Antonio di Donnino del Mazziere
(Firenze, attivo tra il terzo e quinto decennio del Cinquecento)
VENERE SPINARIA
olio su tavola, cm 78x60
SPINARIA VENUS
oil on panel, 78x60 cm
Il dipinto raffigura la Venere Spinaria, iconografia rinascimentale che mostra la dea seduta mentre si estrae una spina dal piede. Il soggetto nasce dalla fusione tra il celebre modello antico dello Spinario Capitolino e il racconto dell'anacreontica greca, secondo cui Venere, vagando dopo la morte di Adone, si ferì con una spina di rosa, tingendo con il proprio sangue le rose bianche, da allora divenute rosse.
L’invenzione della composizione è generalmente ricondotta a un affresco perduto eseguito da Raffaello per la Stufetta del cardinale Bibbiena in Vaticano, parte di un ciclo dedicato a Venere e Adone. Il modello ebbe ampia fortuna nel Cinquecento grazie alle incisioni di Marco Dente, noto come Marco da Ravenna (circa 1516), e del Maestro del Dado (1532; cfr.:A. Imolesi Pozzi, Marco Dente: un incisore ravennate nel segno di Raffaello; le stampe delle raccolte Pincastelli, Ravenna 2008, cat. 5 p. 67; B. Sébastien, “Venere Spinaria”: fortuna di un motivo leggendario tra Antichità e Rinascimento, in Vivendo vincere saecvla, 2022, pp. 133-151). In particolare, l’incisione di Dente, la più vicina al dipinto, sembra derivare da un disegno raffaellesco perduto, noto attraverso una copia conservata a Stoccolma e pubblicata da Konrad Oberhuber (Raphaels Zeichnungen. IX, Entwürfee zu Werken Raphaels und seiner Schule im Vatikan 1511/12 bis 1520, Berlin 1972, p. 144, fig. 145).
. Rispetto al disegno preparatorio, l’incisore arricchisce lo sfondo con un articolato paesaggio, caratterizzato da una minuziosa resa naturalistica che rivela l’influenza della grafica di Dürer.
L’opera è riferibile a Antonio di Donnino del Mazziere (Firenze, 1497–1547), pittore formatosi nella bottega di famiglia e vicino alla cultura figurativa di Franciabigio, come ricorda Giorgio Vasari. La sua produzione coniuga la lezione di Andrea del Sarto con una spiccata attenzione al racconto, al paesaggio e ai dettagli naturalistici. La sua personalità artistica è stata definita soprattutto dagli studi di Federico Zeri, che lo incluse tra gli «eccentrici fiorentini».
La tavola trova confronti significativi nella produzione dell'artista, in particolare nella resa del paesaggio. È inoltre plausibile che appartenesse a una stessa serie decorativa di una Venere e Amore incompiuta (Londra, Bonhams, 18 dicembre 1998, lotto 74) con la quale condivide affinità iconografiche, dimensionali e stilistiche.
L’attribuzione è ulteriormente sostenuta dal confronto con alcune teste femminili idealizzate. La resa dei capelli intrecciati, del copricapo, della fisionomia e del panneggio trova infatti puntuali riscontri.
Questi elementi, uniti alla particolare sensibilità nella resa del paesaggio e alla caratteristica attenzione per i dettagli naturalistici, consentono di ricondurre la tavola alla produzione di Antonio del Mazziere, collocandola nell’ambito della pittura fiorentina del primo Cinquecento.
Si ringrazia Marta Villadei per aver proposto l'attribuzione e per la redazione della scheda qui pubblicata.
Inoltre, si ringrazia Christopher Daly per aver autonomamente riconosciuto l'autografia dell'opera al Mazziere.