ARCADE | DIPINTI DAL XIV AL XX SECOLo

ARCADE | DIPINTI DAL XIV AL XX SECOLo

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
26 FEBBRAIO 2019
ore 10.30 Lotti 1-120

ore 14.30 Lotti 121-234

ore 16.30 Lotti 251-436

Esposizione

FIRENZE
22 - 25 febbraio 2019
orario 10-13 / 14-19 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

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151 - 180  di 417 LOTTI
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151

Jacques Courtois, il Borgognone

(Saint-Hyppolite, 1621 - Roma, 1676)

BATTAGLIA DI CAVALIERI

olio su tela, cm 52,5x78

 

BATTLE SCENE

oil on canvas, cm 52,5x78

 

Provenienza

Finarte, Milano, 8 giugno 1984, lotto 469

 

Bibliografia

G. Sestieri, I pittori di battaglie. Maestri italiani e stranieri del XVII e XVIII secolo, Roma 1999, p. 199, fig. 96

 

Da tempo celato alla vista in una raccolta privata milanese, il dipinto qui offerto si conferma oggi un autografo certo dell’artista borgognone, presentando in modo quasi paradigmatico le figure e l’impianto compositivo caratteristico del suo ricco catalogo di battaglie. La gamma cromatica luminosa e vivace suggerisce l’accostamento alla coppia di battaglie, di piccole dimensioni ed eccezionalmente dipinte su tavola, anch’esse vendute alla Finarte nel 1996 (G. Sestieri, 1999, p. 198, figg. 93-94).

Particolarmente interessante è poi, nel nostro dipinto, la presenza di motivi e soluzioni compositive che passeranno con ben poche varianti nelle tele di Francesco Monti, il Brescianino, che del Borgognone si conferma, insieme a Pandolfo Reschi, il seguace più brillante e dotato. Numerosi confronti consentono infatti di tracciare una linea precisa tra il dipinto qui offerto e le tele del Monti all’Accademia dei Concordi di Rovigo che, non a caso, Sestieri (1999, p. 208, figg. 1-2 e tav. I) conferma al Brescianino ipotizzando però una possibile derivazione da modelli non identificati di Jacques Courtois: modelli, possiamo aggiungere oggi, certo non lontani dalla battaglia che qui presentiamo.

 

Stima  € 15.000 / 25.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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159

Maestro di Popiglio

(attivo a Pistoia e a Pisa nel secondo e terzo quarto del sec. XIV)

MADONNA COL BAMBINO E QUATTRO ANGELI, 1360 circa

tempera su tavola sagomata, fondo oro, cm 132x70

 

MADONNA WITH CHILD AND FOUR ANGELS, around 1360

tempera and gold on panel, cm 132x70

 

Corredato da parere scritto di Andrea De Marchi e Linda Pisani di cui pubblichaimo un estratto.

 

La tavola qui in esame è inedita e, secondo quanto comunica l’attuale proprietario, fu acquistata, circa quarant’anni addietro, da un collezionista di Toledo in Spagna.  

Il dipinto, che, per le dimensioni, è immaginabile come il centro di un trittico o polittico, appare ben leggibile e giudicabile, nonostante i segni lasciati da vecchi interventi di restauro su alcune porzioni della superficie pittorica.

Le sigle e la cultura figurativa dell’opera sono ben riconoscibili e permettono di identificare l’autore col cosiddetto Maestro di Popiglio, attivo fra il territorio pistoiese e quello pisano dagli anni trenta agli anni sessanta del Trecento. La tavola oggetto di questa scheda, inoltre, anche per parametri esterni come i dati della moda (si pensi agli scolli delle vesti, caratterizzati da una linea netta, come negli affreschi della Cappella Guidalotti Rinuccini di Giovanni da Milano), sembra appartenere alla fase tarda del maestro, sul 1360 circa.

Il Maestro di Popiglio (noto anche, ma impropriamente, come Maestro del 1336 e sovrapponibile in parte al cosiddetto Francesco pisano o Francesco dell’Orcagna) deriva il proprio nome critico da un pentittico raffigurante la Madonna col Bambino fra i santi Lorenzo, Pietro, Giacomo Maggiore e Giovanni Battista conservato nel Museo d’arte sacra di Popiglio, ma un tempo presso la chiesa parrocchiale del paese di Popiglio, sulla montagna pistoiese.

Alcune delle opere più antiche di questo maestro rivelano i suoi debiti nei confronti di un altro anonimo, il cosiddetto Maestro del 1310, protagonista della scuola pistoiese del primo Trecento e caratterizzato da una tempra espressiva ancor più forte. Non è un caso che, commentando il pentittico del Maestro di Popiglio raffigurante la Madonna col Bambino fra i santi Francesco, Giovanni Battista, Andrea ed Antonio abate, un tempo presso la cappella di Santa Lucia nella collegiata di Empoli ed oggi al museo della Collegiata, si sia parlato, di volta in volta, e con lessico colorito,  di “figure aggrondanti“e di una “ferinità insieme raffinata e popolare”.  Alle opere principali del Maestro di Popiglio (il namepiece, il pentittico empolese e la Madonna col Bambino della collezione Acton nella Villa La Pietra di Firenze) rinviano anche alcuni dettagli della Madonna con il Bambino ed angeli qui in esame: simili sono, sebbene meno incisivi ed appuntiti, i lineamenti del volto del Bambino, i suoi densi boccoli biondi e persino la collanina su cui spiccano un vistoso ciondolo apotropaico in corallo ed una crocellina dorata, che, per la sua sistemazione sbilenca, sembra esser rimasta impigliata fra i ricami che impreziosiscono la veste del piccolo Gesù.

Tuttavia, come si accennava, la datazione della tavola sembra collocarsi nel decennio successivo alla metà del secolo, a notevole distanza dalle opere citate. Il prosieguo del percorso del maestro, che ha anche immediati riverberi nel territorio pistoiese, come mostrano una tavola ed un affresco a Montecatini Alto, sembra puntare in direzione di Pisa e del suo circondario. Si tratta però di opere molto discusse, la cui piena definizione critica attende ancora un assestamento definitivo. Come nel caso del polittico, molto impegnato, giunto alla Collezione Cini di Venezia dalla raccolta Toscanelli di Pontedera e raffigurante San Paolo in trono fra i santi Giovanni Battista, Pietro, Filippo e Giovanni Evangelista (cfr. F. Zeri, Dipinti toscani e oggetti d’arte della collezione Vittorio Cini, Vicenza 1984, pp. 13-16 e ora la scheda di F. Siddi, nel nuovo catalogo in corso di preparazione a cura di A. Bacchi e A. De Marchi), di cui ancora aperta è l'indagine che potrebbe portarlo a leggerlo quale esito della fase finale del percorso del Maestro di Popiglio

I punti di maggior contatto fra la tavola qui schedata e il polittico Cini chiamano in causa soprattutto la raffigurazione dell’Annunciazione: basti pensare al profilo dell’Arcangelo da affiancare idealmente ad uno degli angeli in profilo che fanno corona alla Madonna col Bambino. Oltre alla somiglianza dei tratti (fatta eccezione per una certa sommarietà nella definizione delle mani), colpisce soprattutto il chiaroscuro intenso usato con funzione modellante.

In sintesi, sembra da proporre una datazione all’inizio degli anni sessanta del Trecento ed un inquadramento nella tarda attività del Maestro di Popiglio.

 

 

 

 

Stima  € 35.000 / 50.000
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166

Scuola bolognese, sec. XVII

LA VERGINE CHE CUCE CON TRE ANGELI

olio su rame, cm 25x19

 

Bolognese school, 17th century

THE VIRGIN SEWING ACCOMPANIED BY THREE ANGELS

oil on copper, cm 25x19

 

Il dipinto replica il pendant della Vergine col Bambino e San Giovannino conservata al Louvre (inv. 524), ritenuto perduto sino alla sua ricomparsa nel 2001 in una collezione privata londinese. I due rami costituiscono le primi opere eseguite da Guido Reni, nel 1606, per la famiglia Borghese e donati in seguito al Papa. Malvasia sostiene che nel 1678 appartenessero già alle Collezioni Reali francesi dove nel XVIII secolo sono registrati insieme a un altro dipinto con soggetto analogo al nostro ma con alcune varianti (cfr. S. Pepper, Guido Reni. L'opera completa, Novara 1988, p. 224, scheda 21).

Quest'ultimo, dove la Madonna ha la veste bianca ed è in compagnia di quattro angeli, è stato riconosciuto nell'esemplare battuto a New York da Sotheby's nel gennaio 2017.

Entrambe le versioni della Vergine che cuce erano in precedenza note non solo attraverso le puntuali descrizioni delle fonti (Malvasia, Félibien, D'Argenville, Mariette) ma anche grazie alle versioni incisorie che ne furono tratte e alle numerose copie di qualità eterogenea in circolazione.

Per quanto riguarda il nostro caso, e dunque la variante con veste rossa e tre angeli, le traduzioni a stampa furono opera di G. Tournière, C. Errard e di S. Vouillemont apportando in alcuni casi variazioni alla composizione.

La fedele e puntuale resa di questa fortunata scena, l'attenzione nel disegno anatomico - si osservi per esempio la delicatezza nella gestualità della Madonna - e nella conduzione delle sottili pieghe, porta a non escludere che l'esemplare qui offerto possa essere uscito dalla bottega dello stesso Reni.

 

 

Stima  € 5.000 / 7.000
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172

Scuola fiamminga, prima metà sec. XVII

PAESAGGIO CON GREGGI E PELLEGRINI DI EMMAUS

olio su tela, cm 90x130                                          

                                   

Flemish school, first half of 17th century

LANDSCAPE WITH FLOCKS AND THE DISCIPLES AT EMMAUS

oli on canvas, cm 90x130                                     

 

A partire dai primi anni del Seicento si afferma sulla scena artistica romana, grazie all’esecuzione di originali e fortunate invenzioni, il pittore fiammingo Paul Bril (Anversa, 1554 – Roma, 1626): i suoi paesaggi diventano pertanto assai ricercati presso la committenza portando alla ripetizione delle composizioni di maggiore successo.

È il caso del Paesaggio con ritorno delle greggi e pellegrini di Emmaus qui offerto, di cui ben note sono la tela conservata presso la quadreria di Palazzo Pitti di Firenze, parte con il suo pendant, del gruppo di quadri acquistati nel 1618 dall’eredità dell’abate Bardi, per volere di Carlo de’ Medici, e la sua variante autografa, firmata e datata in basso al centro “P. Bril 1617”, del Louvre. Un ulteriore esemplare, firmato “Paulo Brilo” ed esposto a Utrecht nel 1965, come appartenente a un collezionista genovese, è considerato una variante del quadro a Pitti, mentre corrisponde sin nei minimi dettagli il dipinto esposto a Londra nel 1955, di collezione privata romana (cfr. F. Cappelletti, Paul Bril e la pittura di paesaggio a Roma 1580-1630, Roma, pp. 287-288, schede 131-133). Considerata meno convincente è la versione comparsa sul mercato antiquario a Bruxelles, nella galleria Robert Finck (ill. in “Arte illustrata”, ottobre-dicembre 1969, fig. 11).

L’opera presentata si discosta solo per l’assenza di un paio di figurine, intatto rimane l’efficace effetto di profondità spaziale mediante il forte contrasto di masse e luci, qui accentuato dall’imponente presenza del grande edificio sulla destra, che costituì il punto di forza dei paesaggi di Paul Bril.

                                   

Stima  € 3.000 / 5.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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173

Antonio Franchi

(Villa Basilica, Lucca, 1638 - Firenze, 1709)

LA MADDALENA CHE RINUCIA ALLE VANITÀ

olio su tela, cm 96x118

 

THE REPENTANT MAGDALENE

oil on canvas, cm 96x118

 

Bibliografia di riferimento

F. S. Baldinucci, Vita di Antonio Franchi lucchese, pittor lucchese, Firenze, Biblioteca Nazionale, Cod. palt. 565, vol. I, c. 25v; M. Gregori, Ricerche per Antonio Franchi, in "Paradigma", 1, 1977, pp. 65-89.

 

Ricordata come dispersa da Mina Gregori nell'approfondimento dedicato dalla studiosa ad Antonio Franchi nel 1977 (M. Gregori, Ricerche per Antonio Franchi, in "Paradigma", 1, 1977, pp. 65-89), l'animata e voluttuosa tela qui presentata può essere identificata con certezza con quella dettagliatamente descritta da Francesco Saverio Baldinucci nella biografia dedicata al pittore lucchese: "Tra gl'altri quadri fatti per questa gran Principessa fu molto stimato quello di due braccia e mezzo in cui rappresentò Santa Maria Maddalena penitente che tornata pomposa ma convertita dalla predica di Cristo, se ne sta sedendo sopra d'un letto, riguardando cogl'occhi lacrimanti il Cielo, donde si vedono venire con vago splendore adorni più angioletti, parte de quali portano strumenti di penitenza; altri, calati in terra, strappano vezzi e collane e spezzano specchi e vasi e alcuni altri con lingue di fuoco significanti l'amor di Dio, fulminano gl'amori carnali, i quali, investiti di tali fiamme, se ne fuggono mezzi incendiati" (F. S. Baldinucci, Vita di Antonio Franchi lucchese, pittor lucchese, Firenze, Biblioteca Nazionale, Cod. palt. 565, vol. I, c. 25v).

La commissione dell'opera al Franchi da parte della "gran Principessa" citata da Baldinucci, ovvero Vittoria della Rovere, madre del granduca Cosimo III de' Medici, trova conferma negli scritti autografi conservati agli Uffizi dove il pittore aveva annotato: "La G. Duchessa Madre mi ha ordinato per mezzo del Sig.r Diacinto Marmi un quadro di circa due braccia di una S. maria madalena in atto di rinuntiar le vanità del mondo, o vero S.ta Pelagia o S.ta Egittiaca a mia elettione." (BSU, ms 354, Carte manoscritte originali del pittore Antonio Franchi il lucchese): contratti, diari, conti, ricevute, ricettari in vari fascicoli di vario formato, 2; c. 17v).

L'appunto risale al 1687 e il 5 ottobre dello stesso anno la tela viene saldata per il valore di 60 scudi: dal 1674 l'artista lucchese si era trasferito a Firenze, andando a ricoprire il ruolo di pittore di corte già del Sustermans e godendo della stima incondizionata di Vittoria della Rovere che gli accordava grande libertà nella scelta dei soggetti da dipingere come chiaramente si evince dallo scritto riportato.

Confronti stringenti si possono stabilire con un paio di dipinti considerati capolavori del Franchi, il Tempio d'Amore e il Salomone adora un idolo pagano, eseguiti intorno al 1675 per il Marchese Pier Francesco Rinuccini, pervenuti in seguito per via ereditaria alla famiglia Corsini e quindi venduti sul mercato antiquario londinese, e con la Venere e amorini realizzata per la principessa Violante nel 1694, ora nei depositi delle Gallerie fiorentine.

Nonostante il soggetto sacro, il nostro dipinto rivela la medesima connotazione mondana e una analoga "vena arcadica ed erotica", come evidenziato da Mina Gregori, nonché un gusto improntato verso un "venezianismo classicheggiante" e una ricca gamma cromatica giocata su tinte smaglianti, indaco, giallo e damasco, proprie della produzione pittorica del Franchi fra gli anni Ottanta e i Novanta del Seicento.

La finezza esecutiva,  dall'attenta resa dei capelli ondulati alla descrizione delle stoffe cangianti impreziosite di lumeggiature, e l'illustre committenza medicea ampiamente documentata, rendono l'opera un ritrovamento di estrema importanza.

 

Il dipinto è corredato di perizie scritte di Paola Betti e di Federico Berti.

Stima  € 40.000 / 70.000
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180

Giuseppe Bacigalupo

(Pian dei Preti, 1744 – Genova, 1821)

PAESAGGI CON PASTORI E VIANDANTI

coppia di dipinti, olio su tela, cm 71x85,5

(2)

 

LANDSCAPES WITH SHEEPHERDS AND WAYFARERS

a pair of paintings, oil on canvas, cm 71x85,5

(2)

 

Provenienza

Già Genova, villa Saluzzo Mongiardino

 

Bibliografia di riferimento

F. R. Pesenti, L’illuminismo e l’età neoclassica, in La pittura a Genova e in Liguria dal Seicento al primo Novecento, II, Genova 1987, pp. 349-375; L. Rossi, Giuseppe Bacigalupo, in E. Gavazza, L. Magnani, Pittura e decorazione a Genova e in Liguria nel Settecento, Genova 2000, p. 421; A. Orlando, Dipinti genovesi dal Cinquecento al Settecento, Torino 2010, pp. 24-26.

 

Protagonista della pittura di Giuseppe Bacigalupo è la natura e i suoi personaggi, tratti dai testi evangelici e mitologici o, come nel nostro caso, pastori e viandanti, abitano sempre ampi scenari esemplati sulla campagna romana.

Durante i sei anni trascorsi a Roma, a partire dal 1772, dove era entrato in contatto con Mengs, Batoni e i fratelli Unterberger, l’artista genovese aveva scoperto la sua inclinazione per la pratica del genere paesaggistico, recandosi spesso nei dintorni della città a dipingere quadri immerso nella natura. A questa ricerca del reale, Bacigalupo aveva comunque affiancato lo studio dei modelli della pittura di paesaggio seicenteschi, quali Domenichino, Poussin, e Lorrain.

Rientrato a Genova nel 1779, si afferma pertanto presso l’aristocrazia locale quale esecutore di scene paesaggistiche, spesso realizzate in serie di quattro o più, tra cui la più famosa è quella composta di sei tele con storie mitologiche commissionatagli da Giacomo Filippo III Durazzo per una stanza del suo palazzo in via Balbi, ancora oggi nota come “Sala del Bacigalupo” (collezione Durazzo Pallavicini Cattaneo Adorno).

La coppia di tele presentata proviene da uno dei salotti di villa Saluzzo Mongiardino, fatta edificare all’inizio del XVIII secolo sulle colline di Albaro a Genova: altre due tele con identica provenienza, caratterizzate dalla medesima atmosfera elegiaca e inserite in medesime cornici intagliate e dorate, sono state pubblicate nel catalogo della Galleria Giamblanco del 2014.

La lucida descrizione del dato naturale attraverso minute e calibrate pennellate viene stemperata dall’attento dosaggio della luce dai toni dorati che restituisce quella visione sentimentale e arcadica che fanno del Bacigalupo il continuatore della pittura di “paesaggio ideale”.

                       

Stima  € 10.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
151 - 180  di 417 LOTTI