Giuseppe Puglia, detto il Bastaro
(Roma, 1600 - 1636)
MATRIMONIO MISTICO DI SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA
olio su tela, cm 81x102
MYSTICAL MARRIAGE OF SAINT CATHERINE OF ALEXANDRIA
oil on canvas, 81x102 cm
Il dipinto è accompagnato da uno studio di Massimo Pulini datato 20 maggio 2022, di cui si riporta qui di seguito un estratto.
“Avvolte in un’ombra densa, in un sentimento che si direbbe malinconico, tre figure formano un compatto gruppo, iscritto in un ideale triangolo, che si tiene insieme attraverso un sistema di abbracci e di gesti. Una catena simbolica che sta per essere saldata dal fare delicato di un bambino e dall’anello che questi mette al dito di una giovane regina.
[…] La scena, che si svolge in uno spazio senza elementi di contesto e che si risolve nell’accostamento dei corpi e nella stratificazione dei panni che ricoprono le due donne, è rilevata da una luce che scende da sinistra in direzione diagonale. L’atmosfera notturna, da interno, accentua le cavità oculari e si sposa con l’espressione riflessiva di tutti e tre i protagonisti. Una condizione che rileva la scelta stilistica dell’artista, che si pone a metà strada tra il naturalismo di impronta caravaggesca e il classicismo di matrice emiliana, caravaggesca.
L’eleganza delle forme e la sincerità sentimentale con la quale è trattato tale orientamento porta a circoscrivere l’identificazione dell’autore. Nella prima metà del Seicento pochi artisti si spinsero infatti verso questa terza via di ricerca. Se ne trovano a Roma, a Bologna e nelle Marche, ma ognuno di questi ‘mediatori’ ha avuto contatti con la lezione del classicismo bolognese, sia per un legame diretto con la bottega romana del Domenichino, sia per un contatto con l’ambiente di Guido Reni.
La corrispondenza puntuale dei caratteri e della poetica espressa da questa tela la si ritrova però solo nelle opere di un artista nato a Roma nel 1600 e morto, molto giovane, nel 1636. Giuseppe Puglia, chiamato anche ‘il Bastaro’ dal lavoro del padre, un falegname che produceva basti, i gioghi utili a imbrigliare gli animali da tiro.
La recente monografia curata da Massimo Francucci ci restituisce una personalità che precocemente riesce a interpretare quella ‘terza via’ artistica, tracciando un solco mediano che si colloca tra la stretta frequentazione col caravaggesco Antiveduto Gramatica (del quale diverrà genero sposandone la figlia) e la prossimità ai cantieri romani di Guido Reni.
[…] Questa nobiltà di espressione che sa interpretare insieme natura e ideale, davvero rara nella schierata cultura romana di primo Seicento, fa ancora più rimpiangere la precoce morte di questo artista che scomparve non avendo ancora compiuto trentasette anni.
Il presente dipinto, che si può collocare intorno al 1630 e che forse venne eseguito per devozione privata, torna in tal senso particolarmente utile, segnando uno dei vertici di intimità e di qualità dell’artista romano”.