Gaetano Chierici
(Reggio nell'Emilia, 1838 – 1920)
PATATRAC
olio su tela, cm 65x53
firmato e datato "1884" in basso a destra; due cartigli: “119 / A / 1880" e "155" in basso a sinistra
PATATRAC
oil on canvas, 65x36 cm
signed and dated "1884" lower right; two labels: “119 / A / 1880” and “155” lower left
Gaetano Chierici occupa una posizione di singolare rilievo nel panorama della pittura di genere del secondo Ottocento italiano. La sua produzione fino al 1880 segna l'apice di un percorso che coniuga la precisione tecnica della scuola emiliana con una sensibilità narrativa capace di intercettare il gusto del collezionismo internazionale, da Londra a New York.
Il giovane Chierici si forma tra le accademie di Reggio Emilia, Modena e Firenze. Inizialmente influenzato dal purismo e dal romanticismo storico, vira rapidamente verso lo studio del vero. Fondamentale è il contatto con lo zio, il pittore Alfonso Chierici, e l’osservazione delle correnti macchiaiole durante il soggiorno toscano, sebbene Gaetano decida di non adottare la scomposizione della macchia, preferendo una definizione formale nitida e quasi fiamminga.
A partire dalla metà degli anni Sessanta, Chierici individua il suo tema d'elezione: l'interno domestico contadino. Non si tratta però di una pittura di denuncia sociale (come nel caso di Pelizza da Volpedo o dei realisti lombardi), quanto di un'indagine partecipe e minuta della vita quotidiana, filtrata attraverso un sentimento di serena domesticità.
La cucina diventa il palcoscenico principale. Chierici descrive con virtuosismo i riflessi del rame, la consistenza della farina, il fumo del camino e l’usura dei pavimenti in cotto. In questi luoghi i protagonisti sono quasi sempre bambini, colti in momenti di gioco, piccoli spaventi o interazioni con animali domestici (oche, gatti, galline). Opere come Lo spavento o La catastrofe mostrano una capacità magistrale di rendere le espressioni fisiognomiche e il moto psicologico dei fanciulli.
Dal 1875 al 1880 Chierici gode di una grande successo nei Salon parigini e alla Royal Academy di Londra. La collaborazione con il mercante parigino Goupil permette alle sue opere di varcare l'oceano e nel 1880, il nome di Chierici è sinonimo di una pittura italiana colta, tecnicamente ineccepibile e rassicurante nei contenuti.
La sua tecnica raggiunge una precisione quasi fotografica, senza però risultare fredda. La luce entra lateralmente, spesso da finestre invisibili, creando contrasti chiaroscurali che nobilitano l'umile ambiente rurale. Le opere del 1880 sono preziosi documenti etnografici dell'Appennino reggiano; ogni oggetto (la rocca per filare, la madia, il cesto di vimini) è reso con una verità materica sorprendente. La critica coeva e moderna riconosce a Chierici il merito di aver saputo "monumentalizzare" il quotidiano, mentre la pittura europea si avvia verso l'impressionismo, Chierici sceglie la resistenza della forma. Il suo non è un realismo crudo, ma un "Realismo degli Affetti", e non una narrazione dove il dato oggettivo della povertà è trasfigurato dalla dignità del lavoro e dal calore dei legami familiari.
"Chierici non dipinge solo una stanza; dipinge l'anima delle cose che la abitano, rendendo eterno l'effimero gesto di un bimbo che ride."
Fino al 1880, l'artista rimane fedele a questa visione, consolidando uno stile che rimarrà iconico e che lo renderà, ancora oggi, uno dei pittori dell'Ottocento italiano più ricercati nelle aste internazionali.