MAIOLICHE E PORCELLANE DAL XV AL XVIII SECOLO

MAIOLICHE E PORCELLANE DAL XV AL XVIII SECOLO

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
18 APRILE 2018
ore 10.30

Esposizione

FIRENZE
13 - 17 Aprile 2018
orario 10-13 / 14–19 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

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1 - 30  di 158 LOTTI
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7

COPPA, CASTEL DURANTE O PESARO, 1540-1550

in maiolica dipinta in policromia con arancio, giallo, verde, blu, bruno di manganese nella tonalità nera, marrone e bianco di stagno. Sul retro traccia di cartellino cartaceo quadrato recante il numero 020 impresso con un timbro; cartellino cartaceo ovale stampato “EUGÉNE VINOT / Curiosités / 7 Quai Malaqua.. / PARIS”; iscrizione a pennello in nero sovrasmalto solo parzialmente leggibile: “Plate du Duc de Parme (…1888)”; iscrizione poco leggibile all’interno del piede “1539 Dona da… Bernardina…”; alt. cm 6, diam. cm 22, diam. piede cm 10,5.

 

La coppa presenta corpo concavo con tesa alta, decorata sul fronte da un bel ritratto femminile di giovane donna raffigurata frontalmente, il volto verso l’alto in atteggiamento di estasi con gli occhi al cielo, i capelli sciolti sulle spalle e le mani giunte in atteggiamento di preghiera, la bocca carnosa semichiusa. La folta capigliatura è trattenuta sulla nuca da un fermaglio verde da cui scende una veletta bianca che va a confondersi con i capelli di colore fulvo-ramato, lasciando scoperte soltanto le orecchie. Il busto, compresso all’interno della coppa, è rivestito di un abito morbido di colore arancio dal quale spiccano le maniche dipinte in verde.

La coppa appartiene alla tipologia delle “belle”, piatti utilizzati per celebrare le future spose da parte del promesso, o come dono di fidanzamento. L’effigiata, probabilmente una fanciulla nubile a giudicare dall’acconciatura, risponde ai canoni della bellezza ideale rinascimentale: pelle chiara, capelli fulvi e atteggiamento che ne sottolinea la virtù.

Tra gli interessanti confronti in collezioni private e pubbliche, ricordiamo la coppa non integra del museo di Baltimora, decorata con l’immagine della Maddalena, realizzata con le medesime accortezze pittoriche: lo sguardo estatico, i capelli sciolti, e l’aggiunta di una mano che sorregge l’unguentario; tale coppa è attribuita a Castel Durante o a Venezia intorno alla metà del secolo XVI. Particolarmente vicina stilisticamente alla nostra anche la coppa del Museo Correr di Venezia attribuita alle manifatture di Castel Durante o Venezia e datata tra il 1530 e il 1540 (G. Mariacher, Mostra di maioliche cinquecentesche del Museo Correr, in “Bollettino dei Musei Civici veneziani”, 3, 1958, fig. 21), dove diversi elementi ci fanno riflettere sulla possibile provenienza da uno stesso ambito produttivo e addirittura da uno stesso artefice. La stessa è stata citata da Carmen Ravanelli Guidotti nella scheda relativa a un’opera analoga con ritratto di “bella” donna proveniente dalla collezione Dutuit, ora nella collezione del Petit Palais a Parigi (Lascito Dutuit, 1902, n. inv. ODUT 01073), sottolineando come il ritratto realizzato con l’uso di una mezza tinta diluita su sfondo blu, reso con ampie pennellate parallele per tutta la lunghezza alle spalle della figura, ben si inserisca in una serie ascrivibile ad una non meglio identificata bottega marchigiana che caratterizza i ritratti con uno sguardo ammiccante. A tal proposito Riccardo Gresta, pubblicando una coppa con figura femminile molto simile a quella del Petit Palais, ritiene superata l’attribuzione a Castel Durante per questa serie, e propone invece una possibile produzione pesarese.

Stima  € 10.000 / 15.000
Aggiudicazione: Registrazione
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8

COPPA, URBINO, BOTTEGA DI GUIDO DI MERLINO, 1542 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con verde, giallo, arancio, blu di cobalto, bruno di manganese; alt. cm 5,2, diam. cm 26,4, diam. cm 12,2.

 

La coppa poggia su un basso piede ad anello poco svasato, con cavetto ampio e concavo, bordo obliquo appena rilevato e labbro arrotondato. Sul fronte la decorazione si sviluppa su tutta la superficie e narra l’episodio di storia romana che vede protagonista Marco Curzio, divisa in più momenti: a sinistra gli abitanti di Roma in fuga, al centro Marco Curzio che incita il cavallo verso il precipizio sorreggendo con la mano destra il vessillo di Roma, e infine sulla destra il popolo romano che porta le libagioni per colmare la voragine.

Nell’analisi della coppa notiamo che l’autore ha probabilmente associato e reinterpretato più incisioni nella formazione del soggetto da raffigurare. La figura del Marco Curzio di Marcantonio Raimondi non ci pare possa costituire il riferimento iconografico corretto per l’opera in esame, mentre sempre da Raimondi ci sembra più simile la figura di Orazio Coclite, cui l’autore del piatto ha aggiunto il vessillo con la scritta SPQR. E anche il personaggio sulla sinistra del piatto potrebbe essere una reinterpretazione da un’incisione del Raimondi.

Il tratto di pennello in manganese sottolinea le forme e i profili, e lo stesso colore è ampiamente utilizzato per definire le ombre del paesaggio, la voragine, l’ingresso del tempio e i tronchi degli alberi. Questi ultimi mostrano alcune lumeggiature in giallo, che ne alleggeriscono le forme, e reggono delle corolle fogliate a ciuffi lumeggiati di bianco. Lo stagno è utilizzato anche per lumeggiare i volti e alcuni particolari, là dove non è sfruttato il bianco del fondo smaltato per illuminare alcuni dettagli. Lo smalto è spesso e abbondante e così pure l’uso del colore. Le figure hanno corpi massicci e muscolosi, con polpacci arrotondati e piedi larghi con le dita ben segnate.

La coppa ad una prima analisi stilistica sempre morfologicamente vicina alle produzioni di una bottega operativa nel ducato di Urbino, e la recente pubblicazione della collezione del Goethe-Nationalmuseum ci fornisce un utile confronto al riguardo. Un grande piatto con “Scipione Africano in Spagna”, la cui iscrizione sul retro si conclude con “… fata in botega de maestroguido de merlino in urbino in san polo”, databile al 1542 (J. Lessmann, Italienische Majolika aus Goethes Besitz. Bestandskatalog, Klassik Stiftung Weimar, Goethe-Nationalmuseum, Stuttgart 2015, pp. 121, 123 n. 36), presenta alcune figure che per resa fisiognomica richiamano fortemente il volto del nostro Marco Curzio e dei personaggi raffigurati sulla coppa in esame. Le espressioni “serene” richiamano poi il San Luca del museo di Oxford (WA1888.CDEF. C450), e anche gli alberi dal tronco scuro e sinuoso lumeggiato con sottili linee parallele, le chiome a ciuffi raccolti, gli elmi con una la visiera quasi alzata, ci indirizzano verso un’attribuzione in tale ambito, confortati anche dal confronto tra il muso del cavallo della nostra coppa e i cavalli dipinti sul piatto del sopracitato museo tedesco. Ancora un altro piatto, con un ductus pittorico meno accentuato ma con il medesimo soggetto, la stessa impostazione nella figura centrale e alcune somiglianze nella resa dei volti, conservato al Metropolitan Museum di New York, recante l’attestazione della bottega di Guido di Merlino e la data 1542 (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance ceramics in the Metropolitan Museum of Art, London 2016, pp. 204-205)

Stima  € 10.000 / 15.000
Aggiudicazione: Registrazione
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9

Benedetto Buglioni

(Firenze 1459-1521)

TESTA, 1515-1520

frammento in terracotta policroma invetriata.

Il volto austero appartiene alla cuspide di una lunetta oggi perduta: Dio guarda in basso, probabilmente benedicente, con sguardo benevolo. La materia è trattata con grande perizia scultorea ed è evidente la vicinanza con opere di Benedetto ancora in collaborazione con Andrea della Robbia, oppure con alcune figure di santi più tarde, come il Sant’Antonio Abate nella chiesa di San Michele Arcangelo a Badia Tedalda (Ar), opera commissionata da Leonardo Buonafede, abate commendatario della Badia, e pagata a Santi Buglioni per conto di Benedetto il 22 settembre 1522, un anno e mezzo dopo la sua morte. Utile il confronto con un Padreterno in collezione privata a New York, che mostra fattezze simili, pubblicato da Allan Marquand nel 1921, come pure con la stessa figura nella lunetta della pala d’altare conservata al Louvre di Parigi che contiene la Madonna tra Santi, nella quale spicca appunto la figura del padreterno benedicente con barba dalla doppia punta e orecchie coperte da fluenti riccioli, mentre tiene in mano un libro con le lettere greche Α e Ω. Questa analisi stilistica e i relativi confronti, la capacità scultorea e la vibrante resa dei tratti fisiognomici ci portano all’attribuzione di quest'opera a Benedetto Buglioni con un buon margine di sicurezza, nella consapevolezza che il frammento meriti uno studio più accurato; cm 29,5x23x14

 

Bibliografia di confronto

A. Marquand, Benedetto and Santi Buglioni, Princeton 1921, p. 69 fig. 63;

F. Domestici, in G. Gentilini (a cura di), I Della Robbia e l’arte nuova della scultura invetriata, cat. mostra, Firenze 1988, pp. 346-351;

G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, Vol. II, Firenze 1992, pp. 390-395;

D. Lucidi, in Glazed. The Legacy of the Della Robbia, New York 2016, pp. 127-129 n. 4

 

Stima  € 4.000 / 6.000
Aggiudicazione: Registrazione
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10

Luca della Robbia “il giovane”

(Firenze 1475-1548)

TONDO CON STEMMA VISDOMINI, 1510-1515 CIRCA

terracotta invetriata policroma, diam. cm 62

 

Provenienza

Firenze, Carlo De Carlo;

Lombardia, Collezione privata

 

Esposizioni

Fiesole, Basilica di Sant’Alessandro, I Della Robbia e l’arte nuova della scultura invetriata, 29 maggio – 1 novembre 1998 (n. IV.19);

Firenze, Galleria dell’Accademia, Un Tesoro Rivelato. Capolavori dalla collezione Carlo De Carlo, Firenze, marzo 2001 (n. 20)

 

Bibliografia

G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992, p. 334, 314;

F. Quinterio in G. Gentilini, I Della Robbia e l’“arte nuova” della scultura invetriata, Firenze 1998, p. 314, n. IV.19;

M. Scalini, A. Tartuferi, Un Tesoro Rivelato. Capolavori dalla collezione Carlo De Carlo, Firenze 2001, p. 59, cat. 20, tav. XVII;

R. Dionigi, Stemmi Robbiani in Italia e nel Mondo. Per un catalogo araldico, storico e artistico, Firenze 2014, n. 129

 

L’opera si presenta composta di una ghirlanda di foglie e frutti e di un tondo centrale in cui campeggia uno scudo sannitico affiancato da iscrizione. Il fregio di frutta, in questo caso privo della cornice architettonica esterna, presenta sei gruppi di tre frutti ciascuno (pere, uva, mele, pigne, limoni e cetrioli) alternati a fiori, foglie e fave. Lo stemma reca il nominativo della famiglia Visdomini (DE BISD[ONI]NIS) diviso in due parti e centrato da uno scudo sannitico gigliato con leone passante su una banda di vaio obliqua.

Come spiega Francesco Quinterio (op. cit.) i Visdomini costituivano un gruppo famigliare che per privilegio aveva il diritto di amministrare la diocesi fiorentina nei momenti in cui la sede vescovile era vacante. A Firenze a partire dal secolo XI il vicedominato divenne retaggio di una casata, che si attribuì in seguito il cognome derivandolo da questo stesso ufficio.

L’attribuzione dell’opera a Luca “il giovane” è stata proposta da Giancarlo Gentilini in ragione della modellazione particolarmente incisiva e raffinata, e delle tonalità delicatamente variate degli smalti. Proprio la particolare bellezza degli smalti e la perfetta cottura degli stessi dimostra una perizia acquisita e una realizzazione da parte di una bottega e di un maestro di eccellenti capacità.

 

Stima  € 25.000 / 35.000
Aggiudicazione: Registrazione
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11

Andrea della Robbia
(Firenze 1435-1525/1528)
SEI MATTONELLE E DICIOTTO FRAMMENTI, 1500 CIRCA
in maiolica smaltata e dipinta in policromia con blu di cobalto, in bruno di manganese e giallo, alcune con nervature a rilievo e alcune con un lato lungo rialzato. Le mattonelle intere cm. 32x17, cm 32x16, cm 32x15, cm 32x14, cm 32x10 e cm 32x7; tutte spessore cm 4 circa (complessivamente 24 elementi)

Provenienza
San Lorenzo, Cappella del Latte, Montevarchi;
Collezione privata, Firenze

Esposizioni
I Della Robbia e l’arte nuova della scultura invetriata, Fiesole, Basilica di Sant’Alessandro, 29 maggio – 1 novembre 1998

Bibliografia 
G. Gentilini (a cura di), I Della Robbia e l’arte nuova della scultura invetriata, Firenze 1988, pp. 245-247 n. II.43

Queste piastrelle murali facevano parte di un complesso apparato decorativo maiolicato realizzato per la Cappella del Latte collocata all’interno della Chiesa di San Lorenzo a Montevarchi (Arezzo). Le mattonelle, di grosso spessore, sono realizzate con una terracotta bianco grigiastra ricoperta da uno smalto bianco latte abbellito con un motivo di chiara ispirazione islamica, che prevede l’accostamento dei motivi a fiori pluripetalo e foglie dentellate a formare una complessa decorazione, con chiaro richiamo agli ornati delle stoffe coeve utilizzate architettonicamente a guisa di tendaggi. Tale rivestimento era stato commissionato alla bottega di Andrea della Robbia dalla locale Fraternità del Sacro Latte per adornare la cappella dedicata appunto alla reliquia del Sacro Latte della Vergine, oggetto di culto popolare a partire dal secolo XIII. Un fregio, sempre opera della bottega di Andrea della Robbia e ora conservato al locale Museo di Arte Sacra, testimonia l’arrivo della reliquia a Montevarchi. Francesca de Luca ha dettagliatamente studiato queste opere nel catalogo realizzato in occasione dell’importante mostra sui Della Robbia, tenutasi a Fiesole nel 1998, nella quale furono appunto inserite. Altre piastrelle dello stesso parato murario sono esposte nel già citato Museo d’Arte Sacra di Montevarchi, dove è conservata anche la parte finale del tendaggio a frange, con la resa plastica delle pieghe, caratteristiche di un tessuto appeso. Questo genere di ornato con disegno a tappeto era spesso realizzato dalla bottega robbiana tra la fine del XV e gli inizi del secolo XVI, come testimoniato da resti presenti anche in altre collezioni private.

Stima  € 8.000 / 12.000
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13
Stima  € 4.000 / 6.000
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14

COPPA, URBINO, 1565-1570

in maiolica dipinta in policromia con verde, blu di cobalto, giallo, giallo-arancio, bruno di manganese. Sul retro iscrizione in bruno di manganese nella tonalità nera piuttosto diluita “de Allissandro magnio”. Alt. cm 6,5, diam cm 29,9, diam. piede cm 13.

 

Bibliografia di confronto

J. Lessmann, Herzog Anton Ulrich-Museum Braunschweig, Italienische Majolika, Katalog der Sammlung. Brunswick 1979, pp. 195-196 n. 181

 

La coppa poggia su un basso piede ad anello con orlo dritto appena estroflesso e tagliato a stecca. Il cavetto è ampio e concavo con un bordo obliquo appena rilevato, e con labbro arrotondato. Lo smalto è spesso e presenta numerose crettature su tutta la superficie, qualche imperfezione e segni di appoggio. Sul retro, al centro del piede, un’iscrizione in bruno di manganese nella tonalità nera piuttosto diluita “de Allissandro magnio”.

La decorazione interessa l’intera superficie del cavetto e mostra una scena istoriata centrata da una roccia alta dalla morfologia complessa, tratteggiata in giallo e giallo-arancio a simulare la scabrosità della pietra. Ai lati della scena alcuni alberi dal tronco lungo e sinuoso con chiome a ciuffi compatti o a fogliette lanceolate. Sullo sfondo un paesaggio montuoso con rilievi dal profilo quadrato e paesini che si specchiano in un paesaggio lacustre. Al centro del piatto Alessandro Magno a cavallo, accompagnato dalla sua corte, si dirige verso il cinico Diogene, qui raffigurato seduto su alcuni grossi volumi di fronte alla botte che gli fa da abitazione. In primo piano uno specchio d’acqua delimitato da una sponda a profilo orlato e da un piccolo steccato.

La scena è dipinta con grande freschezza: lo stile, netto e preciso, trova riscontro soprattutto nelle opere vicine alla bottega di Orazio Fontana, data anche la somiglianza con un piatto del Museo di Braunschweig (Inv. Nr. 158) raffigurante la stessa scena, dove il cavallo mostra una forma del muso molto vicina a quella qui rappresentata, ma anche la stessa bardatura caratterizzata dalla mancanza della sella sostituita da un semplice drappo annodato.

Diverse caratteristiche stilistiche ci sembrano molto prossime alle opere della bottega Fontana, tra le quali lo specchio d’acqua in primo piano, la pacatezza dei volti dei personaggi, e il modo di delineare i corpi dalla muscolatura piena, ma descritta con una certa morbidezza, e anche la figura di Diogene, che ricorda molte delle divinità marine spesso raffigurate sulle opere attribuite a Orazio Fontana o comunque a lui prossime. Molti i confronti soddisfacenti anche con opere importanti del maiolicaro urbinate, come la splendida e assai nota coppa con Orfeo del Victoria and Albert Museum (Inv. 8951-1863) o il piatto con I figli di Giacobbe dello stesso museo (Inv. C.485-1921), dove l’accostamento può essere fatto con il modo di dipingere i volti dei personaggi e soprattutto le zolle che sostengono la scena

Stima  € 12.000 / 16.000
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17

PIATTO, FAENZA, FINE SECOLO XV-INIZI XVI

in maiolica decorata con blu di cobalto, giallo, giallo arancio e verde ramina. Il piatto presenta la caratteristica forma con ampia svasatura e cavetto profondo separato dalla tesa da un gradino smussato, la tesa orizzontale e terminante in un orlo arrotondato. Il retro, privo di piede, ha un appoggio appena incavato. Sul fronte e sul retro sono evidenti gli appoggi dei distanziatori di cottura. Al centro della composizione un giovane paggio è ritratto di profilo, rivolto a sinistra, con i capelli lunghi ricadenti sulle spalle e trattenute da una fascia, vestito di un giustacuore ricamato; il profilo ombreggiato e inserito in un medaglione riempito da puntinature. Tutto intorno si sviluppa un ornato a cornici concentriche decorate da motivi a embricazioni, a crocette, spirali concentriche, perlinature, ornati a nodo e a dente di lupo con campiture riempite da puntinature.

Il piatto costituisce un valido esempio della produzione tardo quattrocentesca a Faenza e ben s’inserisce nella vasta famiglia delle “Belle” che, talvolta propone, al centro della composizione, un ritratto maschile. La ricchezza del decoro, la finezza e nella decorazione e la presenza di motivi già rinascimentali ci fa ritenere quest’opera come precoce rispetto alle produzioni più note. Il retro è decorato con filettature concentriche, note comunemente come motivo “a calza” nei colori giallo ocra e blu. Un esemplare simile, sebbene più semplificato nella scelta del decoro con aggiunta di palmetta persiana nella tesa, mostra un’impostazione vicina a quella della nostra opera, ugualmente con profilo maschile, ma con l’aggiunta di due ali, è stato pubblicato nel 1985 da Rino Casadio. Anche i frammenti presenti sul territorio faentino, alcune analogie con decori pavimentali e la raffinatezza pittorica ci fanno pensare al periodo di transizione tre i due secoli. Inoltre, al di là dei ritratti delle Belle o di paggi, questo tipo di decoro vede protagonisti anche simboli amorosi, come nel piatto con coniglio, gamelio d’amore, presentato da Carmen Ravanelli Guidotti nella monografia sul ritratto sulla ceramica faentina del Rinascimento; alt. cm 4,5, diam. cm 27,5, diam. piede cm 9,5

 

Bibliografia di confronto

R. Casadio, Maioliche faentine dall’Arcaico al Rinascimento, Faenza 1985, pp. 48-49;

C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1988, pp. 236-250;

C. Ravanelli Guidotti, Delle gentili donne di Faenza. Studio sul “ritratto” sulla ceramica faentina del Rinascimento, Faenza 2000, p. 353 n. 30

 

Stima  € 15.000 / 25.000
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Stima  € 7.000 / 10.000
1 - 30  di 158 LOTTI