Arte Moderna e Contemporanea

Arte Moderna e Contemporanea

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
20 GENNAIO 2021
Ore 15.30

Esposizione

FIRENZE
Venerdì      15 gennaio    10-18
Sabato       16 gennaio    10-18
Domenica   17 gennaio    10-18
Lunedì        18 gennaio    10-18

In relazione all’evoluzione dell’emergenza sanitaria in corso, l’accesso all’esposizione e alla sala d’asta potrà essere limitato ad un numero massimo di persone. Vi consigliamo di annunciare la vostra presenza prendendo un appuntamento.


Contatti: 
info@pandolfini.it
Tel. +39 055 2340888
 
 
 
Stima   500 € - 50000 €

Tutte le categorie

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1 - 30  di 110
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KEES VAN DONGEN

(Delfshaven 1877 - 1968)

Profilo femminile con cappello

acquerello su carta pesante

cm 43,8x35,8

firmato in basso a sinistra 

 

Female profile with a hat

watercolor on thick paper

43.8x35.8 cm

signed lower left

 

Corneils Van Dongen, detto Kees, nel 1894 si iscrive  all’Accademia di Belle Arti di Rotterdam. Si stabilisce a Parigi nel 1897 svolgendo diversi mestieri per sopravvivere, a partire dal 1901 realizza disegni umoristici, stilizzati e graffianti, per numerose testate giornalistiche: Le Rire, L’Indiscret oltre ad illustrazioni per “L’Assiette au beurre”.  Dipinge in stile post-impressionista, rappresentando scene di vita parigina con uno sguardo particolare per le figure femminili. Nel 1904 tiene la sua prima personale a Parigi e inizia ad esporre regolarmente al Salone degli Indipendenti e al Salon d’Automne.  Sono anni di grande fermento artistico, fa amicizia con Gauguin e molti altri artisti. Nel 1905 incontra Picasso che lo indirizza al cubismo, nel 1906 entra a far parte del movimento dei fauves, particolarmente congeniale al suo temperamento istintivamente espressionistico. L’artista espone nel 1908 con il gruppo Die Brücke a Dresda e, nel 1910, alla Nuova Secessione di Monaco. Sono gli anni in cui diventa un ricercato ritrattista d’elezione nel mondo della borghesia e della mondanità, artisticamente allunga la silhouette dei personaggi ritratti, crea un modello femminile dal corpo lezioso, dal volto raffinato e dallo sguardo languido. Dimostrazione di come si appropri degli elementi caratteristici dei vari movimenti e tendenze artistiche: dal fauvismo prende i colori  accesi e decisi, dal cubismo trae ispirazione nella forma per la semplicità delle linee e il totale disinteresse per le leggi del chiaroscuro, e dall’espressionismo il tratto forte e crudele. I suoi ritratti femminili sono contesi dalle dame della borghesia, rappresentano in maniera acuta e sfrontata le signore immerse nel loro contesto sociale.  I soggetti dei suoi ritratti sono solitamente posti in posizione frontale rispetto all’osservatore, a volte con pose caste e dagli sguardi dolci, altre volte in pose provocanti, ma sempre un gioco più di sguardi che di posa. Dopo la prima guerra mondiale si trasferisce a Monte Carlo e frequenta la Costa Azzurra, ove si stabilirà abbandonando le opere di grandi dimensioni a favore della ritrattistica. Muore all’età di 91 anni dimenticato dal mondo che per tanti anni ha ritratto.

 

Stima 
  6.000 / 8.000
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FRANCO MENEGUZZO

(Valdagno, Vicenza 1924 - Milano 2008)

Marcinelle

1955-56

bassorilievo in bronzo

cm 125x71x56, su base in ferro cm 194x71x56

firmato e datato "1955-56"

 

Marcinelle

1955-56

bronze low relief

126x79x56 cm, on an iron base cm 194x71x56

signed and dated "1955-56"

 

"La personale dell’artista alla Galleria dell’Ariete, Milano, 1956, ove un bassorilievo drammatico e fratto come Marcinelle è testimone anche della tensione civile dell’artista, mostra quale intendimento della superficie come campo complesso e concitato di accadimenti plastici e pittorici sia in gioco.”

 

DEM. Danese e Meneguzzo, pionieri, in “La Ceramica”, 23, Milano, dicembre 2014

 

 

Franco Meneguzzo nasce nel 1924 a Valdagno in provincia di Vicenza, rinomato ceramista e scultore passato dall'astrazione concreta alla grande stagione dell'Informale è stato un artista indipendente e controcorrente che ha trasformato la sua rabbia creativa in forza vitale. Intraprese il proprio cammino artistico negli anni del dopoguerra anche se nel 1942 frequenta il Conservatorio di Vicenza e fino al 1951 lavora come operaio tessile al lanificio Marzotto. Parallelamente ai lavori di sostentamento economico frequenta dal 1949 il laboratorio di ceramica di Tarciso Tosin di Vicenza. Partecipa attivamente alle attività artistiche che guardano alle avanguardie europee e americane, e all’astrattismo. Presto diviene pittore, scultore, ceramista, grafico e disegnatore capace di rielaborare in maniera indipendente le rivoluzionarie innovazioni stilistiche dell'epoca. Nel 1953 si tiene la prima personale alla Galleria del Calibano di Vicenza dove l’astrattismo geometrico delle sue opere suscita reazioni contrastanti, non sempre positive. Nel 1955 si trasferisce a Milano e insieme a Bruno Danese fonda la Dem (Danese e Meneguzzo), attività dedita alla produzione e la diffusione di oggetti di design; Danese si occupa della parte commerciale e Franco Meneguzzo realizza ceramiche in edizione limitata, che riscossero un grande successo di pubblico, in particolare tra gli architetti e i designer. Nel 1956 si tiene la personale dell’artista alla Galleria dell’Ariete a Milano presentata da Gillo Dorfles, così come nel 1960 e nel 1962 la Galleria il Milione organizza una sua personale. Negli anni ’70 si dedica prevalentemente alla scultura, in particolare alla serie i “ferri”, sculture riconducibili al modulo geometrico. Si susseguono importanti esposizioni e partecipa al M.A.C. (Movimento Arte Concreta). In seguito Meneguzzo collabora con Bruno Munari ed Enzo Mari.  Le sue ceramiche e sculture in ferro sono custodite in numerose collezioni pubbliche e private, in Italia e in Europa.

Muore a Milano nel 2008.

 

 

Stima 
  2.000 / 3.000
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GIUSEPPE ZIGAINA

(Cervignano del Friuli 1924 - Palmanova 2015)

Paesaggio dell'Aussa

1953

olio su tela

cm 73x90

firmato e datato “53” in basso a sinistra

retro: etichetta Galleria del Girasole di Udine, cartiglio “Mostra nazionale di arti decorative Spoleto 26 settembre 1953”, cartiglio La Colonna Galleria d'arte Milano, cartiglio con inscritto "Pubblicato: Comanducci terza edizione p. 2105, Mario De Micheli "Zigaina" Edizione del Milione tav. 36, Renata Usiglio "Zigaina" edizione la Colonna Milano 1954"

 

Aussa's landscape

1953

oil on canvas

73x90 cm

signed and dated "53" lower left

on the reverse: label Galleria del Girasole Udine, label "Mostra nazionale di arti decorative Spoleto 26 settembre 1953", label La Colonna Galleria d'arte Milano, label inscribed "Pubblicato: Comanducci terza edizione p. 2105, Mario De Micheli "Zigaina" Edizione del Milione tav. 36, Renata Usiglio "Zigaina" edizione la Colonna Milano 1954"

 

Esposizioni

Giuseppe Zigaina. Dipinti 1944-2002, Castello, Salone del parlamento, Udine, 18 maggio - 30 giugno 2002

Zigaina. Opere 1942-2009, Villa Manin, Passariano, 21 marzo - 30 agosto 2009

 

Bibliografia

M. De Micheli, Giuseppe Zigaina, Milano 1966, tav. 36

Giuseppe Zigaina. Dipinti 1944-2002, catalogo della mostra (Castello, Salone del parlamento, Udine, 18 maggio - 30 giugno 2002), p. 63 n. 22

M. Goldin (a cura di), Zigaina. Opere 1942-2009, catalogo della mostra (Villa Manin, Passariano, 21 marzo - 30 agosto 2009), p. 118

 

“Ci sono opere degli anni Cinquanta che mi piacciono ancora. E continuo a essere affascinato dalle biciclette”

 

                                                                                                                                                                    G. Zigaina,2009

 

Giuseppe Zigaina iniziò instancabilmente a dipingere fin da bambino, e decise poi di seguire questa vocazione artistica, studiando a Venezia e terminando la sua formazione all’Accademia di Architettura. I suoi esordi risalgono al 1943 quando la Fondazione Bevilacqua La Masa organizzò la sua prima personale; seguirono poi la Galleria d’Arte Moderna di Roma, la storica Galleria del Cavallino e la Biennale di Venezia del 1948, dove tornerà anche nelle successive edizioni.  Fondamentale per lui fu nel 1946 l’incontro a Udine con Pier Paolo Pasolini, con il quale instaurò un rapporto cardine di profonda amicizia e di fruttuosa collaborazione, destinata a durare fino alla morte del poeta e anche oltre. L'ammirazione tra i due Maestri fu sempre reciproca: se Pasolini gli dedicò il poemetto Quadri friulani contenuto nel volume Le ceneri di Gramsci, Zigaina collaborò in alcuni dei suoi film e fece della sua poetica soggetto di numerosi saggi. Tra i suoi contributi si ricordano ad esempio Pasolini e la morte. Mito, alchimia e semantica del nulla lucente (1987), Pasolini tra enigma e profezia (1989) e Pasolini. Un’idea di stile: uno stilo (1999).

 

L’ispirazione principale dei lavori degli anni Cinquanta giungeva dal mondo rurale e della natura, dal sentimento che unisce l’uomo alla sua terra di origine. Nei suoi quadri, come in alcune poesie di Pasolini, questo legame richiamava un universo antico di miti contadini: riti sacrificali che servivano a propiziare il raccolto. Affermava infatti Gillo Dorfles in quel periodo: “La tua è una visione animistica!”. Le sue biciclette, definite realistiche, erano invece fortemente simboliche, così come la falce, che altro non era se non un inamovibile segno di morte. La posizione di Zigaina nei confronti di quello che definiva territorio dell’anima è sempre stata una forma di proiezione dell’Io, di autoidentificazione in cui oggetto e soggetto erano inscindibilmente concatenati.

 

Ad essi affiancò progressivamente altri contenuti come la figura paterna, una costante intersecante, anche quando la resa figurativa venne progressivamente sostituita dall’astrazione delle forme, tesa a cogliere l’essenza piuttosto che l’apparenza della vita, tramite chiaroscuri e ambivalenze.

 

La sua pittura conobbe una prima adesione al Neorealismo e a un intenso impegno socio-politico, coltivato nel segno di Picasso e del Cubismo, che negli anni successivi si trasformò in uno stile dai toni marcatamente espressionistici, proprio della Nuova Oggettività tedesca, con colori contrastanti e forme aggrovigliate. Fino ad arrivare negli anni Ottanta ad incorporare nei suoi lavori anche l’incisione, una tecnica che assumerà un ruolo di fondamentale rilievo nella sua produzione.

 

Stima 
  2.500 / 3.500
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ROBERTO CRIPPA

(Monza 1921 - Bresso 1972)

Composizione

1955

olio su tela

cm 70x80

firmato e datato “55” in basso a sinistra

al retro cartiglio Galleria Schettini di Milano con rif. PS / 2749, cartiglio Esposizione culturale Maestri Contemporanei Cesenatico, timbro Collezione Grossi

al retro iscritto “N. 2749 / Z. H. H”, serie di timbri illeggibili

al retro iscritto a penna “Opera autentica di / Roberto Crippa n. 3521 / Baggini Rosangela / Milano 21.3.77 / rivisto il 27.2.78 / Roberta Baggini”

 

Composition

1955

oil on canvas

70x80 cm

signed and dated “55” lower left

on the reverse label Galleria Schettini Milan with reference PS / 2749, label Esposizione culturale Maestri Contemporanei Cesenatico, stamp Collezione Grossi

on the reverse inscribed “N.2749 / Z.H.H.”, series of illegible stamps

on the reverse inscribed in pen “Opera autentica di / Roberto Crippa n. 3521 / Baggini Rosangela / Milano 21.3.77 / rivisto il 27.2.78 / Roberta Baggini”

 

[...] le Spirali diventano immagine di un avventuroso diario: sono astratte, da considerarsi dunque sulla linea degli sviluppi “ghestaltici” della più autonoma percezione visiva, ma si affidano al vitalismo del gesto puro, che si trasmette e si concreta sulla superficie. Presuppongono dunque una concezione pragmatica, che esalta l’azione, e non la contemplazione degli oggetti della realtà: c’è una partecipazione comunicativa che ha origini nell’espressionismo, tendenza con cui iniziano i viaggi all’interno di noi stessi, e quindi gli strappi dalle radici espressive; c’è anche, per la spazialità in movimento, il legame con il primo futurismo, specialmente in Boccioni, e infine la spinta dell’automatismo surrealista, di quella tendenza cioè che cercava di risalire al nostro inconscio, in una meccani psichica al di là di ogni tabù. Il segno-gesto si attua cosi come pura energia di vita, da percepire nel groviglio dello spazio che diventa tempo: nel momento dunque di una quarta dimensione, da intendere come dinamismo di uno spazio attivo: e risponde senza equivoci [...] alla vita stessa di Roberto Crippa, ai suoi giri di aviatore acrobatico [...] I giri delle spirali sulle tele richiamano appunto questi giri virtuosi e acrobatici, eseguiti con l’aereo nello spazio libero del cielo [...].


Guido Ballo, “Roberto Crippa”, Palazzo Reale, Sala delle Cariatidi, Comune di Milano, novembre- dicembre 1971

 

Stima 
  5.000 / 7.000
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ENRICO BAJ

(Milano 1924 - Vergiate (VA) 2003)

Testa

1975

acrilico, assemblage di tessuto, passamaneria, tappi Campari su tavola

cm 24x18

firmato in basso al centro

 

Head

1975

acrylic, fabric assemblage, passementerie, Campari caps on board

24x18 cm

signed lower centre

 

Provenienza

Galleria Gissi, Torino

Collezione privata

 

Bibliografa

Enrico Baj. Catalogo generale delle opere dal 1972 al 1996, Marconi-Menhir, Milano 1997, p. 213  n. 1876

 

“In un momento come l’attuale dove assistiamo all’esplodere di una minaccia che nega ogni umorismo la grande opera di Baj costituisce una sicura esortazione a prendere di petto gli errori e le pecche dell’umanità.”

Gillo Dorfles.

 

Con questa affermazione ora più che mai contingente, Dorfles delinea il significato profondo del lavoro di Enrico Baj, che, a partire dagli Anni Cinquanta con la sua adesione al Movimento Nucleare, si dedicò assiduamente alla critica tagliente della società moderna, servendosi del paradosso, dell’assurdo e dell’ironia, nonché le uniche arme di difesa rimaste all’umanità.

Le sue opere sono un’incessante satira rivolta ad una contemporaneità sempre più schiava della tecnologia, mutilata man mano della sua vitalità immaginista, e dominata dalla tecno-scienza.

Ma, a differenza di Dix e di Grosz, che per raggiungere il loro scopo si affidavano alla deformazione caricaturale, l’artista milanese decise di operare tramite una generalizzazione, sintetizzando la folla o follia nell’individuo e l’individuo nella maschera, “persona” o personaggio. E così nel ‘73 approccia il primo ciclo di Personaggi, tralasciando momentaneamente l’utilizzo della pittura e soffermandosi sulla riflessione circa l’estetica degli oggetti, e sulla loro valenza ornamentale e decorativa. Dal ‘74, dopo aver realizzato Nixon Parade, torna ad occuparsi di questa serie, di cui fa parte l’opera qui presentata. In questa seconda fase la presenza del colore riappare prepotentemente accanto a medaglie, strass e tappi e tessuti che concorrono alla creazione bidimensionale e mostrificata di teste e mezzi busti, ovvero di quelle parti del corpo che raffigurano nell’immediato il carattere e l’espressività del soggetto. Si manifesta definitivamente la vena ludica con cui questi quadri vengono eseguiti, il piacere puro di fare pittura tramite ogni mezzo e materiale, senza mai abbandonare però il potere sociale e salvifico dell’arte.

 

 

 

Stima 
  5.000 / 8.000
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CARLA ACCARDI

(Trapani 1924 – Roma 2014)

Favoloso N.1

1954

tempera su carta

cm 34,2x49

firmato e datato “1954” in basso a destra

 

Fabulous N.1

1954

tempera on canvas

34.2x49 cm

signed and dated “1954” lower right

 

L’opera compare nel registro originario dell’artista con il n. 10 del 1954.

 

“I segni si scambiano questa loro vita solitaria e l’insieme che compongono, intrecciandosi e inserendosi nella superficie del quadro, rappresenta con infinite varianti la vita e indica all’osservatore un modo per riconoscersi e capirsi. Il mio scopo è di rappresentare l’impulso vitale che è nel mondo”

                                       
Carla Accardi in conversazione con Vanni Bramanti.

 

«Dare vita a un’immagine astratta, oggettiva, primaria e libera» è stato da sempre l’obiettivo di Carla Accardi che, sulla scia dei concetti pubblicati nel manifesto formalista del ‘47 dagli artisti del Gruppo Forma 1 (“ci interessa la forma del limone, non il limone”), iniziò a studiare le strutture che contraddistinguono la vita dell’uomo e la natura, esplicandole attraverso un suo personale linguaggio.

Fu l’inizio del suo lungo percorso artistico, dal quel momento in poi realizzò molteplici realtà caratterizzate da un’armonia disordinata, da una perpetua oscillazione tra una logica istintiva e una più razionale, in cui “non esiste solo un ordine geometrico e al di fuori di esso un disordine casuale, ma piuttosto un ordine casuale”.

La tempera su carta qui raffigurata è del 1954, un anno di imprescindibile svolta, in cui l’incontro con il critico Michel Tapié determinò il passaggio dalla pittura costruttivo-concretista alla purezza del “segno”. Non un algoritmo assoluto e immutabile come quello di Giuseppe Capogrossi, ma piuttosto un intimo alfabeto, che si dirama in intrecci astratti ondeggianti e sinuosi, nati dall’alternanza di pieni e di vuoti, da contrasti di colori e da accostamenti di luce.

Tale poetica così personale deriva senza dubbio dalle suggestioni visive che il paesaggio mediterraneo le offriva, scriveva infatti “vissuta in Sicilia fino ai vent’anni, ho assorbito molto di quella luce e di quei colori mediterranei e dello spirito di confine che vi si respira, e dei resti delle civiltà antichissime che vi sono fiorite.”

Stima 
  4.000 / 6.000
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GIANFRANCO BARUCHELLO

(Livorno 1924)

Seiche, Sec, Sex

1985

china e colori ad acqua su cartoncino applicato su cartone

cm 36x47,5

titolato, siglato "GB" e datato "85" in basso a destra

al retro datato, firmato, titolato e dedicato

al retro cartiglio Galleria Milano

 

Seiche, Sec, Sex

1985

Indian ink and water colors on card applied on cardboard

36x47.5 cm

titled, signed with initials "GB" and dated "85" lower right

on the reverse dated, signed, titled and dedicated

on the reverse label Galleria Milano

 

Esposizioni

Baruchello. Faraone dei sentimenti, Galleria Milano, Milano, maggio 1987

 

Bibliografia

Baruchello. Faraone dei sentimenti, catalogo della mostra (Galleria Milano, Milano, maggio 1987), Milano 1987, n. 12

 

“Fa dei grandi quadri bianchi, con delle cose piccole piccole che bisogna guardare da vicino”

                                                                                                                                                                          M. Duchamp

 

L’11 settembre 1962 Gianfranco Baruchello incontra il suo maestro e punto di riferimento Marcel Duchamp in un ristorante milanese “El Ronchett di ran", e dal quel momento la sua poetica si allinea perfettamente alle parole pronunciate dall’artista francese. Da quel momento l’arte non è più uno spazio, ma - come scriveva Achille Bonito Oliva - un campo un “luogo aperto a tutte le possibili relazioni, policentrico e slittante su cui transitano parole, objet trouvè, immagini che vogliono fondare sempre percorsi del molteplice”. Le tele diventano quindi dei paesaggi invisibili grandi e bianchi, un punto zero all’interno dei quali troviamo segni misteriosi, che ci invitano ad entrare, volenti o nolenti, in una diversa dimensione dello spazio e del tempo, tra il mondo che vediamo quotidianamente e quello invisibile ad occhio nudo.

Il disegno qui presentato racchiude in sé la sintesi di queste tematiche che caratterizzano il lavoro di un artista così poliedrico. Si tratta infatti di una china e colori ad acqua su cartone, intitolata “Seiche, Sec, Sex” del 1985 ed esposta alla Galleria Milano nel maggio del 1987 in occasione della sua personale “Faraone dei Sentimenti”.

 

 

Stima 
  2.500 / 4.500
1 - 30  di 110

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