DAL RINASCIMENTO AL PRIMO 900. PERCORSO ATTRAVERSO CINQUE SECOLI DI PITTURA

DAL RINASCIMENTO AL PRIMO 900. PERCORSO ATTRAVERSO CINQUE SECOLI DI PITTURA

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
2 FEBBRAIO 2021
ore 15:30

Esposizione

FIRENZE
Venerdì      29 gennaio    10-18
Sabato       30 gennaio    10-18
Domenica   31 gennaio    10-18
Lunedì        1 febbraio     10-18

In relazione all’evoluzione dell’emergenza sanitaria in corso, l’accesso all’esposizione e alla sala d’asta potrà essere limitato ad un numero massimo di clienti. Per questo motivo vi consigliamo di prendere un appuntamento.

Contatti:

info@pandolfini.it

+39 055 2340888
 
 
 
Stima   2000 € - 80000 €

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
31 - 47  di 47
12020005107.jpg

Carlo Portelli

(Loro Ciuffenna, 1510 circa – Firenze, 1574)

MADONNA COL BAMBINO

olio su tavola, cm 102x75

 

MADONNA AND CHILD

oil on panel, cm 102x75

 

Provenienza

Torino, collezione privata; Milano, Finarte, asta del 19 novembre 1997, n. 92

 

Esposizioni

Capolavori che si incontrano. Prato, Museo di Palazzo Pretorio, 5 ottobre 2014 – 6 gennaio 2015, n. 7; Carlo Portelli Pittore eccentrico fra Rosso Fiorentino e Vasari. Firenze, Galleria dell’Accademia, 22 dicembre 2015 – 30 aprile 2016, n. 20

 

Bibliografia

A. Nesi, Carlo Portelli, in “Arte Cristiana” 2009, 851, pp. 103-104, fig. 9; p. 108, nota 25; C. Beltrami, in La Pinacoteca di Palazzo Thiene. Capolavori della Banca Popolare di Vicenza, a cura di Ferdinando Rigon, Ginevra – Milano 2001, pp. 87-88, n. 7; Capolavori che si incontrano. Bellini, Caravaggio, Tiepolo e i maestri della pittura toscana e veneta nella collezione Banca Popolare di Vicenza. Catalogo della mostra, a cura di Ferdinando Rigon, Ginevra-Milano 2014, p. 29, ill.; A. Cecchi, in Carlo Portelli Pittore eccentrico fra Rosso Fiorentino e Vasari. Catalogo della mostra, a cura di Lia Brunori e Alessandro Cecchi, Firenze 2015, pp. 148-49, n. 20.

 

Attribuito al Portelli da Federico Zeri in una comunicazione privata alla proprietà, il dipinto è passato in asta con questo nome nel 1997.

Analizzato più compiutamente da Alessandro Nesi, cui si devono i più recenti contributi all’artista, è stato esposto in occasione della mostra dedicata a Carlo Portelli presso l’Accademia di Firenze, che ha offerto l’opportunità di confrontarlo con opere documentate del pittore toscano e con altre di devozione privata a lui attribuite con sicurezza, quali una Sacra Famiglia con S. Giovannino passata a Londra da Christie’s nel 2000 e una Madonna col Bambino e San Giovannino (Musée Paul Dini, Villefranche-sur- Saone) fra tutte le più vicine alla nostra composizione.

Databile a cavallo tra il quinto e il sesto decennio del Cinquecento, e quindi di poco anteriore alle commissioni pubbliche ricevute dal Portelli per chiese di Firenze e della Toscana, la nostra tavola presenta molti dati della cultura visiva di questo raro e interessante pittore. Se le pale d’altare, oggetto di critica da parte di Giorgio Vasari, trovano nei volumi scheggiati, i volti a tratti spiritati, le composizioni affollate del Rosso Fiorentino il loro più immediato riferimento, le opere destinate alla committenza privata rielaborano modelli del primo Cinquecento, aggiornati a contatto con le raffinatissime soluzioni di Francesco Salviati e addirittura del Bronzino, palesemente richiamate nei riccioli elaborati della Vergine e nella posa del Bambino nell’opera qui offerta.

Smagliante nei colori e ricercata nei partiti decorativi, la nostra tavola presenta altresì – del tutto inconsueto- lo squarcio di paesaggio oltre la finestra sul fondo, fiabesco nei suoi motivi e nella colorazione azzurrina.

 

Stima   € 12.000 / 18.000
12019006774.jpg

Francesco Guardi

(Venezia, 1712 – 1793)

RITRATTO DEL PRINCIPE CARLO EDOARDO STUART (1720-1788)

olio su tela, cm 55,5x43,5

 

PORTRAIT OF PRINCE CHARLES EDWARD STUART (1720-1788)

oil on canvas, cm 55,5x43,5

 

Provenienza

Venezia, collezione Maresciallo Schulenburg (?); Germania, collezione privata; Londra, collezione Paul Wallraf; New York, collezione privata

 

Bibliografia

F.J.B. Watson, Two Venetian Portraits of the Young Pretender: Rosalba Carriera and Francesco Guardi, in “The Burlington Magazine” 111, 1969, pp. 333-37, fig. 3; A. Morassi, Guardi. Antonio e Francesco Guardi, Venezia 1973, I, p. 348, cat. 215; II, fig. 233; Francesco Guardi, in Classici dell’Arte Rizzoli, n. 68

 

Da tempo noto agli studi guardeschi e invece assente dal mercato dell’arte, il dipinto ritrae, poco più che adolescente, il figlio di Giacomo III Stuart, ultimo sovrano inglese di quella stirpe in esilio a Roma dove, il 31 dicembre del 1720, nacque appunto Carlo Edoardo, in seguito chiamato “The Young Chevalier” o “The Young Pretender” o, dai sostenitori scozzesi “Bonnie Prince Charlie”.

La storia di questo ritratto, che mostra il giovane principe all’età di diciassette anni con le insegne dell’Ordine della Giarrettiera e la croce di S. Andrea, è stata ricostruita da Francis Watson sulla base di numerosi documenti tra cui quelli relativi all’attività della famiglia Guardi per il Maresciallo Schulenburg pubblicati da Antonio Morassi nel 1960 (Antonio Guardi ai servigi del Feldmaresciallo Schulenburg, in “Emporium” 66, 131, 1960, p. 160), in seguito ripresi da Alice Binion (La galleria scomparsa del Maresciallo von der Schulenburg. Un mecenate nella Venezia del Settecento, Milano, 1990, p. 160).

Come riportato in lettere e documenti relativi all’attività della corte giacobita, il 28 maggio del 1737 il giovane principe fu a Venezia per due settimane: l’accoglienza festosa di cui fu ufficialmente l’oggetto causò tra l’altro un incidente diplomatico con la corte di Inghilterra che giunse a ritirare per alcuni anni il suo ambasciatore presso la Serenissima. Come di regola per ogni viaggiatore del Grand Tour, Carlo Edoardo ordinò il proprio ritratto a Rosalba Carriera che, ormai anziana, lo eseguì molto lentamente così che solo nel mese di novembre il pastello fu consegnato a Roma a palazzo Muti, residenza della corte in esilio.

Le sue vicende successive, a Dresda nella raccolta di Federico Augusto III, in varie collezioni private (e infine a Londra da Christie’s nel 1995) sono state ricostruite da Watson, che ritiene il pastello della Carriera modello del ritratto dipinto a olio da Francesco Guardi e qui presentato.

Oltre che su un’indubbia corrispondenza formale, l’ipotesi si basa su un documento dell’archivio Schulenburg, il pagamento di lire 16 ad Antonio Guardi il 28 maggio del 1738 “per la copia del Ritratto della Signora Rosalba del figlio del Pretendente”.

La sua esecuzione si iscrive dunque nella attività della “Bottega Guardi”, di cui Giovanni Antonio, maggiore di età, era il titolare ma in cui lavoravano anche il minore Francesco e il mal noto Nicolò, per il Maresciallo Matthias von der Schulenburg(1661-1747).

A conclusione di una brillante carriera militare culminata con la difesa di Corfù nel 1716, ricco di una pensione annuale di 5.000 ducati conferitagli dalla Serenissima, questi si era stabilito a palazzo Loredan sul Canal Grande e nel 1724 aveva dato inizio alla propria collezione acquistando ben ottantotto dipinti dalla raccolta di Ferdinando-Carlo Gonzaga Nevers, e commissionandone altri ai più importanti artisti veneziani del momento, tra cui Giovan Battista Pittoni e il Piazzetta, che agirono anche in qualità di consulenti per i suoi acquisti.

Costantemente attivo per il Maresciallo a partire dal 1730, Antonio Guardi, coadiuvato da Francesco e dalla bottega, dipinse quadri di sua invenzione e copie dai grandi maestri veneziani del Cinquecento, come pure ritratti di personaggi celebri desunti da altri modelli.

Tra questi per l’appunto il dipinto che qui presentiamo: la sua esecuzione vari mesi dopo che l’originale aveva lasciato Venezia conferma che, seguendo una prassi consolidata, Rosalba Carriera ne aveva conservato per sé un secondo esemplare in vista di nuove richieste.

Sebbene pagato ad Antonio per i motivi già esposti, la sua esecuzione da parte di Francesco Guardi, proposta da Watson in base a inoppugnabili ragioni stilistiche, è stata accolta dagli studi successivi. Il nostro dipinto sarebbe anzi tra le primissime prove documentate dell’artista veneziano, allora ventiseienne.

 

 

 

Stima   € 30.000 / 50.000
Λ L'opera è corredata di certificato di libera circolazione
12020008693.jpg

Giovan Battista Pittoni

(Venezia, 1687 -1767)

ALESSANDRO ENTRA TRIONFANTE IN BABILONIA

olio su tela, cm 66x82,2

 

ALEXANDER TRIUMPHANT IN BABYLON

oil on canvas, cm 66X82,2

 

Provenienza

Dr. J. Ackerman Coles; per legato testamentario, The Newark Museum, 1926; New York, Sotheby’s, 30 Gennaio 2016, n. 761.

 

Il dipinto qui presentato è uno dei “modelletti” con cui, secondo una pratica sperimentata con successo lungo tutta la sua carriera, Giovan Battista Pittoni ripete la grande composizione commissionatagli nel 1735 da Filippo Juvarra e destinata alla Sala del Trono nel palazzo de La Granja de San Ildefonso, residenza di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese. Oltre al progetto per la facciata del palazzo, si deve infatti al grande architetto messinese la commissione a diversi pittori italiani, molti dei quali già coinvolti nella decorazione del palazzo Reale di Torino, di una serie di tele i cui soggetti tratti dalle gesta di Alessandro alludevano alle virtù del sovrano. Tra queste, per l’appunto, “Alessandro che entra trionfante in Babilonia”, ovvero la Vittoria, ordinata a Giambattista Pittoni, unico veneziano accanto a pittori di altre scuole come Francesco Trevisani, Sebastiano Conca e Francesco Solimena.

Come risulta dai documenti pubblicati per la prima volta da Eugenio Battisti (Juvarra a Sant’Ildefonso, in “Commentari” IX, 1958, pp. 273-97) ed esaminati, per quanto riguarda il Pittoni, da Franca Zava Boccazzi (Pittoni, Venezia 1979, pp. 139, cat. 100; p. 97, doc. 30) in una lettera a Filippo Juvarra scritta da Venezia il 28 settembre 1735 il pittore ringrazia per la commissione ricevuta e riferisce della avvenuta spedizione di un modello finito: più che un bozzetto, un vero e proprio modello di presentazione per il committente, una prassi già seguita in occasione di altri lavori procuratigli dallo stesso Juvarra. La corrispondenza dell’inviato spagnolo a Venezia, il conte di Fuenclara, stabilisce poi che solo nel febbraio 1737 la grande tela (cm 250x350), la cui esecuzione era stata più volte rimandata, era finalmente pronta.

Scomparso pochi mesi prima, Juvarra ne vide dunque solo il modelletto, che la Zava Boccazzi ha proposto di identificare in una tela di raccolta privata (1979, cit., p. 135, cat. 84, fig. 377; R. Pallucchini, La Pittura nel Veneto. Il Settecento, I, Milano 1994, p.536, fig. 861).

Il successo di questa invenzione, in parte debitrice del Trionfo di Mario dipinto da Tiepolo per palazzo Dolfin, ora al Metropolitan Museum, è ulteriormente documentata da un certo numero di repliche in piccolo, ricordate anche da fonti coeve, quali una versione per il conte di Fuenclara e, probabilmente, un “Trionfo di Alessandro sotto le mura di Babilonia” descritto nel 1738 nell’inventario del Maresciallo Matthias von Schulenburgh, di cui Pittoni fu consulente e restauratore tra il 1733 e il 1738.

Stima   € 50.000 / 70.000
12020008694.jpg

Joseph Heintz il Giovane

(Augsburg, c. 1600 – Venezia, dopo il 1678)

RAGAZZO CON PESCI E CROSTACEI, SU SFONDO DI PAESAGGIO

olio su tela, cm 117,5x149,5

 

A YOUNG BOY WITH FISHES AND CRUSTACEANS IN A LANDSCAPE

oil on canvas, cm 117,5x149,5

 

Provenienza

Roma, Galleria Cesare Lampronti; collezione privata

 

Esposizioni

Paesaggi e nature morte dall’Italia e dall’Europa del nord tra XVI e XVIII secolo. Roma, Galleria Cesare Lampronti, 12 novembre – 13 dicembre 1985, n. 47.

 

Bibliografia

V. von Loga, Die Malerei in Spanien vom XVI bis XVIII Jahrhundert, Berlino 1923, fig. 106; F. Bologna, in Paesaggi e nature morte dall’Italia e dall’Europa del nord tra XVI e XVIII secolo. Catalogo della mostra, Roma 1985, pp. 96-97, n. 47; M. Heimbürger Ravalli, Bernardo Keilhau detto Monsù Bernardo, Roma 1088, p. 130 e nota 50, fig. 83. F. Berti, in Il cibo nell’arte. Capolavori dei grandi maestri dal Seicento a Warhol. Catalogo della mostra, Milano 2015, p. 130.

 

Pubblicato per la prima volta come opera di Francisco de Herrera il Giovane (Siviglia 1627-Madrid 1685) e dunque visto nell’ambito del naturalismo spagnolo, il dipinto è stato restituito a Joseph Heintz da Ferdinando Bologna in base al confronto con il probabile pendant, la composizione di pesci e crostacei con due ragazzi su sfondo di porto, identica per dimensioni e firmata per esteso dall’artista tedesco, un tempo nella collezione di Robert Bloch ed esposta alla storica mostra sulla natura morta italiana del 1964 (La natura morta in Italia, Napoli – Zurigo – Rotterdam 1964-1965. Catalogo ed. Milano 1964, p. 111, n. 259, tav. 118 b) e, più recentemente alla rassegna bresciana curata nel 2015 da Davide Dotti (Il cibo nell’arte. Capolavori dei grandi maestri dal Seicento a Warhol, n. 37) nel cui catalogo si faceva riferimento anche al nostro dipinto.

Autore di dipinti di stregoneria e di temi esoterici come di feste veneziane che in qualche modo costituiscono le prime vedute dipinte della città lagunare, intorno alla metà del secolo Joseph Heintz dipinse anche nature morte con pesci e crostacei accompagnate da figure – vere e proprie scene di pescherie – assecondando il gusto per la natura morta diffuso con varie modalità e temi diversi per gran parte dell’Italia.

Si riferiva probabilmente a queste scene “dal naturale” Marco Boschini quando nella Carta del navegar pittoresco, data alle stampe nel 1660, lodava il nuovo corso per cui Heinz, abbandonate stranezze e stregonerie, si era dedicato alle “cose vere, con gran bravura e con vivezza grande”. Una svolta avvenuta intorno alla metà del secolo, come indica la data (variamente interpretata 1652 o 1657) del dipinto già Bloch e quindi del nostro, di cui esiste una replica parziale variata nella figura, documentata nella Fototeca Federico Zeri.

 

Stima   € 25.000 / 35.000
12020002459.jpg

Tommaso Ruiz

(attivo a Napoli alla metà del XVIII secolo)

IL GOLFO DI POZZUOLI

olio su tela, cm 51,5x141

 

THE GULF OF POZZUOLI

oil on canvas, cm 51,5x141

 

Documentato grazie a una serie di vedute napoletane firmate per esteso e variamente datate fra il quarto e il quinto decennio del Settecento, Tommaso Ruiz fu attivo anche per la corte di Carlo di Borbone per cui raffigurò l’eruzione del Vesuvio del 1737 in una tela ancor oggi conservata nel palazzo reale di Riofrio, presso Segovia.

Altra scena legata alle cerimonie della corte, la Festa al Largo di Palazzo in occasione del battesimo dell’Infante nel settembre 1740 unisce al motivo celebrativo un’immagine inconsueta del palazzo reale e della piazza abbellita da apparati effimeri.

Il suo soggetto di maggior successo, a giudicare dalle repliche eseguite, molte firmate e datate, è tuttavia la veduta del golfo di Pozzuoli, con il porto e il castello di Baia sullo sfondo, appunto quello del nostro dipinto che ripete, arricchito di nuovi dettagli nelle figurine in primo piano ma sostanzialmente identico nel paesaggio, la versione firmata e datata del 1749 pubblicata da Nicola Spinosa (Pittura napoletana del Settecento. II. Dal Rococò al Classicismo, Napoli 1988, p. 156, n. 273, fig. 369). Come indicato da Spinosa, in questa veduta nuova nel tema ma tradizionale nell’impostazione quasi “a volo d’uccello”, Ruiz recupera un modello sperimentato per la prima volta da Gaspar Butler nei primissimi anni Trenta in un dipinto poi in collezione privata a Vienna (1988, cit., p. 155, n. 267, fig. 358).

Stima   € 40.000 / 60.000
12020007092.jpg

Laurent Pécheux

(Lione, 1729 – Torino, 1821)

GIOVE E SEMELE

olio su tela, cm 85x128

firmato e datato in basso a sinistra “Pécheux/1751 (o 1753)”

 

JUPITER AND SEMELE

oil on camvas, cm 88x128

signed and dated lower left “PECHEUX / 1751 (o 1753)”

 

Bibliografia

S. Laveissière, Pècheux, peintre romain, in Laurent Pécheux, Un peintre français dans l’Italie des Lumières, 1729 - 1821. Catalogo della mostra, a cura di Sylvain Laveissière (Dole, Musée des Beaux Arts, 2012), Milano 2012, p. 14, fig. 21; S. Laveissière, voce Laurent Pécheux, in Dizionario Biografico degli Italiani, 82, 2015.

 

Comparso per la prima volta sul mercato antiquario francese nel 1993, il dipinto è stato ripetutamente pubblicato da Sylvain Laveissière cui si deve la più recente e completa ricostruzione della biografia e del catalogo dell’artista francese.

La rara scena mitologica costituisce, più esattamente, la sua prima opera nota, datandosi nel breve periodo di ritorno a Lione dopo la formazione parigina nello studio di Charles-Joseph Natoire o, se la data deve leggersi 1753, immediatamente dopo l’arrivo a Roma nel gennaio di quell’anno. Se si eccettua un breve ritorno in patria nel 1800, Pécheux trascorse tutta la vita in Italia, a Roma fino al 1777 e poi a Torino, come pittore di corte di Vittorio Amedeo III. Autore di pale d’altare per la città natale, di sofisticate mitologie per i maggiori committenti romani, da Marcantonio IV Borghese al Balì de Bréteuil, di ritratti ricercati da tutte le corti europee – dai Borbone di Parma a quelli di Napoli, dal “Young Pretender” Charles Edward Stuart a Caterina di Russia – Pècheux fu inoltre legato ai circoli scientifici e filosofici dell’Età dei Lumi di cui ritrasse i protagonisti: la Marchesa Teresa Boccapaduli, mostrata come studiosa di scienze naturali nel bel dipinto ora al Museo di Roma a palazzo Braschi, o il padre Jacquier, illustre matematico raffigurato alla lavagna nel dipinto ora tornato al convento di Trinità dei Monti, dove egli risiedeva.

Il tema del nostro dipinto, ispirato alla Teogonia di Esiodo ripresa da Ovidio nelle Metamorfosi, si riferisce agli amori di Giove per donne mortali e alle loro funeste conseguenze: avendo chiesto all’amante di rivelarsi, Semele è ridotta in cenere dal suo fulgore soprannaturale cui allude, per l’appunto, l’insolita dominante cromatica del dipinto, declinata con diversa intensità nei panneggi e nell’atmosfera infuocata che avvolge la figura divina. Preziosa e sofisticata è poi la natura morta in primo piano.

Lo stesso tema, con diversa composizione, sarà ripreso da Pécheux in un disegno ora al Musée des Beaux Arts di Dijon.

 

 

Stima   € 4.000 / 6.000
12020008695.jpg

Giovan Battista Lampi

(Romeno (Trento), 1751 – Vienna, 1830)

RITRATTO DEL CONTE GIUSEPPE INNOCENZIO FESTI

RITRATTO DELLA CONTESSA MARIANNA FESTI

coppia di dipinti, olio su tela, cm 93x67,5

firmati e datati "Io. Bapt. Lamp. pinx. 1779"

 

PORTRAIT OF COUNT GIUSEPPE INNOCENZIO FESTI

PORTRAIT OF COUNTESS MARIANNA FESTI

oil on canvas, cm 93x67,5, a pair

signed and dated "Io. Bapt. Lamp. pinx. 1779"

Il primo iscritto e dedicato “A Monsieur/Monsieur le Noble Compte/Joseph Innocent Festi/D.o Ebenberg et Braunfeld/Roverede” sulla lettera; iscritto “Aetatis Suae An 38” sul taglio del libro posto sul tavolo.

Il secondo iscritto al centro "Marianna Contessa Festi/ Nobile Bilieni".

Riemersi da pochi anni dall’antica raccolta di provenienza, i dipinti qui offerti concludono la prima attività di Giovan Battista Lamp (che solo nel 1782 adotterà la forma italianizzata “Lampi” del cognome paterno) con la raffigurazione di due esponenti di una delle principali famiglie di Rovereto, dove l’artista trentino soggiorna per gran parte di quel 1779. Come riportato nel regesto di documenti che accompagna il catalogo dell’esposizione monografica tenuta a Trento nel 2001, a cura di Fernando Mazzocca e Roberto Pancheri che ha dedicato al pittore numerosi interventi (Un ritrattista nell’Europa delle corti: Giovan Battista Lampi 1751-1830) in quell’anno Lampi ritrasse vari personaggi dell’aristocrazia cittadina e in particolare i fratelli Giuseppe Innocenzo, Giovanni Bernardino e Lorenzo Festi. Il primo dei nostri dipinti, il cui protagonista è identificato dall’indirizzo della lettera finta sul tavolo, ritrae appunto il maggiore di essi nel suo trentottesimo anno, prima della nomina a Consigliere Aulico del Principe-Vescovo di Trento, Pietro Virgilio Thun, nel 1783, e prima che nel 1788 egli ospitasse per quasi un mese il sedicente Conte di Cagliostro in arrivo da Vienna. Accompagna il suo ritratto quello della moglie, la nobile Marianna de Bilieni, sposata nel 1766. Attivo in Trentino a partire dal 1772 ma con un soggiorno di formazione a Verona nel dicembre dell’anno successivo, nel 1781 Giovan Battista Lampi si reca a Innsbruck per ritrarre una Arciduchessa d’Austria. Inizia così la brillante carriera che lo condurrà nelle più raffinate corti europee, in particolare quella di Caterina II al cui servizio si trattiene dal 1792 al 1798. Legati ai modelli della ritrattistica aristocratica della metà del Settecento, i dipinti qui offerti sono ancora lontani dalle soluzioni che Lampi saprà elaborare negli ultimi due decenni del secolo a contatto coi maggiori protagonisti del genere, fra cui la Vigée-Lebrun. Anticipa tuttavia i suoi capolavori la tecnica raffinatissima con cui l’artista sa rendere i dettagli indicativi del ruolo sociale dei suoi committenti.

 

Stima   € 20.000 / 30.000
31 - 47  di 47

Top