Importanti Maioliche Rinascimentali

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ALBARELLO

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ALBARELLO

MONTELUPO, SECONDO QUARTO SECOLO XV

Maiolica decorata in monocromia blu su fondo maiolicato.

Alt. cm 24,8, diam. bocca cm 10,6, diam. piede cm 10,2.

 

Provenienza

Christie’s, Londra, 5 luglio 2012, lotto 1;

Collezione privata, Firenze

 

Bibliografia

M. Marini, Passione e Collezione. Maioliche e ceramiche toscane dal XIV al XVIII secolo, catalogo della mostra, Firenze 2014, p. 71 n. 31

 

Il vaso apotecario ha un’imboccatura larga con orlo piano estroflesso e breve collo cilindrico terminante in una spalla carenata. Il corpo è  anch’esso cilindrico e termina in un calice appena accennato, con una strozzatura che finisce nel piede a base piana e con orlo arrotondato.

Il decoro, dipinto in blu di cobalto, è incentrato su una distribuzione simmetrica in registri sovrapposti senza soluzione di continuità.

La morfologia del contenitore è ben nota e peculiare dei manufatti in maiolica della famiglia italo-moresca prodotti delle officine toscane già nel corso del secolo XIV, ma con massima diffusione nel corso del secolo XV (1).

Chompret (2) già nel 1949 attribuiva questa serie di opere ad area fiorentina, elencandone diversi esemplari: l’albarello cosiddetto “cufico” presentato in asta in questa sede nel 2014 (3), l’albarello del Victoria and Albert Museum, morfologicamente e stilisticamente assai vicino al nostro vaso (4), quello del Fitzwilliam Museum di Cambridge che presenta una variante nella piccola ansa aggiunta appena sotto il collo (5), ed uno al Museo di Berlino (6). Un ulteriore confronto ci viene dall’albarello simile della collezione della Cassa di Risparmio di Perugia, considerato di produzione montelupina e, in base ai confronti musealizzati già citati, datato agli anni 1440-1470 (7).

Fausto Berti ha fornito un’accurata analisi di questa tipologia (8), raggruppando i confronti della tipologia in blu prevalente nella versione ispirata alla pittografia araba (9) e pertanto definita “cufico” o meglio “pseudocufico” o alla damaschina.  Si tratta di un uso decorativo medio-orientale che, oltre a veicolare i versetti del Corano, fungeva da motivo ornamentale e si rifaceva al vasellame di produzione dei vasai moreschi di Valenza, ma impreziositi dal lustro metallico. Questo decoro divenne un riferimento per i vasari occidentali, che ne utilizzarono l’intreccio compositivo a puro scopo ornamentale. Tale modalità stilistica rimase in auge per circa un cinquantennio, fino all’incirca alla fine del ’400 (10): proprio per questa ragione la datazione della famiglia andrebbe collocata nel periodo compreso tra il 1430 e il 1460 circa (11).

Marino Marini, che ci fornisce una scheda dettagliata di quest’opera, ricorda che questi prodotti s’ispiravano agli esemplari provenienti direttamente dalla Spagna, giunti tramite le compagnie mercantili soprattutto quelli a lustro metallico, proponendo per quest’opera una collocazione geografica di produzione da parte di una bottega del medio Valdarno probabilmente a Montelupo dato l’alto numero di frammenti coerenti provenienti dalla zona.

 

 1 SPALLANZANI 2006;

 2 CHOMPRET 1949 (rist. 1986), Vol. II, p. 83 n. 656;

 3 PANDOLFINI 2014, pp. 14-17 lotto 2;

 4 RACKHAM 1977, p. 14 n. 51, inv. 1143-1904;

 5 POOLE 1995, pp. 108-110 n. 164, inv. 181-1991;

 6 HAUSMANN 1972, pp. 99-101 n. 76;

 7 M. MARINI in WILSON-SANI 2007, pp.38-41 n. 84;

 8 BERTI 1997-2003, Vol. III, p. 126 e tavv. 11-15;

 9 RAVANELLI GUIDOTTI 1990, pp. 22-25;

 10 Datazione proposta in CORA 1973, p. 129;

 11 Berti sottolinea come, al momento, l’assenza di scavi al di fuori di Montelupo impedisca una corretta attribuzione all’una o all’altra fabbrica di Valdarno, pur ammettendo la presenza del decoro anche nelle manifatture di Bacchereto, presso Firenze; inoltre, la mancanza di segni di bottega limiterebbe l’attribuzione a luoghi diversi da Montelupo.