Importanti maioliche rinascimentali

Importanti maioliche rinascimentali

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
17 APRILE 2019
ore 11.00

Esposizione

FIRENZE
12 - 15 aprile 2019
orario 10-18 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

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1 - 30  di 66 LOTTI
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3

ALBARELLO BIANSATO, DERUTA, 1460-1490

in maiolica decorata in policromia con blu e arancio; alt. cm 21,5, diam. bocca cm 11,7, diam. piede cm 11

 

A TWO-HANDLED JAR (ALBARELLO), DERUTA, 1460-1490

 

 

Il vaso elettuario ha bocca larga con orlo piano estroflesso tagliato a stecca, che scende su un collo cilindrico basso e si congiunge alla spalla carenata dal profilo angolato. Il corpo è cilindrico, appena rastremato al centro, con calice angolato ma con profilo arrotondato, e scende obliquamente fino al piede piano e con orlo appena estroflesso. Due anse tortili si dipartono dalla spalla per scendere fino quasi al bordo del calice, dove si attaccano “a pizzico”.

Il decoro del collo mostra una serie continua di tratti di color arancio ed è replicato anche lungo il piede, ma con tratti più allungati e di colore blu. La spalla è decorata da una serie di “fiamme” intervallate da un ornato a tratti paralleli sottili e disposti a formare un triangolo. Il corpo, suddiviso in due metope principali separate da fasce verticali con decori a trattini obliqui, presenta su un lato una lettera gotica S, affiancata da motivi fogliati e puntinature e cerchietti, sull’altro una lettera gotica I, affiancata dai medesimi ornati secondari. Le anse sono dipinte con tratti orizzontali in blu.

Il vaso è raro, e questa tipologia è stata per lungo tempo al centro di discussioni attributive. Un confronto morfologicamente puntuale è con un esemplare della raccolta della Cassa di Risparmio di Perugia (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, II, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, p. 76 n. 90) o ancor più con l’albarello araldico recentemente pubblicato da Elisa Sani in occasione della mostra di Deruta (C. Leprice, J. Racanello (a cura di), Back to Deruta, Sacred and Profane Beauty, Deruta Renaissance Maiolica, Parigi 2018, p. 50-53 n. 1). Molto prossimo al nostro esemplare anche l’albarello conservato al MIC di Faenza (C. Ravanelli Guidotti, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, p. 154 n. 87), con il quale condivide la morfologia e la tipologia dei decori minori, e di conseguenza l’albarello, già collezione Pringsheim e ora nella collezione Leheman al Met di New York, ancora attribuito alla Toscana (J. Rasmussen, The Robert Lehman Collection. 10. Italian Majolica, New York 1998, pp. 12-13 n. 6), alla cui scheda rimandiamo per l’elenco di opere di confronto, di cui alcune caratterizzate dalla presenza della lettera gotica.

La tipologia, che mostra un decoro ancora gotico, è stata per lungo tempo attribuita variamente alle manifatture faentine o toscane (J. Chompret, Répertoire de la majolique italienne, Parigi 1949, vol. II, p. 50 nn. 372-374, con anse a torciglione), per essere in seguito ricondotta alla manifattura originaria anche grazie allo studio attento di numerosi frammenti (G. Busti, F. Cocchi, Prime considerazioni su alcuni frammenti da scavo in Deruta, Faenza 1987, pp. 14-16 tav. V; C. Fiocco, G. Gherardi, L. Sfeir-Fakhri, Majoliques italiennes du Musée des Arts Décoratifs de Lyon. Collection Gillet, Lione 2001, n. 46 nota 2). La produzione di questi albarelli dovette essere cospicua, per varietà di forme e decori: gli scavi a Deruta hanno infatti restituito frammenti relativi a esemplari con anse simili a quelle dell’opera in esame, ma prevalentemente a oggetti con anse a torciglione.

Stima  € 18.000 / 25.000
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24

ALBARELLO, CASTELDURANTE O DERUTA, PRIMA METÀ DEL XVI SECOLO

in maiolica dipinta in blu di cobalto, giallo arancio, giallo antimonio e bruno di manganese su smalto sottile moto poroso; alt. cm 21, diam. bocca cm 10, diam. piede cm 9,2

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), CASTELDURANTE OR DERUTA, FIRST HALF 16TH CENTURY

 

 

L’albarello ha forma cilindrica e mostra un’apertura arrotondata con orlo estroflesso, breve collo cilindrico che si apre su una spalla fortemente piana con profilo angolato. Il corpo è fortemente rastremato e scende verso un calice breve, anch’esso rastremato e poggiante su un piede a disco con base piana e orlo estroflesso. Un fitto decoro a trionfi, ombreggiati in mezza tinta giallo arancio, interessa l’intera superficie del vaso: al centro del fronte una sottile cornice ovale listata in verde ramina racchiude dall’alto uno scudo cuoriforme con il monogramma NO sormontato da una stella, un cartiglio definito da una fascia acquarellata giallo antimonio che contiene la scritta farmaceutica redatta in caratteri capitali V. EGITIACO, un trofeo con scudo.

La tipologia di questo albarello appartiene alla tradizione decorativa dei trofei d’armi, molto diffusa all’interno del ducato di Urbino. Qui il decoro è redatto con cura, in forme sottili ben sottolineate e ombreggiate nella variante giallo arancio individuata e studiata di recente (R. Gresta, La produzione pesarese a “trofei” in mezzatinta gialla, in Venezia le Marche e la civiltà adriatica, per festeggiare i 90 anni di Pietro Zampetti, Venezia 2003, pp. 318-321).

A Casteldurante questa decorazione è molto variabile e si estende per tutto l'arco del XVI secolo fino al primo quarto del XVII. I frammenti rinvenuti durante lo scavo archeologico del 2003 di via Porta del Molino mostrano una gamma eterogenea, sia nell'uso di questo decoro nell'impianto decorativo del manufatto, sia nella scala cromatica, documentato in grisaille o in ocra sulla tesa di piatti oppure in arancio al centro di piatti decorati sulla tesa con festoni o ancora in arancio-bruno su forme chiuse. E trofei "ocracei" da scavo sono documentati comunque anche ad Urbania (A.L. Ermeti, Ceramica da sterri a Casteldurante tra XIV e XVII secolo, 1997, p. 75, 78, fig. 81).

Tuttavia la presenza di albarelli coerenti per morfologia e con decori a trionfi, invero meno raffinati, presenti nelle raccolte di Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano con il medesimo emblema di farmacia, sono stati pubblicati come di bottega derutese dell’inizio del secolo XVI (G. Busti, F. Cocchi in R. Ausenda, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, vol. I, Milano 2000, pp. 73-74 nn. 50 e 56). Il riferimento a opere simili, ma con monogramma differente, attribuite invece a Siena nel 1949 ad opera di Joseph Chompret (J. Chompret, Répertoire de la majolique italienne, Parigi 1949, tavv. 874-876) ci fa riflettere ancora sulla definitiva attribuzione dell’opera. Una notazione particolare ci preme riguardo alla morfologia del pezzo, che per spalla angolata e rastrematura del corpo si avvicina ai vasi apotecari tradizionalmente ascritti a Casteldurante, come gli albarelli della farmacia con emblema del gallo, oppure quelli che ritroviamo poi anche nella bottega Picchi.

Stima  € 1.500 / 2.500
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33

ALBARELLO, CASTELLI D’ABRUZZO, 1555–1565 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con blu di cobalto, verde rame, giallo, giallo arancio, bruno di manganese e bianco di stagno; alt. cm 21,7, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), CASTELLI D’ABRUZZO, CIRCA 1555-1565

 

Esposizioni

Capolavori della Maiolica Castellana dal Cinquecento al terzo fuoco. La collezione Matricardi, Pinacoteca Civica di Teramo, 2 aprile - 31 ottobre 2012;

Tre secoli di maiolica di Castelli. 1500-1700, Museo di "Civiltà Preclassiche della Murgia meridionale", Ostuni, agosto 2015

 

Bibliografia

C. Fiocco, G. Gherardi, G. Matricardi, Capolavori della maiolica castellana dal Cinquecento al terzo fuoco. La Collezione Matricardi, Torino 2012, p. 50 n. 17

 

 

Il vaso ha una bocca larga con orlo estroflesso, un collo corto che scende in una spalla obliqua, breve e dal profilo appena arrotondato. Il corpo è cilindrico con base alta e carenata che termina in un piede basso dal profilo svasato con base piana.

Il decoro, realizzato in piena policromia, mostra nella parte anteriore, racchiuso in una metopa delimitata da due fasce con motivo a corona fogliata gialla, il busto di uomo con barba raffigurato di profilo con indosso una camiciola dall’ampio colletto e maniche a sbuffo, e sullo sfondo un paesaggio con colli arrotondati. Subito sotto si legge il cartiglio farmaceutico che recita “Elet Elescof” in lettere gotiche. Sulla spalla corre un motivo a foglie lanceolate che convergono tra loro a formare triangoli in blu su fondo arancio. La base mostra invece una corona fitomorfa sottile delineata in blu su fondo giallo. Il verso ha motivi decorativi blu delineati con tratti corrivi. Il ritratto è tracciato in blu di cobalto con tratti marcati e ampie ombreggiature nello stesso colore. Gli abiti e il paesaggio mostrano anch’essi una buona perizia nella stesura dei colori.

Il vaso appartiene a una serie di contenitori prodotti a Castelli d’Abruzzo per la quale è stata dimostratala la partecipazione di più e più mani nella realizzazione del corredo, con una produzione da collocare prevalentemente nel secondo terzo del XVI secolo. La bottega o le botteghe interessate nella produzione di queste opere mostrano una perizia tecnica esemplare per l’epoca: i decori e il repertorio morfologico, spesso assai complesso, non sono di uso comune, ma in linea con un mercato che richiedeva sempre di più opere di qualità medio-alta.

Stima  € 12.000 / 18.000
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28

ALBARELLO, FAENZA, 1550-1574

in maiolica dipinta in blu di cobalto, giallo arancio, giallo antimonio e bruno di manganese. Sul fondo vecchia etichetta manoscritta: “Casteldurante – Acquistato dal Sig. Salvatore La Farina per […] 200 – 22 marzo ‘897”; alt. cm 32, diam. bocca cm 11,4, diam. piede cm 11,4

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA, 1550-1574

 

 

Il vaso ha la morfologia classica degli albarelli faentini con bocca larga appena estroflessa e collo breve con marcata rastrematura che si ripresenta anche nella parte inferiore. Il corpo ha forma leggermente troncoconica, con spalla e calice dal profilo angolato e poggiante su un piede a disco con base piana e orlo espanso ed estroflesso.

L’intera superficie presenta un fitto decoro a quartieri suddiviso per sezioni orizzontali con girali fogliacei gialli e medaglioni con decori fitomorfi; in alto sul fronte compare un medaglione con cornice sottilmente baccellata contenente un profilo maschile barbato rivolto a sinistra in abiti di foggia classica su fondo giallo. Al di sotto del medaglione è collocato un cartiglio, ombreggiato di blu, con andamento ondulato e arricciato sul retro, che contiene la scritta relativa al preparato farmaceutico redatta in caratteri gotici.

Un confronto molto prossimo a quest’opera è con un albarello simile per forma, che condivide la facies decorativa, con ritratto di personaggio con turbante, conservato nella raccolta del Banco di Sicilia a Palermo (C. Ravanelli Guidotti in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, pp. 1241-1245 n. 46). Il vaso condivide con il confronto la forma “a rocchetto” in uso negli albarelli con decoro a quartieri, lo stile e il ductus nella realizzazione del busto nel medaglione, derivato dal repertorio delle botteghe faentine verso il 1560, e la disposizione rigorosa dei decori secondari.

Stima  € 5.000 / 7.000
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26

ALBARELLO, FAENZA, METÀ SECOLO XVI

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio, verde ramina; alt. cm 31,4, diam. bocca cm 11,2, diam. piede cm 12

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA, MID 16TH CENTURY

 

 

Il vaso ha forma cilindrica e rastremata al centro, spalla e calice poco angolati con stacco arrotondato. Il piede è basso a disco appena estroflesso. Sul fronte, entro una piccola riserva circolare su un fondo giallo è delineato un ritratto maschile di profilo, con barba e capelli bianchi. Di fronte un sottile cartiglio con il nome IULIO delineato in lettere capitali. Al centro del vaso corre un cartiglio arrotolato particolarmente mosso, che reca in blu la scritta farmaceutica LOR DE POLMONE (?) in caratteri gotici, mentre il resto del vaso è interamente interessato da una decorazione a quartieri secondo le modalità tipiche delle manifatture faentine del periodo, con decori a delfini, fogliati e a corona continua su fondo di vari colori.

Luso di evocare personaggi dallantichità o, più raramente, della cultura cavalleresca, eÌ tipico di questa tipologia ceramica faentina associata alla decorazione a quartieri, spesso utilizzata nelle decorazioni di vasi globulari o albarelli. Alcuni confronti per lalbarello ci forniscono un valido aggancio cronologico, come ad esempio lalbarello conservato al British Museum di Londra, datato 1549, oppure un vaso conservato al Louvre datato 1548 con stesso decoro secondario (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, n. 959).

Stima  € 4.000 / 6.000
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29

ALBARELLO, FAENZA O PALERMO, FINE SECOLO XVI

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio, verde ramina; alt. cm 30,2, diam. bocca cm 11,4, diam. piede cm 11,2

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA OR PALERMO, LATE 16TH CENTURY

 

 

Il vaso ha forma allungata e rastremata al centro, spalla e calice angolati con stacco arrotondato. Il piede è basso a disco appena estroflesso di dimensioni coerenti con la bocca. Sul fronte, entro un medaglione racchiuso in cornice baccellata, è delineato un putto sorridente che corre su un dosso prativo sorreggendo nella mano sinistra una corona vegetale e nella sinistra un cesto con fiori. Al di sotto della cornice corre un cartiglio arrotolato sul retro con ombreggiature arancio, iscritto in lettere gotiche SY DE FONCHO. Il resto del contenitore è decorato con un fitto motivo a trofei, mentre sulla spalla e sul calice corre un motivo a foglie di prezzemolo realizzato in giallo antimonio su fondo arancio.

La presenza del cartiglio con scritta apotecaria distingue quest’opera da quelle comunemente prodotte in ambito palermitano. Ed anche le modalità stilistiche dei “trofei larghi”, realizzati a “grisaille”, si sviluppano a Faenza, con testimonianze in opere di grande rilevanza formale, note attraverso il confronto con scarti di lavorazione reperiti in ambito faentino (C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza dalle raccolte del Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza, Faenza 1998, p. 394 fig. 11). Tuttavia la presenza di artisti faentini a Palermo non esclude che si possa trattare di un esempio di un’opera eseguita nella città siciliana.

Stima  € 3.000 / 4.000
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40
Stima  € 2.500 / 3.500
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1

AMPOLLA DA OLIO, PESARO O AREA ADRIATICA, 1480-1520

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio e bruno di manganese, alt. cm 14,2, diam. bocca cm 7,4, diam. piede cm 8,8

 

AN OIL CRUET, PESARO OR ADRIATIC AREA, 1480-1520

 

 

Il piccolo versatore ha un’imboccatura rotonda molto svasata con orlo alto, che scende in un collo cilindrico e rastremato su corpo globulare terminante in un piede a disco con base piana. Sul fronte un versatore a cannello molto alto e sul retro, a partire dall’orlo, una larga ansa a nastro. Il decoro, che interessa prevalentemente il recto del vaso, vede in un medaglione incorniciato da un motivo a scaletta e lumeggiato in giallo il trigramma di san Bernardino in caratteri gotici. Il cannello è dipinto di bruno di manganese nei toni del viola mentre nel retro in basso a caratteri capitali si legge la scritta O[L]IO in una fascia orizzontale sotto l’ansa.

Il piccolo vaso aveva probabilmente un uso religioso per le sacre unzioni. Contenitori di questo tipo, o comunque piccoli contenitori da messa, furono prodotti in area adriatica e spesso destinati all’esportazione nel Nord Europa. Un esempio di confronto per la forma ci deriva da una piccola brocca decorata in bianchetto su smalto turchino, atta a contenere aceto, della collezione Bonali di Pesaro (P. Bonali, R. Gresta, Girolamo e Giacomo Lanfranco dalle Gabicce maiolicari a Pesaro nel secolo XVI, Rimini 1987, p. 316 n.115) che ci attesta il successo della forma.

Opere con decori coerenti si trovano in forma frammentaria all’Ashmolean di Oxford e da scavo, con forma differente ma coerente per decoro, al Museo di Londra (inv. A 378) entrambi con trigramma in caratteri gotici (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Oxford 2017, pp. 66-67, n. 17, n. 31).

Stima  € 3.000 / 4.000
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15

BACILE DA ACQUERECCIA, DERUTA, 1530 CIRCA

in maiolica decorata in blu di cobalto, con lumeggiature a lustro dorato; alt. cm 4,2, diam. cm 32,2

 

A BASIN FOR A EWER, DERUTA, CIRCA 1530

 

 

Il bacile ha un cavetto ampio e concavo centrato da un umbone a fondo piano, circondato da una cornice a rilievo con orlo arrotondato, che scende in una seconda cornice a gola. La tesa è breve e orizzontale, con orlo rilevato. Questo piatto doveva sorreggere nel centro un versatoio, a imitazione del vasellame metallico (si veda in merito quanto detto in D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, A Catalogue of the British Museum’s Collection, Londra 2009, p. 460 n. 272).

Al centro della composizione decorativa troviamo un ritratto muliebre di profilo con una giovinetta con i capelli raccolti sulla nuca e legati da un sottile nastro che le cinge il capo, e di fronte uno stelo con fiori. Nella cornice a gola è presente un motivo a nodo delineato in blu su fondo lustrato; nel resto del cavetto si sviluppa un decoro a baccellature arcuate, delimitate da sottili pennellature blu e ombreggiature, anch’esse in blu sul fondo. La tesa mostra il caratteristico decoro a foglie lanceolate che, unendosi per la punta, formano una catena ondulata e continua, centrata da piccole infiorescenze triangolari. Il retro è decorato da sottili pennellate a lustro, molto lise, che sottolineano la circolarità del pezzo di cui emerge una sottile borchiatura a simulazione degli esemplari metallici di ispirazione.

Questo tipo di bacile a lustro fu prodotto a Deruta secondo le modalità utilizzate anche nei piatti da parata, in un periodo che oscilla tra il 1500 e il 1530. Confronti puntuali di bacili da acquereccia con ritratto femminile accompagnato da un fiore di giglio si trovano ad esempio nei musei francesi (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, p. 171 nn. 561-563). Nel nostro caso però il ritratto femminile si distingue per le modalità, che di solito invece riprendono i ritratti di ispirazione dal Perugino, come ad esempio il bacile esposto a Spoleto nel 1982, che condivide con il nostro la decorazione dell’orlo ed è databile alla prima metà del XVI secolo (C. Fiocco, G. Gherardi, Maioliche umbre decorate a lustro, Spoleto 1982, p. 11 n. 35) oppure il bacile conservato al British Museum (D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, A Catalogue of the British Museum’s Collection, Londra 2009, p. 462 n. 272).

Stima  € 3.000 / 4.000
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9

Benedetto Buglioni

(Firenze 1459-1521)

MADONNA DELLA MISERICORDIA, 1490 CIRCA

lunetta in maiolica dipinta in policromia. Sul retro vecchia etichetta della “Christie, Manson & Woods”; cm 62x114x14

 

THE VIRGIN OF MERCY, CIRCA 1490

a polychrome painted maiolica lunette. On the reverse: old label “Christie, Manson & Woods”; 62x114x14 cm

 

Bibliografia di confronto

A. Marquand, Benedetto and Santi Buglioni. The brothers of Giovanni della Robbia, New York 1972, pp. 20-21 nn. 18-22;

G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992, pp. 390-400

 

 

La lunetta in terracotta invetriata raffigura al centro Maria con un manto azzurro che le cinge le spalle e che apre allargando le braccia nella posizione dell’orante; ai lati due angeli reggono i lembi esterni del manto chiudendovi all’interno alcuni penitenti in preghiera.

L’iconografia è quella della Madonna della Misericordia, che si diffonde nel cristianesimo fin dal XIII secolo. Nel Medioevo il manto protettore indicava la figliolanza legittimata, ed infatti i figli nati prima del matrimonio erano legittimati se tenuti sotto il mantello della madre durante le nozze; un perseguitato che si fosse rifugiato sotto un manto regale aveva diritto alla grazia, essendo il mantello simbolo di dignità, di protezione e di amore caritatevole. Le origini immediate del tipo iconografico risiedono nell’effige La Vierge au Manteau impressa sui primi sigilli dei Cistercensi. Il tipo iconografico ebbe la sua massima fioritura nei secoli XIV-XV, e con il diffondersi della peste il significato devozionale della tutela concessa dal caritatevole mantello di Maria al genere umano ha dato origine ad una delle più affascinanti e fortunate iconografie mariane dell’arte medievale, la Madonna della Misericordia, cosiddetta Madonna delle Frecce, dove il manto protegge dai dardi punitivi che giungono dal Giudice Celeste: ella ha un ruolo di mediazione per la salvezza umana. E la proporzione della figura di Maria risponde alla speranza di protezione che i devoti ripongono in lei, devoti a loro volta di dimensioni differenti a significare l’intera e diversificata umanità.

L’opera in esame è attribuita per modalità esecutiva e per tecnica all’opera di Benedetto Buglioni. L’artista, probabilmente apprendista nell’arte della modellazione dell’argilla nella famosa bottega di Andrea del Verrocchio verso la fine degli anni settanta del quattrocento, conosciuto e stimato anche per i suoi lavori in marmo, deve aver affinato la sua tecnica nello studio di Andrea della Robbia, dove diviene un collaboratore di fiducia e impara quindi i segreti della scultura invetriata. A partire dagli anni ottanta del secolo XV è già lanciato nella produzione della maiolica, mettendosi in concorrenza con lo stesso Andrea e guadagnandosi l’apprezzamento di un numero sempre maggiore di committenti, sia privati che ecclesiastici, tra i quali ad esempio figura importante è il cardinale Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo il Magnifico e futuro Papa Leone X. E proprio agli anni intorno al 1490, periodo in cui lavora per il Santuario di Santa Cristina a Bolsena proprio su commissione di Giovanni de’ Medici, è ascrivibile il nostro rilievo, probabilmente destinato ad ornare la lunetta sopra l’ingresso di una confraternita.

Una certa vicinanza stilistica nei volti dei santi e dell’angelo si trova con una lunetta smembrata, databile al periodo attorno al 1480-90, nella quale in particolare l’angelo inginocchiato trova molti riscontri con l’angelo sulla destra del nostro rilievo: si notino in particolare il volto e la forma dell’ala e del manto arricciato vicino al braccio.

Stima  € 10.000 / 15.000
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2

BOCCALE, TOSCANA, PRIMA METÀ SECOLO XV

in maiolica dipinta a zaffera con blu di cobalto e piombo, bruno di manganese, su smalto piuttosto alto e un poco azzurrato; alt. cm 17,2, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A JUG, TUSCANY, FIRST HALF 15TH CENTURY

 

Il boccale ha corpo piriforme panciuto con bocca trilobata, su piede basso a base piana; l’ansa a nastro parte appena sotto l’orlo per scendere e congiungersi al termine della pancia.

Il decoro sul fronte dell’opera prevede al centro della composizione un grande giglio araldico a campo libero, circondato da foglie di quercia e bacche in una larga metopa, seguita da una serie di metope di larghezza variabile decorate a piccole pennellate che giungono fino all’ansa, a nastro larga e dal profilo ovale, decorata con una sequenza di sottili pennellate orizzontali; all’attacco inferiore presenta forse un segno geometrico. Lungo il collo, entro fascia orizzontale delimitata da due filettature, si scorge un motivo del “vaio” o “a lambelli”, così definito dal fatto che la serie di gocce parallele ricorda le pellicce araldiche, il vaio appunto (A. Moore Valeri, Florentine `Zaffera a rilievo' maiolica: a new look at the “oriental influence", in “Archeologia medievale” 11, 1984, pp. 486-487).

La morfologia del boccale trova riscontro in ambito romagnolo, ma soprattutto in Toscana a partire dalla metà del secolo XIV fino alla metà del secolo XV. Il decoro a vaio è però proprio delle produzioni toscane, documentato talvolta anche nella zona di Siena e a scendere fino alla zona di Viterbo. Il giglio invece è spesso legato alla città madre, Firenze, e prodotto in Toscana in generale e a Firenze e a Montelupo in particolare. La forma ci pare molto prossima alle produzioni quattrocentesche fiorentine prima dell’avvento dei decori a damaschina.

La forma del giglio, con occhi a risparmio al centro del petalo, trova comunque riscontro in esemplari della zona fiorentina, come ad esempio nell’orciolo di Giunta di Tugio del Cleveland Museum of art (inv. 1943.391). Per altri esemplari di confronto si vedano le opere del museo di Capodimonte, e quelle pubblicate nel volume dedicato alla “zaffera” (G. Conti et alii, Zaffera et similia nella maiolica italiana, Viterbo 1991, pp. 27- 57, 259-260).

Stima  € 2.500 / 3.500
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36

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 29, diam. bocca cm 13, diam. piede cm 13,5

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

Bibliografia di confronto

A. Alverà Bortolotto (a cura di), Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Galleria Canelli, Milano 1990, n. 20

 

 

Il vaso ha corpo globulare e orlo “gittato”, secondo la tipica forma nota comunemente come ‘boccia’.

La superficie è interamente decorata con le tipiche vedute e figure. Qui il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da tronchi di alberi o rocce, tra le quali si intravvedono larghi scorci con una città turrita formata da edifici, palazzi, portici e alti campanili a forma di piramide da un lato, mentre dall’altro un cane insegue una lepre di fronte a una città turrita.

La consueta corona robbiana è qui sostituita da un tralcio fogliato con piccoli frutti, detto a serto di ulivo, che richiama decori di tipo adriatico-pesarese. Una decorazione del tutto simile si ritrova in una boccia con decoro a girali fogliati, ma con al centro una figurina di Venere su delfino (J. Lessman, Italienische Majolica Aus Goethes besitz, Weimar 2015, p. 220 n. 884).

Il vaso, inedito, seppur di dimensioni minori condivide con i due esemplari presentati ai lotti 38 e 39 di questo catalogo l’analisi critica e i confronti, condividendone la grande qualità tecnica e formale.

Stima  € 20.000 / 30.000
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38

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 36, diam. bocca cm 16, diam. piede cm 17

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

Bibliografia

A. Alverà Bortolotto, Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private. Paolo Canelli, Milano 1990, n. 20

 

 

Il contenitore farmaceutico ha corpo globulare di grandi dimensioni e orlo “gittato”, noto comunemente come ‘boccia’, interamente decorato con una veduta con personaggi. Il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da alberi o rocce entro le quali si intravvedono larghi scorci lacustri con alte montagne, un soldato in abiti da antico romano che cavalca brandendo una lancia, ed una città turrita con edifici porticati e alte torri appuntite. Sul collo del contenitore una corona robbiana con fioretti multipetali e piccoli frutti.

L’opera, di grande impatto decorativo è attribuibile all’attività di Domenico da Venezia e della sua bottega tra il 1550 e il 1580. I suoi vasi, dall’inconfondibile policromia caratterizzata da smalti lucenti in cui dominano i gialli, le ocre, gli azzurri e i verdi, recano solitamente cartouches entro le quali campeggiano figure di santi e teste di fantasia, mediati probabilmente da fonti incisorie.

Domenico de’ Betti, che aveva sposato la figlia del vasaro Jacomo da Pesaro, lavora a Venezia presso la contrada di San Polo e la produzione della sua bottega raggiunge grande fama alla fine del Cinquecento.

La più grande raccolta di questa tipologia di vasi farmaceutici, in tutte le declinazioni del repertorio morfologico e decorativo, è conservata presso la Fondazione Cini all’isola di San Giorgio (M. Vitali, Omaggio a Venezia. Le ceramiche della Fondazione Cini. I, Faenza 1998). Ma anche tra i vasi della donazione Fanfani al MIC di Faenza, uno con figure di santi e ampio paesaggio costituisce un valido confronto per morfologia e decoro, ornato con un paesaggio con architetture, rocce e specchi lacustri che molto richiamano quello del nostro vaso (C. Ravanelli Guidotti, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La Donazione Angiolo Fanfani. Ceramiche dal Medioevo al XX secolo, Faenza 1990, pp. 310-311 n. 152). Suggestivo il raffronto con opere veneziane presenti nella spezieria di Messina di cui però ancor poco si sa riguardo a un’eventuale committenza direttamente a Venezia o se il corredo si sia formato per donazioni in più tempi.

Il soldato romano e il paesaggio trovano evidenti riscontri nei piatti o nelle forme aperte prodotte dalla bottega veneziana di cui sono noti alcuni esemplari firmati. La figurina del cavaliere così sottile e allungata ha riscontro sia nei piatti di Mastro Domenico, sia nelle figurette di santi presenti nei vasi generalmente in medaglioni con cartouches (si veda al riguardo J. Lessman, Italienische Majolica Aus Goethes besitz, Weimar 2015, p. 212 n. 80 e p. 244 n. 95, dove la roccia del nostro vaso trova riscontro nell’arco del sepolcro di Gesù).

Stima  € 30.000 / 40.000
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39

BOCCIA, VENEZIA, DOMENICO DE’ BETTI DETTO MASTRO DOMENICO E COLLABORATORI, TERZO QUARTO SECOLO XVI

in maiolica dipinta a policromia su rivestimento a smalto spesso e brillante; alt. cm 37, diam. bocca cm 16, diam. piede cm 16

 

A BULBOUS JAR, VENICE, DOMENICO DE’ BETTI CALLED MASTRO DOMENICO AND COWORKERS, THIRD QUARTER 16TH CENTURY

 

 

Il contenitore farmaceutico ha corpo globulare di grandi dimensioni e orlo “gittato”, noto comunemente come ‘boccia’, interamente decorato con una veduta con personaggi.

Il paesaggio si sviluppa attorno al corpo del vaso con quinte costituite da alberi o rocce, entro le quali si intravvedono larghi scorci lacustri con montagne dal profilo arrotondato che si poggiano su una penisola con piccoli paesini, un giovane appoggiato ad un bastone che ammira la veduta all’ombra di un albero, un viandante seduto su una roccia con una città turrita con edifici antichi in rovina e palazzi dai tetti cuspidati dall’altro lato, ed infine una città con ampi edifici e porticati che fa da sfondo a un paesaggio aperto nel quale corre un piccolo cane.

La consueta corona robbiana con fioretti multipetalo e piccoli frutti adorna il collo anche di quest’opera.

Per il vaso inedito vale quanto detto per l’esemplare che precede, ma con un raffronto nella mostra della Galleria Canelli in un vaso con modalità pittoriche simili, molto rapide e meno calligrafiche (A. Alverà Bortolotto, Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Milano 1990, n. 19).

Stima  € 30.000 / 40.000
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43

BROCCA DA FARMACIA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola; alt. cm 22,4, diam. bocca cm 11,8, diam. piede cm 10,5

 

A PHARMACY JUG, URBINO, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565

 

Bibliografia di confronto

C. Ravanelli Guidotti, Monte dei Paschi di Siena. Collezione Chigi Saracini: Maioliche Italiane, catalogo della mostra, Firenze/Siena 1992, pp.117-126;

T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, vol. I, Perugia 2006, pp. 166-170 n. 55

 

 

La brocca mostra un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, che si apre in un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla che continua su un corpo ovale. Sul fronte un versatore a cannello, sul retro un’ansa ad anello con estremità serpentiformi che sovrastano un mascherone a rilievo con testa di sileno. Il piede è basso e poggia su una base piana.

Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro seduta su una poltrona a stecche, sotto la quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali “O.DI.RUTA”; intorno si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

Il vaso, che mostra alcuni difetti di conservazione e alcuni difetti di cottura con una ampia sbavatura al centro, conteneva l’olio di ruta, pianta che veniva utilizzata dalla medicina popolare solo esternamente come olio essenziale per trattare dolori articolari, nevralgie e crampi, mentre l'infuso era utilizzato per trattare mestruazioni dolorose, per lenire le coliche intestinali flatulenti e stimolare la digestione. Per la sua azione antispasmodica veniva anche utilizzata per trattare l’ipertensione, l'epilessia e le coliche.

 

Il vaso, insieme con i lotti che seguono, appartiene ad una vasta “farmacia” che per stile e tecnica è molto prossima al primo nucleo della Farmacia della Santa Casa di Loreto, attribuito alla bottega di Orazio Fontana, databili per confronto con opere firmate del periodo urbinate attorno al 1565-1570, periodo in cui il maestro vasaro attende per commissione del Duca di Savoia prima e di Guidobaldo II alla creazione della Farmacia del Palazzo Ducale di Urbino, probabilmente donata in seguito da Francesco Maria II alla Santa Casa di Loreto, ove compare in inventario nel 1608. La farmacia, che annovera oggi ben 348 pezzi, era dotata di un notevole nucleo di ceramiche, alcune delle quali furono disperse. Per un’attenta analisi e narrazione di questo corredo farmaceutico rinviamo allo studio di Floriano Grimaldi (Le ceramiche da farmacia della Santa Casa di Loreto, Roma 1979, p. 66 e segg.), mentre per opere simili si rinvia alla schedatura di Carmen Ravanelli Guidotti relativa a due opere analoghe della collezione Chigi Saracini, elencando anche alcuni esemplari di confronto conservati in vari musei e raccolte private, a cui si aggiungono gli esemplari di confronto indicati nella scheda di una brocca coerente conservata nella raccolta della cassa di Risparmio di Perugia.

Stima  € 8.000 / 12.000
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44

BROCCA DA FARMACIA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola; alt. cm 22,6, diam. bocca cm 12,2, diam. piede cm 11

 

A PHARMACY JUG, URBINO, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565

 

 

La brocca mostra un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, che si apre in un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla che continua in un corpo ovale. Sul fronte un versatore a cannello, sul retro un’ansa ad anello con estremità serpentiformi che sovrastano un mascherone a rilievo con testa di sileno. Il piede è basso e si appoggia a una base piana.

Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro, seduta su una poltrona a stecche su un basamento al di sotto del quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali: “O.DI.ABEZZO”, mentre intorno si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

Questo vaso, rispetto ad altri della serie, mostra un paesaggio simile ma con montagne appuntite, e una più accorta realizzazione nei personaggi, differenze che fanno supporre l’intervento di più pittori nella stessa bottega, vista anche l’estensione di questo corredo farmaceutico.

La sostanza indicata nel cartiglio appartiene alla famiglia degli oli essenziali, ha una certa volatilità e si ricava con la distillazione delle parti resinose di alberi resiniferi. I migliori alberi sono il pino, l’abete e il larice, ma ne esistono molti altri che danno un’essenza di migliore o peggiore qualità: tra loro il Pinus abies è quello dal quale si ricava appunto l’olio di abezzo, medicamento che annovera interessanti proprietà che tornano utili nel trattamento di diverse affezioni di lieve entità, soprattutto per lenire disturbi a carico del tratto urogenitale, ovvero proprietà balsamiche, disinfettanti, antisettiche e antinfiammatorie.

Stima  € 4.000 / 6.000
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52

CALAMAIO, URBINO, FINE XVI - INIZIO XVII SECOLO

in maiolica dipinta in policromia con giallo, giallo arancio, bruno di manganese, verde ramina e bianco di stagno; cm 33x22x15

 

AN INKWELL, URBINO, LATE 16TH - EARLY 17TH CENTURY

 

 

Il calamaio raffigura Ercole che uccide il Toro di Creta. L’eroe, con indosso la pelle del leone nemeo, stringe tra le mani le corna del toro che abbatterà per poi ucciderlo, salvando dal terrore la popolazione di creta: è questa la settima fatica di Ercole. Ai piedi del gruppetto è collocato il contenitore per l’inchiostro, dipinto con pennellate che lo rendono marmorizzato.

La plastica è interamente dipinta in colori realistici con prevalenza del giallo arancio, utilizzato per sottolineare la pelle dell’animale e le forme dei muscoli. I capelli di Ercole sono bianchi brizzolati come la barba. L’opera segue i dettami quasi caricaturali, nel nostro caso la grandezza del toro che lo rende poco spaventoso, tipici di questa produzione a opera della bottega Patanazzi ad Urbino, che ne hanno nel tempo decretato il successo.

Per confronto si veda un calamaio con cassettino del Museo Fitzwilliam di Cambridge (C 229 e A 1991) (J.E. Poole, Italian maiolica and incised slipware in the Fitzwilliam Museum, Cambridge 1995, pp. 185-186 n. 260), che condivide con il nostro le caratteristiche fisiognomiche del personaggio maschile e la scelta decorativa del vasetto porta inchiostro. Il confronto con esemplari simili, anch’essi plasmati con personaggi di genere, ci conforta nell’attribuzione. Si vedano ad esempio il suonatore di organo, con tratti fisiognomici del volto molto vicini al nostro esemplare, raffigurato sul calamaio del Victoria and Albert Museum recante un cartiglio con la scritta “Urbino (B. Rackham, Victoria and Albert Museum. Catalogue of Italian Maiolica, Londra 1977, p. 283 n. 852, inv. 8400-1863); il Bacco ubriaco dello stesso museo che, in forma di fontana, riproduce lo stile e il gusto dei calamai urbinati (inv. C.665-1920), oppure le belle plastiche presentate in una mostra sulle maioliche rinascimentali nello stato di Urbino nel 1987, in particolare il San Matteo della Cassa di Risparmio di Rimini (G. Gardelli, “A gran fuoco”. Mostra di maioliche rinascimentali dello stato di Urbino da collezioni private, Urbino 1987, p. 99 n. 152) ed infine il personaggio con un motto ironico trascritto in un libro che reca tra le mani, di recente pubblicazione (T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018). Interessante a tal proposito l’elenco di fogge tipiche, cui rimandiamo per approfondimenti (F. Sangiorgi, Documenti urbinati. Inventari del Palazzo Ducale (1582-1631), Urbino 1976).

Stima  € 6.000 / 8.000
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45

CIOTOLA, DERUTA (?), 1580 CIRCA

in maiolica dipinta in blu di cobalto e bianco di stagno, su smalto azzurrato; alt. cm 4,2, diam. cm 12,4, diam. piede cm 6

 

A BOWL, DERUTA (?), CIRCA 1580

 

Provenienza

Sotheby’s, Rinomata raccolta di importanti maioliche italiane del Signor Guy G. Hannaford, Firenze, 17 ottobre 1969, lotto 108;

Firenze, Collezione privata

 

 

La ciotola emisferica ha cavetto appena umbonato, parete alta che termina su un orlo arrotondato e poggia su un piede ad anello rilevato e incavato.

Il decoro è realizzato a rilievo e mostra al centro della composizione Santa Caterina d’Alessandria con i segni del martirio, la palma e la ruota dentata. Liberamente tratta dall’incisione di Marcantonio Raimondi su disegno di Raffaello (Bartsch XIV, p. 145 n. 175), la figurina si staglia in un paesaggio con uno specchio d’acqua su cui si affacciano alcune montagne. Da notare il dettaglio del paesaggio sulla destra, dove il monte è separato dal lago da una serie di alberelli a ciuffo che richiamano le modalità pittoriche di ambiente istoriato urbinate.

Il soggetto trova riscontro, interpretandolo in modo più corrivo, nella splendida coppa delle collezioni della Cassa di Risparmio di Perugia (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, vol. II, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia 2007, pp. 94-97 n. 94), che ci porta a pensare ad una possibile provenienza da Deruta. Tale attribuzione ci pare confermata sia dalla forte devozione nei confronti della Santa nella città umbra, sia dalle marcate somiglianze stilistiche nel volto della stessa con opere della tradizione. Il blu di fondo ci porterebbe inoltre a ipotizzare la possibile successiva doratura a lustro, mai realizzata per gli evidenti difetti allo smalto con ampie cadute. Si tratta forse di uno scarto di fornace che per modalità decorative, si veda anche il motivo secondario sull’orlo, anche sul lato esterno, meriterebbe a nostro avviso maggiori approfondimenti.

Un piattello con decoro a rilevo con San Rocco e rifinito a lustro, di attribuzione incerta, lascia tuttavia aperta una possibile attribuzione ad ambito urbinate, accostabile alla nostra coppa per le piccole dimensioni, la base della pittura in blu e alcune caratteristiche stilistiche prossime nella realizzazione del volto della figura (G. Gardelli, Cinque secoli di maiolica a Rimini, Ferrara 1984, p. 78 n. 70).

Stima  € 2.000 / 3.000
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6

CIOTOLA EMISFERICA, FAENZA O FERRARA (?), 1500-1520

in maiolica dipinta in monocromia blu di cobalto; alt. cm 6, diam. cm 13,8

 

AN HEMISPHERIC BOWL, FAENZA OR FERRARA (?), 1500-1520

 

 

La ciotola ha forma emisferica con parete svasata che termina in un orlo appena estroflesso e poggia su un piede ad anello con lieve incavo. Il decoro al centro del cavetto, racchiuso in una doppia linea a due spessori, mostra una mano che stringe un cuore, mentre gli spazi vuoti sono riempiti da un sottile motivo alla porcellana, decoro che, centrato da fiori di peonia, corre lungo la tesa. Il retro è decorato da un motivo a dischi tagliati a croce alternati a serpentine o fiamme.

Questa tipologia decorativa trova l’indicazione di un preciso arco cronologico di produzione a Faenza, dove due esemplari dagli sterri cittadini hanno fornito una datazione che va dal 1521 al 1591, documentati dalle tavole del testo di Ballardini del 1919. Gli esemplari di questa tipologia emergono tuttavia in tutta la Romagna, testimoniando il successo della produzione. Per un’analisi più dettagliata e per esemplari di confronto rimandiamo a quanto pubblicato da Carmen Ravanelli Guidotti, che analizza nel dettaglio la produzione (C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1998, pp. 265-282). È importante tuttavia sottolineare come la presenza del motivo decorativo con il cuore, ancora molto legato alla produzione della ceramica graffita precedente, ci faccia ritenere l’opera in esame databile al primo periodo produttivo.

Un esempio particolarmente interessante ci deriva invece dalle due ciotole, scarto di lavorazione, recentemente donate all’Ashmolean di Oxford, che ci forniscono una chiara immagine del momento e della tecnica produttiva di queste opere, e anche la nostra ciotolina conserva tracce del separatore così visibile nelle ciotole di confronto (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Oxford 2017, p. 86 n. 31).

Stima  € 2.000 / 3.000
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8

COPPA CON PROFILO VIRILE, MONTELUPO, 1500-1515

in maiolica dipinta in arancio, verde ramina e blu; alt. cm 19,2, diam. cm 27, diam. piede cm 15,2

 

A BOWL WITH A MALE PROFILE, MONTELUPO, 1500-1515

 

Provenienza

Trapani, Collezione Barresi;

Torino, Collezione privata;

Bologna, Collezione privata

 

Bibliografia

Raccolta appartenuta al Dott. Bartolomeo Barresi di Trapani Maioliche italiane ispano-moresche dal XV al XVIII secolo, Galleria S. A. L. G. A., Roma 1960 (ripr. in copertina e scheda n. 104)

 

 

L’opera presenta un’ampia conca a profilo campaniforme, poggiante su alto piede svasato, secondo la tipica morfologia montelupina denominata “alzata su alto piede” (F. Berti, Storia della ceramica di Montelupo, Montelupo Fiorentino, vol. II, 1998, n. 88 del repertorio di forme). All’interno del cavetto è dipinto un medaglione nel quale campeggia il busto di un uomo, col capo coperto da un berretto con falda a punta anteriore; il busto, posto di profilo, è affiancato da due alberelli stilizzati. Attorno al medaglione, entro larga fascia a fondo bianco, sono tracciate sette roselline equidistanti, mentre la restante superficie è occupata fino al bordo da un’altra fascia, entro cui si dispone una ghirlanda composta di foglie e bulbi stilizzati in blu e bianco realizzato a risparmio su fondo arancio. La stessa fascia è ripresa anche all’esterno della coppa ed è profilata da due strette fasce con brevi tratti disposti a mo’ di treccia, mentre il piede è interamente decorato da baccellature e filettature perimetrali.

La coppa, per morfologia e stile pittorico, fa parte a pieno titolo della produzione montelupina dei primi del ‘500. A confronto va riportata la coppa coeva, con soggetto nuziale, delle raccolte del MIC di Faenza, già collezione Galeazzo Cora, vicina per la foggia e per la presenza della decorazione complementare sia nel recto sia sul verso (G.C. Bojani, C. Ravanelli Guidotti, A. Fanfani, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La donazione Galeazzo Cora. Ceramiche dal Medioevo al XIX secolo, Milano 1985, p. 206 n. 514 e C. Ravanelli Guidotti, Maioliche “figurate” di Montelupo, Firenze 2012, pp. 56-58). Il profilo poi trova riscontro in molte opere montelupine con ritratti maschili o femminili, come ad esempio il ritratto muliebre sul boccale amatorio databile al 1480 (F. Berti, Il museo della ceramica di Montelupo, Firenze 2008, p. 264 n. 19).

Stima  € 14.000 / 18.000
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13

COPPA, DERUTA, 1520 CIRCA

in maiolica dipinta in giallo ocra, giallo antimonio azzurro, blu e bruno di manganese; alt. cm 3,8, diam. cm 16,8, diam. piede cm 8,4

 

A BOWL, DERUTA, CIRCA 1520

 

 

La ciotola ha corpo emisferico con fondo appena umbonato ed orlo assottigliato, e poggia su una base bassa ad anello concava appena accennata. Al centro, entro una cornice blu con motivo ad archetti, un braccio con corazza che termina in una mano che sorregge una lettera B trafitta da due frecce: il decoro è chiaramente collegato ai motivi amatori in una modalità molto originale. Tutta la composizione è delineata e ombreggiata in blu e colorata in giallo e giallo ocra nel braccio e nella lettera. Sulla tesa fasce concentriche separate da filettature con motivi decorativi ad archetti di varia foggia, a sesto acuto e a sesto ribassato e motivi a cordonatura. Il retro è interessato da un motivo a sottili linee parallele blu riempite con piccoli tratti obliqui arancio.

Il confronto con un frammento con decorazione e lettera N paraffata, dipinto in blu e giallo simile al nostro e databile tra la fine del XV e gli inizi del secolo XVI, proveniente dagli scavi di Orvieto (in Satolli 1992, p. 71, n. 56) e attribuito a officine locali, ci porta verso una probabile origine umbra, probabilmente in una bottega derutese, come confermato dalla presenza di opere con decoro del retro del tutto coerente al nostro nella vetrina dei frammenti con decoro a “Petal Back” nel museo della città umbra, dove si trova anche un frammento con due mani che sembrano sostenere una lettera U (si veda al riguardo: G. Busti, F. Cocchi, Prime considerazioni su alcuni frammenti da scavo in Deruta, in “Faenza”, LXXIII, 1-3, Faenza 1987 pp. 14-21, e G. Busti e F. Cocchi, La ceramica derutese dal XIII al XVI secolo nei reperti da recenti scavi locali, in G. Bojani, Ceramica fra Marche e Umbria dal Medioevo al Rinascimento, Faenza 1992, pp. 76-92. fig. 42bis).

Sono molti anche gli esemplari con decorazione a più fasce e coerenza stilistica che riportano al centro della composizione le lettere o il nome dell’amata, attribuibili alle botteghe derutesi, come ad esempio un piattello con decoro sul retro in “Petal Back” del Victoria and Albert Museum dell’inizio del XVI secolo con scritta MILINAB (inv. 2070-1910), oppure il piattello con San Francesco e sigla paraffata sul retro del Fitzwilliam di Cambridge databile allo stesso periodo (inv. C 105-1927). Particolarmente interessante anche il confronto con due piccole coppe del museo di arti applicate del Castello Sforzesco di Milano (G. Busti, F. Cocchi in R. Ausenda (a cura di), Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, I, Milano 2000, pp. 69-70 nn. 49-50).

Stima  € 2.000 / 3.000
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30

COPPA, PESARO, BOTTEGA DI GIROLAMO LANFRANCO DALLE GABICCE (?), 1540 CIRCA

in maiolica dipinta a policromia in blu, giallo, arancio, verde e nero; alt. cm 4,6, diam. cm 25, diam. piede cm 12,2

 

A SHALLOW BOWL, WORKSHOP OF GIROLAMO LANFRANCO DALLE GABICCE (?), CIRCA 1540

 

 

La coppa ha cavetto concavo con tesa alta terminante in un orlo arrotondato e poggia su alto piede rifinito a stecca. La decorazione interessa tutta la superficie della coppa e mostra un paesaggio montuoso con architetture dal tetto cuspidato e grandi edifici con cupole e alberi dai tronchi contorti. Al centro della scena, in basso, due figure che sembrano discutere sulla sinistra e altre due sedute intente a suonare sulla destra. Probabilmente si tratta degli stessi soggetti raffigurati in due diversi momenti: prima la sfida a chi suona meglio e poi il momento della contesa: forse la sfida tra Apollo e Marsia narrata da Ovidio.

La coppa in esame per modalità stilistica e decorativa ci pare attribuibile ad ambiente pesarese della prima metà del secolo XVI, e probabilmente alla bottega di Lanfranco dalle Gabicce, come conferma il confronto con una coppa dalla foggia più aperta raffigurante la dea Latona che muta i Villani in rane del Museo di Pesaro (inv. 4159) (G. Biscontini Ugolini, Di alcuni piatti pesaresi della Bottega di Lanfranco delle Gabicce, in "Faenza", 2/1978, tav. XIV), o con quella

con Natività e pastori da collezione privata, che mostra analoghe caratteristiche fisiognomiche nei volti dei personaggi, con bocche serrate leggermente sorridenti, volti allungati, e corpi con muscoli allungati, oltre a case e architetture sullo sfondo, però con uno scorcio paesaggistico limitato, datata 1543 ed attribuita a Girolamo Lanfranco dalle Gabicce (G. Bojani, Fatti di ceramica nelle marche dal Trecento al Novecento, Macerata 1997, p. 79 n. 52). Tuttavia la somiglianza più marcata si ritrova con un piatto recentemente pubblicato raffigurante il mito di Atteone, attribuito ad ambiente urbinate, probabilmente Pesaro, e che ci pare condividere lo stile nel redigere le figure e la maniera di descrivere i paesaggi e gli elementi architettonici degli stessi (T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018, n. 131).

Stima  € 4.000 / 6.000
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18

COPPA SU BASSO PIEDE, FRANCESCO DURANTINO (ATTR.), URBINO O DUCATO DI URBINO, 1530 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con verde, giallo antimonio, blu di cobalto, bruno di manganese nei toni del nero, nero-marrone, rosso ferraccia, tocchi di bianco di stagno. Su smalto spesso, ma poco aderente, con molta vetrina; alt. cm 4, diam. cm 23,3, diam. piede cm 13

 

A BOWL ON LOW FOOT-RING, FRANCESCO DURANTINO (ATTR.), URBINO OR DUCHY OF URBINO, CIRCA 1530

 

Bibliografia di riferimento

B. Rackham, Victoria and Albert Museum. Catalogue of Italian Maiolica, Londra (ripubblicato con le aggiunte di J.V.G. Mallet, 1977), p. 285 n. 856 e p. 288 n. 861;

J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig. Italienische Majolika, Katalog der Sammlung, Brunswick 1979, p. 185 n. 163 e p. 188 n. 170

 

 

La coppa poggia su un piede ad anello molto basso, ha cavetto largo, tesa alta e stretto bordo estroflesso. La decorazione istoriata interessa l’intera superficie del cavetto. La scena raffigurata mostra un personaggio seduto sotto una roccia con il corpo coperto solo da un drappo azzurro, appoggiato su una spalla e su una gamba, mentre indica in basso verso uno specchio di acqua. Sulla tesa opposta un personaggio ignudo, con il corpo parzialmente coperto da un drappo giallo, sembra alzarsi dallo specchio d’acqua e indicare con una mano il cielo. Al centro della composizione un terzo personaggio, in abito da cacciatore, corre brandendo la lancia. Sullo sfondo, al di là della roccia e degli alberi che fanno da sfondo alla scena, si legge un paesaggio con città che si specchiano in un lago circondate da montagne alte con il profilo squadrato.

Sul verso del piatto non compare alcuna scritta didascalica, ma la scena può essere interpretata come la morte di Narciso, raffigurato prima al centro della scena quando, secondo la versione classica, è un giovane talmente bello e ammirato che tutti se ne innamorano, ma egli non se ne cura e passa il suo tempo cacciando in solitudine, e poi, dopo aver rifiutato la ninfa Eco, si trasforma e passa il suo tempo ad ammirare la propria immagine, quindi muore struggendosi d’amore, il suo corpo trasformato nel giallo e splendido fiore di primavera che porta il suo nome. La decorazione sembra quindi descrivere tre momenti del Mito, incentrata esclusivamente sull’immagine di Narciso.

Lo stesso mito è stato variamente raffigurato in maiolica, e non è trascurabile il cambio di lettura derivato dall’interpretazione che nel Medioevo muta il giudizio positivo della figura di eroe tragico della classicità alla versione in negativo negativa di colui che ammira l’effimero.

Le caratteristiche stilistiche e la sintassi decorativa ci portano a orientare la nostra ricerca tra le botteghe di Urbino o del Ducato nella prima metà del Cinquecento, pensando alla mano di Francesco Durantino per quest’opera che presenta molte problematiche di cottura. La rapidità della stesura e alcuni particolari ci suggeriscono infatti la paternità di Francesco, come ad esempio il personaggio disegnato di schiena, che compare spesso nelle sue opere, oppure la dinamicità nell’impostare le figure dei personaggi. Un piatto attribuito al pittore durantino con Glauco e Scilla del Victoria and Albert Museum datato 1545 (inv. n. 1777-1855, n. 861) costituisce un valido confronto: nelle figure dei personaggi, nell’uso del rosso nelle capigliature del personaggio, nella scena che riproduce tre differenti momenti della narrazione e in alcuni dettagli del paesaggio. Ed anche la presenza di piante con fogliame realizzato in vario modo con spruzzature di giallo e di ciuffi d’erba a piantine separate, nella nostra coppa accennate con tratto blu, si riscontra in altre opere di quest’autore, come ad esempio sempre dal Victoria and Albert nel piatto con Psiche, anch’esso databile al 1545 circa, con un cespuglio al centro della composizione, (inv. C2257-1910, n. 856).

Inoltre in un piatto firmato e datato 1543 dell’Austrian Museum of Applied Arts / Contemporary Art (KE 6699) con la raffigurazione della Guerra tra i Titani firmato e datato 1543, ritroviamo molti elementi del nostro piatto, ad esempio nei corpi nudi dipinti di schiena, uno sulla tesa a destra raffigurato seduto, un altro in piedi in fondo al cavetto che porta un blocco di pietra, ma anche nei volti con le guance leggermente lumeggiate di rosso, o nel modo di delineare le pieghe delle vesti con tocchi di stagno. Altri indizi che ci riportano all’opera del Durantino sono la posizione un poco rannicchiata con una gamba appoggiata in alto, che si ritrova ad esempio nella figura femminile del piatto con la nascita di Adone (J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig. Italienische Majolika, Katalog der Sammlung, Brunswick 1979, p. 185 n. 163), e ancora le rocce e gli alberi del piatto con Giunone che scopre Io e Giove (op. cit., p. 188 n. 170), o le montagne e la dinamicità della figurina al centro del piatto con Cadmo che uccide il Drago (op. cit., p. 188 n. 169).

Stima  € 25.000 / 35.000
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COPPA UMBONATA E BACCELLATA, GUBBIO, POST 1530

in maiolica decorata in blu di cobalto, con lustri rosso e oro; alt. cm 4,2, diam. cm 18, diam. piede cm 9,8

 

AN UMBONATE BOWL WITH SPIRAL GADROONS, GUBBIO, POST 1530

 

 

La coppa apoda, con base concava, ha il corpo realizzato a stampo e presenta un decoro a rilievo che corre lungo il bordo, alternando baccellature a goccia disposte obliquamente accompagnate da elementi minori, quali fioretti tripetali alternati a boccioli tondeggianti. Il motivo è dipinto con lustro dorato sottolineato da larghe pennellate blu a formare una sorta di contorno. Sul retro si osservano larghe pennellate concentriche in lustro rosso. Al centro dell’umbone, incorniciato da una sottile fascia rilevata e dipinta in rosso, due mani si stringono sotto una corona e sopra un fuoco ardente, secondo la tipica raffigurazione del “patto di amore”. Il decoro centrale è anch’esso realizzato a stampo in rilievo.

Questa coppa appartiene ad una serie caratteristica, ove la preziosità del manufatto non era data tanto dallo stile pittorico quanto dalla tecnica del lustro e dalla realizzazione morfologica dell’oggetto. Per la forma della coppa, ma con un’altra raffigurazione al centro, si veda quanto indicato da Timothy Wilson nel pubblicare una coppa analoga conservata a New York (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance Ceramics. In the Metropolitan Museum of Art New York, 2016, p. 236 n. 80).

Ampia la diffusione di queste coppe in maiolica decorata a rilievo per tutto il Cinquecento, ma gli esemplari datati si attestano prevalentemente attorno agli anni Trenta (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, I, Perugia 2006, p. 184), anche se è nota una coppa con l’insegna di Giulio II papa del primo decennio del secolo (1503-1513) (VAM inv. C.2197-1910) e di una coppa con le insegne di papa Paolo III (1534-1549). La produzione di questi oggetti fu probabilmente estesa, data la richiesta di vasellame a imitazione del metallo e il successo dei lustri di Gubbio prima e di Deruta poi. Si vedano in merito i numerosi esempi presenti nelle collezioni francesi (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 208-227), decorati al centro da vari tipi di raffigurazioni: santi, putti, raffigurazioni simboliche. Il decoro centrale tipico dei piatti “amatori” raffigura invece il motivo della Fede: simboleggia cioè il patto d’amore o la promessa tra i fidanzati, frequente anche nella maiolica faentina del ’500. Tali piatti erano donati alla persona amata e costituivano talvolta un dono di fidanzamento.

Un confronto pertinente soprattutto per il decoro centrale ci viene da una coppa datata 1537, che ci fornisce un aggancio temporale piuttosto indicativo (E. Sannipoli, La via della ceramica tra Umbria e Marche: maioliche rinascimentali da collezioni, Gubbio 2010, p. 162 n. 2.27), ma anche dalla coppa dell’Ashmolean di Oxford, sempre con motivo della Fides, databile tra il 1525 e il 1540 (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Medieval, Renaissance, and later Italian Pottery in the Ashmolean Museum, Oxford 2017, p. 256 n. 114) oppure dal piatto con “Baldassina”, che condivide con il nostro lo stampo della tesa, Victoria And Albert Museum (VAM inv. 8932-1863).

Stima  € 4.000 / 6.000
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