ARCADE | Dipinti dal XV al XVIII secolo

12 OTTOBRE 2022

ARCADE | Dipinti dal XV al XVIII secolo

Asta, 1163
FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
ore 10.00
Lotti: 1-120

ore 15.00
Lotti: 121-202

Dipinti antichi
ore 10.00
Lotti: 1-120

Dipinti antichi
ore 15.00
Lotti: 121-202

Esposizione
FIRENZE
Sabato 8 ottobre 2022 10-18
Domenica 9 ottobre 2022 10-13
Lunedì 10 ottobre 2022 10-18
Martedì 11 ottobre 2022 10-18

 
 
 
Stima   800 € - 20000 €

Tutte le categorie

61 - 90  di 199
74

Artista nordico attivo a Venezia, sec. XVII

ALLEGORIA DELL’INVERNO

olio su tela, cm 70x102

firmato e datato “IVDK 1653”

 

Northern artist in Venice, 17th century

ALLEGORY OF THE WINTER

oil on canvas, cm 70x102

signed and dated “IVDK 1653”

 

La realizzazione mimetica sin nei dettagli e molto materica della lepre che occupa il centro di questa composizione, prossima ai modi di Jan Fyt, e l’atmosfera in stretta contiguità con il mondo dei cosiddetti tenebrosi veneti, permettono di sciogliere la sigla in Jacob van der Kerckhoven, detto Giacomo da Castello (Anversa 1637-Venezia 1712), naturamortista documentato nel 1649 nella bottega del già citato Jan Fyt e successivamente attivo a Venezia dove collabora con pittori di figura quali Karl Loth, per esempio in un’Allegoria dell’autunno in collezione Manfrin (cfr. G. Nicoletti, Pinacoteca Manfrin a Venezia, Venezia 1872, p. 19; si veda anche E. A. Safarik – F. Bottari, Jacob van de Kerckoven in La natura morta in Italia, a cura di F. Porzio, direzione scientifica di F. Zeri, II, Milano 1987, pp. 355-363). Anche il dipinto offerto presenta una lettura allegorica simile in quanto i due putti sono intenti in un’attività, lo scuoiare una lepre, tipica dei mesi invernali: è assai probabile che la tela facesse parte di una serie di quattro sovrapporta alludenti alle quattro stagioni, serie che richiese la collaborazione tra un artista specializzato nella raffigurazione di animali e di elementi del mondo vegetale e un altro per le figure.

Noti sono altri dipinti siglati “IVDK” come due tele ovali con selvaggina conservate presso la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi di Rovigo (cfr. Fasto e rigore: la natura morta nell’Italia settentrionale dal XVI al XVIII secolo, a cura di G. Godi, Ginevra 2000, pp. 244.245, cat. 100).

 

Stima    8.000 / 12.000
77

Antiveduto Gramatica

(Siena 1571-Roma 1626)

SIBILLA TIBURTINA

olio su tela, cm 74,5x64

 

THE SYBIL OF TIBUR

oil on canvas, cm 74,5x64

 

Il lotto è corredato da uno studio critico di Gianni Papi

 

La scritta incisa sulla lapide tenuta in mano dalla figura femminile protagonista del dipinto (“O FELIX ILLA MATER”) la identifica con la Sibilla Tiburtina. Le parole sono infatti la prima parte della frase che connota la Sibilla (“O FELIX ILLA MATER CUIUS UBERA ILLUM LACTABUNT”).

Le caratteristiche stilistiche, molto evidenti, dell’opera in esame indicano l’autografia di Antiveduto Gramatica, piuttosto che quella di suo figlio Imperiale, col quale talvolta – in opere segnate da un forte accento classicista, dovuto all’interesse per Domenichino maturato negli anni Venti – possono sussistere equivoci attributivi. In questo caso però la qualità di alcuni particolari, come la notevole manica dal movimentato e plastico panneggio, indicano senza dubbio la paternità del Gramatica Senior, essendo tale brano perfettamente corrispondente al linguaggio del pittore espresso in altre opere mature appartenenti, come questa appunto, al terzo decennio del XVII secolo: si guardi ad esempio agli esemplari conservati della serie sabauda delle Muse o al Parnaso Del Monte oggi in collezione privata (per i dipinti citati e per le notizie sul pittore, si vedano le due monografie dedicate a Antiveduto Gramatica: G. Papi, Antiveduto Gramatica, Soncino (CR), 1995; P.H. Riedl, Antiveduto della Grammatica (1570/71-1626). Leben und Werk, Munich 1998).

Anche la complessità strutturale e l’attenzione date alla voluminosa acconciatura (un classico di Antiveduto, già stigmatizzato da Giulio Mancini, quando sottolineava: “eccede nel fare i capelli”, si veda G. Mancini, Considerazioni sulla pittura, 1617-1621 circa, ed. a cura di A. Marucchi e L. Salerno, Roma, 1956-1957, I, p. 245.) è una sorta di firma di Gramatica, riconoscibile ugualmente nella Venere con tre amorini già Gasparrini, nelle versioni autografe dell’Angelo custode, nell’Elena del Museo del Castello di Eger, nella Salomè che riceve la testa del Battista già Lampronti.

La ricomparsa di questa Sibilla Tiburtina, presumibilmente frutto di una commissione di livello, considerato il tema aulico, potrebbe suggerire l’esistenza di altre figure dello stesso tenore attualmente non conosciute e di cui non è traccia nelle evidenze documentarie in nostro possesso attualmente (si veda la sezione dedicata alle opere perdute o non identificate, citate dalle fonti e dagli inventari, in G. Papi, Antiveduto Gramatica cit., 1995, pp. 141-144).

Come ho già anticipato, le caratteristiche fortemente classiciste di questa immagine collocano il dipinto in anni molto maturi dell’attività di Antiveduto, quelli del terzo decennio, quando il pittore sembra molto sensibile al linguaggio di Domenichino, che lo spinge a contaminare in tale direzione la vocazione naturalista, di matrice caravaggesca, dimostrata dalle opere del decennio precedente.

 

Stima    10.000 / 15.000
Aggiudicazione:  Registrazione
61 - 90  di 199