Umberto Giunti, detto 'Falsario in calcinaccio'
(Siena, 1886 - 1970)
RITRATTO MASCHILE IN STILE RINASCIMENTALE
RITRATTO FEMMINILE IN STILE RINASCIMENTALE
coppia di dipinti, tempera su intonaco, cm 33x27
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MALE PORTRAIT IN REINASSANCE MANNER
FEMALE PORTRAIT IN REINASSANCE MANNER
a pair of paintings, tempera on plaster, 33x27 cm
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A Federico Zeri si deve l’individuazione di un artista fino ad allora ignoto, attivo nell’Italia centrale nei primi anni del Novecento, autore di una consistente produzione di pitture su intonaco, rifinite a tempera e concepite per simulare frammenti di affreschi antichi, al quale lo studioso attribuì la definizione di “falsario in calcinaccio”. Le sue opere, pur ispirate al repertorio figurativo del tardo Quattrocento, non miravano all’imitazione di un singolo maestro, ma combinavano in modo eclettico elementi tratti da tradizioni diverse. Il suo obiettivo non era, infatti, la contraffazione puntuale, ma la ricostruzione ideale di un clima espressivo. Il confronto tra il Corteo con trombettiere, circolato sul mercato come opera quattrocentesca, e il drappellone dipinto da Umberto Giunti per il Palio di Siena del 2 luglio 1908 costituisce un primo indizio concreto per attribuire a quest’ultimo i cosiddetti “calcinacci” (G. Mazzoni, Identificazione del "falsario in calcinaccio", in G. Mazzoni. Quadri antichi del Novecento, Vicenza 2001, pp. 159-180). Poco più che ventenne e appena uscito dall’Istituto di Belle Arti di Siena, Umberto Giunti frequentò lo studio di Icilio Federico Joni, già figura affermata e punto di riferimento per i giovani artisti senesi. Fu probabilmente in quegli anni che Giunti iniziò a realizzare i primi “calcinacci”, così come dimostrato da un ritratto raffigurante un personaggio maturo, elegantemente vestito e colto in momento di assorta riflessione durante la lettura, portato all’attenzione di Bernard Berenson nel 1907, e i due Personaggi “rinascimentali” del Museo Nazionale di Varsavia, di cui uno mostra un legame preciso con il busto di Fulvio Corsini di Francesco di Giorgio. Come già avvenuto per uno dei due Personaggi “rinascimentali”, anche in questo caso Giunti sembra essersi ispirato ad un’opera ben precisa. Infatti, la figura maschile si configura come un evidente rimando del Ritratto di Francesco delle Opere di Pietro Vannucci, detto il Perugino. Il benestante artigiano fiorentino della fine del Quattrocento viene da Giunti privato della sottile tensione psicologica, malinconica e assorta che caratterizza il dipinto peruginesco, per assumere i tratti di una figura dal valore più universale. Anche lo sfondo risulta semplificato: le raffinate ambientazioni di ascendenza fiamminga, memori di Memling, vengono meno, sostitute da un’atmosfera più neutra che, tuttavia, consente allo spettatore di ricondurre immediatamente l’immagine alla scuola umbra, grazie alle dolci colline punteggiate da alberelli esili e frondosi.