DIPINTI ANTICHI

DIPINTI ANTICHI

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
26 NOVEMBRE 2019
ore 15.30

Esposizione

FIRENZE
Venerdì       22 novembre  10-18
Sabato        23 novembre  10-18
Domenica    24 novembre  10-18
Lunedì         25 novembre  10-18

Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

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1 - 30  di 46 LOTTI
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Jan Roos

(Anversa 1591 – Genova 1638)

ALLEGORIA DELLA CITTÀ DI GENOVA

olio su tela, cm 166x231

 

ALLEGORY OF THE CITY OF GENOA

oil in canvas, cm 166x231

 

Provenienza

Genova, Francesco Imperiale (inventario 1658); Firenze, collezione privata; Genova, collezione privata.

 

Bibliografia

A. Orlando, Il ruolo di Jan Roos. Un fiammingo nella Genova di primo Seicento, in “Nuovi Studi”, 2, 1996, pp. 35-57, fig. 56.

Van Dyck e i suoi amici. Fiamminghi a Genova 1600-1640, catalogo della mostra a cura di Anna Orlando, Genova 2018, p. 131, fig. 8.

 

La grande tela allegorica è stata convincentemente identificata con il “Munimenta libertatis di Giovanni Rosa” presente nell’elenco dei beni del patrizio genovese Francesco Imperiale datato 1658 (Orlando 1996, p. 48, nota 27) e posta in relazione all’invasione della Repubblica di Genova da parte delle truppe franco-piemontesi nel marzo del 1625, conclusa con una tregua nel 1626 e con la firma del trattato di pace nel 1634. La figura femminile che con la torcia nella sua mano destra si accinge a bruciare l’armatura giacente ai suoi piedi mentre offre in dono alla statua di Giano bifronte, mitico fondatore della città di Genova, un ramo di ulivo, altro non è che la personificazione della Pace, dipinta da Roos, insieme a un’allegra danza di putti che innalzano frutti, fiori e argenti, come augurio di una nuova fertile stagione per la Repubblica genovese, una volta allontanata la guerra con i Savoia, evidentemente su suggerimento del committente, a oggi non ancora identificato.

Assai vicina alla tela offerta è il grande Sileno ebbro noto in due versioni, una dei Musei di Strada Nuova di Genova e una in collezione privata (cfr. A. Orlando, I fiamminghi e la nascita della natura morta a Genova, in Pittura fiamminga in Liguria. Secoli XIV – XVII, a cura di P. Boccardo e C. Di Fabio, Cinisello Balsamo 1997, p. 278, fig. 120), composizione fatta risalire al terzo decennio quando preferenziale è il rapporto del Roos con Anton Van Dyck – a Genova tra il 1621 e il 1627 - accanto al quale la sua mano è stata più volte riconosciuta per l’esecuzione di stupendi brani di natura morta.

La frequenza del suo nome negli inventari antichi testimonia la sua assidua frequentazione con la committenza e la collaborazione anche con altri importanti artisti genovesi quali Giovanni Benedetto Castiglione.

La recente mostra dedicata all’attività genovese di Van Dyck e di altri importanti pittori fiamminghi nella prima metà del Seicento (Van Dyck e i suoi amici. Fiamminghi a Genova 1600-1640, Genova, Palazzo della Meridiana, 9 febbraio – 10 giugno 2018, a cura di Anna Orlando) ha reso finalmente noto al grande pubblico l’abilità di Jan Roos nel dipingere “naturalissimi i frutti, e con tenerezza i fiori” come afferma lo storiografo seicentesco Raffaele Soprani e come la nostra tela conferma.

Stima   € 30.000 / 50.000
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Icilio Federico Joni

(Siena, 1866 – 1946)

GESÙ BAMBINO

olio su tavola in cornice cuspidata, cm 23,5x15,5

 

JESUS CHILD

oil on panel in a cuspidated frame, cm 23,5x15,5

 

La tavola frammentaria mostra il piccolo Gesù posto frontalmente, intento alla lettura del libro aperto retto dalla mano destra, evidentemente un rimando al Vangelo e al destino che egli sembra presagire, col suo sguardo triste e meditabondo. Il manto azzurro della Vergine, con un residuo di stella dorata, è visibile sul retro. Lungo il profilo inferiore è rimasto il dito indice della mano della Madonna che cingeva il corpo del pargolo, mentre sul lato destro si notano tracce di una leggera e trasparente fusciacca. Del retrostante schienale lapideo, forse pietra serena, restano le modanature della parte superiore oltre la quale, entro il nimbo punteggiato d'oro, s'intravede il verde di una verzura inframezzata da una margherita. Al di là dello stato residuale che rimanda a vicissitudini e maltrattamenti subiti dalla tavola originaria, di cui è dato intuire per cenni, sorprende come la superficie pittorica del frammento si presenti in sostanziale buono stato di conservazione. Il dipinto è ispirato, con piena evidenza allo stile di Domenico Ghirlandaio ed è certo modulato sulla celebre pala proveniente da San Marco già all'Accademia, conservata dal 1919 alla Galleria degli Uffizi, raffigurante la Madonna in trono con i Santi Dionisio Areopagita, Domenico, Clemente e Tommaso d'Aquino. Da qui sono derivati la testa e il torso del Bambino, anche se opportunamente variati, oltreché alterati, in specie alcuni tratti del volto, sulla base della Madonna col Bambino e san Girolamo di Fiorenzo di Lorenzo (1440 circa-1525) oggi al Museum of Fine Arts di Boston (inv. 20.431) proveniente dalla collezione Bachetoni di San Gemini, presente sul mercato italiano nel secondo decennio del XX secolo, prima dell'acquisto da parte degli antiquari Duveen nel 1917, di sicuro nota a Joni almeno attraverso riproduzioni fotografiche. I medesimi riferimenti stilistici sono presenti in un'altra opera di Joni – che ha subito un simile destino di riduzione a frammento –, già attribuita a Davide o Domenico Ghirlandaio, pervenuta in forma di tondo raffigurante la Madonna con il Bambino, al Trinity College di Hartford, in Connecticut (ex collezione Kress, K1147: acquistata nel 1938 da Alessandro Contini Bonacossi: cfr. F. R. Shapley, Paintings from the Samuel H. Kress Collection. Italian Schools XII-XV Century, London, Phaidon, 1966, pp. 126-127, fig. 341). Di questo dipinto esiste una foto, peraltro autografata da Icilio Federico Joni e proveniente dal suo archivio (vi si legge: «Ghirlandaio / F. Joni»), in cui il medesimo dipinto appare nella sua integrità all'uscita dallo studio del noto "pittore di quadri antichi" senese. Grazie a questa riproduzione fotografica possiamo apprezzare la composizione originaria della pittura, realizzata presumibilmente intorno al 1915-20, raffigurante la Madonna in trono con il Bambino, san Giovannino, su sfondo di paesaggio (cfr. G. Mazzoni, Quadri antichi del Novecento, Vicenza, Neri Pozza, 2001, pp. 64-65, 401, figg. 137-138). Va da sé che la testa del Gesù Bambino con Libro qui presentata ha caratteristiche morfologiche così affini alla testa del Gesù Bambino oggi ad Hartford, da crederle realizzate entrambe a breve distanza di tempo e sulla base di un medesimo cartone.

Con apprezzabile capacità di interpretazione critica e intuizione filologica il pittore attinge coerentemente a opere degli anni Ottanta del quindicesimo secolo innestando sulla matrice ghirlandaiesca stilemi di origine verrocchiesca – e non soltanto – ricavati dalla pittura di Fiorenzo di Lorenzo: la pelle grassoccia quasi traboccante di pieghe sotto al mento, la fronte alta, le sopracciglia lievi e nette, le labbra turgide e ben disegnate, il mento stondato, le gote scaldate da rossori leggeri e le penombre alonate di luce (parafraso E. Zappasodi, in Verrocchio il maestro di Leonardo, catalogo della mostra, a cura di F. Caglioti e A. De Marchi, Venezia, Marsilio, 2019, p. 182).

Gianni Mazzoni

 

Stima   € 6.000 / 8.000
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Artista veronese, inizio sec. XVI (Maestro del Fetonte Correr?)

EPISODIO DELLA STORIA DI MELEAGRO

olio su tavola, cm 80x108

 

Veronese Artist, early 16th century (Master of the Fetonte Correr?)

AN EPISODE FROM THE HISTORY OF MELEAGER

oil on panel, cm 80x108

 

Provenienza

New York, antiquari Durlacher, 1920; Christie’s, Londra, 8 luglio 1938; Bellesi, Londra; Fischer, Lucerna, asta del 17-6-1967, lotto 102 b; Milano, collezione Neerman, 1975.

 

Bibliografia

P. Schubring, Sechs Bilder aus dem Meleager-Mythus, in “Der Cicerone” XX, 1928, pp. 293-98; M. Vinco, Catalogo delle “pitture di cassone” a Verona dal Tardogotico al Rinascimento. Tesi di Dottorato, Università degli Studi Padova. Dipartimento di Storia delle Arti Visive e della Musica, 2012, pp. 160-162, cat. 86, ill. p. 341, V.; M. Vinco, Cassoni. Pittura profana del Rinascimento a Verona, Milano 2018, pp. 282-286, cat. 91.5, ill.

 

Riferimenti fotografici

Fototeca Federico Zeri, scheda 21705

 

La tavola qui presentata fa parte di una serie di sei pannelli dispersi in collezioni diverse, alcune milanesi, cinque dei quali comparsi per l’ultima volta insieme nell’asta tenuta a Lucerna da Fischer negli anni Sessanta del Novecento.

Furono studiati per la prima volta nel 1928 da Paul Schubring, che ne ricostruì il soggetto, la storia di Meleagro narrata nelle Metamorfosi di Ovidio di cui la nostra tavola costituisce il penultimo episodio, l’uccisione dei fratelli della madre Altea da parte di Meleagro, e la vendetta di Altea che accecata dall’ira getta nel fuoco il tizzone a cui, secondo il vaticinio delle Parche, è legata la vita di Meleagro.

In quell’occasione, Schubring proponeva di riferire la serie (composta da quattro tavole vicine alla nostra per dimensioni e da due più corte) alla decorazione di uno studiolo e le riferiva a Michele da Verona (1470 – 1536/37), un’attribuzione successivamente respinta dalla critica.

Come riferito da Mattia Vinco nella tesi di dottorato (consultabile on-line, Padua@Research) le foto dell’intera serie risultano archiviate da Bernard Berenson nel faldone intitolato a Francesco dai Libri, attribuzione condivisa anche da Rodolfo Pallucchini in una comunicazione orale alla proprietà ma respinta in un recente intervento sul pittore veronese da parte di Enrico Maria Guzzo.

Nella sua disamina del corpus dei cassoni veronesi e delle pitture ad essi assimilabili, come appunto le nostre, Vinco propone di riferire la serie delle storie di Meleagro al cosiddetto Maestro del Fetonte Correr autore anche di una serie dedicata a Perseo, il cui name-piece è la coppia di tondi nel museo veneziano raffiguranti quel mito (Vinco, 2012, pp. 153 e ss., n. 82). Attivo intorno al 1500, l’ignoto maestro sarebbe vicino ai veronesi Antonio II Badile e Girolamo dai Libri, non senza attenzione per la coeva pittura veneziana, da Gerolamo Mocetto a Cima da Conegliano.

Sebbene il tragico mito di Meleagro non si addicesse alla decorazione di cassoni nuziali lo ritroviamo in un pannello veronese nella Galleria Nazionale di Praga, e in una coppia di tondi in uno dei quali compare appunto il nostro soggetto, dalla bottega di Michele da Verona (Vinco, 2012, cat. 63).

 

Stima   € 30.000 / 40.000
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Scuola fiorentina, sec. XVI, da Andrea del Sarto
MADONNA CON BAMBINO E SAN GIOVANNINO E TRE ANGELI ("MADONNA CORSINI")
olio su tela, cm 117x96,5

Florentine school, 16th century, after Andrea del Sarto
MADONNA WITH CHILD AND SAINT JOHN THE BAPTIST AND THREE ANGELS ("MADONNA CORSINI")
oil on canvas, cm 117x96,5

Il dipinto ripete una composizione perduta di Andrea del Sarto, descritta da Vasari che la dice eseguita per Alessandro Corsini. Sebbene l’originale, verosimilmente su tavola, non sia stato rintracciato, la composizione è nota grazie a una copia antica nella cappella Corsini in San Gaggio, appena fuori Firenze, dove era monaca una sorella del committente.
Come ricostruito da John Shearman (
Andrea del Sarto, Oxford 1965, II, pp. 217-219, n. 32; I, fig. 35a) la copia che la sostituì nella collezione Corsini a Firenze e che ancora vi si trovava nel Settecento deve probabilmente identificarsi con la versione oggi nel museo di Toronto; quella presumibilmente più fedele all’originale sarebbe, secondo lo studioso, la versione da lui catalogata a Petworth House, dalla collezione del Duca di Buckingham. Varianti tra le diverse repliche vanno comunque confrontate con l’incisione di Jerome David che riproduce l’invenzione originale, completa della firma di Andrea in un cartiglio in basso a destra.
Particolare anche nell’iconografia, che recupera e aggiorna quella trecentesca della Madonna dell’Umiltà, la Madonna Corsini fu senza dubbio uno dei capolavori della prima maturità di Andrea del Sarto, godendo di particolare fortuna presso i collezionisti fiorentini.

 

Stima   € 20.000 / 30.000
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Giuseppe Ruoppolo

(Napoli, 1631 – 1710)

NATURA MORTA DI FRUTTA ALL’APERTO

olio su tela, cm 66,5x79

 

STILL LIFE IN A LANDSCAPE

oil on canvas, cm 66,5x79

 

Questa sontuosa “mostra” di frutti estivi e autunnali deve essere senz’altro ricondotta al catalogo del più giovane Ruoppolo in virtù di confronti con opere firmate per esteso, preziose ai fini di una distinzione tra Giuseppe e il più anziano Giovanni Battista Ruoppolo; ad esse si aggiunge inoltre il gruppo di opere siglato “GRU”, forse riconducibili allo stesso Giuseppe.

Non c’è dubbio in ogni caso che il nostro dipinto si accosti in particolare alla composizione di frutta autunnale firmata “Giuseppe R.” pubblicata da Roberto Middione in quella che resta la più fondata ricostruzione dell’artista napoletano (Giuseppe Ruoppolo, in La natura morta in Italia (a cura di Federico Zeri), Milano 1989, II, p. 925, fig. 1118) e a quelle non firmate che ad essa si associano (ibidem, p. 924, figg. 1116-17).

Ulteriori confronti rimandano alla natura morta firmata esposta a Napoli nel 2009-10 (Ritorno al Barocco. Da Caravaggio a Vanvitelli. A cura di Nicola Spinosa. Catalogo della mostra, Napoli 2009, I, p. 418, n. 1.246, scheda di D.M. Pagano).

La disposizione della frutta all’aperto, nel parco di una villa patrizia che appena si intravede sullo sfondo, suggerisce una datazione relativamente tarda del nostro dipinto, che si pone in parallelo con le soluzioni figurative adottate nell’ultimo quarto del secolo da Aniello Ascione e Andrea Belvedere.

 

Stima   € 10.000 / 15.000
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Giovanni Andrea Donducci, detto il Mastelletta

(Bologna,1575 – 1655)

CRISTO E L'ADULTERA

olio su tela, cm 114x88

 

CHRIST AND THE ADULTRESS

oil on canvas, cm 114x88

 

Provenienza
Londra, Sotheby’s, 6 aprile 1977, n. 73

 

Bibliografia

A. Coliva, Il Mastelletta (Giovanni Andrea Donducci 1575 – 1655), Roma1980, pp. 105-6, n. 32, fig. 42.

 

Referenze Fotografiche

Fototeca Federico Zeri, scheda 54061

 

Restituito all’artista bolognese da Federico Zeri in occasione di un passaggio sul mercato dell’arte alla metà degli anni Settanta del Novecento, il dipinto qui offerto è stato pubblicato da Anna Coliva in quello che resta l’unico testo sistematico e completo sul pittore bolognese, ricordato dalle fonti coeve ma sostanzialmente ignoto agli studi fino alla riscoperta da parte di Matteo Marangoni nel 1912.

Figura eccentrica e in qualche modo isolata rispetto ai suoi coetanei più famosi, tra cui Guido Reni, Mastelletta fu comunque attivo in numerose imprese pubbliche per la città natale, in primo luogo la decorazione della cappella dell’Arca in San Domenico a Bologna, del 1613-15. Dall’Emilia l’artista si allontanò solo per un viaggio a Roma ricordato da Malvasia nella Felsina pittrice e probabilmente avvenuto verso il 1610 ma non documentato. Al soggiorno romano spettano verosimilmente la serie di paesaggi con storie di Mosè e con scene campestri a Roma nella Galleria Spada (il cui catalogo del 1954 si deve appunto a Federico Zeri) che mostrano il recupero intenzionale di modelli fantastici cinquecenteschi, da Dosso Dossi a Niccolò dell’Abate, in contrasto con l’ideale classico proposto in quegli anni da Annibale Carracci, da Domenichino e da Francesco Albani.

È appunto questa vena neo-manierista, apparentemente in reazione con il linguaggio “nazionale” e moderno elaborato da Annibale e dalla sua scuola, a suggerire il recupero dei modelli di Parmigianino, valorizzati dal Mastelletta grazie a raffinatissime trasparenze cromatiche e sottili lumeggiature, particolarmente evidenti nel nostro dipinto.

Anna Coliva (1980, p. 106) proponeva di associare il dipinto qui offerto a quello di uguale soggetto ricordato dalle fonti bolognesi (Masini e Malvasia) nella sala capitolare della chiesa di S. Procolo a Bologna. Lo stesso soggetto è presente però anche nella raccolta di Vincenzo Giustiniani, inventariata nel 1638, in una tela di grandi dimensioni (dodici palmi per otto) che la nostra composizione forse replica in piccolo, e ancora, ma senza indicazioni di dimensioni, nella raccolta bolognese di Giacomo Maria Marchesini nel 1685. Frequenti le citazioni di opere del Mastelletta nelle collezioni bolognesi come in quelle romane, tra cui quella del cardinal Flavio Chigi e del raffinatissimo Bonaventura Argenti.

 

 

 

Stima   € 20.000 / 30.000
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Scuola lombarda, sec. XVI

RITRATTO DI GIURISTA

olio su tela, cm 97x76

iscritto a destra “A.o 1569/AETATIS . SUAE. 63”

 

Lombard school, 16th century

PORTRAIT OF A JURIST

oil on canvas, cm 97x76

inscribed “A.o 1569/AETATIS . SUAE. 63” upper right

 

Il personaggio qui raffigurato, la cui identità potrebbe essere precisata da studi araldici che ne individuassero il blasone raffigurato in alto a destra, si caratterizza per la sua professione grazie al volume aperto sul tavolo e che la scritta sul taglio delle pagine identifica come il Tractatus de Maleficiis di Angelo Gambiglioni (Arezzo, fine XIV sec. – Bologna, 1461). Pubblicato nel 1438 a Bologna, dove l’autore insegnò tra il 1431 e il 1445 circa, il Tractatus divenne la più popolare e diffusa trattazione di diritto e procedura penale del suo tempo. Destinato alla teoria e alla pratica della professione giuridica, godette infatti nel Cinquecento di numerose edizioni, oltre a diciotto versioni manoscritte e numerosi incunaboli.

Tra i volumi presenti sulla mensola a sinistra si riconosce altresì un’opera di “Paris De Puteo”, ovvero il giurista napoletano Paride Del Pozzo (1411-1493), allievo del Gambiglioni presso lo Studio bolognese e poi consigliere di Ferrante d’Aragona e Giudice della Vicaria dal 1473. Tra le sue numerose opere, il De Syndicatu, composto fra il 1473 e il 1485 fu molto diffuso anche in Lombardia, con due edizioni a Pavia nel 1493 e nel 1495 seguite da numerose ristampe cinquecentesche. È quindi probabile che sia proprio questo il volume raffigurato nel nostro dipinto.

In verticale, accanto a un volumetto intitolato Officium si riconosce infine un’opera di Giulio Claro (Alessandria 1525-1575), forse la Practica Civilis atque Criminalis, che raccoglieva le principali fattispecie criminali e civili.

Riconducibile all’area lombarda per l’intenso realismo che caratterizza il suo protagonista, il ritratto presenta punti di contatto con opere della scuola bergamasca. A questo proposito, Giuliano Briganti aveva suggerito oralmente il confronto con il ritratto del musicista Gasparo de Albertis, eseguito nel 1547 da Giuseppe De Belli (Bergamo 1520 – 1580) conservato all’Accademia Carrara (cfr. I Pittori Bergamaschi. Il Cinquecento, II, Bergamo 1976, pp. 101-107). Rispetto a quest’ultimo, strettamente lottesco nella presentazione frontale del soggetto, il nostro dipinto si mostra più attento ai modelli bolognesi di Bartolomeo Passerotti.

 

Stima   € 10.000 / 15.000
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Scuola dell'Italia centrale, sec. XV

CROCIFISSO

tempera e oro su tavola, cm 197x146

 

Central Italian school, 15th century

CRUCIFIX

tempera and gold on panel, cm 197x146

 

La croce dipinta rappresenta Gesù nella arcaica iconografia del Cristus Triumphans, con gli occhi aperti e il busto eretto, non ancora gravato dal patimento e dal dolore. In alto l’Eterno benedicente mostra il libro delle sacre scritture mentre nella grande parte centrale si vedono le figure dei due dolenti in piedi.

Il modello è da riconoscere nel Cristo di San Damiano, oggi nella basilica di Santa Chiara ad Assisi, l'icona a forma di croce dinnanzi a cui Francesco d'Assisi, mercante ventiquattrenne in cerca di identità, nella chiesetta diroccata di San Damiano, nel 1206, avrebbe deciso di dare una svolta radicale alla sua vita, rispondendo all’invito del Signore di riparare la sua casa.

Venerato come una reliquia, divenne ben presto immagine esemplare per committenti devoti e artisti, grazie anche all’interpretazione che ne fece Giotto nella parete destra della basilica assisiate, nella scena del Crocifisso che parla a Francesco in San Damiano (fig. 1).

Ciò giustifica la diffusione in Umbria e nelle Marche di tavole sagomate col Cristo vivo in momenti in cui l’iconografia più diffusa era quella del patiens e successivamente del Gesù morto (M. Bollati, Francesco e la croce di S. Damiano, Milano 2016; Francesco e la croce dipinta, catalogo della mostra a cura di M. Pierini, Perugia 2016).

I colori squillanti, stesi in maniera compatta e la resa degli incarnati attraverso pennellate a tratteggio sovrapposte a seguire l’andamento delle forme, semplificate ma delineate con una certa attenzione per l’anatomia, consentono di collocare l’esecuzione dell’opera in un momento già avanzato, tra la fine del Trecento e l’inizio del Quattrocento.

Stima   € 40.000 / 60.000
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Scuola romana, sec. XVII

SUSANNA E I VECCHIONI

olio su tela, cm 175x122

 

Roman school, 17th century

SUSANNA AND THE ELDERS

oil on canvas, cm 175x122

 

Verosimilmente eseguito a Roma nella prima metà del Seicento, il dipinto qui offerto ripete con numerose e significative varianti la Susanna di Artemisia Gentileschi ora a Burghley House nella collezione del conte di Exeter, pubblicata per la prima volta da Mina Gregori in un breve saggio che costituisce uno dei più precoci ed articolati recuperi dell’artista nel suo periodo fiorentino e romano. (M. Gregori, Su due quadri caravaggeschi a Burghley House, in “Festschrift Ulrich Middeldorf”. A cura di Antje Kosegarten e Peter Tigler, Berlino 1968, I, pp. 414-421, in particolare pp. 415 e 418, fig. 2).
A seguito di un recente restauro l’intuizione della studiosa che riferiva il dipinto ad un momento successivo al soggiorno fiorentino è stata confermata dalla data del 1622 riapparsa accanto alla firma dell’artista. Più recentemente è stata avanzata la proposta di riconoscere il dipinto nella
Susanna di Artemisia ricordata nell’inventario del cardinale Ludovisi del 1623, e quindi di riferire a quest’ultimo la committenza dell’opera (Judith Mann, Ritorno a Roma; Artemisia allarga gli orizzonti 1620 – 1627, in Artemisia Gentileschi e il suo tempo. Catalogo della mostra. Milano 2016, pp. 35-38).
Come è noto, la
Susanna inglese è la seconda redazione del tema biblico proposta da Artemisia, questa volta autonoma anche nell’invenzione oltre che nella stesura: la più antica versione di Pommersfelden datata del 1610 si deve infatti in larga parte all’intervento di suo padre Orazio.
Variata nell’intenzione, e più aderente al senso del testo biblico, la nuova versione sottolineava il dolore della donna e la sua fede nell’intervento divino. Il suo successo nell’ambiente romano, e verosimilmente nella cerchia dei Ludovisi, è oggi documentato dal dipinto qui offerto che, come si è detto, presenta numerose varianti rispetto alla tela inglese: innanzi tutto nel volto della protagonista e nell’acconciatura ornata di perle, come nella maggiore elaborazione delle pieghe della sua camicia.

 

Stima   € 20.000 / 30.000
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Pierre Denis Martin

(Parigi 1663 o 1673 - 1742)

SCONTRO DI CAVALIERI

coppia di dipinti, olio su tela, cm 60x83

(2)

 

BATTLE SCENES
oil on canvas, cm 60x83, a pair

(2)

 

Provenienza

Torino, galleria Caretto

 

Documentato per la prima volta nel 1694 come aiuto del suo parente e omonimo Jean-Baptiste Martin, (Martin “il Vecchio”, 1659 – 1735) pittore di battaglie alla corte di Luigi XIV, Pierre-Denis Martin (“il Giovane”) collaborò innanzi tutto alla serie delle Conquêtes du Roi, ovvero le battaglie vittoriose di Francia raffigurate in formato monumentale per il castello di Marly, commissionate in origine a Adam Frans van der Meulen e completate dopo la sua morte dalla bottega Martin.

L’impresa valse al giovane Pierre-Denis Martin la nomina a “peintre du Roi” nel 1699, che segna l’avvio di una prestigiosa carriera al servizio della corte e dell’aristocrazia parigina. Pittore di battaglie spesso commemorative di un evento specifico e quindi estremamente curate nella topografia, Pierre-Denis Martin fu attivo per un’altra commissione reale, una serie di tele di grande formato raffiguranti la reggia di Versailles e il suo parco, teatro della corte del Re Sole.

All’attività per la corte, culminata con la serie dei castelli reali per Luigi XV, Pierre-Denis Martin affiancò un’importante produzione destinata all’aristocrazia francese, raffigurandone i castelli e le proprietà feudali (per cui si ricorda la Veduta del Castello di Juvicy recentemente acquistata dal Victoria and Albert Museum). Fu inoltre richiesto da diversi sovrani europei, tra cui i re di Polonia e di Svezia, di cui raffigurò le imprese militari. A quest’ultimo aspetto della sua attività si legano i dipinti qui offerti, da confrontare in maniera specifica con la Battaglia firmata per esteso in asta da Dorotheum nell’ottobre 2017.

 

Stima   € 40.000 / 60.000
Λ L'opera è corredata di certificato di libera circolazione
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Andrea Semino

(Genova, 1526 – 1594)

LA COMUNIONE DI SAN GEROLAMO (al centro); IL COMMITTENTE CON L’ARCANGELO MICHELE (a sinistra); TOBIOLO CON L’ANGELO (a destra)

trittico, olio su tavola, tavola centrale cm 135,5x94 e laterali cm 117,5x54,8

firmato e datato “+ANDREAS. SEMINUS./FACIEBAT./ANNO. 1553.” sulla tavola centrale, in basso a destra

 

THE LAST COMMUNION OF SAINT JEROME (centre); THE PATRON WITH SAINT MICHAEL (left); AND TOBIAS WITH THE ANGEL (right)

triptych, oil on panel, central panel cm 135,5x94 and laterals cm 117,5x54,8

signed and dated “+ANDREAS. SEMINUS./FACIEBAT./ANNO. 1553.” on the central panel, lower right.

 

Bibliografia

M. Bartoletti, Semino, Andrea, in La pittura in Italia. Il Cinquecento, a cura di G. Briganti, II, Milano 1988, p. 836; P. Boccardo, Dipinti fiamminghi del secondo Cinquecento a Genova: il ruolo di una collezione Balbi, in Pittura fiamminga in Liguria. Secoli XIV-XVII, a cura di P. Boccardo e C. Di Fabio, Cinisello Balsamo 1997, p. 173 nota 1; G. Zanelli, Semino, Andrea, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 92, 2018.

 

Referenze fotografiche

Fondazione Zeri, scheda 45462

 

Ben noto alla critica ma non ancora oggetto di uno studio approfondito volto a ricostruirne committenza e collocazione originaria, l’importante trittico è stato eseguito dal genovese Andrea Semino a distanza di pochi anni dal suo viaggio di formazione a Roma, in compagnia del fratello minore Ottavio, avvenuto dopo l’apprendistato presso la bottega paterna: le citazioni dall’antico nel paesaggio con rovine e l’eleganza delle figure risentono dei suoi studi compiuti nella città eterna sulle vestigia classiche e sui vertici raggiunti nei cantieri romani da Raffaello e dai suoi seguaci.

Nel 1552 è documentato il suo coinvolgimento insieme a Luca Cambiaso e ai fratelli Lazzaro e Pantaleo Calvi nella decorazione della cappella Centurione presso la chiesa genovese di S. Maria degli Angeli in Promontorio, realizzando un affresco raffigurante il Battesimo di Cristo.

Dopo pochi anni, la bottega dei Semino, diretta proprio da Andrea in seguito alla morte del padre nel 1555, diventerà uno dei principali punti di riferimento per la committenza genovese, instaurando anche stretti rapporti con la Spagna.

Membro della ristretta élite che amministrava il territorio della Repubblica di Genova, come dimostra l’abito nero senatoriale, il committente dell’opera offerta è presentato dall’arcangelo Michele nello scomparto sinistro, mentre in quello destro si trova Tobiolo accompagnato da un altro arcangelo, Raffaele.

La scelta dei due angeli e della scena centrale con l’Ultima comunione di San Gerolamo, dove in basso a destra compare la firma del pittore e l’anno 1553, deve essere stata dettata da una precisa volontà del notabile genovese, legata presumibilmente a questioni familiari oltre che devozionali, a oggi non ancora emerse.

La notevole qualità del trittico, oltre che nel ricordo raffaellesco, soprattutto nelle figure dei due angeli - ricordo senz’altro rinverdito dalla presenza di molte opere di Perin del Vaga sul territorio ligure - e nell’attenzione per la diversificazione dei volti dei monaci che si stringono intorno al santo morente o nel tentativo ritrattistico del committente, sta nella suggestiva resa del paesaggio dove tra ruderi di edifici antichi, fronde di alberi di un verde brillante e città murate che si affacciano su erte insenature solcate da velieri, è possibile seguire anche le vicende del santo eremita e del giovane Tobiolo con il pesce. Interessante confrontare quest’ultimo con gli affreschi di Polidoro da Caravaggio in San Silvestro al Quirinale con storie sacre inserite all’interno di scenari paesistici all’antica, che Andrea aveva potuto senz’altro ammirare durante il suo soggiorno romano (fig. 1).

Giustamente è stato sottolineato come l’artista abbia meditato anche sulla tradizione fiamminga, con particolare riferimento alla produzione di ambito anversano, così apprezzata dall’aristocrazia genovese tra il XV e il XVI secolo. Piero Boccardo ha infatti affermato che «è possibile sostenere che vi sia stata una specifica richiesta in tal senso da parte della committenza» (Boccardo 1997, p. 173 nota 1), ossia un preciso rifarsi alle sontuose tavole che artisti quali Joos van Cleve (Cleve, 1485 circa - Anversa, 1540/1541) avevano realizzato per i ricchi mercanti genovesi all’inizio del Cinquecento.

 

Opera dichiarata di interesse culturale particolarmente importante dal Ministero per i Beni e le Attività culturali. Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Genova e le province di Imperia, La Spezia e Savona il 9 settembre 2002 (n. notifica 25972).

 

The Italian Soprintendenza considers this lot to be a work of national importance and requires it to remain in Italy; it cannot therefore be exported from Italy.

Stima   € 150.000 / 250.000
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Scuola di Agnolo di Cosimo, detto "il Bronzino"

MADONNA  ANNUNCIATA

olio su tela, cm 70x54

iscritto al retro “del salviati […] 25”

 

School of Agnolo di Cosimo, known as "il Bronzino"

MADONNA

oil on canvas, cm 70x54

inscribed on the back "del salviati [...] 25"

 

Referenze fotografiche

Fototeca Federico Zeri, scheda 36743

 

Attribuito a Francesco Salviati nella raccolta di provenienza in virtù di una vecchia scritta di collezione al retro, il dipinto qui offerto, inedito e non replicato, è invece riconducibile con tutta evidenza alla bottega del Bronzino, come già indicato da Federico Zeri in una nota al verso della fotografia da lui archiviata negli anni Settanta del Novecento, e come ora conferma oralmente Carlo Falciani, che vivamente ringraziamo.

Sebbene il nostro dipinto non dipenda in maniera specifica da un modello conosciuto del maestro fiorentino né da un suo disegno attualmente noto, sono infatti del tutto evidenti i confronti con opere della sua maturità al servizio della corte medicea.

Da ricordare, in primo luogo, la Madonna annunciata eseguita fra il 1563 e il 1564 per la cappella di Eleonora di Toledo a Palazzo Vecchio, in sostituzione dell’immagine di San Cosma che in origine aveva affiancato la più antica versione della Pietà sull’altare della cappella. La posa eretta della nostra figura e lo sguardo volto alla propria destra differenziano tuttavia la nostra Annunciata da quel modello, ove la Vergine abbassa pudicamente lo sguardo e trattiene con la mano il manto azzurro.

La stessa ideale figura femminile, in qualche modo esemplata sull’algida bellezza di Eleonora, ritorna nelle pie donne del Noli me tangere al museo del Louvre, eseguito nel 1561 per la cappella Cavalcanti in Santa Croce.

Anni in cui Bronzino si valeva dell’aiuto di Alessandro Allori, ormai venticinquenne e futuro erede della sua bottega: e proprio a un intervento del Bronzino minore potrebbe far pensare la cura con cui è descritto il raffinato merletto che orla la camicia della giovane donna.

 

Stima   € 80.000 / 120.000
Λ L'opera è corredata di certificato di libera circolazione
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Alessandro Turchi, detto l’Orbetto

(Verona 1578 – Roma 1649)

LOT E LE FIGLIE

olio su tela, cm 74x96,5

 

LOT AND HIS DAUGHTERS

oil on canvas, cm 74x96,5

 

Provenienza

Venezia, Viancini (1968); Venezia, Egidio Martini; Udine, collezione privata (1974)

 

Bibliografia

“Apollo” 1968, dicembre; E. Schleier, Drawings by Alessandro Turchi, in “Master Drawings” 9, 1971, pp. 144 e 148; D. Scaglietti Kelescian in Alessandro Turchi detto l’Orbetto 1578-1649. Catalogo della mostra (Verona, Castelvecchio, settembre – dicembre 1999) Milano 1999, p. 194; B. De Witt, The Bader Collection. European Paintings, Kingston (Ontario) 2014, p.141.

 

Ripetutamente citato nella bibliografia sull’autore veronese (sebbene con dati tecnici talvolta inesatti) a partire dalla riproduzione pubblicata su “Apollo”, il dipinto che qui presentiamo riaffiora per la prima volta sul mercato dell’arte dopo oltre mezzo secolo.

La tela propone un soggetto altre volte trattato dall’Orbetto e con diverse modalità in opere attualmente rintracciate e in altre di cui al momento sopravvive solo il ricordo delle fonti. Se infatti la versione eseguita dall’artista per il suo principale committente veronese, il marchese Gaspare Gherardini, passata nell’Ottocento nella raccolta dei conti Lechi a Brescia è stata autorevolmente identificata da Daniela Scaglietti nella tela poi in collezione privata tedesca dopo un passaggio da Christie’s a Londra nel 1988, nessuna delle opere ad oggi conosciute può identificarsi, ad esempio, con il “Lot a sedere a una tavola con le due figlie che gli danno da bere” che gli inventari della famiglia Millini descrivono ripetutamente dal 1627 al 1738 come dipinto su tavola, e grande poco più di un palmo: un oggetto prezioso certo non troppo lontano dalle pitture su paragone per cui l’artista era stato ricercato fin dal suo arrivo a Roma, circa il 1614.

E’ probabile tuttavia che un ricordo di quest’opera ancora sconosciuta vada ricercato nel disegno nella Graphische Sammlung a Monaco di Baviera (n. 6670) restituitogli da Hermann Voss e pubblicato da Erich Schleier (1971, n. 3, tav. 19) nella prima ricognizione del corpus grafico dell’artista veronese. In quell’occasione Schleier catalogava, in parte riproducendole, le altre versioni di questo soggetto biblico, tra cui quella praticamente uguale alla nostra ma di maggiori dimensioni (cm 99x133,4) un tempo a Londra, Leger Galleries, e oggi a Kingston, Ontario (Agnes Etherington Art Centre, Queen’s University, inv, 17.034; cfr. De Witt, cit., 2014) e citava senza riprodurlo il dipinto che oggi presentiamo.

Impossibile, allo stato delle conoscenze attuale, ricostruirne la provenienza originaria o l’eventuale committenza: la frequenza con cui il soggetto compare nel catalogo dell’Orbetto ne lascia intuire la grande richiesta da parte dei suoi estimatori, italiani e stranieri. E’ possibile invece ipotizzare che la nostra tela si accompagnasse in origine a quella, quasi identica per dimensioni, raffigurante la fuga di Loth da Sodoma, premessa al nostro soggetto, oggi nella National Gallery of Ireland a Dublino (inv. 1653; Fototeca Federico Zeri, scheda 32371).

Il dipinto sarà inserito nella monografia a cura di Daniela Scaglietti Kelescian, in corso di stampa (Verona 2020, cat. 101).

 

 

Stima   € 20.000 / 30.000
Λ L'opera è corredata di certificato di libera circolazione
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Giovanni Andrea de Ferrari

(Genova, 1589 circa – 1669 circa)

REBECCA AL POZZO

olio su tela, cm 188x238

 

REBECCA AT THE WELL

oil on canvas, cm 188x238

 

Provenienza

Genova, collezione privata

 

Bibliografia di riferimento

G. V. Castelnovi, La pittura nella prima metà del Seicento: dall’Ansaldo a Orazio De Ferrari, in La pittura a Genova e in Liguria dal Seicento al primo Novecento, Genova1971, ed. consultata Genova 1987, II, pp. 90-96; F. R. Pesenti, La pittura in Liguria. Artisti del primo Seicento, Genova 1986, pp. 307-369; A. Acordon in Genova nell’Età Barocca, catalogo della mostra di Genova a cura di E. Gavazza, G. Rotondi Terminiello, Bologna 1992, pp. 157-163.

 

La grande tela rivela l’uso personalissimo della materia pittorica a cui giunge in età matura Giovanni Andrea De Ferrari, apostrofato da Roberto Longhi come “l’ignaro Velasco di Genova” per le assonanze, successivamente notate da molti, con la pittura spagnola di Velasquez e di Murillo (R. Longhi, Gentileschi padre e figlia, in “L’Arte” 1916, pp. 245-314).

Giovanni Andrea aveva iniziato il suo apprendistato con Bernardo Castello per poi entrare nella bottega di Bernardo Strozzi, pittore a cui le sue prime prove note sono senza dubbio debitrici.

Dopo una serie di pale d’altare e dipinti da stanza realizzati a partire dagli anni Trenta, datati e documentati, dove forte si avverte la vicinanza al collega genovese Domenico Fiasella, nella sua opera inizia a splendere soprattutto la lezione di Van Dyck, ravvisabile nella morbidezza e graduazione dei passaggi e delle penombre.

Le sue figure emergono dalla sottile preparazione della tela attraverso diafane velature di colore su colore, che ne restituiscono la particolare delicatezza e una sorta di effetto vibrato dato dalla riflessione della luce sulle differenti stesure.

Di grande suggestione risultano essere soprattutto gli incarnati dei volti, come è possibile notare anche nella tela qui offerta, caratterizzati anche da una particolare espressività, resa ancor più evocativa proprio grazie alla tessitura sottile della trama coloristica. Analogamente identificative dei modi dell’artista genovese sono le liquide pennellate che movimentano le vesti, quasi sempre dalle tonalità calde, quali il rosso spento dell’abito della nostra Rebecca o i bruni aranciati e i bianchi ribassati di quelli delle sue ancelle e di Eleazaro a cui sta offrendo da bere.

Le liquide e frante pennellate accostano questa importante versione della Rebecca al pozzo alle opere appartenenti all’ultima fase del pittore - quali il Giuseppe rifiuta i doni dei fratelli, di collezione privata genovese, ma ampiamente pubblicata nella letteratura di settore, o La famiglia di Giacobbe conservata presso la pinacoteca dell’ Accademia Ligustica di Genova - dove si assiste a un progressivo disfacimento della materia pittorica e a un costruire le forme grazie al raffinatissimo impasto di luce e colore oltre che alla predilezione per il formato orizzontale, maggiormente adatto alla contenuta teatralità delle sue scene sacre dove spesso è in grado di inserire brani di sapore velasqueziani.

 

Stima   € 50.000 / 80.000
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