DIPINTI ANTICHI

21 DICEMBRE 2022

DIPINTI ANTICHI

Asta, 1170
Firenze
Palazzo Ramirez Montalvo
ore 15:30
Esposizione
FIRENZE
Venerdì 16 dicembre 2022 10-18
Sabato
17 dicembre 2022 10-18
Domenica
18 dicembre 2022 10-13
Lunedì 19 dicembre 2022 10-18

 
 
 
Stima   2500 € - 80000 €

Tutte le categorie

31 - 60  di 60
31

Guillaume Courtois detto Guglielmo Cortese

(Saint Hippolyte, 1628 – Roma, 1679)

VENERE TRATTIENE MARTE DALL’UCCIDERE ADONE

olio su tela, cm 69x77

 

VENUS, MARS AND ADONIS

oil on canvas, cm 69x77

 

Provenienza

New York, Sotheby’s, 7 Aprile 1989, n. 89

collezione privata

 

Già attribuito alla cerchia di Ludovico Gimignani all’epoca della sua prima comparsa sul mercato dell’arte, questo inedito dipinto deve essere invece restituito alla produzione giovanile di Guglielmo Cortese, nel sesto decennio del Seicento.

Immediati sono infatti i riscontri con la coppia di scene dell’Eneide (Venere dona le armi a Enea e Enea e Didone nella tempesta) già in collezione Lemme, restituiti da Erich Schleier all’artista borgognone e commentati esaustivamente da Simonetta Prosperi Valenti Rodinò (Il Seicento e Settecento Romano nella Collezione Lemme. Catalogo della mostra, Roma 1998, pp. 13-31, nn. 45-46, ill.).

Quasi sovrapponibili, in particolare, gli sfondi paesistici di stretta marca dughettiana, tanto da aver fatto pensare, nel caso di Enea e Didone nella tempesta, a una collaborazione diretta di Gaspar Dughet: un’ipotesi respinta dalla Prosperi Valenti che ne dà conto, sottolineando invece la contiguità dei due artisti – entrambi peraltro francesi romanizzati – nel cantiere di palazzo Pamphilj a Valmontone, appunto negli anni Cinquanta.

Da sottolineare, infine, la scelta di un soggetto raro e sofisticato direttamente ispirato, nel gruppo di Venere e Marte, alle figure corrispondenti nell’affresco di uguale soggetto dipinto da Giulio Romano nella camera di Psiche a Palazzo Te

 

 

Stima    12.000 / 18.000
35
Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
36

Michel Dorigny

(Saint Quentin, 1616 - Parigi, 1665)

RIPOSO DALLA FUGA IN  EGITTO

olio su tela, cm 68x57

 

THE REST ON THE FLIGHT INTO EGYPT

oil on canvas, cm 68x57

 

Bibliografia

A. Brejon de Lavergnée, Nouveaux tableax de chevalet de Michel Dorigny, in Simon Vouet. Actes du colloque international. Galeries Nationales du Grand Palais, 5-6-7 février 1991. A cura di Stéphane Loire, Parigi 1992 (pp. 417 e ss.), p. 428, fig. 19.

 

Allievo e collaboratore di Simon Vouet, il più celebre artista della sua generazione attivo a Parigi, Michel Dorigny fu in primo luogo l’interprete e il divulgatore delle opere del maestro che riprodusse all’incisione a partire dal 1640.

La sua attività come incisore e aiuto di Vouet, di cui sposò la figlia Jeanne-Angélique nel 1648, ha a lungo lasciato in ombra la sua produzione originale, riconosciuta dal titolo di “peintre ordinaire du roi” con cui è indicato in più occasioni.

La sua attività di raffinato decoratore di palazzi parigini, solo in parte conservata, e di pittore da cavalletto dedito a temi religiosi e mitologici a imitazione del maestro è stata ricostruita anche a partire dal suo corpus di disegni grazie agli studi di Barbara e di Arnauld Brejon de Lavergnée, che a più riprese si sono occupati dell’artista.

Il dipinto qui offerto, restituito oralmente a Dorigny da Pierre Rosenberg, è stato appunto pubblicato da Arnaud Brejon come opera di ubicazione ignota, spettante alla tarda attività del pittore intorno al 1660. Lo studioso propone di identificarlo con una tela eseguita per l’oratorio di Anna d’Austria nel palazzo del Louvre, la cui descrizione nell’inventario di Nicolas Bailly del 1709 corrisponde alla nostra per soggetto e dimensioni, sebbene di forma ottagonale (il che lascerebbe supporre una riduzione o l’inserimento in una cornice con tale luce): “…. Un tableau représentant une Vierge tenant l’enfant jésus sur ses genoux, saint Joseph acompagné d’anges, sous des palmiers… de forme octagone. Paris au Louvre. Oratoire de la Reyne”.

A lungo custodito in una raccolta privata, viene ora riproposto dopo oltre trent’anni dalla sua prima apparizione.
Il dipinto sarà inserito nel catalogo generale di prossima pubblicazione presso Arthena, Parigi, a cura di Damien Tellas che ne ha confermato l'attribuzione.

 

 

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
37

Andrea Mainardi detto Il Chiaveghino

(Cremona, 1550 circa – 1617)

MOSTRA DI VERDURA E DI FRUTTA CON FIGURE

olio su tela, cm 114x125

 

STILL LIFE OF VEGETABLES AND FRUIT WITH FIGURES

oil on canvas, cm 114x125

 

Provenienza

Venezia, Semenzato, asta del 2 maggio 2004, n. 39

collezione privata

 

Tradizionalmente riferito al Chiaveghino nella raccolta di provenienza, e come tale passato in asta da Semenzato, il dipinto costituisce un unicum nel catalogo dell’artista cremonese a cui è stato ricondotto per l’evidente legame con la produzione di Vincenzo Campi, e in particolare con la notissima Fruttivendola a Brera, che alla data del 1580 circa costituisce uno degli incunaboli della natura morta italiana.

Il Mainardi è appunto documentato per la prima volta a Cremona in rogiti del 1572 e del 1574 che riguardano Giulio e Bernardino Campi, di cui fu allievo secondo i biografi locali: sebbene la sua produzione documentata sia essenzialmente di soggetto sacro, con particolare riferimento al clima religioso post-tridentino, la sua propensione per motivi simbolici trova riscontro negli elementi che nel nostro dipinto alludono appunto alle stagioni e ai doni della Terra nei diversi tempi dell’anno.

Anche la figura femminile al centro della composizione, evidente citazione da un modello di Tiziano, richiama Pomona, divinità “signora dei frutti”: tale infatti il significato della figura negli Staatlichen Museen di Berlino, forse il dipinto di tale soggetto offerto circa il 1567 a Jacopo Strada.

A metà tra divinità agresti e venditori di frutta, le figure nel nostro dipinto sono solo il pretesto – come appunto nelle tele di Giulio e Vincenzo Campi e dei loro modelli fiamminghi – per la raffigurazione di una ricchissima mostra di frutta e ortaggi di ogni stagione, legati anche dal punto di vista cromatico alle enigmatiche figure di sfondo.

 

Stima    50.000 / 80.000
40

Giuseppe Cesari, detto il Cavalier d’Arpino

(Arpino, 1568 – Roma,1640)

SACRA FAMIGLIA IN UN PAESAGGIO

olio su tela, cm 140x180

 

THE HOLY FAMILY IN A LANDSCAPE

oil on canvas, cm 140x180

 

Provenienza

New York, Sotheby’s, 29 Gennaio 2015, lot 360

collezione privata

 

Inedito e non replicato, il bel dipinto qui offerto si distingue nel folto catalogo del Cavalier d’Arpino anche per l’esecuzione su tela e per le grandi dimensioni, relativamente inconsuete nella sua produzione destinata alla committenza privata, composta per lo più da tavole quando non da rami lucenti o supporti lapidei, tutti di misure relativamente contenute quando non decisamente esigue.

Anche il soggetto – quasi sovrapponibile al cosiddetto “Riposo in Egitto” se non fosse per la presenza del piccolo Giovanni Battista, quasi compagno di giochi di Gesù bambino – costituisce un unicum nel corpus dell’artista, che seppe declinare in modi diversi e con sottili varianti il tema della Sacra Famiglia nel paesaggio.

Confronti stilistici rimandano alla produzione giovanile dell’artista, intorno alla metà dell’ultimo decennio del Cinquecento, quando Giuseppe Cesari era impegnato nella decorazione della cappella Aldobrandini in Santa Maria in Via: sono proprio i laterali della cappella, con le Adorazioni dei pastori e dei Magi che affiancano l’Annunciazione sull’altare a offrire i maggiori riscontri col nostro dipinto.

Anche lo sfondo paesistico, legato al modello nordico tardo-cinquecentesco, offre confronti con quello della coeva Fuga in Egitto a Roma nella Galleria Borghese, documentata in collezione dal 1617 (cfr. H. Roettgen, Il Cavaliere Giuseppe Cesari d’Arpino. Un grande pittore nello splendore della fama e nell’incostanza della fortuna, Roma 2002, p. 286, n. 56).

Stima    70.000 / 100.000
L'opera è corredata di certificato di libera circolazione
41

Scuola Fiamminga, sec. XVI-XVII

MERCATO DI FRUTTA

MERCATO DEL PESCE

coppia di olii su tela, cm 159x230

 

Flemish school, 16th-17th century

FRUIT MARKET

FISH MARKET

oil on canvas, cm 159x230, a pair

 

Il primo recante etichetta sul telaio “Marchands de légumes/BEUCKELAIR/N. 52/EXPOSITION FLAMANDE/1961

 

Referenze fotografiche

Fototeca Federico Zeri, scheda 89564 (Mercato del pesce)

 

Attribuiti alla bottega cremonese di Vincenzo Campi nella raccolta di provenienza, i dipinti qui presentati devono essere piuttosto ricondotti a quella di Joachim Bueckelaer (circa 1530-circa 1570) attivo ad Anversa nel terzo quarto del Cinquecento o, più verosimilmente, all’attività di un suo seguace immediato.

A Bueckelaer li attribuiva infatti un’etichetta al retro di entrambe le tele, probabilmente da riferire a un’esposizione di cui, al momento, non è stato possibile rinvenire dettagli e, in modo più significativo, l’annotazione autografa di Federico Zeri al retro della fotografia della seconda tela qui offerta.

Sono infatti numerosi, soprattutto in quest’ultima, i motivi di confronto iconografici e compositivi con le opere documentate del pittore fiammingo, in particolare con le tele ora nel Museo di Capodimonte, dalla collezione Farnese: si veda a questo proposito il Mercato del pesce (inv. Q 163) simile al nostro anche per dimensioni, siglato e datato del 1570, che ne anticipa la scansione in due parti caratterizzate, rispettivamente, dal tavolo ingombro di salmoni interi e a tranci, e da un barile pieno d’acqua alla cui superficie galleggiano pesci di specie diverse.

Anche le arcate che sullo sfondo della tela a Capodimonte scandiscono in più segmenti il paesaggio urbano trovano riscontro nel nostro dipinto, dove inquadrano splendidi brani paesistici e architetture di evidente gusto nordico.

Assenti in questa tela come nel Mercato di frutta che, come nelle tele farnesiane ora a Capodimonte, accompagna la pescheria, le scene neotestamentarie a piccole figure che, alla nascita del genere, accompagnavano sullo sfondo le nature morte in primo piano.

Questo dato suggerisce una data relativamente avanzata per i nostri dipinti, eseguiti quando il genere della natura morta, ormai generalmente accettato, non richiedeva i pretesti narrativi che ne avevano segnato i precedenti, nelle Fiandre come in Italia.

Più aneddotico è invece il gusto delle figure che, nel nostro caso, accompagnano le esposizioni di verdure e di pesce, e comunque più morbida è la loro definizione, tanto da far pensare a una mano diversa nell’ambito della bottega di Joachim Bueckelaer, se non in una bottega diversa e di poco più più tarda.

Stima    80.000 / 120.000
42

Melchiorre Gherardini

(Milano, c. 1607 – 1668)

GLORIA DI SAN GIOVANNI DI DIO

olio su tela, cm 236x147

 

SAINT JOHN OF GOD IN GLORY

oil on canvas, cm 236x147

 

Provenienza

Milano, chiesa di Santa Maria in Aracoeli, II cappella a destra

collezione privata

 

Bibliografia

C. Torre, Il ritratto di Milano, Milano 1674, p. 265

 

La provenienza del dipinto e la sua corretta attribuzione sono state ricostruite in occasione della presentazione all’Ufficio Esportazioni presso la Soprintendenza di Milano cui è seguita l’apposizione del vincolo, appunto in virtù della storia dell’opera.

A partire dalla identificazione del Santo in gloria – il portoghese San Giovanni di Dio e non San Carlo Borromeo, come ritenuto in precedenza – il dipinto è stato posto in relazione con la citazione nella guida del Torre (1674) di una pala di tale soggetto sull’altare dedicato a quel santo nella chiesa milanese di Santa Maria in Aracoeli. Annessa all’Ospedale Fatebenefratelli, sede dell’ordine religioso ospitaliero fondato appunto da Giovanni di Dio (1495-1550) la chiesa fu distrutta nel 1936-37, e parte del suo patrimonio artistico fu spostato nell’Ospedale adiacente.

Il nostro dipinto risultava ancora nella seconda cappella a destra in occasione dei restauri condotti un secolo prima, quando un disegno di Giacomo Moraglia illustra nel 1835-36 lo stato della cappella, completa del dipinto (cfr. A. Spiriti, Un “bellissimo pezzo di fabbrica”. Il Fatebenefratelli fra Barocco e Neoclassico, Milano 1992, pp. 44-45).

Non accertata da documenti di pagamento, l’attribuzione della pala a Melchiorre Gherardini, allievo di Giovan Battista Crespi si deve invece a Federico Cavalieri, studioso del Cerano e della sua bottega, di cui si veda in particolare Tra collaboratori, allievi e seguaci, in Il Cerano 1573-1632. Protagonista del Seicento lombardo. Catalogo della mostra a cura di Marco Rosci, Milano 2005, pp. 33-45.

 

Opera dichiarata di interesse particolarmente importante dal Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Segretariato regionale del Piemonte, con decreto n. 510 del 21 novembre 2016.

The Italian Soprintendenza considers this lot to be a work of national importance and requires it to remain in Italy; it cannot therefore be exported from Italy.

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
48

Giuseppe Ruoppolo

(Napoli ? – 1710)

UVA PIZZUTELLA IN UN VASO, CON ANGURIA E UCCELLO

UVA NERA IN UN VASO, CON PESCHE E UCCELLO

coppia di dipinti, olio su tela, cm 105x80

il primo siglato “GR” sulla lama del coltello; indistintamente firmato “G…..lli” in basso sulla base di pietra

(2)

 

WHITE GRAPES IN A VASE WITH A WATERMELON AND A BIRD

BLACK GRAPES IN A VASE WITH PEACHES AND A BIRD

oil on canvas, cm 105x80, a pair

the first signed “GR” on the knife blade; indistinctly signed “G…..lli” bottom on the stone base

(2)

 

Provenienza

Milano, Sotheby's 2 dicembre 1999, n. 216

Londra, Charles Beddington

collezione privata

 

Inconsueti nell’impaginazione della natura morta di frutta, i dipinti qui presentati costituiscono un’interessante acquisizione al catalogo di Giuseppe Ruoppolo, certificando nello stesso tempo il riferirsi dell’artista napoletano al patrimonio figurativo della bottega familiare. Rari nella sua produzione, dove la frutta è solitamente presentata sparsa sul terreno, i vasi lucenti al centro delle nostre composizioni compaiono con relativa frequenza in quelle più ampie e articolate del fratello Giovanni Battista. Citiamo, a questo proposito, la splendida composizione con tralci di uva in vasi maiolicati e frutta all’aperto, sullo sfondo di un paesaggio marino esposta a Napoli nel 2009-2010, da un’importante collezione spagnola (Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli. Catalogo della mostra a cura di Nicola Spinosa, Napoli 2009, pp. 412-13, scheda di Denise Maria Pagano) o ancora l’importante composizione di frutta e fiori in un giardino venduta da Pandolfini nel 2010 (18-10-2010, lotto 141) dove compaiono appunto vasi simili ai nostri.

 

 

Stima    40.000 / 60.000
54

Antonio Joli

(Modena, 1700 – Napoli, 1777)

VEDUTA DI PIAZZA NAVONA

olio su tela, cm 106,5x82,5

 

A VIEW OF PIAZZA NAVONA

oil on canvas, cm 106,5x82,5

 

Provenienza

Roma, Finarte, 8 maggio 1990, asta 736, n. 214;

collezione privata

 

Bibliografia

R. Middione, Antonio Joli, Soncino 1992, p. 72, n. 14; M. Manzelli Antonio Joli: opera pittorica, Venezia 2000, p. 95, R.34, fig.68; R. Toledano, Antonio Joli: Modena 1700 – 1777 Napoli, Torino 2006, p. 184, R.XIII.1

 

Attribuito per la prima volta a Joli da Giuliano Briganti in una comunicazione scritta alla proprietà (1988) il dipinto è stato successivamente confermato all’artista modenese dalla letteratura specializzata, che lo ha confrontato con le altre versioni note di questo soggetto, per la verità non particolarmente numerose.

Come sottolineato da più parti, la veduta si caratterizza essenzialmente per il formato verticale che, rispetto ai modelli stabiliti da Gaspar van Wittel già alla fine del Seicento, ne limita il campo visivo.

Ripresa idealmente da palazzo Lancellotti, la veduta privilegia anche sotto il profilo luministico il lato più scenografico della piazza, qualificato dagli edifici borrominiani di palazzo Pamphilj e Sant’Agnese in Agone, mentre resta in ombra la facciata di S. Giacomo degli Spagnoli e il palazzo adiacente sul lato opposto. Una soluzione formale già proposta da Van Wittel e ripresa negli stessi anni anche da Giovanni Paolo Panini e Andrea Locatelli, oltre che da Joli stesso in due esemplari noti (Toledano 2006, R. XII).

Questa veduta si distingue tuttavia da quelle degli artisti citati per una marcata sobrietà nelle scelte cromatiche e per l’insistenza sugli elementi architettonici, presentati in una rigorosa gabbia prospettica, mentre le scene a piccole figure che solitamente animano la piazza sono ridotte a pochi gruppi essenziali.

Nota in due versioni, la nostra redazione è stata probabilmente eseguita intorno alla fine del sesto decennio del Settecento, con il contributo della bottega dell’artista.

 

Stima    60.000 / 80.000
Aggiudicazione:  Registrazione
56

Thomas Jones

(Cefnllys, 1742-1803)

IL LAGO DI AVERNO

olio su tela, cm 81x118

firmato e datato “T. Jones 17.." in basso a sinistra

 

VIEW OF LAKE AVERNO

oil on canvas, cm 81x118

signed and dated “T. Jones 17..” lower left

 

Provenienza

Roma, Finarte (anni 1990)

collezione privata

 

Esposizioni

Il Neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova. Milano, Palazzo Reale, 2 marzo – 28 luglio 2002, n. II.5

 

Bibliografia

Il Neoclassicismo in Italia da Tiepolo a Canova. Catalogo della mostra, a cura di F. Mazzocca, E. Colle, A. Morandotti, S. Susinno, Milano 2002, p. 61, tav. II.5 (riprodotto al contrario); p. 421 (datato 1799); Thomas Jones (1742-1803) An Artist Rediscovered. Catalogo della mostra a cura di A. Sumner e G. Smith, New Haven 2003, p. 139, n. 27 (non esposto; datato 1774)

 

Riscoperto in occasione della vendita presso la Finarte di Roma, il dipinto è stato correttamente posto in relazione con la prima attività del pittore gallese, sulla scia dell’esempio di Richard Wilson presso il quale Jones compì la sua formazione a partire dal 1763.

Sebbene la data del dipinto sia stata letta 1779 in occasione dell’esposizione milanese del 2002 in cui fu per la prima volta presentato, la relazione con i paesaggi ideali di Wilson, fortemente influenzati dalla tradizione italianizzante che aveva in Claude Lorrain e Jan Both i propri riferimenti, induce ad anticiparne l’esecuzione agli anni della formazione di Thomas Jones, e comunque prima del settembre 1776 quando egli partì per l’Italia dove sarebbe rimasto fino al 1783.

Anche la tradizionale identificazione del soggetto come lago d’Averno, chiaramente non pertinente, è di pura fantasia come indica il confronto con una veduta di quel luogo eseguita da Jones nel 1779 sulla base di studi dal vero, ed è questo un motivo ulteriore per anticipare l’esecuzione del nostro dipinto rispetto al soggiorno napoletano, occasione di indimenticabili studi di nuvole e cielo, di muri sbrecciati e cupole variopinte visti dalla finestra dello studio, e di pagine straordinarie nel suo diario.

Le figurine in primo piano sono probabilmente di mano di John Hamilton Mortimer, collaboratore di Thomas Jones in varie opere anteriori al viaggio in Italia.

 

Stima    12.000 / 18.000
Aggiudicazione:  Registrazione
31 - 60  di 60