Importanti maioliche rinascimentali

Importanti maioliche rinascimentali

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
17 APRILE 2019
ore 11.00

Esposizione

FIRENZE
12 - 15 aprile 2019
orario 10-18 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
31 - 60  di 66 LOTTI
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31

PIATTO, URBINO, 1560 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina, bruno di manganese. Sul retro iscrizione Susanna tentata dallj vecc/hi nel giardino; alt. cm 4,5, diam. cm 27,2, diam. piede cm 9,8

 

A MAIOLICA PLATE, URBINO, CIRCA 1560

 

 

Il piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, il retro poggia su un basso piede ad anello appena accennato, al centro del quale è delineato in corsivo in blu di cobalto la scritta Susanna tentata dallj vecc/hi nel giardino, ed è listato di giallo a segnare l’orlo e il piede.

Sul fronte una scena istoriata con al centro Susanna mentre si lava nella fonte del giardino del marito Joachim, un giardino recintato che lascia scorgere sullo sfondo un vasto paesaggio lacustre; ai lati i due vecchi ambasciatori che si erano entrambi invaghiti della giovane donna, e che rifiutati la accuseranno di adulterio, accusa dalla quale riuscirà a salvarsi solo grazie all’intervento di Davide, che porterà i due vecchi in contraddizione tra loro.

Di sorprendente capacità pittorica la resa prospettica del giardino e i dettagli curati, non solo nella resa dei personaggi, con incarnati e masse muscolari realizzati con una perizia minuziosa, ma anche nei dettagli del paesaggio, nella quinta formata dagli alberi e nella profondità data dalla spaccatura del terreno all’esergo del piatto. I personaggi sono tipici del mondo di Marcantonio Raimondi. Esemplari di confronto nella bottega Fontana ci sembrano pertinenti con il periodo attorno agli anni sessanta del cinquecento, come ad esempio nei piatti del servizio Scheuffelin (J. Lessman, Italienische Majolica Aus Goethes besitz, Weimar 2015, pp. 102-107 nn. 27-29).

Stima  € 8.000 / 12.000
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32

PIATTO, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DURANTINO, 1550-1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina, bruno di manganese. Sul retro iscrizione: Joseph’ messo ne’l pozzo e poi / ue’duto seguita da sigla sormontata da croce; alt. cm 5,8, diam. cm 31,4, diam. piede cm 10,2

 

A DISH, URBINO, WORKSHOP OF GUIDO DURANTINO, CIRCA 1550-1570

 

 

Il grande piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, il retro poggia su un basso piede ad anello appena accennato, al centro del quale si legge l’iscrizione in corsivo in blu di cobalto Joseph’ messo ne’l pozzo e poi / ue’duto seguita da sigla sormontata da croce; il retro è listato di giallo a segnare le forme. Sul fronte una ricca e complessa decorazione, con il giovane Giuseppe calato nel pozzo dai fratelli, nascosto per far credere al padre che fosse morto, e cederlo poi ai mercanti che lo porteranno in Egitto.

Tutta la scena è tratta con poche varianti per la forma e le libertà del pittore dall’incisione Giuseppe calato nella cisterna del Monogrammista HS, Sebald Hans Beham, post 1533 (Bartsch VIII, p. 230).

Il piatto trova riscontro in altre opere con scene bibliche, ma anche nei piatti del Servizio con Stemma Salviati a paesi, nei quali si riconoscono le medesime sottili linee giallo ocra usate a sottolineare i cambi di pendenza delle balze e delle rocce, i piccoli paesi in prospettiva tratti anch’essi da incisioni nord europee, le balze rocciose o i plinti architettonici in primo piano. Tale servizio fu iniziato attorno al 1558.

Questo modo di dipingere un po’ calligrafico, che dà forza incisiva alle immagini, è quello tipico della bottega di Guido Durantino.

Il rinfrescabottiglie del MET di New York, con il trionfo di Bacco, costituisce a nostro avviso un valido confronto stilistico. Il pittore interpreta liberamente il tema, trasformando il trionfo marino di Nettuno nel trionfo di Bacco, che compare in piedi sul carro trainato da leoni accompagnato da tutto il campionario tipico di naiadi e tritoni, più consoni a una scena marina. Il paesaggio di fondo è abitato da palazzi e case di derivazione dalle incisioni nordiche, lo stile pittorico delle figure è veloce, nervoso e un poco rigido, ma di lettura immediata (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance ceramics in the Metropolitan Museum of Art, London 2016, p. 278 n. 98). Altro interessante confronto ci deriva da un piatto di 23 cm della bottega Fontana databile agli anni Settanta del XVI secolo, conservato nel Museo Sacro della Biblioteca Vaticana (BAV inv. 2244), raffigurante Achab, re di Giudea, che sacrifica ai falsi Dei. I due sacerdoti sulla sinistra hanno molte affinità stilistiche con le figure dei mercanti sulla sinistra del nostro piatto e così pure molti dettagli del paesaggio (C. Ravanelli Guidotti, L’Istoriato. Libri a stampa e maioliche italiane del Cinquecento, catalogo della mostra, Faenza 1993, p. 244 n. 4). Va detto però che la grafia della scritta sul retro non coincide con le opere in confronto.

Stima  € 25.000 / 35.000
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33

ALBARELLO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1555–1565 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto, verde rame, giallo, giallo arancio, bruno di manganese e bianco di stagno; alt. cm 21,7, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), CASTELLI D’ABRUZZO, CIRCA 1555-1565

 

Esposizioni

Capolavori della Maiolica Castellana dal Cinquecento al terzo fuoco. La collezione Matricardi, Pinacoteca Civica di Teramo, 2 aprile - 31 ottobre 2012;

Tre secoli di maiolica di Castelli. 1500-1700, Museo di "Civiltà Preclassiche della Murgia meridionale", Ostuni, agosto 2015

 

Bibliografia

C. Fiocco, G. Gherardi, G. Matricardi, Capolavori della maiolica castellana dal Cinquecento al terzo fuoco. La Collezione Matricardi, Torino 2012, p. 50 n. 17

 

 

Il vaso ha una bocca larga con orlo estroflesso, un collo corto che scende in una spalla obliqua, breve e dal profilo appena arrotondato. Il corpo è cilindrico con base alta e carenata che termina in un piede basso dal profilo svasato con base piana.

Il decoro, realizzato in piena policromia, mostra nella parte anteriore, racchiuso in una metopa delimitata da due fasce con motivo a corona fogliata gialla, il busto di uomo con barba raffigurato di profilo con indosso una camiciola dall’ampio colletto e maniche a sbuffo, e sullo sfondo un paesaggio con colli arrotondati. Subito sotto si legge il cartiglio farmaceutico che recita “Elet Elescof” in lettere gotiche. Sulla spalla corre un motivo a foglie lanceolate che convergono tra loro a formare triangoli in blu su fondo arancio. La base mostra invece una corona fitomorfa sottile delineata in blu su fondo giallo. Il verso ha motivi decorativi blu delineati con tratti corrivi. Il ritratto è tracciato in blu di cobalto con tratti marcati e ampie ombreggiature nello stesso colore. Gli abiti e il paesaggio mostrano anch’essi una buona perizia nella stesura dei colori.

Il vaso appartiene a una serie di contenitori prodotti a Castelli d’Abruzzo per la quale è stata dimostratala la partecipazione di più e più mani nella realizzazione del corredo, con una produzione da collocare prevalentemente nel secondo terzo del XVI secolo. La bottega o le botteghe interessate nella produzione di queste opere mostrano una perizia tecnica esemplare per l’epoca: i decori e il repertorio morfologico, spesso assai complesso, non sono di uso comune, ma in linea con un mercato che richiedeva sempre di più opere di qualità medio-alta.

Stima  € 12.000 / 18.000
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34

PIATTO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina e bruno di manganese. Sul retro iscrizione Abran e lettere di collezione in bruno, sovracoperta in corsivo LFT; alt. cm 4,8, diam. cm 29,5, diam. piede cm 11

 

A DISH, VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570

 

 

Il piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, il retro poggia su un basso piede ad anello appena accennato, è listato di giallo a segnare le forme escluso il piede, al centro del quale è delineata in corsivo in blu di cobalto la scritta Abran.

Sul fronte una scena istoriata con più momenti rappresentati su diversi piani. Il paesaggio è aperto e vede sullo sfondo a destra una ricca città con edifici a cupola, al centro un complesso e variegato paesaggio, a sinistra una casa con un largo cortile con un pozzo, ed una figura femminile che esce allarmata da un cancelletto aperto; alla sua destra un fanciullo governa degli armenti, mentre sullo sfondo un vecchio è inginocchiato davanti a tre figure alate. Si tratta della narrazione, realizzata qui con grande maestria pittorica sia nella resa dei piani prospettici, sia nel totale dominio della materia, del momento in cui Abramo riceve da Dio sotto aspetto di tre viandanti la notizia che l’anno successivo l’anziana moglie Sara avrà un figlio: e proprio la moglie Sara sembra qui presagire l’evento o comunque indicare la scena. Il nome di Abramo nella forma qui utilizzata compare solo nella Genesi 11,26 e 17,5, in Neemia 9,7 e nelle Cronache I, 1,26.

L’opera per stile e decoro trova riscontro nelle migliori interpretazioni su forme aperte della bottega di mastro Domenico, che sappiamo essere stato anche pittore, ma di cui conosciamo solo pochi esemplari firmati. Citiamo qui ad esempio un piatto in collezione privata con l’Incontro tra Giuda e Tamara (A. Alverà Bortolotto (a cura di), Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Galleria Canelli, Milano 1990, n. 17), nel quale ritroviamo la stessa suddivisione e distribuzione della scena in più piani, lo steccato in primo piano ed il pastore con gli armenti. Ma è soprattutto nei grandi vasi presenti proprio in questo catalogo che si riscontra un paesaggio del tutto simile a quello della città che compare sullo sfondo del nostro piatto.

Stima  € 3.000 / 4.000
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35
Stima  € 3.000 / 4.000
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36

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 29, diam. bocca cm 13, diam. piede cm 13,5

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

A. Alverà Bortolotto (a cura di), Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Galleria Canelli, Milano 1990, n. 20

 

 

Il vaso ha corpo globulare e orlo “gittato”, secondo la tipica forma nota comunemente come ‘boccia’.

La superficie è interamente decorata con le tipiche vedute e figure. Qui il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da tronchi di alberi o rocce, tra le quali si intravvedono larghi scorci con una città turrita formata da edifici, palazzi, portici e alti campanili a forma di piramide da un lato, mentre dall’altro un cane insegue una lepre di fronte a una città turrita.

La consueta corona robbiana è qui sostituita da un tralcio fogliato con piccoli frutti, detto a serto di ulivo, che richiama decori di tipo adriatico-pesarese. Una decorazione del tutto simile si ritrova in una boccia con decoro a girali fogliati, ma con al centro una figurina di Venere su delfino (J. Lessman, Italienische Majolica Aus Goethes besitz, Weimar 2015, p. 220 n. 884).

Il vaso, inedito, seppur di dimensioni minori condivide con i due esemplari presentati ai lotti 38 e 39 di questo catalogo l’analisi critica e i confronti, condividendone la grande qualità tecnica e formale.

Stima  € 20.000 / 30.000
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38

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 36, diam. bocca cm 16, diam. piede cm 17

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

Bibliografia

A. Alverà Bortolotto, Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private. Paolo Canelli, Milano 1990, n. 20

 

 

Il contenitore farmaceutico ha corpo globulare di grandi dimensioni e orlo “gittato”, noto comunemente come ‘boccia’, interamente decorato con una veduta con personaggi. Il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da alberi o rocce entro le quali si intravvedono larghi scorci lacustri con alte montagne, un soldato in abiti da antico romano che cavalca brandendo una lancia, ed una città turrita con edifici porticati e alte torri appuntite. Sul collo del contenitore una corona robbiana con fioretti multipetali e piccoli frutti.

L’opera, di grande impatto decorativo è attribuibile all’attività di Domenico da Venezia e della sua bottega tra il 1550 e il 1580. I suoi vasi, dall’inconfondibile policromia caratterizzata da smalti lucenti in cui dominano i gialli, le ocre, gli azzurri e i verdi, recano solitamente cartouches entro le quali campeggiano figure di santi e teste di fantasia, mediati probabilmente da fonti incisorie.

Domenico de’ Betti, che aveva sposato la figlia del vasaro Jacomo da Pesaro, lavora a Venezia presso la contrada di San Polo e la produzione della sua bottega raggiunge grande fama alla fine del Cinquecento.

La più grande raccolta di questa tipologia di vasi farmaceutici, in tutte le declinazioni del repertorio morfologico e decorativo, è conservata presso la Fondazione Cini all’isola di San Giorgio (M. Vitali, Omaggio a Venezia. Le ceramiche della Fondazione Cini. I, Faenza 1998). Ma anche tra i vasi della donazione Fanfani al MIC di Faenza, uno con figure di santi e ampio paesaggio costituisce un valido confronto per morfologia e decoro, ornato con un paesaggio con architetture, rocce e specchi lacustri che molto richiamano quello del nostro vaso (C. Ravanelli Guidotti, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, pp. 310-311 n. 152). Suggestivo il raffronto con opere veneziane presenti nella spezieria di Messina di cui però ancor poco si sa riguardo a un’eventuale committenza direttamente a Venezia o se il corredo si sia formato per donazioni in più tempi.

Il soldato romano e il paesaggio trovano evidenti riscontri nei piatti o nelle forme aperte prodotte dalla bottega veneziana di cui sono noti alcuni esemplari firmati. La figurina del cavaliere così sottile e allungata ha riscontro sia nei piatti di Mastro Domenico, sia nelle figurette di santi presenti nei vasi generalmente in medaglioni con cartouches (si veda al riguardo J. Lessman, Italienische Majolica Aus Goethes besitz, Weimar 2015, p. 212 n. 80 e p. 244 n. 95, dove la roccia del nostro vaso trova riscontro nell’arco del sepolcro di Gesù).

Stima  € 30.000 / 40.000
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39

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 37, diam. bocca cm 16, diam. piede cm 16

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

 

Il contenitore farmaceutico ha corpo globulare di grandi dimensioni e orlo “gittato”, noto comunemente come ‘boccia’, interamente decorato con una veduta con personaggi.

Il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da alberi o rocce, entro le quali si intravvedono larghi scorci lacustri con montagne dal profilo arrotondato che si poggiano su una penisola con piccoli paesini, un giovane appoggiato ad un bastone che ammira la veduta all’ombra di un albero, un viandante seduto su una roccia con una città turrita con edifici antichi in rovina e palazzi dai tetti cuspidati dall’altro lato, ed infine una città con ampi edifici e porticati che fa da sfondo a un paesaggio aperto nel quale corre un piccolo cane.

La consueta corona robbiana con fioretti multipetalo e piccoli frutti adorna il collo anche di quest’opera.

Per il vaso inedito vale quanto detto per l’esemplare che precede, ma con un raffronto nella mostra della Galleria Canelli in un vaso con modalità pittoriche simili, molto rapide e meno calligrafiche (A. Alverà Bortolotto, Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Milano 1990, n. 19).

Stima  € 30.000 / 40.000
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40
Stima  € 2.500 / 3.500
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41

COPPA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1560 CIRCA

in maiolica dipinta a policromia con colori arancio, giallo, verde, blu, bruno di manganese nella tonalità nera, bistro e bianco di stagno. Sul retro iscrizione Abram; alt. cm 6, diam. cm 27,4, diam. piede cm 14

 

A SHALLOW BOWL, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1560

 

 

La coppa presenta cavetto concavo con tesa alta terminante in orlo arrotondato e larga tesa appena inclinata. Poggia su alto piede rifinito a stecca.

La scena figurata occupa tutto il cavetto e raffigura la vicenda biblica di Abramo e il sacrificio di Isacco. La scena, che si svolge su più piani prospettici, mostra due momenti dell’episodio: al centro Abramo che si volta verso i servitori, mentre il giovinetto Isacco si accinge alla scalata del monte reggendo sulle spalle le fascine di legna per il sacrificio; sullo sfondo a destra il momento in cui l’angelo, scendendo da una nuvola in cielo, ferma la mano del vecchio mentre sul monte sta per sacrificare il figlio. Sullo sfondo un paesaggio lacustre con piccoli villaggi dai tetti rossi e montagne dalla punta squadrata. Tale raffigurazione sembra trarre spunto direttamente dall’incisione di Ugo da Carpi realizzata intorno al 1515 e raffigurante appunto Il sacrificio del Patriarca Abraham.

I confronti ci portano a collocare l’opera nell’ambito della bottega Fontana, come ad esempio il piatto con la Morte di Orfeo (C. Ravanelli Guidotti, Maioliche italiane. Collezione Chigi Saracini del Monte dei Paschi di Siena, catalogo della mostra, Faenza 1992, p. 135 n. 18) con la quale condivide alcuni tratti del paesaggio e alcuni elementi delle figure, in particolare nella raffigurazione del movimento. Tuttavia lo stile pittorico è alto, attento ai dettagli e con pieno dominio del tratto pittorico, confermato ad esempio dalle velature di colore e dai tratteggi nel definire le ombre e i tratti fisiognomici nel volto di Abramo, oppure dai tocchi di bianco di stagno nei volti dei giovani, come dal modo di definire le pieghe degli abiti e la muscolatura delle gambe. Ma l’opera che ci pare più prossima alla nostra è un piatto del Metropolitan Museum of Art di New York raffigurante Il sogno di Giacobbe (inv. n. 32.100.382), con il quale condivide lo stile pittorico, certe rigidità nel delineare le rocce e il paesaggio, la stessa disposizione dei villaggi che si specchiano nel lago e alcune caratteristiche stilistiche e tecniche nel sapiente uso del colore, come ad esempio sottili pennellate di arancio ocra nelle rocce o nella nuvola: tale piatto è attribuito alla Bottega Fontana attorno alla metà del secolo XVI.

Stima  € 8.000 / 12.000
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42

TRE ALBARELLI, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565-1570 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola

 

THREE PHARMACY JARS (ALBARELLI), WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565-1570

 

 

I vasi a rocchetto mostrano un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla, corpo cilindrico che si apre nel calice e scende in un piede di media altezza su base ad orlo estroflesso. Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro seduta su una poltrona a stecche posta su un basamento al di sotto del quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali, intorno alla quale si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

A. Il decoro, con stile più corrivo, presenta figure più grandi e massicce, minor cura nella realizzazione del paesaggio e presenza di piccole barche in nero di manganese su lago, a causa forse di rimpiazzo poco più tardo. Il cartiglio “MITRLDATI FINA” indica un antidoto antiveleno, principio primario dell’antica Farmacia: racconta Galeno che tale antidoto fu fatto preparare da Mitridate per paura di essere avvelenato, e se ne serviva quotidianamente. La leggenda racconta che, dopo 57 anni di regno e all’età di 79 anni, Mitridate dovette arrendersi a Pompeo che lo vinse in battaglia. Per non cadere nelle mani del Re romano, Mitridate cercò la morte con il veleno che bevve con le figlie, ma mentre esse morirono all’istante, lui dovette farsi uccidere da Bithio, il suo soldato, poiché assuefatto ad ogni veleno. Pompeo trovò poi la formula dell’antidoto e la portò come bottino di guerra a Roma dove il medico di Nerone, Andromaco Cretense, trasse le indicazioni per la preparazione della sua Teriaca; alt. cm 21,5, diam. bocca cm 10,4, diam. piede cm 9,8;

B. Il decoro è molto prossimo a quello degli esemplari migliori della bottega di Orazio Fontana. Il cartiglio “U.D.VIRNICE” indica probabilmente un unguento di canfora che serviva per proteggere le ferite dal contatto con l’aria; alt. cm 23, diam. bocca cm 11,6, diam. piede cm 10,2;

C. Ancora di buona qualità, ma più corrivo del precedente e con figure più marcate, conteneva il “FILONIO.ROMANO”, elettuario composto dei semi di prezzemolo, papavero bianco, d’apio finocchio, oppio, cassia lignea, castorio, costo arabo, cannella, dauco di Creta, di Nardo indico, di piretro, di zafferano di miele; alt. cm 23, diam. bocca cm 10,4, diam. piede cm 10,2.

Stima  € 6.000 / 8.000
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43

BROCCA DA FARMACIA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola; alt. cm 22,4, diam. bocca cm 11,8, diam. piede cm 10,5

 

A PHARMACY JUG, URBINO, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Monte dei Paschi di Siena. Collezione Chigi Saracini: Maioliche Italiane, catalogo della mostra, Firenze/Siena 1992, pp.117-126;

T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, vol. I, Perugia 2006, pp. 166-170 n. 55

 

 

La brocca mostra un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, che si apre in un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla che continua su un corpo ovale. Sul fronte un versatore a cannello, sul retro un’ansa ad anello con estremità serpentiformi che sovrastano un mascherone a rilievo con testa di sileno. Il piede è basso e poggia su una base piana.

Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro seduta su una poltrona a stecche, sotto la quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali “O.DI.RUTA”; intorno si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

Il vaso, che mostra alcuni difetti di conservazione e alcuni difetti di cottura con una ampia sbavatura al centro, conteneva l’olio di ruta, pianta che veniva utilizzata dalla medicina popolare solo esternamente come olio essenziale per trattare dolori articolari, nevralgie e crampi, mentre l'infuso era utilizzato per trattare mestruazioni dolorose, per lenire le coliche intestinali flatulenti e stimolare la digestione. Per la sua azione antispasmodica veniva anche utilizzata per trattare l’ipertensione, l'epilessia e le coliche.

 

Il vaso, insieme con i lotti che seguono, appartiene ad una vasta “farmacia” che per stile e tecnica è molto prossima al primo nucleo della Farmacia della Santa Casa di Loreto, attribuito alla bottega di Orazio Fontana, databili per confronto con opere firmate del periodo urbinate attorno al 1565-1570, periodo in cui il maestro vasaro attende per commissione del Duca di Savoia prima e di Guidobaldo II alla creazione della Farmacia del Palazzo Ducale di Urbino, probabilmente donata in seguito da Francesco Maria II alla Santa Casa di Loreto, ove compare in inventario nel 1608. La farmacia, che annovera oggi ben 348 pezzi, era dotata di un notevole nucleo di ceramiche, alcune delle quali furono disperse. Per un’attenta analisi e narrazione di questo corredo farmaceutico rinviamo allo studio di Floriano Grimaldi (Le ceramiche da farmacia della Santa Casa di Loreto, Roma 1979, p. 66 e segg.), mentre per opere simili si rinvia alla schedatura di Carmen Ravanelli Guidotti relativa a due opere analoghe della collezione Chigi Saracini, elencando anche alcuni esemplari di confronto conservati in vari musei e raccolte private, a cui si aggiungono gli esemplari di confronto indicati nella scheda di una brocca coerente conservata nella raccolta della cassa di Risparmio di Perugia.

Stima  € 8.000 / 12.000
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44

BROCCA DA FARMACIA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola; alt. cm 22,6, diam. bocca cm 12,2, diam. piede cm 11

 

A PHARMACY JUG, URBINO, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565

 

 

La brocca mostra un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, che si apre in un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla che continua in un corpo ovale. Sul fronte un versatore a cannello, sul retro un’ansa ad anello con estremità serpentiformi che sovrastano un mascherone a rilievo con testa di sileno. Il piede è basso e si appoggia a una base piana.

Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro, seduta su una poltrona a stecche su un basamento al di sotto del quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali: “O.DI.ABEZZO”, mentre intorno si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

Questo vaso, rispetto ad altri della serie, mostra un paesaggio simile ma con montagne appuntite, e una più accorta realizzazione nei personaggi, differenze che fanno supporre l’intervento di più pittori nella stessa bottega, vista anche l’estensione di questo corredo farmaceutico.

La sostanza indicata nel cartiglio appartiene alla famiglia degli oli essenziali, ha una certa volatilità e si ricava con la distillazione delle parti resinose di alberi resiniferi. I migliori alberi sono il pino, l’abete e il larice, ma ne esistono molti altri che danno un’essenza di migliore o peggiore qualità: tra loro il Pinus abies è quello dal quale si ricava appunto l’olio di abezzo, medicamento che annovera interessanti proprietà che tornano utili nel trattamento di diverse affezioni di lieve entità, soprattutto per lenire disturbi a carico del tratto urogenitale, ovvero proprietà balsamiche, disinfettanti, antisettiche e antinfiammatorie.

Stima  € 4.000 / 6.000
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45

CIOTOLA, DERUTA (?), 1580 CIRCA

in maiolica dipinta in blu di cobalto e bianco di stagno, su smalto azzurrato; alt. cm 4,2, diam. cm 12,4, diam. piede cm 6

 

A BOWL, DERUTA (?), CIRCA 1580

 

Provenienza

Sotheby’s, Rinomata raccolta di importanti maioliche italiane del Signor Guy G. Hannaford, Firenze, 17 ottobre 1969, lotto 108;

Firenze, Collezione privata

 

 

La ciotola emisferica ha cavetto appena umbonato, parete alta che termina su un orlo arrotondato e poggia su un piede ad anello rilevato e incavato.

Il decoro è realizzato a rilievo e mostra al centro della composizione Santa Caterina d’Alessandria con i segni del martirio, la palma e la ruota dentata. Liberamente tratta dall’incisione di Marcantonio Raimondi su disegno di Raffaello (Bartsch XIV, p. 145 n. 175), la figurina si staglia in un paesaggio con uno specchio d’acqua su cui si affacciano alcune montagne. Da notare il dettaglio del paesaggio sulla destra, dove il monte è separato dal lago da una serie di alberelli a ciuffo che richiamano le modalità pittoriche di ambiente istoriato urbinate.

Il soggetto trova riscontro, interpretandolo in modo più corrivo, nella splendida coppa delle collezioni della Cassa di Risparmio di Perugia (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, vol. II, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia 2007, pp. 94-97 n. 94), che ci porta a pensare ad una possibile provenienza da Deruta. Tale attribuzione ci pare confermata sia dalla forte devozione nei confronti della Santa nella città umbra, sia dalle marcate somiglianze stilistiche nel volto della stessa con opere della tradizione. Il blu di fondo ci porterebbe inoltre a ipotizzare la possibile successiva doratura a lustro, mai realizzata per gli evidenti difetti allo smalto con ampie cadute. Si tratta forse di uno scarto di fornace che per modalità decorative, si veda anche il motivo secondario sull’orlo, anche sul lato esterno, meriterebbe a nostro avviso maggiori approfondimenti.

Un piattello con decoro a rilevo con San Rocco e rifinito a lustro, di attribuzione incerta, lascia tuttavia aperta una possibile attribuzione ad ambito urbinate, accostabile alla nostra coppa per le piccole dimensioni, la base della pittura in blu e alcune caratteristiche stilistiche prossime nella realizzazione del volto della figura (G. Gardelli, Cinque secoli di maiolica a Rimini, Ferrara 1984, p. 78 n. 70).

Stima  € 2.000 / 3.000
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46

ORCIOLO, ROMA, 1573

in maiolica dipinta in policromia a fondo azzurro con blu e giallo antimonio. Datato sul retro sotto l’ansa 1573; alt. cm 32,5, diam. bocca cm 10,8, diam. piede cm 15

 

A SPOUTED PHARMACY JAR, ROME, 1573

 

 

Il vaso ha forma ovoidale su stretto piede piano ed espanso, e collo breve che termina in una bocca con orlo estroflesso. L'ansa, a nastro, che parte appena sotto la bocca e scende fino al punto di massima espansione del corpo è di ricostruzione. Il corto beccuccio è a cannello cilindrico.

La decorazione ricopre l'intera superficie del vaso con motivo a larghe foglie su smalto azzurro berettino. Sul fronte, appena sotto il beccuccio compare uno stemma in cornice accartocciata d’azzurro al lambello di sei pendenti d’argento accompagnato da due falci lunari rovesciate in capo e crescenti in punta. Più sotto un largo cartiglio terminante con ampie volute arricciate e ripiegate ai lati, recante la scritta in caratteri gotici “salvie”, sotto il quale campeggia un mascherone femminile. Lungo il piede corre un decoro concatenato a piccole foglie, mentre il resto della superficie è occupato da un impianto decorativo fitomorfo a foglia bipartita, usato in prevalenza per corredi apotecari in monocromia cobalto su fondo azzurrato, comune a vari centri di produzione italiana tra la fine del XVI e gli inizi del XVIII secolo.

I reperti recuperati in scavi a Roma e i corredi di alcune farmacie proprio romane rafforzerebbero l’attribuzione di vasellami di questa tipologia decorativa a un’officina laziale, forse romana. Ma il raffronto con opere di produzione laziale, come i vasi apotecari della farmacia di Montefiascone non ci sembra pertinente. In quest’opera inoltre la forma del manico, seppur di ricostruzione, non sembra riportare traccia delle anse a doppio cordolo desinenti a ricciolo, tipiche della produzione dell’Italia centrale. Tuttavia il confronto con un’opera da collezione privata fiorentina, ancora attribuita a Venezia e datata 1586, ma dotata delle anse secondo la morfologia sopradescritta e con un mascherone del tutto analogo a quello raffigurato sul nostro vaso costituisce un valido confronto. Il cartiglio termina con ricciolo ripiegato con medesime caratteristiche e la decorazione sopra il piede nonché quella distribuita sul corpo del vaso coincidono (P. Casati Migliorini, L. Colapinto, R. Magnani, Vasi di farmacia del Rinascimento italiano da collezioni private, Ferrara 2002, pp. 272-273 n. 127). Del resto la produzione di vasi farmaceutici “alla veneziana” è attestata da documenti di archivio a Roma fin dal 1550 e da scarti di fornace di una bottega di vasai da Casteldurante a Roma (O. Mazzuccato, Le ceramiche da farmacia a Roma tra '400 e '600", Viterbo 1990, p. 81).

Infine il confronto con alcuni orcioli caratterizzati da un emblema a forma di elefante e con decori alla veneziana, stilisticamente affini al nostro, ci fa propendere per una produzione romana tra le più raffinate (R. Luzi, L. Pesante, in R. Ausenda, Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, p. 184 n. 67). Un confronto con un orciolo che per forma, tipologia dell’ansa e decoro è vicino al vaso in esame, appartenente già alla Farmacia dell’ospedale di San Salvatore a Roma e attribuito a fabbriche romane, ci conforta nell’attribuzione (C. Pedrazzini, La Farmacia storica ed artistica italiana, Milano 1934, p. 92).

Stima  € 4.000 / 6.000
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47

PIATTO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

in maiolica ricoperta di smalto blu di cobalto, con decoro in oro e bianco di stagno; alt. cm 5,5, diam. cm 31,8, diam. piede cm 13

 

A DISH, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

 

 

Il piatto ha cavetto ampio e profondo con tesa obliqua, poggia su un piede ad anello appena accennato ed è interamente ricoperto da smalto blu intenso. Al centro del cavetto compare lo stemma del Cardinale Farnese con i sei gigli blu in campo oro, sormontato dal cappello cardinalizio con sei nappe e racchiuso in una cornice dipinta in bianco di stagno; intorno, il caratteristico motivo a fiori quadrangolari accompagnati da un decoro a racemi entro riserve in oro. Sulla tesa il motivo a fiori quadrangolari si ripete in una ghirlanda continua particolarmente ricca.

L’opera in oggetto mostra al centro lo stemma del cardinale realizzato probabilmente per sottrazione o utilizzando una mascherina al momento dell’applicazione dell’oro, in modo da ottenere i gigli di colore blu su campo oro come richiesto dall’araldica. Un piatto di recente pubblicazione è coerente per stile e decoro (T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018, p. 472 n. 216), mentre il confronto più vicino per qualità e resa stilistica si ritrova in un piatto molto simile al Victoria and Albert Museum di Londra (inv. 127-1892) e in uno, con stemma differente, databile ai primi anni del XVII secolo e pubblicato nel catalogo sulle ceramiche di Castelli (C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci, Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, p. C166 n. 543), che ci porterebbe ad una datazione vicina agli anni novanta del XVI secolo.

 

Il servizio Farnese fu eseguito in più riprese tra il 1574 e il 1589, anno della scomparsa del Cardinale. L’attribuzione alle officine di Castelli (C. de Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci, Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, pp. 126-140) si basa sul confronto con frammenti emersi dagli scavi condotti nella città abruzzese e trova riscontro in due opere del Museo di Capodimonte in cui compare una sigla interpretabile come Castellorum (L. Arbace, La maiolica italiana. Museo della ceramica Duca di Martina, Napoli 1996, p. 369). Le varianti morfologiche e stilistiche tra le opere in “turchina” lasciano però aperti alcuni interrogativi riguardo alla definizione delle botteghe castellane autrici della fornitura e alla cronologia delle varianti esistenti, come dimostra la chiara differenza anche tra i due piatti presentati in questo stesso catalogo.

Come già indicato da Carmen Ravanelli Guidotti la raffinata tecnica di produzione di questi prodotti “compendiari” sembra, attraverso l’analisi dei frammenti, caratterizzata da una pesante invetriatura monocroma, più che dall’applicazione di un vero e proprio smalto come nelle opere faentine (op. cit., p. 127.) Ma la tecnica più sorprendente è quella dell’uso del terzo fuoco per la stesura dell’oro, che doveva essere causa di un gran numero di rotture dei manufatti durante e dopo la cottura. Luciana Arbace analizzando opere simili del servizio elencato tra gli arredi del Palazzo Farnese a Caprarola nel 1626, ricorda anche un servizio da credenza di maiolica turchina miniata d’oro con l’arme del Cardinale Farnese ancora presente nella Loggia del Palazzo Farnese di Roma nel 1644, nel 1653 e qualche anno più tardi. Di queste opere tra il 1728 e il 1734 se ne conservavano 72, poi trasferite presso il Museo di Capodimonte nel 1760, mentre altre furono disperse (L. Arbace, in I Farnese. Arte e Collezionismo, Milano 1995, p. 368 e bibliografia relativa).

Stima  € 8.000 / 12.000
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48

PIATTO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

in maiolica ricoperta di smalto blu di cobalto, con decoro in oro, poco brillante e bianco di stagno; alt. cm 3,6, diam. cm 23, diam. piede cm 7,5

 

A DISH, CASTELLI D’ABRUZZO, 1580-1589

 

 

Il piatto ha cavetto ampio e profondo con tesa obliqua, poggia su un piede ad anello appena accennato ed è interamente ricoperto da smalto blu intenso. Al centro del cavetto compare lo stemma del Cardinale Farnese con i sei gigli blu in campo oro, sormontato dal cappello cardinalizio con sei nappe e racchiuso in una cornice dipinta in bianco di stagno; intorno, il caratteristico motivo a fiori quadrangolari accompagnati da un decoro a racemi in bianco di stagno. Sulla tesa il motivo a fiori quadrangolari si ripete in una ghirlanda continua.

Anche l’opera in oggetto mostra al centro lo stemma del cardinale realizzato probabilmente per sottrazione o utilizzando una mascherina al momento dell’applicazione dell’oro, in modo da ottenere i gigli di colore blu su campo oro come richiesto dall’araldica secondo una precisa tecnica che ritroviamo in molti esemplari. Il decoro è più semplificato rispetto all’esemplare che precede, mostra una minore attenzione esecutiva e trova riscontro nel piatto recentemente transitato in questa sede (Pandolfini, 1 Ottobre 2015, lotto 57) e nel piatto con verso privo di decorazione, conservato nel Württemberg Landes Museum di Stoccarda (C. De Pompeis, C. Ravanelli Guidotti, M. Ricci, Le maioliche cinquecentesche di Castelli. Una grande stagione artistica ritrovata, Pescara 1989, n. 538).

Stima  € 6.000 / 8.000
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49
COPPA, URBINO, BOTTEGA PATANAZZI, 1580 CIRCA
in maiolica dipinta a policromia con colori arancio, giallo, verde, blu, bruno manganese nella tonalità nera, bistro e bianco stagno. Sul retro iscrizione: Vinti Hispagnia ‘ i figli’ / di Pompeo; alt. cm 6, diam. cm 26,2, diam. piede cm 12,5

A SHALLOW BOWL, URBINO, WORKSHOP OF PATANAZZI, CIRCA 1580

La coppa presenta cavetto concavo con tesa alta terminante in un orlo arrotondato, e poggia su alto piede rifinito a stecca.La scena figurata occupa tutto il fronte e raffigura la vittoria di Cesare sui figli di Pompeo con una scena di trionfo, nella quale sulla sinistra Cesare avanza sulla sua biga mentre la vittoria alata gli cinge il capo con la corona di alloro, circondato dal suo esercito e preceduto dai prigionieri in catene e dal bottino. Si tratta di uno dei grandi trionfi di Cesare nel 46 a.C. per celebrare le sue vittorie in Ponto, Gallia, Spagna, Africa, Egitto, che durò diversi giorni e comprese ben cinque parate trionfali a Roma.A Parigi (Musée du Louvre, Département des Arts Graphiques, inv. 4517) è conservata una copia da un disegno originale di Taddeo Zuccari (J.A. Gere, Taddeo Zuccaro. His Development Studied in His Drawings, London 1969, p. 93 nn. 2, 38), che è stato messo in relazione con due disegni degli Uffizi (Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, inv. 11881 F, come Maturino, e inv. 12264F): tali opere sono considerate la prova che questa raffigurazione su maiolica, di cui sono noti altri esemplari, dipenda da invenzioni che Taddeo Zuccari ideò per lo Spanish Service, per cui si veda il saggio di Timothy Clifford in M. Marini (a cura di), Fabulae pictae: miti e storie nelle maioliche del Rinascimento, Firenze 2012, pp. 95-109 (e in particolare la bibliografia indicata sul “servizio spagnolo” alla nota 10), e quanto detto in merito da Carmen Ravanelli Guidotti nell’articolo Maioliche istoriate su modelli grafici degli Zuccari, in "Faenza", LXX, 5-6, 1984, pp. 417-425.Tra le altre maioliche raffiguranti i trionfi di Cesare ricordiamo qui: un piatto al Bargello (G. Conti, Museo Nazionale del Bargello, Firenze 1971, n. 18), un piatto e una coppa al Fitzwilliam Museum di Cambridge (J.E. Poole, A Catalogue of Italian Maiolica and incised Slipware in the Fitzwilliam Museum, Cambridge 1995, pp. 378-381, nn. 412-413), un piatto al Museum fur Angewande Kunst di Vienna (Poole, op. cit., p. 413), un piatto in raccolta privata già appartenuta alla famosa collezione Fountaine (J.A. Gere, Taddeo Zuccaro. A designer for Maiolica, in "The Burlington Magazine", CV, n. 724, luglio 1963, pp. 306-315 fig. 36; T. Wilson, Italian Maiolica of the Renaissance, Milano 1996, pp. 380-383, n. 152), un vassoio ovale, già nelle raccolte dello Schlossmuseum di Berlino (T. Hausmann, Maioliche Italiane dello Schloss-museum di Berlino perdute nella seconda guerra mondiale, in "Faenza", LX, 1-3, 1974, p. 24 nn. 1-3), ed uno al Museo di Pesaro, P. Dal Poggetto (a cura di), I Della Rovere: Piero della Francesca, Raffaello, Tiziano, Milano 2004, p. 445 scheda XII.102).
Stima  € 5.000 / 7.000
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50

VASSOIO OVALE FONDO, URBINO, BOTTEGA PATANAZZI, FINE SECOLO XVI-INIZIO SECOLO XVII

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, giallo antimonio, blu di cobalto, bruno di manganese, verde ramina; alt. cm 5,5, cm 38,5x29

 

A DEEP OVAL DISH, URBINO, WORKSHOP OF PATANAZZI, LATE 16TH-EARLY 17TH CENTURY

 

 

Il vassoio ovale concavo con tesa orizzontale poggia su un sottile piede a cercine. La trama decorativa è distribuita su tre fasce concentriche. Al centro in una cornice ovale sottile decorata a piccole baccellature una figura di Baccante, con lorica annodata alla spalla, gradiente in un paesaggio campestre con in mano grandi grappoli d’uva e con una corona di grappoli e pampini sul capo.

Il secondo ordine interessa la balza e la tesa con una decorazione a motivo di grottesche fantastiche centrato nei punti cardinali da piccoli camei con ritratti incorniciati di forma quadrata o ovale, mentre in alto, seduti sulla cornice centrale, due putti alati sorreggono delle cornucopie. L’orlo esterno infine è decorato da una finta baccellatura. Il verso è bianco fatta eccezione per due linee gialle concentriche a rimarcare l’orlo.

Il vassoio trova riscontro nella produzione della bottega urbinate dei Patanazzi, ed in particolare è stringente la somiglianza di alcuni elementi decorativi, nelle grottesche e nella stessa figura centrale, con i vassoi ovali del servizio Contarini conservati nelle raccolte di arti Applicate del Museo del Castello Sforzesco di Milano (T. Wilson, in R. Ausenda (a cura di). Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, vol. I, Milano 2000, pp. 232-235 nn. 239-242), nonché l’uso attestato nella bottega urbinate di putti di foggia analoga ai nostri e di piccoli o grandi camei a grisaille come ad esempio nel servizio “Amor Ardet” (C. Ravanelli Guidotti in F. Trevisani, Le ceramiche dei duchi d’Este. Dalla Guardaroba al Collezionismo, catalogo della mostra, Milano 2000, pp. 30-53) ci confortano nell’attribuzione.

Lo schema decorativo con grottesche è ampiamente condiviso in tutte le botteghe urbinati della fine del XVI secolo, ed i Patanazzi mutuano il decoro dalla bottega Fontana interpretandolo con uno stile caratteristico. Per la datazione facciamo riferimento al Servizio Contarini, ma molte sono le analogie con un piatto firmato da Alfonso Patanazzi del Victoria and Albert Museum datato 1608, con cui pare condividere una certa grossolanità nel tratto pittorico (F. Negroni, Una famiglia di ceramisti urbinati: i Patanazzi, Faenza 84, 1998, pp. 104-115). Ed è quindi questo l’arco temporale cui ci pare corretto collocare l’opera in esame.

Stima  € 10.000 / 15.000
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51

SALIERA PLASTICA, URBINO, BOTTEGA PATANAZZI, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, blu cobalto, giallo antimonio, bianco stagno e bruno di manganese; cm 14x11x11

 

A SALT CELLAR, URBINO, WORKSHOP OF PATANAZZI, LATE 16TH CENTURY

 

 

La saliera in maiolica è formata da figure di aria che sostengono un invaso ovale decorato con un volto di donna, dipinta in tutte le sue parti a policromia con attenzione particolare alle lumeggiature delle parti plastiche, secondo la tradizione che ritroviamo anche nei calamai di manifattura urbinate. Le quattro figure poggiano su una base rettangolare sorretta da zampe ferine.

Questa tipologia di saliera presenta numerose varianti, sia nella scelta dei personaggi sia nella realizzazione dei decori, come ad esempio la saliera del Victoria and Albert Museum di Londra con tre delfini che sorreggono un piccolo piattello, o le due saliere con draghi e arpie custodite a casa Raffaello, molto vicine alla nostra. Si veda inoltre quella pubblicata nel catalogo della mostra parigina delle maioliche del Petit Palais (F. Barbe, C. Ravanelli Guidotti (a cura di), La collezione delle maioliche del Petit Palais della Città di Parigi, Venezia 2006, pp. 156-158 n. 78, solo per i draghi).

Un esempio particolarmente prossimo è stato pubblicato da Riccardo Gresta, che sottolinea come le saliere fossero oggetti da tavola molto usati nei palazzi, tanto da comparire spesso negli inventari. E del resto la loro produzione dovette interessare quasi tutte le botteghe del Ducato (R. Gresta, in E. Sannipoli (a cura di), La via della ceramica tra Umbria e Marche: maioliche rinascimentali da collezioni, Gubbio 2010, p. 294 n. 3.46).

Stima  € 3.000 / 4.000
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52

CALAMAIO, URBINO, FINE XVI - INIZIO XVII SECOLO

in maiolica dipinta in policromia con giallo, giallo arancio, bruno di manganese, verde ramina e bianco di stagno; cm 33x22x15

 

AN INKWELL, URBINO, LATE 16TH - EARLY 17TH CENTURY

 

 

Il calamaio raffigura Ercole che uccide il Toro di Creta. L’eroe, con indosso la pelle del leone nemeo, stringe tra le mani le corna del toro che abbatterà per poi ucciderlo, salvando dal terrore la popolazione di creta: è questa la settima fatica di Ercole. Ai piedi del gruppetto è collocato il contenitore per l’inchiostro, dipinto con pennellate che lo rendono marmorizzato.

La plastica è interamente dipinta in colori realistici con prevalenza del giallo arancio, utilizzato per sottolineare la pelle dell’animale e le forme dei muscoli. I capelli di Ercole sono bianchi brizzolati come la barba. L’opera segue i dettami quasi caricaturali, nel nostro caso la grandezza del toro che lo rende poco spaventoso, tipici di questa produzione a opera della bottega Patanazzi ad Urbino, che ne hanno nel tempo decretato il successo.

Per confronto si veda un calamaio con cassettino del Museo Fitzwilliam di Cambridge (C 229 e A 1991) (J.E. Poole, Italian maiolica and incised slipware in the Fitzwilliam Museum, Cambridge 1995, pp. 185-186 n. 260), che condivide con il nostro le caratteristiche fisiognomiche del personaggio maschile e la scelta decorativa del vasetto porta inchiostro. Il confronto con esemplari simili, anch’essi plasmati con personaggi di genere, ci conforta nell’attribuzione. Si vedano ad esempio il suonatore di organo, con tratti fisiognomici del volto molto vicini al nostro esemplare, raffigurato sul calamaio del Victoria and Albert Museum recante un cartiglio con la scritta “Urbino (B. Rackham, Victoria and Albert Museum. Catalogue of Italian Maiolica, Londra 1977, p. 283 n. 852, inv. 8400-1863); il Bacco ubriaco dello stesso museo che, in forma di fontana, riproduce lo stile e il gusto dei calamai urbinati (inv. C.665-1920), oppure le belle plastiche presentate in una mostra sulle maioliche rinascimentali nello stato di Urbino nel 1987, in particolare il San Matteo della Cassa di Risparmio di Rimini (G. Gardelli, “A gran fuoco”. Mostra di maioliche rinascimentali dello stato di Urbino da collezioni private, Urbino 1987, p. 99 n. 152) ed infine il personaggio con un motto ironico trascritto in un libro che reca tra le mani, di recente pubblicazione (T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018). Interessante a tal proposito l’elenco di fogge tipiche, cui rimandiamo per approfondimenti (F. Sangiorgi, Documenti urbinati. Inventari del Palazzo Ducale (1582-1631), Urbino 1976).

Stima  € 6.000 / 8.000
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54

COPPIA DI ALBARELLI, PESARO, BOTTEGA DI ROCCO BENTIVOGLIO RONDININI, 1550-1565

in maiolica dipinta in policromia. Sul fondo sigla della bottega. Montati con applicazioni in bronzo alla base e sullorlo; alt. cm 22,5, diam. bocca cm 12, diam. piede cm 13 (compresa la montatura)

 

A PAIR OF PHARMACY JARS (ALBARELLI), PESARO, WORKSHOP OF ROCCO BENTIVOGLIO RONDININI, 1550-1565

 

 

Limboccatura larga doveva avere orlo estroflesso e arrotondato, probabilmente conservato sotto la montatura. Il collo è breve e scende su una spalla arrotondata, mentre il corpo cilindrico e rigonfio si conclude in un calice arrotondato. Il piede basso ha base concava sotto al quale è dipinta la sigla della bottega, con le iniziali RB unite da un segno a V rovesciata. Il decoro a policromia occupa tutta la superficie dei vasi con un motivo a palmetta persiana policroma, a circondare nella fascia superiore un medaglione con un toro. I cartigli sono redatti in lettere gotiche in nero di manganese.

I due vasi appartenevano a un noto e importante corredo farmaceutico e annoverano esemplari di confronto in musei e collezioni private, studiato approfonditamente (R. Gresta, Una produzione pesarese cinquecentesca di boccali, coppe amatorie e albarelli da farmacia, in CeramicAntica, VII, N. 9-75, Ottobre 1997, pp. 32-36; C. Paolinelli, Magnifica ceramica di una collezione privata, Pesaro 2011, figg. 23 e segg.). Si tratta di produzione pesarese con forti influssi veneziani, presente soprattutto nella decorazione a grossi frutti e fogliami. Il corredo apotecario eÌ caratterizzato dal medaglione con lemblema del toro, che alcuni associano allarma degli Hondedei di Pesaro. Le opere della farmacia recano sotto la base le iniziali sopradescritte R e B, riconducibili al vasaio Rocco Bentivoglio Rondinini di Siena, operante per molti anni a Pesaro. Per un approfondimento sui decori che interessano tutta la fascia adriatica, con scambi fino a Venezia, rimandiamo allo studio di Riccardo Gresta (Magnifica ceramica da una collezione privata. Maioliche rinascimentali e ceramiche classiche, Recensione, in Faenza, XCVIII (2012), N. 1, pp. 98 e segg).

Stima  € 8.000 / 12.000
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55

ORCIOLO, PESARO, BOTTEGA DI GIROLAMO E LANFRANCO DALLE GABICCE, 1579

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, blu di cobalto, giallo antimonio, bianco di stagno, bruno di manganese. Il vaso elettuario ha corpo ovale rastremato verso il basso, piede medio che si apre in una base a disco, collo troncoconico che si apre in una bocca larga con orlo estroflesso; sul fronte un versatoio a cannello e sul retro un’ansa a nastro che porta il decoro con l’emblema della Fortuna, raffigurata come una figura femminile nuda in piedi su un delfino, sospinta da una vela. Al di sotto dell’emblema un cartiglio farmaceutico con scritta in blu in caratteri capitali “FARFARA”. Tutto intorno un decoro a trofei, tra i quali spicca un cartiglio con la data 1579; alt. cm 21,8, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A SPOUTED PHARMACY JAR, PESARO, WORKSHOP OF GIROLAMO AND LANFRANCO DALLE GABICCE, 1579

 

 

Questo straordinario insieme di vasi appartiene alla produzione pesarese del famoso corredo farmaceutico che ha come emblema l’immagine della Fortuna: un corredo vasto, presente in collezioni pubbliche e private, tra le quali ricordiamo qui i vasi recentemente pubblicati da Timothy Wilson e conservati al MET di New York, alla cui scheda rimandiamo per confronto (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance ceramics in the Metropolitan Museum of Art, London, pp. 284-285 n. 101A-C).

Tutti i vasi sono accomunati dalla medesima decorazione e caratterizzati dall’immagine di una divinità femminile nuda che si lascia trasportare da un delfino reggendo una vela: l’impersonificazione della Fortuna.

I vasi di questa importante Spezieria sono databili tra il 1579 e il 1580, e nonostante la tradizionale attribuzione dei decori a trofei alle botteghe di Casteldurante e la possibilità che altre botteghe del Ducato di Urbino abbiano potuto produrre questo decoro, i recenti ritrovamenti di Pesaro fanno ormai propendere per un’ attribuzione di questo corredo alla stessa città marchigiana, ed in particolare alla bottega di Girolamo Lanfranco dalle Gabicce (R. Gresta, La maiolica istoriata a Pesaro. Il pittore della Fortuna Marina, in “Accademia Raffaello. Atti e studi”, 2005 nuova serie 1, pp. 57-76).

Altri esemplari di confronto in: Museo Internazionale delle Ceramiche (G. Liverani, Il museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza 1958, tav. 60); Collezione Bayer (G. Biscontini Ugolini, I vasi da farmacia nella collezione Bayer, Milano 1997, p. 86 n. 21); Museo di Palazzo Venezia (O. Mazzucato, Le ceramiche da farmacia a Roma tra '400 e ‘600, Viterbo 1990, p. 79); Museo del Louvre (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Paris 1974, pp. 320-21 nn. 982-3, 990).

Stima  € 3.000 / 4.000
31 - 60  di 66 LOTTI