ARCADE | DIPINTI DAL XVI AL XX SECOLO

ARCADE | DIPINTI DAL XVI AL XX SECOLO

Asta

Firenze
Palazzo Ramirez Montalvo
Borgo degli Albizi 26

3 MARZO 2020
ore 10.30
lotti 1-120

ore 14.30
lotti 121-234

ore 16.30
lotti 244-353

Esposizione

FIRENZE
Venerdì     28 febbraio    10 -18
Sabato      29 febbraio    10 -18
Domenica   1 marzo       10 -18 
Lunedì        2 marzo       10 -18 

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1 - 30  di 343 LOTTI
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Scuola marchigiana, sec. XVII

MADONNA COL BAMBINO E I SANTI FRANCESCO E ANTONIO

olio su tela, cm 214,5x149

 

School of the Marches, 17th century

MADONNA WITH CHILD WITH SAINT FRANCIS AND SAINT ANTHONY

oil on canvas, cm 214,5x149

 

L’autore di questa suggestiva pala va cercato fra quegli artisti che diffusero nelle Marche le correnti figurative nate dalla “crisi” del Manierismo e sostenute dagli intenti propagandistici della Chiesa controriformata, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento.

Il ricordo di due “campioni” della pittura marchigiana quali Federico Barocci e Federico Zuccari si fondono nella nostra tela con le novità pittoriche arrivate da Roma, circolanti nella regione grazie al mecenatismo di ordini religiosi e committenti laici.

Nello specifico si possono stabilire convincenti confronti con la produzione pittorica di Giuseppe Bastiani da Macerata (Macerata, ca. 1570 – Caprarola, ca. 1639), figura non certo trascurabile nell’ambito della storia artistica marchigiana, attivo all’interno di importanti luoghi di culto e anche a Roma (Sulle tracce di Giuseppe Bastiani da Macerata: pittura del ’600 nell’Umbria meridionale, Alto Lazio, Marche, atti della giornata di studio, Terni 2004). Accostabile a quella qui offerta è la pala raffigurante Le Stimmate di San Francesco conservata nella chiesa di Santa Vittoria in Matenano (Ascoli Piceno) (Le Arti nelle Marche al tempo di Sisto V, a cura di Paolo Dal poggetto, Cinisello Balsamo 1992, ill. p. 403) dove si vede un analogo fondale paesistico aperto e luminoso che sfuma nella parte alta in una abbagliante luce dorata. Inoltre la tipologia della figura risente, come nel nostro caso, oltre che del classicismo zuccaresco dell’avvicinamento a modelli figurativi più avanzati quali il naturalismo carraccesco già diffuso a Roma e altrove a inizio del Seicento.

 

Stima    12.000 / 15.000
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Nunzio Rossi

(Napoli?, 1626 circa – Palermo?, 1651 circa)

MOSÈ E IL SERPENTE DI BRONZO

olio su tela, cm 175x135

 

MOSES AND THE RAISED SERPENT

oil on canvas, cm 175x135

 

Esposizioni

Civiltà del Seicento a Napoli. Napoli, Museo di Capodimonte, ottobre 1984 – aprile 1985; Ritorno al barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli. Napoli, Museo di Capodimonte, dicembre 2009 – aprile 2010.

 

Bibliografia

G. De Vito, Ritrovamenti e precisazioni a seguito della prima edizione della mostra sul 600 napoletano, in “Ricerche sul 600 napoletano. Saggi vari in memoria di Raffaello Causa”, Milano 1984, p. 15, fig. 57; G. De Vito, in Civiltà del Seicento a Napoli. Catalogo della mostra, Napoli 1984, I, p. 432, n. 2.219; G. De Vito, Un Sacrificio d’Isacco di Nunzio Russo e altri passi lungo il suo percorso, in “Ricerche sul 600 napoletano”, Milano 1989, p. 42; N. Spinosa, in Ritorno al barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli. Catalogo della mostra, Napoli 2009, I, p. 126, n. 1.47; G. Forgione, “Rossi, Nunzio”, in Dizionario Biografico degli Italiani, 88, Roma 2017.

 

La riscoperta di Nunzio Russo si deve alle ricerche di Giuseppe De Vito e di Magda Novelli Radici, pionieri negli studi sul Seicento napoletano entrambi recentemente scomparsi, che nei loro ripetuti interventi (si veda innanzi tutto M. Novelli Radice, Inediti di Nunzio Russo, in “Napoli nobilissima” XIX, 1980, 5-6, pp. 185-198) hanno ricostruito a partire dalle fonti il breve e singolare percorso di un artista napoletano attivo a Bologna e a Messina, oltre che nella probabile città natale, peraltro non documentata.

Distinto da una personalissima cifra stilistica che lo rende difficilmente assimilabile ai suoi contemporanei nelle città in cui, imprevedibilmente, si trovò ad operare, Nunzio Russo lavorò essenzialmente per commissioni pubbliche nelle chiese di Bologna, in particolare nella Certosa, con tele documentate o datate del 1644, e successivamente a Napoli, prima di trasferirsi a Messina al servizio di don Antonio Ruffo, noto e raffinato collezionista, avido di novità e di opere d’arte da Guercino a Rembrandt, in questo unico tra i suoi contemporanei italiani. Per lui Nunzio Russo dipinse anche opere di soggetto profano ispirate al mito, stando alle fonti e ai documenti d’archivio che ricostruiscono l’importante collezione dispersa, e intervenne con affreschi nel palazzo messinese distrutto dal terremoto del 1908.

Il nostro dipinto, ripetuto nel soggetto vetero-testamentario in un’altra tela di raccolta privata, si situa alla metà degli anni Quaranta, seguendo a breve distanza le pale bolognesi, stilisticamente affini, ed è considerata di poco anteriore all’Assunta nel Duomo di Castellammare di Stabia (cfr. Civiltà del 600 a Napoli, 1984, n. 2.220).

Sebbene mutilo nella parte destra e a tratti lacunoso, non essendo stato sottoposto a interventi di restauro oltre a quelli meramente conservativi, si impone per la sua originalità nella caratterizzazione a tratti grottesca dei protagonisti – forse debitrice dell’esempio del Lanfranco coevo - e soprattutto per il colore acceso, la “gran macchia” poco gradita alla Bologna dove trionfava Guido Reni, come isolata nella Napoli di Massimo Stanzione, ma appunto tratto inconfondibile di questo maestro minore.

 

 

Stima    10.000 / 15.000
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