e non più ricomponibile. (...)
Litta Medri - Percorso artistico di Igor Mitoraj- pag. 367- Il Primato della Scultura Il Novecento a Carrara e dintorni - Edizione Machietto&Musolino 2000 Accademia di Belle Arti di Carrara

 

 

 

Stima 
  90.000 / 120.000
Aggiudicazione  Registrazione
47

LUCIO FONTANA

(Rosario de Santa Fè 1899 - Comabbio 1968)                                                        

Anta di armadio

1952-53

tecnica mista su vetro

cm 48x73

firmato

 

Cupboard door

1952-53

mixed technique on glass

48x73 cm

signed

 

L' opera è accompagnata da autentica rilasciata dalla Fondazione Lucio Fontana, con il

numero di archivio n. 3050/1

Bibliografia
Crispolti, catalogo generale, Lucio Fontana, pubblicato con il numero n. 52-53 V 43

 

Eseguito da Lucio Fontana durante la sua collaborazione con "l'Arredamenti Borsani", Milano

 

Fare dell’arte è una delle manifestazioni dell’intelligenza dell’uomo;

difficile è stabilirne

I limiti, le ragioni , le necessità.

Non ci può essere una pittura o scultura Spaziale,

ma solo un concetto spaziale dell’arte.

L’elemento nello spazio in tutte le sue dimensioni è la sola

evoluzione dell’architettura Spaziale.

Vi è un’arte che non può essere per tutti, e questo vale

anche per le altre manifestazioni creatrici dell’uomo,

l’umanità le subisce, e solo a questo dobbiamo le nostre civiltà.

L’unica libertà è l’intelligenza.

 

Lucio Fontana 18 aprile 1953, bollettino della Galleria del Naviglio Milano.

 

(....) Si spiega cosi il rapporto da lui sentito con l’architettura nuova: è infatti tra i pochi artisti del nostro tempo che abbiano collaborato con architetti, i quali in genere hanno svolto con lui un colloquio di stima. Fontana sentiva realmente il valore di uno spazio attivo: e quindi gli era necessario l’incontro con l’architettura, sviluppatasi da nuovi mezzi. (...) “ L’architetto può creare e creerà la nuova architettura solo abbinato con gli artisti che abbiano capito a che punto stiamo con l’architettura, gli artisti aspettano che alla rivoluzione dell’architettura provocata dal cemento sia abbinata la funzione dell’arte spaziale dell’artista contemporaneo”

 

Guido Ballo Lucio Fontana - Fontana: Idea Per Un Ritratto Edizioni Ilte 1970

 

Nasce negli anni ’50 la collaborazione di Lucio Fontana con Osvaldo Borsani, architetto e designer con la grande passione per le nuove frontiere della creatività e delle nuove forme d’arte. Questa sua predilezione  lo ha condotto a stringere legami d’amicizia e collaborazioni professionali con quelli che sarebbero divenuti i più importanti maestri dell’arte contemporanea italiana, da  Lucio Fontana a Agenore Fabbri, da  Carlo Mo a Arnaldo Pomodoro, da Aligi Sassu a Alik Cavaliere, Andrea Cascella a  Roberto Crippa, a Fausto Melotti e molti altri. Insieme agli artisti riesce a realizzare complementi d’arredo che sono vere e proprie opere d’arte e architetture d’interni in molte dimore italiane.

Osvaldo Borsani inizia la collaborazione con  Lucio Fontana  quando l’artista stava contemporaneamente realizzando l’ambiente spaziale al Naviglio, evento memorabile nella  Milano che si trovava a cavallo tra gli artisti che proponevano ancora un’arte classica e le nuove generazioni che inneggiavano all’ Astrazione e allo Spazialismo. La sperimentazione di Lucio Fontana ben si confà con la volontà di Osvaldo Borsani di sperimentare e progettare nuove soluzioni abitative funzionali ma soprattutto artistiche, dando vita così a una nuova concezione dello spazio e del modo d’abitare. Lucio Fontana realizzò per i fratelli Borsani numerosi arredi spaziali e interventi decorativi. Sono gli anni della Sintesi delle Arti che vede artisti, architetti, designer e intellettuali impegnati in progetti di collaborazione e confronto costante ed evolutivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stima 
  60.000 / 100.000
39

MASSIMO CAMPIGLI

(Berlin 1895 - Saint-Tropez 1971)

Teatro d'Arte Drammatica

1940

olio su tela

cm 60x80

firmato in basso a destra

 

Dramatic Art Theater

1940

oil on canvas

60x80 cm

signed lower right

 

Provenienza

Torino, Galleria La Bussola ( n. 60682)

Milano, Finarte (29/5/1973)

Esposizioni

Galleria D'Arte La Bussola, Maestri della Pittura Contemporanea, dal 17 dicembre 1960,

Torino (depliant con elenco opere)

Milano, Finarte, 29 maggio 1973, lotto 87, ripr.

 

Bibliografia

Bolaffi, 1974, ripr. p. 54

Galleria D'Arte La Bussola, Maestri della Pittura Contemporanea, 1960, Torino (depliant con

elenco opere)

Campigli, Catalogue raisonné, a cura di Archivi Campigli Siant-Tropez, Nicola Campigli, Eva

Weiss e Marcus Weiss, edito nel 2013,  da Silvana Editoriale, Galleria Tega, Archivi Massimo

Campigli, Volume II, p. 501 n. 40-004 ill.b/n.

 

 

 

Campigli

 

 


“ Fra la sconfinata moltitudine dei pittori che vivono e operano a Parigi ( operare può anche voler dire imbrattare tele) quelli che hanno una personalità ben definita, che si riconoscono di primo acchito, che non seguono la moda, ma si sforzano di esprimere “un loro mondo” non sono poi tanti. Fra essi è da porsi un italiano: Massimo Campigli. È un pittore nuovo nel vero senso, un autodidatta: alla pittura giunse attraverso le ricerche spirituali. La sua arte perciò è viva: attinge a succhi che hanno la loro origine del travaglio dello spirito”. Filippo De Pisis


Nella pittura di Campigli convergono le tendenze costruttive e decorative dell’Ecole de Paris quale era negli anni della sua stessa formazione e l’aspirazione a una semplicità primordiale d’ispirazione etrusca prima, cretese poi e ormai sempre più libera dalle influenze. Il pittore bada a comporre il suo quadro con criteri d’armonia geometrica. È portato a fare certe forme a 8 e a X che poi prendono l’aspetto di donnine stilizzate dalle sottane triangolari e la vita strettissima e di teste dall’espressione attonita che costituiscono tutto un mondo lontano dalla vita e fuori dal tempo.
Carlo Cardazzo - Massimo Campigli Sala Napoleonica del Museo Correr. Un Cavallino come logo - Giovanni Bianchi Edizione Cavallino Venezia pag. 77.


L’opera qui proposta della serie dei “Teatri” dipinti dove solitamente il mosaico di figure composte nello spazio pittorico si presenta con la classica composizione di immagini statiche, mentre nel dipinto in questione le donne non sono raffinatamente composte nella loro eleganza statutaria. In questa particolarissima opera di Campigli le donne sembrano animarsi esprimendo sentimenti attraverso le movenze del corpo. L’immagine nel suo insieme ha una struttura monumentale che ci rimanda a una possibile versione statutaria. L’opera è del 1940, siamo in piena seconda guerra Mondiale, la scena creata ci rimanda a un momento tragico, donne che piangono e si disperano, la guerra sta portando via gli affetti, sta distruggendo vite e città intere lasciando solo morti e povertà. Sono gli anni che Campigli passa tra Venezia e Milano, anni delle grandi commissioni pubbliche: nel 1939 affresca l’atrio del Liviano( 250 metri quadrati di opera murale) sede della Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova, grazie anche a Gio Ponti, caro amico, e all’aiuto della seconda moglie, la scultrice Giuditta Scalini, che lo aiutò nella realizzazione del grande murales. E la qui opera, soggetto della nostra analisi, è la sintesi perfetta dello stile, del contesto storico che l’Europa sta vivendo e del pensiero artistico del pittore, superando così l’illusione che molti artisti, compreso Campigli avevano del Fascismo.

 

 

Stima 
  30.000 / 45.000
Aggiudicazione  Registrazione
84

MARIA LAI

(Ulassai 1919 - Cardedu 2013)

Senza titolo
1979

quaderno ricamato con  fili

cm 18x24 circa

al retro firmato e datato "Lai '79"

 

Untitled
1979

notebook of threads

18x24 cm c.a.

on the reverse signed and dated "Lai 79"

 

 

[…] Le mani non stanno mai ferme: disegnano, cuciono, modellano. La sua casa è il viaggio, il viaggio è la casa dell’umanità. Maria Lai (1919) è bambina e disegna sulle pareti domestiche, incessantemente. Poi le pareti vengono imbiancate affinché, una volta asciutte, continui a disegnare. Gioca coi fili, li fa cadere a terra e li guarda.

 “Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte”, ha raccontato.

Il percorso di questa figura singolare – della quale dicevano avesse le “mani da uomo” tanto il suo segno era deciso ed essenziale - comprende simultaneamente tradizione e neoavanguardia, famiglia e ribellione, concettualità e artigianalità . Le sue visioni si sviluppano su una memoria individuale generata da una ritualità collettiva, antropologica. Il suo orientamento è istintivo, sicuro, senza errore. Le pietre della Sardegna, il vento, le leggende, le donne al lavoro, le capre, i folletti, gli spiritelli, le Janas, il mare, sono i tasselli  del suo universo. Maria sperimenta tutti i linguaggi possibili, creando un lessico personale e intimo. Attraversa l’essenzialità nella  figurazione, l’astratto, la scultura, (che il suo maestro d’accademia, Arturo Martini, considerava lingua morta), l’installazione e l’happening. E ogni volta cerca di mettere la storia in movimento. “Ogni opera nasce da un’altra opera – afferma - non viene dal nulla”. […]

[…] Verso la metà degli anni Settanta, le donne del movimento femminista guardano a lei con vivo interesse, per l’uso sovversivo che fa degli strumenti legati da sempre al lavoro domestico. Per la sua scelta di solitudine e dedizione all’arte e perché, nella sua opera, il cucito non è un’attività tranquillizzante che comprime socialmente la vitalità femminile, è uno strumento di apertura, liberazione, incompiutezza. I fili non disegnano forme chiuse e finite, ma cadono dalla tela o dalla stoffa, sono imprevedibili, non hanno né principio né fine, ciondolano come capelli sovrumani arrivati da altri mondi. E i telai per tessere diventano sculture, macchine inutilizzabili, strumenti impossibili. La loro funzione è annullata, nessuna azione meccanica può più essere compiuta.[…]

[…] Verso la fine degli anni Settanta, nascono i libri di stoffa o di carta con le parole dai significati inafferrabili cucite sopra. Alcuni sono illustrati, senza scritte, altri, i Libri scalpo, hanno fili che cascano giù dalle pagine come capigliature scarmigliate. Maria Pietra, Tenendo per mano l’Ombra, Il Dio distratto … richiedono forme di lettura nuove e raccontano favole che riflettono la natura umana in rapporto alla magia della vita. Ma l’arte, ci chiediamo, è comprensibile a tutti? Maria Lai ritiene che il pubblico sia pronto a comprendere. “L’interpretazione – scrive – non è un impegno a conoscere i significati in un’opera. L’opera d’arte non è un oggetto di indagine scientifica, ma la possibilità di contatto con l’universale. Il contatto deve essere però diretto e individuale, non come atto mentale, ma attraverso il corpo, la materia”. L’accettazione delle ombre dell’esistenza, l’uso etico del potere creativo dell’artista e la consapevolezza della sacralità della propria e altrui vita, sono i punti fermi delle sue storie. Tra queste storie ci sono quelle delle Janas, le fate operose e minute la cui vaga origine risale a una popolazione sarda del neolitico. Secondo l’artista, che le ritrae con fili d’oro e d’argento, le Janas sono nate da uno sciame di api per insegnare alle donne sarde a filare. E forse anche Maria è una Janas venuta per insegnare alle donne del pianeta a tessere i loro sogni anziché i loro bisogni

Manuela Gandini ,Tracce di un dio distratto, 7 febbraio/27 aprile 2013,  Nuova Galleria Morone - Milano

 

Stima 
  25.000 / 30.000
Aggiudicazione  Registrazione
43

GIACOMO BALLA

(Torino 1871 - Roma 1958)                                                            

Caldo Elettrico, ritratto di Elica Balla

1950

tecnica mista (olio e sabbia) su tavola

cm 30x29,4

firmato in basso a sinistra

al retro titolato, datato e firmato

 

Hot Electric, portrait of Elica Balla

1950

mixed media (oil and sand) on wood

30x29.4 cm

signed lower left

on the reverse signed, titled and dated

 

Provenienza

Casa Balla

Dott. P. Rotella, Roma 1950

eredi Rotella, Roma

Collezione privata

 

 

L'opera è accompagnata da autentica rilasciata dalla dott.ssa Elena Gigli

 

" In questa tavola, Giacomo Balla ritrae sua figlia Elica seduta nella sua stanza intenta a davanti al ventilatore: questo concetto viene ben espresso dal titolo sul retro della tavola.

Caldo elettrico. Nata il 30 ottobre 1914 al Policlinico di Roma, Elica già nel febbraio del 1931 espone alla Prima Mostra di Aeropittura con lo pseudomino di BALLELICA; insieme ad altri trenta amici futuristi e col papà Giaocmo, 5 anni dopo è presente alla Galleria Pesaro di Milano. Insieme alla sua mamma e alla sua Elisa, alla sorella Luce, Balla ritrae di continuo le sue " femmine" nella quotidianità della loro casa romana, prima ai Parioli poi a via Oslava. Ora a

quasi ottant'anni, Balla resta colpito dall'assoluto realismo del volto e dell'atteggiamento di Elica nel chinarsi verso il ventilatore che ne blocca l'immagine in questa tavoletta quadrata.

Infatti è già nel 1937 Balla aveva scritto la sua nuova presa di posizione di fronte alla pittura del Novecento: " ... nella convinzione che l'arte pura è nell'assoluto realismo, .. ho ripreso la mia rate prima: interpretazione della realtà nuda e sana che attraverso la spontanea sensisbilità dell'artista è sempre infinitamente nuova e conveniente".

L'opera viene dipinta da Balla usando una tecnica particolare di questi ultimi decenni: unisce all'olio la sabbia e lo stende sulla tavola di compensato, rinforzata sul retro da due pezzi di legno al fine non si curvi.  La stessa tecnica (olio unita a sabbia) la troviamo nel capolavoro 1942, L'olla caduta dove " si prepara con cura la superficie del compensato con la sabbia e la polvere di marmo per dipingervi sopra un quadro che ha visto in un boschetto" (E. Balla,

vol. III, pag. 206). Ricordo anche l'olio donato alla GNAM di Roma nel 1984, Il ruscello di Borghetto datato 1938, dove "il colore, dati per lunghi tocchi sovrapposti, acquista particolare corposità grazie alla preparazione del fondo ruvido e granuloso nella cui composizione entra a far parte anche la sabbia (P.R.F. in catalogo La donazione di Balla, Roma, 1989, scheda n.33  p. 31). La tavoletta intitolata sul retro Caldo elettrico viene donato da Balla stesso nel 1950 al suo medico, il Prof. Placido Rotella. La consulenza medica del Rotella in Casa Balla inizia nel 1942, quando " il Prof Costa ci parlò di suo nipote dottore che abitava a Roma, proprio vicino a noi: il Dott. Placido Rotella. Il dottore era ancora giovane e molto simpatico, amava l'arte"( E. Balla, Con Balla, Milano 196, p. 195). Nel 1950, il Rotella rimette il braccio di Elica Balla al suo posto, in seguito ad una scivolata sul terrazzo di Via OSlavia; nel 1952

viene  acasa a fare le iniezioni a Balla ( pagg. 296, 303),

( Roma 19 ottobre 2015. Elena Gigli)

 

 

 

Stima 
  20.000 / 25.000
Aggiudicazione  Registrazione
59

BENGT LINDSTROM

(Stoccolma 1925 - Njurunda 2008)

Senza titolo

olio su tela

cm 50x60

firmato

 

Untitled

oil on canvas

50x60 cm

signed

 

“Credo che l’idea del pittore sia sorprendere il proprio spettatore, perturbarlo sino a mostrare, o meglio, risvegliarlo mostrandogli che ci sono altri uomini i quali immaginano mondi sconosciuti, e si tratta di  mondi costruiti, mondi necessari all’uomo per fuggire questa vita triste, materiale, che egli stesso ha creato”.

 

Bengt Lindstrom 1998, Linstrom, Fragments, Paris, Eva-Britt Tiger

 

 

Bengt Linstrom nasce nel 1925 a Storsjo Kapell in Svezia, frequenta i corsi alla Scuola d’Arte d’Isaac Gruenewald di Stoccolma e alle Belle Arti di Copenaghen (1944-46) sotto l’insegnamento di Matisse, frequenta l’Art Institute di Chicago e successivamente gli atelier di Fernand Léger e di André Lohte a Parigi (1947-48). Le prime opere di Bengt Lindstrom sono figurative: ritratti e autoritratti. Nel 1954 a Stoccolma tiene la prima mostra personale. Fa amicizia con Bogart, Marfaing, Maryan e Pouget, più tardi con Asger Jorn che eserciterà una forte influenza sul suo lavoro. L’artista partecipa a numerose esposizioni collettive in Francia e all’estero. Lo stile di Linstrom si conferma gradatamente verso la fine degli anni 50: utilizzava grandi secchi di colori puri, lavorando alle opere densamente e profondamente materiche. 
Nel ’62 partecipa alla seconda esposizione della Nuova Figurazione che si tiene a Parigi; due anni più tardi espone con il gruppo Nord-Sud. Nell’arco di più anni  realizza una serie di ritratti di scrittori e di filosofi ( Oscar Wilde, Claude Lévy-Strauss, etc…). Dipinge paesaggi ispirati ai ricordi della natura svedese  e ai personaggi delle mitologie scandinava e lappone.  Negli anni 80 Lindstrom realizza delle sculture di piccole dimensioni: Teste in cartapesta che poi dipinge e una serie di gioielli. Nel ’48 viene illuminato dalle incisioni di Chagall  e dei primi Papi di Francis Bacon inizia così la produzione le sue prime litografie.
Dal 1947 l’artista viveva e lavorava fra la Svezia e la Francia. Bengt Lindström è morto in Svezia all'inizio dell'anno 2008.

 

Stima 
  15.000 / 20.000
60

DADAMAINO

(Milano 1930 - Milano 2004)                                                

Volumi a moduli sfasati

plastica fustellata a doppio telaio

cm 100x70

opera eseguita in seguito alla data indicata

al retro dedica

 

Modules volumes moved

double-frame die-cut plastic

100x70 cm

work carried out following the date indicated

to the reverse dedication

 

L'opera è accompagnata da autentica rilasciata dall'archivio Dadamaino, con il numero n. 088-15

L'autentica dell'opera riporta una data di esecuzione posteriore alla data indicata

 

Dadamaino

Dal ‘58 al ‘87 dunque, quasi un trentennio di coerenza. E questa coerenza, per un artista dei nostri giorni, è già una patente di serietà, di consapevolezza, ma soprattutto di coscienza del proprio valore e dei limiti della propria opera. (...) Nel caso dell’opera di Dadamaino è soprattutto la coerenza e il rigore a dominare; ma questo rigore, che le ha permesso, appena ventenne, di prendere parte attiva a raggruppamenti come Azimuth, Zero, Nuove Tendenze, ecc…; - dunque dei più severi schieramenti artistici di quegli anni - le ha anche permesso, negli ultimi tempi, di seguire un genere di creazione tutt’altro che geometrizzante o programmata, anzi un genere di creazione - come dirò meglio più oltre-quasi del tutto aleatorio e privo di vincoli, vuoi geometrici che costruttivisti, eppure altrettanto serio e lontano da ogni edonismo e da ogni facile effetto di quelli adottati in precedenza.

Gillo Dorfles 1986 Galerie Beatrix Wilhelm, Stuttgart 27 gennaio 27 febbraio 1987

Stima 
  15.000 / 20.000
42

ZORAN ANTON MUSIC

( Gorizia 1909 - 2005 Venezia )                                                     

Petits Chevaux

1948

olio su tela

cm 45x65

firmato e datato '48 in basso a destra

al retro timbro Galleria Cavallino, Venezia

al retro etichetta Reunion des Musés Nationaux, Paris

al retro dipinto raffigurante due figure

 

Littles horses

1948

oil on canvas

45x65 cm

signed and dated '48 lower right

on the reverse stamp of Galleria Cavallino, Venice

on the reverse label of Reunion des Musés Nationaux, Paris

on the reverse painting representing two figures

 

 

Esposizioni

Zoran Music, Galerie Nationale du Grand Palais, 6 aprile - 3 luglio 1965, Parigi

 

Bibliografia

Zoran Music, Galerie Nationale du Grand Palais,1965, Parigi, ill.

 

 

(...) Fra il ‘46 e il ‘ 55 prendono forma molti dei temi centrali della pittura di Music. Vicino ai ritratti nascono i motivi dalmati, le nasse, i traghetti, i paesaggi umbri e senesi. Si evidenziano in modo inconfondibile i caratteri espressivi mai in seguito ricusati nella loro sostanziale identità. E anzitutto una sorta di aristocrazia dei sentimenti in parte connaturale all’uomo, in parte acquisita attraverso esperienze di vita e di cultura. Il contatto e la visione della violenza e delle barbarie certo hanno concorso a radicare in Music il vagheggiamento di una condizione umana fondata sui valori di alta spiritualità, da considerare sacri e inalienabili. Memoria, predilezioni e scelte di grande raffinatezza si risolvono in una decantazione e in una purificazione di contenuti, specchiate puntualmente nel tono espressivo delle opere. Certo ha ragione Mazzariol quando scrive di Music come uno dei pittori “ più segreti, più difficili e più alti del nostro tempo”. Non c’è dubbio infatti che la sua poesia sia quanto di più antiretorico e di meno spettacolare si possa immaginare. Inutile attendersi facili emozioni da un artista di così gelosa intimità, estraneo a ogni scoperta effusione, che parla sommessamente, senza mai alzare la voce. (...) Pier Carlo Santini Arte in Italia 1935-1955 edizione Edifir Firenze 1992

 

 

Stima 
  13.000 / 18.000
Aggiudicazione  Registrazione
48

MARIO SCHIFANO

(Homs 1934 - Roma 1998)

Senza titolo                          

smalto su tela emulsionata e plexiglas

cm 80x115

al retro firmato

al retro etichetta Giancarlo Tonelli

al retro etichetta Archivio dell'opera pittorica di Mario Schifano, n. archivio 7217

 

Untitled

enamel on emulsified canvas and Plexiglas

80x115 cm

on the reverse signed

on the reverse label Giancarlo Tonelli

on the reverse label Archive of the pictorial work of Mario Schifano, n. archive 7217

 

Provenienza

Collezione Mazzoli

Collezione privata, Firenze

 



(...) Questi ultimi quadri vivono autonomamente in una prospettiva diversa da quella dei lavori precedenti. Non solo formalmente: col ricorso alla tela emulsionata, all’immagine fotografica, al trattamento meccanico della pittura, e al recupero di quel paesaggio artificiale che oramai ci stringe tutt’intorno dai televisori. Rispetto ai quadri di alcuni anni fa, che su un’immagine dichiaratamente pittorica recavano superfici plastiche ad effetto ottico e si collocavano in tal modo in una sorta di naturalismo visivo, i nuovi quadri si presentano col respiro più ampio del realismo. il realismo di cui qui si fa mostra non riguarda tanto le connotazioni formali dell’opera, ne tanto meno il tipo d’approccio con cui l’artista osserva e fotografa ed elabora la realtà del mezzo televisivo, ma piuttosto la scelta di questo tema e l’indagine che su esso Schifano ha dovuto condurre. In altre parole, eccolo captato nel mentre si interroga sulla reazione tra la sua opera e la realtà dalla quale essa muove. Ci vuole poco, anche meno di questa giustificazione, per fa si che l’artista esista (...)
Tommaso Trini Mario Schifano Studio Marconi Milano 1970

 

Stima 
  12.000 / 15.000
33

ENNIO MORLOTTI

(Lecco, Como 1910 - Milano 1992)

Nudi

1967

olio su tela

cm 115x123,5

firmato e datato in basso a destra Morlotti '67

al retro residuo di cartiglio Galleria Il Milione

al retro residuo di cartiglio riportante titolo Miseria e splendore della carne - MAR

Museo d'Arte della Città di Ravenna

 

Naked

1967

oil on canvas

cm 115x123,5

signed and dated lower right Morlotti '67

on the reverse remains of label of Galleria Il Milione

on the reverse remains of label with exhibtion title Misery and splendor of the

flesh - MAR Museo d'Arte della Città di Ravenna

 

Provenienza

Collezione privata

 

Esposizioni

San Gimignano, 1972

Busto Arsizio, 1984

Miseria e splendore della carne - 19 Febbraio 2012 - 17 Giugno 2012- MAR

Museo d'Arte della Città di Ravenna

 

Bibliografia

Miseria e splendore della carne - 19 Febbraio 2012 - 17 Giugno 2012- MAR

Museo d'Arte della Città di Ravenna

R.Tassi in "L'approdo letterario", XIX n. 42, 1968, Tav. 1

M. Valsecchi, 1972, cat. tav. 149.30

S.Crespi, 1984, cat. tav. s.n.

Gianfranco Bruno, Pier Giovanni Castagnoli e Donatella Biasi, Ennio Morlotti Catalogo

ragionato dei dipinti, Tomo I, p. 368 n.97

 

 

In Cézanne c’è la sacralità della luce che divinizza ogni cosa; io vorrei fare la sacralità della carne” Ennio Morlotti -  Il Tempo intervista di Mario Valsecchi

 

Ennio Morlotti nella sua immensa produzione improntata principalmente sul rapporto con la natura si dedica sin dagli esordi anche alla figura femminile: figure umane in contrasto e al contempo in stretto rapporto con il mondo vegetale. Corpi-paesaggi dissolti e totalmente integrati con il mondo naturale, accolti dal manto muschioso, avvolti dal groviglio di verdi prati, corpi che vengono dalla terra e alla terra ritornano. Come sottolineò Testori: “ciò che interessa di più è soprattutto la passione rivolta alla consistenza, alla carne (…) una sorta di furore belluino annoda le parti del corpo: lo slogamento delle spalle, il ribaltamento del ventre marchiano feroci lo spazio (…) la tensione ‘organica’ che scompone i corpi ma non li strappa al paesaggio, anzi ne sottolinea la compenetrazione. La figura umana nasce dalla materia non si contrappone ad essa, è un elemento indistinto in simbiosi con il paesaggio che l’accoglie. Quella di Morlotti è una pittura organica che agisce in dialettica con la materia medesima, dove è difficile distinguere le figure dal paesaggio.”

L’etichetta di “naturalista lombardo” si è rivelata sempre più, con il passare del tempo, limitata e insoddisfacente per questa figura d’artista che, pur legata al suo contesto ed alle sue radici è, per diversi aspetti, appartata e solitaria: anche nei dipinti degli anni Sessanta, dove più intimo era il suo contatto con la natura, dove il pittore si addentrava nella vegetazione, si calava “come un insetto” nel verde del fogliame, mancava totalmente una componente essenziale del naturalismo ottocentesco, cioè quella sensuale, carnale, la fisicità dell’incontro con la natura.
Marina De Stasio - La materia e la luce: l’eredità dell’informatica Milano - testo per la mostra Geografie oltre l’informale Palazzo Della Permanente 1987.

 

 

Ennio Morlotti, nato a Lecco nel 1910, nel 1917 entra nel collegio Paolo Angelo Ballerini di Seregno dove rimarrà fino al 1922. Dal 1923 per mantenersi concilia lavoro e apprendistato artistico, dapprima lavora come contabile presso un oleificio, in seguito sarà impiegato in un colorificio e poi in una fabbrica meccanica. Nel frattempo studia arte antica nelle chiese e nei musei e inizia ad interessarsi all’arte contemporanea. Nel 1936, dopo aver conseguito la maturità artistica da privatista presso l’Accademia di Brera, lascia il lavoro e si iscrive all'Accademia di Belle Arti di Firenze sotto la guida di Felice Carena. Studia Masaccio, Giotto e Piero Della Francesca ma rendendosi conto che le sue radici pittoriche lombarde sarebbero state deviate verso la pittura toscana abbandona presto Firenze. Nel 1937 soggiorna per un breve periodo a Parigi dove poté entrare in contatto con i grandi protagonisti dell'arte Europea: da Cézanne al Fauvismo, all'Espressionismo di Soutine e di Rouault. All'Exposition Universelle de Paris vide l'opera di Picasso Guernica rimanendone fortemente impressionato..  Nel 1939 entra a far parte del gruppo dei pittori di Corrente con Ernesto Treccani, Renato Guttuso, Renato Birolli e Bruno Cassinari, rivelandosi ben presto il più estremista del gruppo. Dopo un secondo soggiorno a Parigi, nel 1947, partecipa al Fronte Nuovo delle Arti, e dopo la scissione, aderì con Birolli e Cassinari, al Gruppo degli Otto di Lionello Venturi. I soggetti più riprodotti dall'artista sono i paesaggi, le nature morte e gli studi di figura. Negli anni '50  produce alcune tra le opere capitali dell'arte informale, non solo italiana, ma anche europea, sicuramente collegate all'esperienza di autori quali Wols, Fautrier, De Stael, ma anche Pollock e De Kooning. La Biennale ospitò numerose volte le sue opere, nel 1950, nel 1952 assieme al Gruppo degli Otto, nel 1954 con una sala presentata da Giovanni Testori (distruggendo le opere esposte subito dopo), nel 1962 vincendo il premio (ex equo con Capogrossi) riservato a un artista italiano, nel 1964 all'interno della sezione "Arte d'oggi nei musei", nel 1972 con una sala personale, nel 1988 con un'altra personale nel padiglione dedicato all'Italia e nella sezione dedicata alla rassegna "Il Fronte nuovo delle Arti alla Biennale del 1948". Muore a Milano nel 1992.  

 

 

Stima 
  10.000 / 15.000
Aggiudicazione  Registrazione
46

MARIO SCHIFANO

(Homs 1934 - Roma 1998)

Senza titolo

1973

smalto su tela

cm 118,5x69

firmato 

 

Untitled

1973

enamel on canvas

118.5x69 cm

signed

 

Provenienza

Collezione Cleto Polcina, Roma

Collezione privata, Roma

 

L'opera è accompagnata da autentica, rilasciata dall ' Archivio generale dell'opera di Mario Schifano, con il numero di archivio n. 04201200222, in data 13 marzo 2020


“Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta. Le perplessità sono nate quando i critici ci hanno steso sopra le loro motivazioni e un’intera letteratura. Ma io mi muovevo con autonomia. Il possesso di quel che facevo ce l’avevo soltanto io” Mario Schifano 1972  intervista di Enzo Siciliano, Lui ama Nancy la fotografa - Il Mondo

Siamo di fronte ad un’opera dove il gesto è impetuoso e il colore si espande liberamente sulla tela mostrando la volontà fisica e mentale che l’artista vuole imporre allo spettatore. Una sola campitura di colore giallo steso in modo disomogeneo sulla tela, un atto voluto, studiato senza l’intenzione di rendere controllato il risultato finale, come mostrano le colature che creano l’idea del dissolvimento delle campiture monocrome, scioglimento che spezza qualsivoglia conformazione geometrica, se non fosse per quella lettera V dai mille significati

 

Mario Schifano è considerato uno degli artisti più internazionali, affascinanti e  poliedrici della storia dell’arte del Novecento; è stato un pittore ma anche un registra, fu esponente di spicco della Pop Art italiana, uno degli artisti più internazionali del nostro paese.  Aperto a tutte le contaminazioni, partecipa come protagonista al clima romano degli anni sessanta e settanta: intellettuali, registi, scrittori, galleristi. Partecipa al movimento della  Scuola di Piazza del Popolo, con Francesco Lo Savio, Mimmo Rotella, Giuseppe Uncini, Giosetta Fioroni, Franco Angeli e Tano Festa. 

 

Stima 
  10.000 / 15.000
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