Arte Moderna e Contemporanea

Arte Moderna e Contemporanea

Asta

MILANO
Centro Svizzero
via Palestro, 2
9 DICEMBRE 2019
ore 16.00

Per informazioni e commissioni scritte e telefoniche
dal 5 - 10 dicembre 2019
Centro Svizzero
Tel. +39 02 76320327
Tel. + 39 02 76320328
artecontemporanea@pandolfini.it

Esposizione

MILANO
Giovedì 5 dicembre      10-18
Venerdì 6 dicembre      10-18
Sabato  7 dicembre      10-18
Domenica 8 dicembre  10-18

Centro Svizzero
via Palestro, 2

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
31 - 60  di 130 LOTTI
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LEONARDI LEONCILLO

(Spoleto 1915 - Roma 1968)                                                    

Donna sdraiata

1950

ceramica smaltata

cm 18x39x19

titolata e firmata sulla base

iscrizione 3 settembre 1950

 

Woman lying down

1950

glazed ceramic

18x39x19 cm

titled and signed

inscription on the basement 3 September 1950    

 

 

 

LEONCILLO DEMIURGO DELLA CERAMICA

 

 

Leoncillo Leonardi è stato considerato tra i massimi esponenti della generazione del secondo dopoguerra per la scultura italiana, godeva, sin dagli anni ‘40, di grande fama nazionale e internazionale. Alberto Moravia presentò una sua mostra alla galleria della Spiga di Milano e a seguire noti critici come G.C.Argan. R. Longhi, M. Calvesi, P. Buciarelli, G. Carandente e C. Brandi dedicarono spazio e parole per consacrare l’abilità artistica di Leoncillo. Il primo ottobre 1946 un gruppo di artisti d’avanguardia sottoscrive il manifesto della Nuova secessione artistica italiana, oltre a Guttuso, Turcato, Birolli e Vedova, partecipa anche il giovane Leoncillo, che aveva già dato prova del suo eccellente e precoce talento.  Leoncillo è un personaggio singolare, fuori dagli schemi, feroce con la materia che scava e plasma, quella materia “proletaria” identificatrice di un pensiero politico. Partigiano e comunista convinto, due monumenti ne sono la testimonianza: Partigiana veneta del 1955 (distrutto nel 1962 per un attentato) e i Caduti di Albissola del 1958. Dopo una lunga stagione vissuta nel segno del post-cubismo, alla metà degli anni ’50 visse una forte crisi ideologica a causa dell’invasione sovietica dell’Ungheria che lo portò a trasformare la sua arte, iniziando a trasformare le sue opere in materia magmatica e corrugata dallo spirito informale. Scava le sue figure verticali, sono incastri e sagome drammatiche ed elementari, dalle coloriture sfumate o decise (i rossi e i gialli), per donare ancora più ferocemente la drammaticità alla forma. Le potenti sculture come i San Sebastiano fanno pensare a corpi lacerati, piegati e vinti dall’esistenza, sono zolle di terra arata o porzioni di magma che si aprono a mostrare i fuoco che arde sotto i nostri piedi. Leoncillo scrisse nelle pagine del Piccolo diario: “Un nuovo oggetto naturale che divenga con stratificazioni, solchi, strappi che sono quelli del nostro essere, che esca come il nostro respiro. Non più colore quindi, ma materia che ha un colore che diciamo dopo. Non più volume ma materia che ha volume. E la creta diventa materia “nostra” per gli atti che compiamo su essa e con essa, atti che nascono da una reazione del nostro essere, che crescono dalla furia, dalla dolcezza, dalla disperazione, motivati dal nostro essere vivi, da quello che sentiamo e vediamo”.

 

LEONARDI LEONCILLO nasce a Spoleto il 18 novembre del 1915, sin da bambino si interessa alle arti applicate, il nonno paterno era liutaio, quello materno ebanista; e questo esempio di attitudine al lavoro artigiano influì sulla sua formazione. Conclusi gli studi si trasferì a Roma dal fratello maggiore Lionello, insegnante di lettere presso l’istituto religioso S. Maria, la stessa scuola dove insegnò disegno fino al 1939. Risalgono a questi anni giovanili i primi disegni noti dell'artista, caratterizzati da un segno forte e costruttivo. Nel 1936 entrò in contatto con la galleria La Cometa, diretta dal poeta L. De Libero, luogo di incontro degli artisti più giovani e meno compromessi con l'arte di regime: Mario Mafai e Antonietta Raphael, Corrado Cagli, Mirko e Afro Basaldella, Pericle Fazzini e Marino Mazzacurati. L’artista fu notevolmente influenzato da quella che fu definita la Scuola Romana, continuando però a operare isolato nel suo studio. Nel 1937 espose a Perugia, alla VI Mostra sindacale fascista dell'Umbria, due bassorilievi monocromi ispirati a Fedro: Il cervo e i cani e Il nibbio e le colombe.

Nel 1939 lasciò Roma, trasferendosi a Umbertide, in Umbria, dove il 9 luglio sposò Maria Zampa dalla quale ebbe due figli: Daniela e Leonetto. A Umbertide entrò in contatto con la fabbrica di ceramiche di proprietà di Settimio Rometti, che era stata guidata alcuni anni prima da Cagli. Qui perfezionò le sue conoscenze tecniche sui materiali ceramici e sulle cotture e stabilì un rapporto di scambio con Rometti, ceramista a sua volta, presso i cui forni l’artista diede luogo a una produzione di sculture di dimensioni notevoli: l'Arpia, l'Ermafrodito e la_^ý[ý LýWýýýý[ý_^ý[ý Lýýý ýÛýýý]]H[ýýHýÈ[ýýYHWý^ý[ý LýWýý[ýýý_^ý[ý Lýýýý[õýýýs#S%•ýýG&6ý2ý6V&7Fýýýõýýýs#S%ýýG&6ýýýýýõýýýs#S%•ýýG&6ý7VýýFý&ýõýýýs#S%ýýG&6ýTýýýqQuattro stagioni. Si tratta di terrecotte policrome invetriate, modellate dall'interno per ottenere volumi gonfi, dall'apparenza molle, cui gli smalti conferiscono bagliori improvvisi che accendono la cromia di sapiente tonalismo. Se nella tecnica esecutiva a cera cava Leoncillo si avvicinava a M. Basaldella, nei soggetti  mitologici egli palesa un riferimento alla pittura di Scipione. Nel 1940, su invito di Giò Ponti, partecipò alla VII Triennale di Milano, dividendo la sala con S. Fancello, dove vinse la medaglia d'oro per le arti applicate con l'Ermafrodito e le Quattro stagioni, ironici busti dai colori vivaci, che echeggiano le porcellane neoclassiche. Sul finire del 1941, dopo avere evitato la frequenza del corso per allievi ufficiali all'atto della chiamata alle armi, pubblicò a Milano una raccolta di brevi componimenti poetici, il Bestiario (in Orfei), in edizione numerata e illustrata da litografie di F. Clerici.  Nel 1942 fece ritorno a Roma, dove fu incaricato della docenza di plastica ceramica all'istituto statale d'arte. Nell'estate dell'anno successivo presentò la serie dei Mostri nell'ambito di un'esposizione collettiva di giovani artisti presso la galleria La Cometa di Roma. Convinto antifascista, il Leoncillo si avvicinò dapprima alle organizzazioni partigiane romane, poi si affiliò alla brigata "Innamorati", attiva in Umbria. Dal dicembre 1944 avviò una collaborazione con il periodico romano La Settimana, che ospitò suoi disegni e alcuni ritratti di intellettuali. Nel 1946 sottoscrive il manifesto della Nuova Secessione artistica italiana, trasformatosi poi in Fronte nuovo delle arti, il gruppo sostenuto da G. Marchiori espose alle Biennali di Venezia del 1948 e del 1950. Nel 1947 ottenne uno studio all'interno di villa Massimo, a Roma, già sede dell'Accademia germanica, accanto a Mazzacurati, R. Guttuso ed E. Greco, dove risiedette sino al 1956. Nel 1949 la sua prima personale alla galleria Il Fiore di Firenze presentata da R. Longhi. La produzione del decennio 1946-56 si caratterizza per il gusto neocubista di derivazione picassiana. Artista militante, si produsse in temi sociali rappresentando la silenziosa dignità degli umili: Dattilografa e I minatori. Negli stessi anni andava approfondendo anche il tema della natura morta - genere poco esperito dagli scultori riallacciandosi alla lezione di Boccioni. Nel 1954 alla Biennale di Venezia gli fu dedicata una sala insieme con Lucio Fontana, tra le opere presenti anche Bombardamento notturno, acquisito per le collezioni dello Stato destinate alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Nei primi anni Cinquanta partecipò a numerose mostre collettive internazionali come Italy at work (New York, 1950), Italienische Kunst der Gegenwart (Monaco di Baviera, 1950), Nutida Italiensk Konst (Il Novecento italiano: Stoccolma, 1953); fu inoltre presente alla II Biennale della scultura di Anversa; in Italia fece parte ed espose insieme con il gruppo denominato Art Club. Nel 1951 vinse il primo premio per una scultura da giardino alla II Mostra nazionale della ceramica; nel 1953 ottenne il premio acquisto alla I Mostra d'arte di Spoleto e nel 1954 vinse il primo premio al XII Concorso nazionale della ceramica di Faenza con la scultura I minatori.

Nel 1957 diede le dimissioni dal partito comunista a seguito dei fatti di Ungheria e come atto di solidarietà verso il senatore E. Reale, espulso in quanto manifestamente contrario alla linea filosovietica togliattiana. Nel marzo 1957 si tenne una personale alla galleria La Tartaruga di Roma. Nello stesso anno realizzò il pannello decorativo per l'atrio della sede dell'Istituto nazionale per la previdenza sociale a Ferrara; a Roma, invece, eseguì una fontana per un complesso abitativo INA Casa a S. Lucia.

Nel 1958 espose alla galleria romana L'Attico di B. Sargentini, un connubio tra i due durò sino alla morte dell'artista. Nel 1959 partecipò alla VIII Quadriennale di Roma, nell'ambito della retrospettiva sulla scuola romana, ripresentando l'Arpia e l'Ermafrodito; quello stesso anno vinse il primo premio alla II Mostra nazionale della ceramica e dei lavori in metallo di Gubbio, con Incontro nella miniera, dove rielaborava il tema dei Minatori. In questi anni intensi, il cui percorso è chiarito dalle annotazioni e dalle riflessioni contenute nel Piccolo diario, più volte Leoncillo tornò sulle tematiche giovanili - è il caso del S. Sebastiano - ripensandole in senso aniconico. Nel 1960 E. Crispolti lo presentò alla galleria Blu a Milano, dove espose una serie di Tagli e Fratture. Nel 1960 fu nuovamente presente alla XXX Biennale di Venezia, nel 1961 partecipò a numerose esposizioni internazionali. È del 1962 una nuova, importante mostra personale alla galleria L'Attico. Nel 1967 realizzò, in collaborazione con l'architetto L. Ricci, un pannello decorativo per l'Esposizione universale di Montreal; lo stesso anno vinse il concorso per un monumento per il palazzo della Ragione a Trento (non realizzato). Nel 1968, presente con una sala personale alla Biennale di Venezia, in cui aveva allestito opere dell'ultimo decennio, velò le sue sculture con dei teli di plastica in segno di adesione alle proteste dei giovani artisti.

Leoncillo morì a Roma il 3 settembre 1968.

 

 

 

 

 

Stima 
 € 20.000 / 30.000
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LEONCILLO LEONARDI
(Spoleto 1915 - Roma 1968)
Donne al sole
ceramica smaltata
cm 55x22x20
sulla base riportato il numero n. 53


Women in the sun
glazed ceramic
55x22x20 cm
on the basement written the number n.53

L'opera è accompagnata da dichiarazione rilasciata da Enrico Marcellai

Bibliografia
L'opera sarà pubblicata sul catalogo generale dell'opera di Leoncillo Leonardi

LEONCILLO DEMIURGO DELLA CERAMICA
Leoncillo Leonardi è stato considerato tra i massimi esponenti della generazione del secondo dopoguerra per la scultura italiana, godeva, sin dagli anni ‘40, di grande fama nazionale e internazionale. Alberto Moravia presentò una sua mostra alla galleria della Spiga di Milano e a seguire noti critici come G.C.Argan. Roberto Longhi, Maurizio Calvesi, Palma Buciarelli, Giovanni Carandente e Cesare Brandi dedicarono spazio e parole per consacrare l’abilità artistica di Leoncillo. Il primo ottobre 1946 un gruppo di artisti d’avanguardia sottoscrive il manifesto della Nuova secessione artistica italiana, oltre a Renato Guttuso, Giulio Turcato, Renato Birolli ed Emilio Vedova, partecipa anche il giovane Leoncillo, che aveva già dato prova del suo eccellente e precoce talento.  Leoncillo è un personaggio singolare, fuori dagli schemi, feroce con la materia che scava e plasma, quella materia “proletaria” identificatrice di un pensiero politico. Partigiano e comunista convinto, due monumenti ne sono la testimonianza: Partigiana veneta del 1955 ( distrutto nel 1962 per un attentato) e i Caduti di Albissola del 1958. Dopo una lunga stagione vissuta nel segno del post-cubismo, alla metà degli anni ’50 visse una forte la crisi ideologica a causa dell’invasione sovietica dell’Ungheria che lo portò a trasformare la sua arte iniziando a trasformare le sue opere in materia magmatica e corrugata dallo spirito informale. Scava le sue figure verticali, sono incastri e sagome drammatiche ed elementari, dalle coloriture sfumate o decise ( i rossi e i gialli), per donare ancora più ferocemente la drammaticità alla forma. Le potenti sculture come i San Sebastiano fanno pensare a corpi lacerati, piegati e vinti dall’esistenza, sono zolle di terra arata o porzioni di magma che si aprono a mostrare i fuoco che arde sotto i nostri piedi. Leoncillo scrisse nelle pagine del Piccolo diario: “Un nuovo oggetto naturale che divenga con stratificazioni, solchi, strappi che sono quelli del nostro essere, che esca come il nostro respiro. Non più colore quindi, ma materia che ha un colore che diciamo dopo. Non più volume ma materia che ha volume. E la creta diventa materia “nostra” per gli atti che compiamo su essa e con essa, atti che nascono da una reazione del nostro essere, che crescono dalla furia, dalla dolcezza, dalla disperazione, motivati dal nostro essere vivi, da quello che sentiamo e vediamo”. 
LEONARDI LEONCILLO nasce a Spoleto il 18 novembre del 1915, sin da bambino si interessa alle arti applicate, il nonno paterno era liutaio, quello materno ebanista; e questo esempio di attitudine al lavoro artigiano influì sulla sua formazione. Conclusi gli studi si trasferì a Roma dal fratello maggiore Lionello, insegnante di lettere presso un istituto religioso S. Maria, la stessa scuola dove insegnò disegno fino al 1939. Risalgono a questi anni giovanili i primi disegni noti dell'artista, caratterizzati da un segno forte e costruttivo. Nel 1936 entrò in contatto con la galleria La Cometa, diretta dal poeta L. De Libero,  luogo di incontro degli artisti più giovani e meno compromessi con l'arte di regime: Mario Mafai e Antonietta Raphael, Corrado Cagli, Mirko e Afro Basaldella, Pericle Fazzini e Marino Mazzacurati. L’artista fu notevolmente influenzato da quella che fu definita la scuola romana, continuando però a operare isolato nel suo studio. Nel 1937 espose a Perugia, alla VI Mostra sindacale fascista dell'Umbria, due bassorilievi monocromi ispirati a Fedro: Il cervo e i cani e Il nibbio e le colombe.Nel 1939 lasciò Roma, trasferendosi a Umbertide, in Umbria, dove il 9 luglio sposò Maria Zampa dalla quale ebbe due figli: Daniella e Leonetto. A Umbertide entrò in contatto con la fabbrica di ceramiche di proprietà di Settimio Rometti, che era stata guidata alcuni anni prima da Cagli. Qui perfezionò le sue conoscenze tecniche sui materiali ceramici e sulle cotture e stabilì un rapporto di scambio con Rometti, ceramista a sua volta, presso i cui forni l’artista diede luogo a una produzione di sculture di dimensioni notevoli: l'Arpia, l'Ermafrodito e la Sirena, conosciute anche con il nome di Mostri; il S. Sebastiano,  i Suonatori e le Quattro stagioni. Si tratta di terrecotte policrome invetriate, modellate dall'interno per ottenere volumi gonfi, dall'apparenza molle, cui gli smalti conferiscono bagliori improvvisi che accendono la cromia di sapiente tonalismo. Se nella tecnica esecutiva a cera cava Leoncillo si avvicinava  a M. Basaldella, nei soggetti  mitologici egli palesa un riferimento alla pittura di Scipione. Nel 1940, su invito di Giò Ponti, partecipò alla VII Triennale di Milano, dividendo la sala con S. Fancello, dove vinse la medaglia d'oro per le arti applicate con l'Ermafrodito e le Quattro stagioni, ironici busti dai colori vivaci, che echeggiano le porcellane neoclassiche. Sul finire del 1941, dopo avere evitato la frequenza del corso per allievi ufficiali all'atto della chiamata alle armi, pubblicò a Milano una raccolta di brevi componimenti poetici, il Bestiario (in Orfei), in edizione numerata e illustrata da litografie di F. Clerici.  Nel 1942 fece ritorno a Roma, dove fu incaricato della docenza di plastica ceramica all'istituto statale d'arte. Nell'estate dell'anno successivo presentò la serie dei Mostri nell'ambito di un'esposizione collettiva di giovani artisti presso la galleria La Cometa di Roma. Convinto antifascista, il L. si avvicinò dapprima alle organizzazioni partigiane romane, poi si affiliò alla brigata "Innamorati", attiva in Umbria. Dal dicembre 1944 avviò una collaborazione con il periodico romano La Settimana, che ospitò suoi disegni e  alcuni ritratti di intellettuali. Nel 1946 sottoscrive il manifesto della Nuova Secessione artistica italiana, trasformatosi poi in Fronte nuovo delle arti, il gruppo sostenuto da G. Marchiori espose alle Biennali di Venezia del 1948 e del 1950. Nel 1947 ottenne uno studio all'interno di villa Massimo, a Roma, già sede dell'Accademia germanica, accanto a Mazzacurati, R. Guttuso ed E. Greco, dove risiedette sino al 1956. Nel 1949 la sua prima personale alla galleria Il Fiore di Firenze presentata da R. Longhi. La produzione del decennio 1946-56 si caratterizza per il gusto neocubista di derivazione picassiana. Artista militante, si produsse in temi sociali rappresentando la silenziosa dignità degli umili: Dattilografa e Iminatori. Negli stessi anni andava approfondendo anche il tema della natura morta - genere poco esperito dagli scultori riallacciandosi alla lezione di Boccioni. Nel 1954 alla Biennale di Venezia gli fu dedicata una sala insieme con Lucio Fontana, tra le opere presenti anche Bombardamento notturno, acquisito per le collezioni dello Stato destinate alla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma. Nei primi anni Cinquanta partecipò a numerose mostre collettive internazionali come Italy at work (New York, 1950), Italienische Kunst der Gegenwart (Monaco di Baviera, 1950), Nutida Italiensk Konst (Il Novecento italiano: Stoccolma, 1953); fu inoltre presente alla II Biennale della scultura di Anversa; in Italia fece parte ed espose insieme con il gruppo denominato Art Club. Nel 1951 vinse il primo premio per una scultura da giardino alla II Mostra nazionale della ceramica; nel 1953 ottenne il premio acquisto alla I Mostra d'arte di Spoleto e nel 1954 vinse il primo premio al XII Concorso nazionale della ceramica di Faenza con la scultura I minatori.Nel 1957 diede le dimissioni dal partito comunista a seguito dei fatti di Ungheria e come atto di solidarietà verso il senatore E. Reale, espulso in quanto manifestamente contrario alla linea filosovietica togliattiana. Nel marzo 1957 si tenne una personale alla galleria La Tartaruga di Roma. Nello stesso anno realizzò il pannello decorativo per l'atrio della sede dell'Istituto nazionale per la previdenza sociale a Ferrara; a Roma, invece, eseguì una fontana per un complesso abitativo INA Casa a S. Lucia.Nel 1958 espose alla galleria romana L'Attico di B. Sargentini, un  connubio tra i due durò sino alla morte dell'artista. Nel 1959 partecipò alla VIII Quadriennale di Roma, nell'ambito della retrospettiva sulla scuola romana, ripresentando l'Arpia e l'Ermafrodito; quello stesso anno vinse il primo premio alla II Mostra nazionale della ceramica e dei lavori in metallo di Gubbio, con Incontro nella miniera, dove rielaborava il tema dei Minatori. In questi anni intensi, il cui percorso è chiarito dalle annotazioni e dalle riflessioni contenute nel Piccolo diario, più volte Leoncillo tornò sulle tematiche giovanili - è il caso del S. Sebastiano - ripensandole in senso aniconico. Nel 1960 E. Crispolti lo presentò alla galleria Blu a Milano, dove espose una serie di Tagli e Fratture. Nel 1960  fu nuovamente  presente alla XXX Biennale di Venezia, nel 1961 partecipò a numerose esposizioni internazionali. È del 1962 una nuova, importante mostra personale alla galleria L'Attico. Nel 1967 realizzò, in collaborazione con l'architetto L. Ricci, un pannello decorativo per l'Esposizione universale di Montreal; lo stesso anno vinse il concorso per un monumento per il palazzo della Ragione a Trento (non realizzato). Nel 1968, presente con una sala personale alla Biennale di Venezia, in cui aveva allestito opere dell'ultimo decennio, velò le sue sculture con dei teli di plastica in segno di adesione alle proteste dei giovani artisti.Leoncillo morì a Roma il 3 sett. 1968.
Stima 
 € 30.000 / 45.000
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JACQUES VILLEGLE'

(Quimper 1926)

Mr Baltard

1979

decollage su tela

cm 51x61,5

firmato in basso a destra

al retro titolato, datato (mars 1979)

 

Mr Baltard

1979

decollage on canvas

51x61.5 cm

signed lower right

on the reverse side titled and dated (mars 1979)

 

Jacques Villeglè

 

 

All’École des Beaux-Arts di Rennes lei conobbe Raymond Heins, con cui strinse un sodalizio fondamentale per lo sviluppo delle vostre reciproche carriere. Che cosa vi accomunava?

 

Condividevamo le stesse domande riguardo al nostro futuro: che cosa fare? Che cosa dipingere? E anche l’idea di non voler imparare un mestiere. Il nostro rapporto di amicizia e di affinità artistica si alimentava grazie alle lunghe passeggiate che facevamo lungo la Loira, e proprio una di queste rappresentò un momento di svolta fondamentale. Era il gennaio del 1947, e fummo impressionati dallo “spettacolo” dei cantieri navali di Nantes, dal rumore delle seghe elettriche, dal movimento delle gru e del ponte trasbordatore. Fu quello il momento in cui ci apparve chiaro per la prima volta che la percezione diretta doveva essere ricercata e valorizzata a discapito del “fare” e delle arti della trasposizione, e di ogni premeditazione.

 

 

 

Che è poi il concetto che sta alla base della pratica di staccare i manifesti lacerati dai muri delle città. Si ricorda la prima volta in assoluto in cui lo avete fatto?

 

Certamente: è stato a Parigi, nel febbraio del 1949. Si trattava del manifesto di uno spettacolo, in cui comparivano solo alcuni frammenti tipografici, che danno il titolo a quella prima opera: Ach Alma Manetro. Ci colpirono moltissimo le lacerazioni della superficie del manifesto, che sembravano quasi delle ferite cromatiche. All’epoca, ciò che amavo di più era il collage cubista, e i caratteri tipografici ne rappresentavano un elemento che continuava a conservare una grande attualità; dunque, questo primo manifesto rubato dalla strada aveva qualcosa di post-cubista.

 

E quello fu un episodio isolato, che solo in seguito rielaboraste come pratica artistica vera e propria, o fu da subito il punto di partenza di una ricerca poi proseguita per decenni?

 

Fu un punto di partenza: esattamente come Mallarmé componeva le sue poesie utilizzando il colpo di dado e attingendo le parole dai manifesti appesi per le vie di Parigi, da quel momento noi cominciammo a raccogliere ciò che la strada ci offriva. Il manifesto è sempre stato molto importante, sia per la poesia che per l’arte figurativa della nostra epoca. Io capii subito che attraverso di esso potevo scrivere un nuovo capitolo della storia dell’arte, che documentasse il cambiamento delle parole e anche dei colori.

 

La sua opera, Villeglé, si distingue da quella degli altri affichiste per la sistematicità…

 

Ho capito presto che attraverso i manifesti strappati riuscivo a cogliere quella che era la realtà urbana e che potevo documentarne i cambiamenti utilizzando i décollage secondo ripartizioni estetiche o di soggetto, così da creare un “catalogo tematico” con cui ripercorrere la storia della tecnica tipografica e della trasformazione dei colori.

 

La sua esperienza come affichiste si chiude definitivamente nel 2003. In che modo?

 

Nel 2003 mi trovavo a Buenos Aires. Negli ultimi anni era diventato difficile rintracciare manifesti lacerati in città come Parigi, troppo pulite e ordinate. Qui, invece, c’era molto materiale: percorsi chilometri e chilometri nei sobborghi, e in qualche angolo rinvenni dei vecchi manifesti realizzati prima della crisi economica che stava soffocando l’Argentina. Erano ricchi, pieni di lettere, mentre quelli più recenti, stampati su carta di scarsa qualità, somigliavano alle affiche che avevo staccato agli esordi, erano cioè fatti alla maniera antica, usando i caratteri di legno: è stato come se un ciclo si chiudesse.

 

Ad un certo punto, partendo da una posizione di semplice “osservatore attivo” della realtà per mezzo dei manifesti lacerati, lei ha iniziato un nuovo percorso estetico dando vita ad un peculiare vocabolario socio-politico, che ora utilizza come strumento espressivo in quelle che sono vere e proprie opere pittoriche.

 

Nel 1969 vidi nella metropolitana di Parigi una scritta di propaganda contro Nixon realizzata attraverso un grafismo molto particolare, che ricorreva a simboli politici come le tre frecce dell’ex Partito socialista, la croce gaulliana, la svastica nazista, eccetera. La forza simbolica di quegli ideogrammi mi colpì al punto che cominciai ad elaborare un vero e proprio alfabeto. Dieci anni dopo l’ho utilizzato per la prima volta per un’opera pittorica, attraverso cui offrire la mia visione della realtà.

 

Dicembre 2014 da un’intervista di StileArte

 

 

Stima 
 € 10.000 / 15.000
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HSIAO CHIN

(Shanghai 1935)

L'orizzonte

1962

olio su tela

cm 75x60

firmato e datato in basso al centro

al retro firmato, datato e titolato

 

The horizon

1962

oil painting on canvas

75x60 cm

signed and dated in the lower center

on the reverse signed, dated and titled

 

Hsiao chin

(...) L’astrazione contemporanea ha profondamente, se non impregnato, l’estetica di Hsiao Chin. A parte gli eventuali rapporti di contenuto, i legami formali tra Occidente e Oriente sembrano evidenti. (...)
Ciò che nelle sue tele colpisce immediatamente lo sguardo è l’estrema eleganza dei colori e delle forme: armonia e rigore nei toni e nelle geometrie di una composizione pittorica si sono di rado fusi così felicemente, come se il piano dell’immagine che si offre allo sguardo non esprimesse che una naturale purezza, una fondamentale sobrietà e un’intima essenzialita’, quasi evidente nell’apparente semplicità del disegno. Di volta in volta si percepiscono la finezza e la musicalità di un Klee, la luminosità e la sensualità di un Kandinsky, la forza e l’etica di un Mondrian, l’intelligenza e l’inquietudine di un Malevich, la fantasia e la femminilità di un Mirò, il lirismo e la grandezza di un Rothko.(...)
Ciò a cui questi dipinti fanno inoltre quasi immediatamente pensare non è probabilmente altro che una delle loro origini remote: la struttura delle composizioni evoca una pagina scritta, come se il sistema di segni pittorici fosse un’altra scrittura. Una scrittura di cui fosse necessario decodificare, ancor prima di interpretare, il contenuto, le sfumature, il significato ultimo. (...)

Daniel Salvatore-Schiffer, Hsiao Chin, Mazzotta Milano 1988

 

Stima 
 € 8.000 / 12.000
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MARIO SCHIFANO

(Homs 1934 - Roma 1998)                                                        

Palme e stelle

acrilico su tela

cm 120x200

 

Palm trees and stars

acrylic on canvas

120x200 cm

 

La figura di Mario Schifano (Holms 1934 - Roma 1998) è tra le più poliedriche e

innovative del panorama artistico internazionale della seconda metà del XX secolo. L'arte

di Schifano definisce la propria vocazione sperimentale già alla fine degli anni cinquanta,

in un momento cruciale per la ridefinizione della relazione tra le arti visive e l'immaginario

massificiato della nuova società dei consumi. in questo contesto, per Schifano la pittura

diviene da subito strumento e fine di esplorazione della sua caratteristica e poliedrica

contaminazione di generei differenti. Vivendo tra Roma e New York,in un dialogo con il

vitale e positivo panorama artistico degli Stati Uniti, Schifano sviluppa negli anni Sessanta

un proprio discorso parallelo, per quanto non sovrapponibile, rispetto alla Pop Art ed a

Andy Warhol. L'artista interpreta la medesima epoca della nuova comunicazione

massificata, ma secondo un'appropriazione e rilettura dell'immaginario collettivo della

pubblicità, del cinema, della fotografia: ne restituisce un'immagine pittorica e creativa,

che tende a interpretare con straordinario spirito critico e anticipatore le nascenti

dinamiche di relazione globalizzata della cultura visiva. La sua vidità per l'universo delle

immagini gli permette di spaziare attraverso i generi e le icone del nuovo panorama

socioculturale internazionale, dalla pubblicità al cinema, che egli include nella sua opera

come " reperti" della civiltà presente, dando voita a un mondo parallelo ed unico, filtrato

dalla sua visione critica e dissacrante.

Stima 
 € 12.000 / 18.000
31 - 60  di 130 LOTTI