Matteo Rosselli
(Firenze, 1575 - 1650)
SAN BENEDETTO TRA I ROVI
olio su tela, cm 144,5x174
monogrammato e datato in basso a sinistra: "MR / 1620"
SAINT BENEDICT AMONG THE BRAMBLES
oil on canvas, 144.5x174 cm
monogrammed and dated lower left: “MR / 1620”
Esempio di pittura ricca di eleganza e in piena temperie controriformata, questa figura di San Benedetto che giace tra i rovi rappresenta un’importante e inedita aggiunta al catalogo di Matteo Rosselli (Firenze, 1578 – 1650), uno dei più autorevoli interpreti della pittura fiorentina del XVII secolo.
L’attribuzione è confermata non solo dall’inconfondibile lessico pittorico del maestro, ma anche dal monogramma “MR 1620”, inscritto in nero sulla pietra in prossimità dell’angolo inferiore sinistro della composizione, che ne certifica in modo inequivocabile la paternità.
Allievo di Gregorio Pagani, di cui ereditò la bottega nel 1605, Rosselli si affermò come uno dei capiscuola della pittura fiorentina del Seicento, capace di coniugare chiarezza narrativa, equilibrio compositivo e decoro morale secondo i dettami della Controriforma, integrandoli con le prime istanze del Barocco.
Fu un punto di riferimento per numerosi artisti destinati a segnare la scena pittorica fiorentina del XVII secolo, tra cui Francesco Furini, Jacopo Vignali e Baldassarre Franceschini. Questi interpretarono il suo stile in maniera personale, sviluppando, soprattutto nel caso di Furini e di Simone Pignoni, una resa più morbida ed evanescente della figura, pur mantenendo l’attenzione al disegno tipica del maestro.
Il San Benedetto, datato 1620, si colloca in una fase matura della carriera di Rosselli, successiva al soggiorno romano al seguito di Domenico Passignano e all’esperienza veneziana, che contribuirono alla sua affermazione e alla conquista di prestigiose committenze, in gran parte legate alla famiglia Medici. Nello stesso anno l’artista realizzò anche il Martirio di Sant’Andrea per la chiesa di Ognissanti, opera anch’essa caratterizzata da intensa spiritualità controriformata e da un vivace cromatismo di ascendenza veneziana.
L’opera qui presentata si distingue per l’eccellente stato di conservazione, con pigmenti ancora brillanti e una materia pittorica ricca e compatta. Colpiscono la nobiltà dell’impianto scenico e la resa accurata della figura del santo, che, pur immersa in una dimensione sacrale, manifesta un naturalismo capace di instaurare un rapporto diretto e immediato con lo spettatore.
È inoltre significativo osservare come l’iconografia di San Benedetto godette a Firenze di ampia fortuna, venendo ripresa da diversi artisti, tra cui Filippo Tarchiani, anche grazie alle committenze della Compagnia di San Benedetto Bianco. Questa confraternita, fondata nel XVI secolo e attiva presso la Basilica di Santa Maria Novella, si inseriva nel più ampio sistema delle associazioni laicali che svolgevano un ruolo centrale nella vita religiosa e sociale urbana.
Alla compagnia parteciparono numerosi artisti e letterati, tra cui Cristofano Allori, Jacopo da Empoli, Lorenzo Lippi, Ferdinando Tacca, Francesco Curradi, Vincenzo Dandini, nonché letterati come Vincenzo da Filicaja e Michelangelo Buonarroti il Giovane.