Importanti maioliche rinascimentali

Importanti maioliche rinascimentali

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
17 APRILE 2019
ore 11.00

Esposizione

FIRENZE
12 - 15 aprile 2019
orario 10-18 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
1 - 30  di 66 LOTTI
201904170102400.jpg
24

ALBARELLO, CASTELDURANTE O DERUTA, PRIMA METÀ DEL XVI SECOLO

in maiolica dipinta in blu di cobalto, giallo arancio, giallo antimonio e bruno di manganese su smalto sottile moto poroso; alt. cm 21, diam. bocca cm 10, diam. piede cm 9,2

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), CASTELDURANTE OR DERUTA, FIRST HALF 16TH CENTURY

 

 

L’albarello ha forma cilindrica e mostra un’apertura arrotondata con orlo estroflesso, breve collo cilindrico che si apre su una spalla fortemente piana con profilo angolato. Il corpo è fortemente rastremato e scende verso un calice breve, anch’esso rastremato e poggiante su un piede a disco con base piana e orlo estroflesso. Un fitto decoro a trionfi, ombreggiati in mezza tinta giallo arancio, interessa l’intera superficie del vaso: al centro del fronte una sottile cornice ovale listata in verde ramina racchiude dall’alto uno scudo cuoriforme con il monogramma NO sormontato da una stella, un cartiglio definito da una fascia acquarellata giallo antimonio che contiene la scritta farmaceutica redatta in caratteri capitali V. EGITIACO, un trofeo con scudo.

La tipologia di questo albarello appartiene alla tradizione decorativa dei trofei d’armi, molto diffusa all’interno del ducato di Urbino. Qui il decoro è redatto con cura, in forme sottili ben sottolineate e ombreggiate nella variante giallo arancio individuata e studiata di recente (R. Gresta, La produzione pesarese a “trofei” in mezzatinta gialla, in Venezia le Marche e la civiltà adriatica, per festeggiare i 90 anni di Pietro Zampetti, Venezia 2003, pp. 318-321).

A Casteldurante questa decorazione è molto variabile e si estende per tutto l'arco del XVI secolo fino al primo quarto del XVII. I frammenti rinvenuti durante lo scavo archeologico del 2003 di via Porta del Molino mostrano una gamma eterogenea, sia nell'uso di questo decoro nell'impianto decorativo del manufatto, sia nella scala cromatica, documentato in grisaille o in ocra sulla tesa di piatti oppure in arancio al centro di piatti decorati sulla tesa con festoni o ancora in arancio-bruno su forme chiuse. E trofei "ocracei" da scavo sono documentati comunque anche ad Urbania (A.L. Ermeti, Ceramica da sterri a Casteldurante tra XIV e XVII secolo, 1997, p. 75, 78, fig. 81).

Tuttavia la presenza di albarelli coerenti per morfologia e con decori a trionfi, invero meno raffinati, presenti nelle raccolte di Arti Applicate del Castello Sforzesco di Milano con il medesimo emblema di farmacia, sono stati pubblicati come di bottega derutese dell’inizio del secolo XVI (G. Busti, F. Cocchi in R. Ausenda, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, vol. I, Milano 2000, pp. 73-74 nn. 50 e 56). Il riferimento a opere simili, ma con monogramma differente, attribuite invece a Siena nel 1949 ad opera di Joseph Chompret (J. Chompret, Répertoire de la majolique italienne, Parigi 1949, tavv. 874-876) ci fa riflettere ancora sulla definitiva attribuzione dell’opera. Una notazione particolare ci preme riguardo alla morfologia del pezzo, che per spalla angolata e rastrematura del corpo si avvicina ai vasi apotecari tradizionalmente ascritti a Casteldurante, come gli albarelli della farmacia con emblema del gallo, oppure quelli che ritroviamo poi anche nella bottega Picchi.

Stima  € 1.500 / 2.500
201904170101300.jpg
13

COPPA, DERUTA, 1520 CIRCA

in maiolica dipinta in giallo ocra, giallo antimonio azzurro, blu e bruno di manganese; alt. cm 3,8, diam. cm 16,8, diam. piede cm 8,4

 

A BOWL, DERUTA, CIRCA 1520

 

 

La ciotola ha corpo emisferico con fondo appena umbonato ed orlo assottigliato, e poggia su una base bassa ad anello concava appena accennata. Al centro, entro una cornice blu con motivo ad archetti, un braccio con corazza che termina in una mano che sorregge una lettera B trafitta da due frecce: il decoro è chiaramente collegato ai motivi amatori in una modalità molto originale. Tutta la composizione è delineata e ombreggiata in blu e colorata in giallo e giallo ocra nel braccio e nella lettera. Sulla tesa fasce concentriche separate da filettature con motivi decorativi ad archetti di varia foggia, a sesto acuto e a sesto ribassato e motivi a cordonatura. Il retro è interessato da un motivo a sottili linee parallele blu riempite con piccoli tratti obliqui arancio.

Il confronto con un frammento con decorazione e lettera N paraffata, dipinto in blu e giallo simile al nostro e databile tra la fine del XV e gli inizi del secolo XVI, proveniente dagli scavi di Orvieto (in Satolli 1992, p. 71, n. 56) e attribuito a officine locali, ci porta verso una probabile origine umbra, probabilmente in una bottega derutese, come confermato dalla presenza di opere con decoro del retro del tutto coerente al nostro nella vetrina dei frammenti con decoro a “Petal Back” nel museo della città umbra, dove si trova anche un frammento con due mani che sembrano sostenere una lettera U (si veda al riguardo: G. Busti, F. Cocchi, Prime considerazioni su alcuni frammenti da scavo in Deruta, in “Faenza”, LXXIII, 1-3, Faenza 1987 pp. 14-21, e G. Busti e F. Cocchi, La ceramica derutese dal XIII al XVI secolo nei reperti da recenti scavi locali, in G. Bojani, Ceramica fra Marche e Umbria dal Medioevo al Rinascimento, Faenza 1992, pp. 76-92. fig. 42bis).

Sono molti anche gli esemplari con decorazione a più fasce e coerenza stilistica che riportano al centro della composizione le lettere o il nome dell’amata, attribuibili alle botteghe derutesi, come ad esempio un piattello con decoro sul retro in “Petal Back” del Victoria and Albert Museum dell’inizio del XVI secolo con scritta MILINAB (inv. 2070-1910), oppure il piattello con San Francesco e sigla paraffata sul retro del Fitzwilliam di Cambridge databile allo stesso periodo (inv. C 105-1927). Particolarmente interessante anche il confronto con due piccole coppe del museo di arti applicate del Castello Sforzesco di Milano (G. Busti, F. Cocchi in R. Ausenda (a cura di), Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, I, Milano 2000, pp. 69-70 nn. 49-50).

Stima  € 2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170101600.jpg
16
Stima  € 2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170100700.jpg
7

UTELLO DA FARMACIA, MONTELUPO (?), FINE SECOLO XV

in maiolica dipinta a policromia con arancio, verde, blu, bruno di manganese e bianco di stagno; alt. cm 20,6, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 10,6

 

A SPOUTED APOTHECARY JAR, MONTELUPO (?), LATE 15TH CENTURY

 

 

Il vaso farmaceutico ha corpo sferoidale che poggia su un piede a base piano con leggera svasatura, la spalla è arrotondata e collegata al collo cilindrico con imboccatura estroflessa e orlo piano. Dal collo parte un’ansa a nastro dal profilo ingrossato, sul fronte un versatore a cannello collegato al collo da un cordolo dipinto di verde. Il vaso sul fronte sotto il cannello ha un cartiglio con finale accartocciato e dipinto di giallo arancio, con scritta apotecaria a caratteri capitali “DIA MORON”, ad indicare un elettuario galenico ottenuto cuocendo more mature e miele con l’aggiunta di mirra, zafferano e agresto.

Il motivo decorativo a foglia gotica, che occupa l’intera superficie del vaso con modalità piuttosto corrive e stile disegnativo grossolano, prende ispirazione dalla miniatura gotica e caratterizza molte delle manifatture italiane dell’epoca. Un confronto vicino, ma privo di cordone legato al cannello che è interamente dipinto di verde, ci deriva dalla Collezione Cora (G. Bojani, A. Fanfani, C. Ravanelli Guidotti, Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. La donazione Galeazzo Cora. Ceramiche dal Medioevo al XIX secolo, Milano 1985, p. 66 n. 31), con attribuzione a Montelupo nella prima metà del XVI secolo. Anche il confronto con un piccolo boccaletto marcato P pubblicato da Fausto Berti e proposto a confronto da Carmen Ravanelli Guidotti per l’orciolo sopracitato, ci pare convincente, come pure il confronto con albarelli montelupini con decoro simile (F. Berti, La maiolica di Montelupo, secolo XIV – XVIII, Milano 1986, p. 70 n. 18).

Stima  € 2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170100600.jpg
6

CIOTOLA EMISFERICA, FAENZA O FERRARA (?), 1500-1520

in maiolica dipinta in monocromia blu di cobalto; alt. cm 6, diam. cm 13,8

 

AN HEMISPHERIC BOWL, FAENZA OR FERRARA (?), 1500-1520

 

 

La ciotola ha forma emisferica con parete svasata che termina in un orlo appena estroflesso e poggia su un piede ad anello con lieve incavo. Il decoro al centro del cavetto, racchiuso in una doppia linea a due spessori, mostra una mano che stringe un cuore, mentre gli spazi vuoti sono riempiti da un sottile motivo alla porcellana, decoro che, centrato da fiori di peonia, corre lungo la tesa. Il retro è decorato da un motivo a dischi tagliati a croce alternati a serpentine o fiamme.

Questa tipologia decorativa trova l’indicazione di un preciso arco cronologico di produzione a Faenza, dove due esemplari dagli sterri cittadini hanno fornito una datazione che va dal 1521 al 1591, documentati dalle tavole del testo di Ballardini del 1919. Gli esemplari di questa tipologia emergono tuttavia in tutta la Romagna, testimoniando il successo della produzione. Per un’analisi più dettagliata e per esemplari di confronto rimandiamo a quanto pubblicato da Carmen Ravanelli Guidotti, che analizza nel dettaglio la produzione (C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza, Faenza 1998, pp. 265-282). È importante tuttavia sottolineare come la presenza del motivo decorativo con il cuore, ancora molto legato alla produzione della ceramica graffita precedente, ci faccia ritenere l’opera in esame databile al primo periodo produttivo.

Un esempio particolarmente interessante ci deriva invece dalle due ciotole, scarto di lavorazione, recentemente donate all’Ashmolean di Oxford, che ci forniscono una chiara immagine del momento e della tecnica produttiva di queste opere, e anche la nostra ciotolina conserva tracce del separatore così visibile nelle ciotole di confronto (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Oxford 2017, p. 86 n. 31).

Stima  € 2.000 / 3.000
201904170104500.jpg
45

CIOTOLA, DERUTA (?), 1580 CIRCA

in maiolica dipinta in blu di cobalto e bianco di stagno, su smalto azzurrato; alt. cm 4,2, diam. cm 12,4, diam. piede cm 6

 

A BOWL, DERUTA (?), CIRCA 1580

 

Provenienza

Sotheby’s, Rinomata raccolta di importanti maioliche italiane del Signor Guy G. Hannaford, Firenze, 17 ottobre 1969, lotto 108;

Firenze, Collezione privata

 

 

La ciotola emisferica ha cavetto appena umbonato, parete alta che termina su un orlo arrotondato e poggia su un piede ad anello rilevato e incavato.

Il decoro è realizzato a rilievo e mostra al centro della composizione Santa Caterina d’Alessandria con i segni del martirio, la palma e la ruota dentata. Liberamente tratta dall’incisione di Marcantonio Raimondi su disegno di Raffaello (Bartsch XIV, p. 145 n. 175), la figurina si staglia in un paesaggio con uno specchio d’acqua su cui si affacciano alcune montagne. Da notare il dettaglio del paesaggio sulla destra, dove il monte è separato dal lago da una serie di alberelli a ciuffo che richiamano le modalità pittoriche di ambiente istoriato urbinate.

Il soggetto trova riscontro, interpretandolo in modo più corrivo, nella splendida coppa delle collezioni della Cassa di Risparmio di Perugia (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, vol. II, Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia 2007, pp. 94-97 n. 94), che ci porta a pensare ad una possibile provenienza da Deruta. Tale attribuzione ci pare confermata sia dalla forte devozione nei confronti della Santa nella città umbra, sia dalle marcate somiglianze stilistiche nel volto della stessa con opere della tradizione. Il blu di fondo ci porterebbe inoltre a ipotizzare la possibile successiva doratura a lustro, mai realizzata per gli evidenti difetti allo smalto con ampie cadute. Si tratta forse di uno scarto di fornace che per modalità decorative, si veda anche il motivo secondario sull’orlo, anche sul lato esterno, meriterebbe a nostro avviso maggiori approfondimenti.

Un piattello con decoro a rilevo con San Rocco e rifinito a lustro, di attribuzione incerta, lascia tuttavia aperta una possibile attribuzione ad ambito urbinate, accostabile alla nostra coppa per le piccole dimensioni, la base della pittura in blu e alcune caratteristiche stilistiche prossime nella realizzazione del volto della figura (G. Gardelli, Cinque secoli di maiolica a Rimini, Ferrara 1984, p. 78 n. 70).

Stima  € 2.000 / 3.000
201904170104000.jpg
40
Stima  € 2.500 / 3.500
201904170100200.jpg
2

BOCCALE, TOSCANA, PRIMA METÀ SECOLO XV

in maiolica dipinta a zaffera con blu di cobalto e piombo, bruno di manganese, su smalto piuttosto alto e un poco azzurrato; alt. cm 17,2, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A JUG, TUSCANY, FIRST HALF 15TH CENTURY

 

Il boccale ha corpo piriforme panciuto con bocca trilobata, su piede basso a base piana; l’ansa a nastro parte appena sotto l’orlo per scendere e congiungersi al termine della pancia.

Il decoro sul fronte dell’opera prevede al centro della composizione un grande giglio araldico a campo libero, circondato da foglie di quercia e bacche in una larga metopa, seguita da una serie di metope di larghezza variabile decorate a piccole pennellate che giungono fino all’ansa, a nastro larga e dal profilo ovale, decorata con una sequenza di sottili pennellate orizzontali; all’attacco inferiore presenta forse un segno geometrico. Lungo il collo, entro fascia orizzontale delimitata da due filettature, si scorge un motivo del “vaio” o “a lambelli”, così definito dal fatto che la serie di gocce parallele ricorda le pellicce araldiche, il vaio appunto (A. Moore Valeri, Florentine `Zaffera a rilievo' maiolica: a new look at the “oriental influence", in “Archeologia medievale” 11, 1984, pp. 486-487).

La morfologia del boccale trova riscontro in ambito romagnolo, ma soprattutto in Toscana a partire dalla metà del secolo XIV fino alla metà del secolo XV. Il decoro a vaio è però proprio delle produzioni toscane, documentato talvolta anche nella zona di Siena e a scendere fino alla zona di Viterbo. Il giglio invece è spesso legato alla città madre, Firenze, e prodotto in Toscana in generale e a Firenze e a Montelupo in particolare. La forma ci pare molto prossima alle produzioni quattrocentesche fiorentine prima dell’avvento dei decori a damaschina.

La forma del giglio, con occhi a risparmio al centro del petalo, trova comunque riscontro in esemplari della zona fiorentina, come ad esempio nell’orciolo di Giunta di Tugio del Cleveland Museum of art (inv. 1943.391). Per altri esemplari di confronto si vedano le opere del museo di Capodimonte, e quelle pubblicate nel volume dedicato alla “zaffera” (G. Conti et alii, Zaffera et similia nella maiolica italiana, Viterbo 1991, pp. 27- 57, 259-260).

Stima  € 2.500 / 3.500
201904170100100.jpg
1

AMPOLLA DA OLIO, PESARO O AREA ADRIATICA, 1480-1520

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio e bruno di manganese, alt. cm 14,2, diam. bocca cm 7,4, diam. piede cm 8,8

 

AN OIL CRUET, PESARO OR ADRIATIC AREA, 1480-1520

 

 

Il piccolo versatore ha un’imboccatura rotonda molto svasata con orlo alto, che scende in un collo cilindrico e rastremato su corpo globulare terminante in un piede a disco con base piana. Sul fronte un versatore a cannello molto alto e sul retro, a partire dall’orlo, una larga ansa a nastro. Il decoro, che interessa prevalentemente il recto del vaso, vede in un medaglione incorniciato da un motivo a scaletta e lumeggiato in giallo il trigramma di san Bernardino in caratteri gotici. Il cannello è dipinto di bruno di manganese nei toni del viola mentre nel retro in basso a caratteri capitali si legge la scritta O[L]IO in una fascia orizzontale sotto l’ansa.

Il piccolo vaso aveva probabilmente un uso religioso per le sacre unzioni. Contenitori di questo tipo, o comunque piccoli contenitori da messa, furono prodotti in area adriatica e spesso destinati all’esportazione nel Nord Europa. Un esempio di confronto per la forma ci deriva da una piccola brocca decorata in bianchetto su smalto turchino, atta a contenere aceto, della collezione Bonali di Pesaro (P. Bonali, R. Gresta, Girolamo e Giacomo Lanfranco dalle Gabicce maiolicari a Pesaro nel secolo XVI, Rimini 1987, p. 316 n.115) che ci attesta il successo della forma.

Opere con decori coerenti si trovano in forma frammentaria all’Ashmolean di Oxford e da scavo, con forma differente ma coerente per decoro, al Museo di Londra (inv. A 378) entrambi con trigramma in caratteri gotici (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Oxford 2017, pp. 66-67, n. 17, n. 31).

Stima  € 3.000 / 4.000
201904170106600.jpg
66

VASO A “BOMBOLA”, PALERMO, FINE SECOLO XVI

in maiolica decorata in policromia con verde ramina, blu di cobalto molto sordo, rosso ferraccia, giallo antimonio, arancio cupo e bruno di manganese su smalto stannifero piuttosto ricco e lucente; alt. cm 35, diam. bocca cm 12,3, diam. piede cm 13,2

 

AN OVOID JAR, PALERMO, LATE 16TH CENTURY

 

 

Il vaso ha la caratteristica forma definita a bombola con orlo piano, labbro appena estroflesso, e collo cilindrico abbastanza alto che scende su una spalla arrotondata e collegata alla pancia, che ha forma ovoidale e si stringe in un calice rastremato terminante in un piede con base a disco estroflesso.

La decorazione presenta sul fronte la figura di un santo con cappello a larga tesa e mantello sulle spalle, che avanza in un paesaggio montano. La scena è racchiusa in un medaglione circondato da una cornice baccellata, costituita da due volute combacianti. Il resto del corpo è ornato da un motivo a trofei a risparmio su fondo blu, con scudi, else di spade, faretre e strumenti musicali disegnati in giallo e ombreggiati fortemente in grigio scuro con tocchi di giallo arancio. Un sottile tralcio continuo di foglie arricciate d’acanto su fondo arancio corre sulla spalla e all’inizio del calice mentre il decoro a trofei, in cui non manca la presenza di un capo ferino più simile ad’un aquila, riprende sul collo. Il calice del piede è a sua volta ornato con una fascia a foglie gialle arricciate su campo blu.

Per stile e modalità decorative, in particolare nella corona che corre sul piede, il vaso è sicuramente opera di un pittore ricercato, ancora fortemente influenzato dagli stilemi faentini così marcati nelle produzioni siciliane e mutuati attraverso le esperienze palermitane soprattutto della bottega dei fratelli Lazzaro di Palermo. Proprio la vicinanza alle esperienze faentine e i decori ancora declinati in forme particolarmente eleganti, ci fanno propendere per una datazione ancora precoce.

Un confronto ci deriva dal vaso con Santa Martire delle raccolte del Banco di Sicilia (G. Croazzo in R. Ausenda (a cura di), Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche. Milano 2010, pp. 32-33 n. 1) che condivide con il nostro alcune caratteristiche decorative che ne attestano la produzione locale.

Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170105500.jpg
55

ORCIOLO, PESARO, BOTTEGA DI GIROLAMO E LANFRANCO DALLE GABICCE, 1579

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, blu di cobalto, giallo antimonio, bianco di stagno, bruno di manganese. Il vaso elettuario ha corpo ovale rastremato verso il basso, piede medio che si apre in una base a disco, collo troncoconico che si apre in una bocca larga con orlo estroflesso; sul fronte un versatoio a cannello e sul retro un’ansa a nastro che porta il decoro con l’emblema della Fortuna, raffigurata come una figura femminile nuda in piedi su un delfino, sospinta da una vela. Al di sotto dell’emblema un cartiglio farmaceutico con scritta in blu in caratteri capitali “FARFARA”. Tutto intorno un decoro a trofei, tra i quali spicca un cartiglio con la data 1579; alt. cm 21,8, diam. bocca cm 9,8, diam. piede cm 9,6

 

A SPOUTED PHARMACY JAR, PESARO, WORKSHOP OF GIROLAMO AND LANFRANCO DALLE GABICCE, 1579

 

 

Questo straordinario insieme di vasi appartiene alla produzione pesarese del famoso corredo farmaceutico che ha come emblema l’immagine della Fortuna: un corredo vasto, presente in collezioni pubbliche e private, tra le quali ricordiamo qui i vasi recentemente pubblicati da Timothy Wilson e conservati al MET di New York, alla cui scheda rimandiamo per confronto (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance ceramics in the Metropolitan Museum of Art, London, pp. 284-285 n. 101A-C).

Tutti i vasi sono accomunati dalla medesima decorazione e caratterizzati dall’immagine di una divinità femminile nuda che si lascia trasportare da un delfino reggendo una vela: l’impersonificazione della Fortuna.

I vasi di questa importante Spezieria sono databili tra il 1579 e il 1580, e nonostante la tradizionale attribuzione dei decori a trofei alle botteghe di Casteldurante e la possibilità che altre botteghe del Ducato di Urbino abbiano potuto produrre questo decoro, i recenti ritrovamenti di Pesaro fanno ormai propendere per un’ attribuzione di questo corredo alla stessa città marchigiana, ed in particolare alla bottega di Girolamo Lanfranco dalle Gabicce (R. Gresta, La maiolica istoriata a Pesaro. Il pittore della Fortuna Marina, in “Accademia Raffaello. Atti e studi”, 2005 nuova serie 1, pp. 57-76).

Altri esemplari di confronto in: Museo Internazionale delle Ceramiche (G. Liverani, Il museo Internazionale delle Ceramiche, Faenza 1958, tav. 60); Collezione Bayer (G. Biscontini Ugolini, I vasi da farmacia nella collezione Bayer, Milano 1997, p. 86 n. 21); Museo di Palazzo Venezia (O. Mazzucato, Le ceramiche da farmacia a Roma tra '400 e ‘600, Viterbo 1990, p. 79); Museo del Louvre (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Paris 1974, pp. 320-21 nn. 982-3, 990).

Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170105100.jpg
51

SALIERA PLASTICA, URBINO, BOTTEGA PATANAZZI, FINE SECOLO XVI

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, blu cobalto, giallo antimonio, bianco stagno e bruno di manganese; cm 14x11x11

 

A SALT CELLAR, URBINO, WORKSHOP OF PATANAZZI, LATE 16TH CENTURY

 

 

La saliera in maiolica è formata da figure di aria che sostengono un invaso ovale decorato con un volto di donna, dipinta in tutte le sue parti a policromia con attenzione particolare alle lumeggiature delle parti plastiche, secondo la tradizione che ritroviamo anche nei calamai di manifattura urbinate. Le quattro figure poggiano su una base rettangolare sorretta da zampe ferine.

Questa tipologia di saliera presenta numerose varianti, sia nella scelta dei personaggi sia nella realizzazione dei decori, come ad esempio la saliera del Victoria and Albert Museum di Londra con tre delfini che sorreggono un piccolo piattello, o le due saliere con draghi e arpie custodite a casa Raffaello, molto vicine alla nostra. Si veda inoltre quella pubblicata nel catalogo della mostra parigina delle maioliche del Petit Palais (F. Barbe, C. Ravanelli Guidotti (a cura di), La collezione delle maioliche del Petit Palais della Città di Parigi, Venezia 2006, pp. 156-158 n. 78, solo per i draghi).

Un esempio particolarmente prossimo è stato pubblicato da Riccardo Gresta, che sottolinea come le saliere fossero oggetti da tavola molto usati nei palazzi, tanto da comparire spesso negli inventari. E del resto la loro produzione dovette interessare quasi tutte le botteghe del Ducato (R. Gresta, in E. Sannipoli (a cura di), La via della ceramica tra Umbria e Marche: maioliche rinascimentali da collezioni, Gubbio 2010, p. 294 n. 3.46).

Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170101500.jpg
15

BACILE DA ACQUERECCIA, DERUTA, 1530 CIRCA

in maiolica decorata in blu di cobalto, con lumeggiature a lustro dorato; alt. cm 4,2, diam. cm 32,2

 

A BASIN FOR A EWER, DERUTA, CIRCA 1530

 

 

Il bacile ha un cavetto ampio e concavo centrato da un umbone a fondo piano, circondato da una cornice a rilievo con orlo arrotondato, che scende in una seconda cornice a gola. La tesa è breve e orizzontale, con orlo rilevato. Questo piatto doveva sorreggere nel centro un versatoio, a imitazione del vasellame metallico (si veda in merito quanto detto in D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, A Catalogue of the British Museum’s Collection, Londra 2009, p. 460 n. 272).

Al centro della composizione decorativa troviamo un ritratto muliebre di profilo con una giovinetta con i capelli raccolti sulla nuca e legati da un sottile nastro che le cinge il capo, e di fronte uno stelo con fiori. Nella cornice a gola è presente un motivo a nodo delineato in blu su fondo lustrato; nel resto del cavetto si sviluppa un decoro a baccellature arcuate, delimitate da sottili pennellature blu e ombreggiature, anch’esse in blu sul fondo. La tesa mostra il caratteristico decoro a foglie lanceolate che, unendosi per la punta, formano una catena ondulata e continua, centrata da piccole infiorescenze triangolari. Il retro è decorato da sottili pennellate a lustro, molto lise, che sottolineano la circolarità del pezzo di cui emerge una sottile borchiatura a simulazione degli esemplari metallici di ispirazione.

Questo tipo di bacile a lustro fu prodotto a Deruta secondo le modalità utilizzate anche nei piatti da parata, in un periodo che oscilla tra il 1500 e il 1530. Confronti puntuali di bacili da acquereccia con ritratto femminile accompagnato da un fiore di giglio si trovano ad esempio nei musei francesi (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, p. 171 nn. 561-563). Nel nostro caso però il ritratto femminile si distingue per le modalità, che di solito invece riprendono i ritratti di ispirazione dal Perugino, come ad esempio il bacile esposto a Spoleto nel 1982, che condivide con il nostro la decorazione dell’orlo ed è databile alla prima metà del XVI secolo (C. Fiocco, G. Gherardi, Maioliche umbre decorate a lustro, Spoleto 1982, p. 11 n. 35) oppure il bacile conservato al British Museum (D. Thornton, T. Wilson, Italian Renaissance Ceramics, A Catalogue of the British Museum’s Collection, Londra 2009, p. 462 n. 272).

Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170103400.jpg
34

PIATTO, VENEZIA, BOTTEGA DI MASTRO DOMENICO, 1570 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, giallo antimonio, giallo arancio, verde ramina e bruno di manganese. Sul retro iscrizione Abran e lettere di collezione in bruno, sovracoperta in corsivo LFT; alt. cm 4,8, diam. cm 29,5, diam. piede cm 11

 

A DISH, VENICE, WORKSHOP OF MASTRO DOMENICO, CIRCA 1570

 

 

Il piatto ha profondo cavetto e larga tesa obliqua con orlo arrotondato, il retro poggia su un basso piede ad anello appena accennato, è listato di giallo a segnare le forme escluso il piede, al centro del quale è delineata in corsivo in blu di cobalto la scritta Abran.

Sul fronte una scena istoriata con più momenti rappresentati su diversi piani. Il paesaggio è aperto e vede sullo sfondo a destra una ricca città con edifici a cupola, al centro un complesso e variegato paesaggio, a sinistra una casa con un largo cortile con un pozzo, ed una figura femminile che esce allarmata da un cancelletto aperto; alla sua destra un fanciullo governa degli armenti, mentre sullo sfondo un vecchio è inginocchiato davanti a tre figure alate. Si tratta della narrazione, realizzata qui con grande maestria pittorica sia nella resa dei piani prospettici, sia nel totale dominio della materia, del momento in cui Abramo riceve da Dio sotto aspetto di tre viandanti la notizia che l’anno successivo l’anziana moglie Sara avrà un figlio: e proprio la moglie Sara sembra qui presagire l’evento o comunque indicare la scena. Il nome di Abramo nella forma qui utilizzata compare solo nella Genesi 11,26 e 17,5, in Neemia 9,7 e nelle Cronache I, 1,26.

L’opera per stile e decoro trova riscontro nelle migliori interpretazioni su forme aperte della bottega di mastro Domenico, che sappiamo essere stato anche pittore, ma di cui conosciamo solo pochi esemplari firmati. Citiamo qui ad esempio un piatto in collezione privata con l’Incontro tra Giuda e Tamara (A. Alverà Bortolotto (a cura di), Maioliche veneziane del Cinquecento da collezioni private, Galleria Canelli, Milano 1990, n. 17), nel quale ritroviamo la stessa suddivisione e distribuzione della scena in più piani, lo steccato in primo piano ed il pastore con gli armenti. Ma è soprattutto nei grandi vasi presenti proprio in questo catalogo che si riscontra un paesaggio del tutto simile a quello della città che compare sullo sfondo del nostro piatto.

Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170103500.jpg
35
Stima  € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170102900.jpg
29

ALBARELLO, FAENZA O PALERMO, FINE SECOLO XVI

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio, verde ramina; alt. cm 30,2, diam. bocca cm 11,4, diam. piede cm 11,2

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA OR PALERMO, LATE 16TH CENTURY

 

 

Il vaso ha forma allungata e rastremata al centro, spalla e calice angolati con stacco arrotondato. Il piede è basso a disco appena estroflesso di dimensioni coerenti con la bocca. Sul fronte, entro un medaglione racchiuso in cornice baccellata, è delineato un putto sorridente che corre su un dosso prativo sorreggendo nella mano sinistra una corona vegetale e nella sinistra un cesto con fiori. Al di sotto della cornice corre un cartiglio arrotolato sul retro con ombreggiature arancio, iscritto in lettere gotiche SY DE FONCHO. Il resto del contenitore è decorato con un fitto motivo a trofei, mentre sulla spalla e sul calice corre un motivo a foglie di prezzemolo realizzato in giallo antimonio su fondo arancio.

La presenza del cartiglio con scritta apotecaria distingue quest’opera da quelle comunemente prodotte in ambito palermitano. Ed anche le modalità stilistiche dei “trofei larghi”, realizzati a “grisaille”, si sviluppano a Faenza, con testimonianze in opere di grande rilevanza formale, note attraverso il confronto con scarti di lavorazione reperiti in ambito faentino (C. Ravanelli Guidotti, Thesaurus di opere della tradizione di Faenza dalle raccolte del Museo Internazionale delle ceramiche in Faenza, Faenza 1998, p. 394 fig. 11). Tuttavia la presenza di artisti faentini a Palermo non esclude che si possa trattare di un esempio di un’opera eseguita nella città siciliana.

Stima  € 3.000 / 4.000
201904170103000.jpg
30

COPPA, PESARO, BOTTEGA DI GIROLAMO LANFRANCO DALLE GABICCE (?), 1540 CIRCA

in maiolica dipinta a policromia in blu, giallo, arancio, verde e nero; alt. cm 4,6, diam. cm 25, diam. piede cm 12,2

 

A SHALLOW BOWL, WORKSHOP OF GIROLAMO LANFRANCO DALLE GABICCE (?), CIRCA 1540

 

 

La coppa ha cavetto concavo con tesa alta terminante in un orlo arrotondato e poggia su alto piede rifinito a stecca. La decorazione interessa tutta la superficie della coppa e mostra un paesaggio montuoso con architetture dal tetto cuspidato e grandi edifici con cupole e alberi dai tronchi contorti. Al centro della scena, in basso, due figure che sembrano discutere sulla sinistra e altre due sedute intente a suonare sulla destra. Probabilmente si tratta degli stessi soggetti raffigurati in due diversi momenti: prima la sfida a chi suona meglio e poi il momento della contesa: forse la sfida tra Apollo e Marsia narrata da Ovidio.

La coppa in esame per modalità stilistica e decorativa ci pare attribuibile ad ambiente pesarese della prima metà del secolo XVI, e probabilmente alla bottega di Lanfranco dalle Gabicce, come conferma il confronto con una coppa dalla foggia più aperta raffigurante la dea Latona che muta i Villani in rane del Museo di Pesaro (inv. 4159) (G. Biscontini Ugolini, Di alcuni piatti pesaresi della Bottega di Lanfranco delle Gabicce, in "Faenza", 2/1978, tav. XIV), o con quella

con Natività e pastori da collezione privata, che mostra analoghe caratteristiche fisiognomiche nei volti dei personaggi, con bocche serrate leggermente sorridenti, volti allungati, e corpi con muscoli allungati, oltre a case e architetture sullo sfondo, però con uno scorcio paesaggistico limitato, datata 1543 ed attribuita a Girolamo Lanfranco dalle Gabicce (G. Bojani, Fatti di ceramica nelle marche dal Trecento al Novecento, Macerata 1997, p. 79 n. 52). Tuttavia la somiglianza più marcata si ritrova con un piatto recentemente pubblicato raffigurante il mito di Atteone, attribuito ad ambiente urbinate, probabilmente Pesaro, e che ci pare condividere lo stile nel redigere le figure e la maniera di descrivere i paesaggi e gli elementi architettonici degli stessi (T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a private collection, Torino 2018, n. 131).

Stima  € 4.000 / 6.000
201904170104400.jpg
44

BROCCA DA FARMACIA, URBINO, BOTTEGA DI ORAZIO FONTANA, 1565 CIRCA

in maiolica dipinta in arancio, blu, bruno nei toni del nero, verde, viola; alt. cm 22,6, diam. bocca cm 12,2, diam. piede cm 11

 

A PHARMACY JUG, URBINO, WORKSHOP OF ORAZIO FONTANA, CIRCA 1565

 

 

La brocca mostra un’ampia imboccatura circolare con orlo estroflesso, che si apre in un collo breve e cilindrico poggiante su una larga spalla che continua in un corpo ovale. Sul fronte un versatore a cannello, sul retro un’ansa ad anello con estremità serpentiformi che sovrastano un mascherone a rilievo con testa di sileno. Il piede è basso e si appoggia a una base piana.

Il decoro istoriato occupa l’intera superficie del vaso ed è dominato da una figura femminile con corona e scettro, seduta su una poltrona a stecche su un basamento al di sotto del quale si allarga un cartiglio sostenuto da due amorini con scritta farmaceutica a caratteri capitali: “O.DI.ABEZZO”, mentre intorno si estende un vasto paesaggio lacustre abitato da villaggi e montagne, alte scogliere e alberi dal tronco sinuoso.

Questo vaso, rispetto ad altri della serie, mostra un paesaggio simile ma con montagne appuntite, e una più accorta realizzazione nei personaggi, differenze che fanno supporre l’intervento di più pittori nella stessa bottega, vista anche l’estensione di questo corredo farmaceutico.

La sostanza indicata nel cartiglio appartiene alla famiglia degli oli essenziali, ha una certa volatilità e si ricava con la distillazione delle parti resinose di alberi resiniferi. I migliori alberi sono il pino, l’abete e il larice, ma ne esistono molti altri che danno un’essenza di migliore o peggiore qualità: tra loro il Pinus abies è quello dal quale si ricava appunto l’olio di abezzo, medicamento che annovera interessanti proprietà che tornano utili nel trattamento di diverse affezioni di lieve entità, soprattutto per lenire disturbi a carico del tratto urogenitale, ovvero proprietà balsamiche, disinfettanti, antisettiche e antinfiammatorie.

Stima  € 4.000 / 6.000
201904170101400.jpg
14

COPPA UMBONATA E BACCELLATA, GUBBIO, POST 1530

in maiolica decorata in blu di cobalto, con lustri rosso e oro; alt. cm 4,2, diam. cm 18, diam. piede cm 9,8

 

AN UMBONATE BOWL WITH SPIRAL GADROONS, GUBBIO, POST 1530

 

 

La coppa apoda, con base concava, ha il corpo realizzato a stampo e presenta un decoro a rilievo che corre lungo il bordo, alternando baccellature a goccia disposte obliquamente accompagnate da elementi minori, quali fioretti tripetali alternati a boccioli tondeggianti. Il motivo è dipinto con lustro dorato sottolineato da larghe pennellate blu a formare una sorta di contorno. Sul retro si osservano larghe pennellate concentriche in lustro rosso. Al centro dell’umbone, incorniciato da una sottile fascia rilevata e dipinta in rosso, due mani si stringono sotto una corona e sopra un fuoco ardente, secondo la tipica raffigurazione del “patto di amore”. Il decoro centrale è anch’esso realizzato a stampo in rilievo.

Questa coppa appartiene ad una serie caratteristica, ove la preziosità del manufatto non era data tanto dallo stile pittorico quanto dalla tecnica del lustro e dalla realizzazione morfologica dell’oggetto. Per la forma della coppa, ma con un’altra raffigurazione al centro, si veda quanto indicato da Timothy Wilson nel pubblicare una coppa analoga conservata a New York (T. Wilson, Maiolica. Italian Renaissance Ceramics. In the Metropolitan Museum of Art New York, 2016, p. 236 n. 80).

Ampia la diffusione di queste coppe in maiolica decorata a rilievo per tutto il Cinquecento, ma gli esemplari datati si attestano prevalentemente attorno agli anni Trenta (T. Wilson, E.P. Sani, Le maioliche rinascimentali nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, I, Perugia 2006, p. 184), anche se è nota una coppa con l’insegna di Giulio II papa del primo decennio del secolo (1503-1513) (VAM inv. C.2197-1910) e di una coppa con le insegne di papa Paolo III (1534-1549). La produzione di questi oggetti fu probabilmente estesa, data la richiesta di vasellame a imitazione del metallo e il successo dei lustri di Gubbio prima e di Deruta poi. Si vedano in merito i numerosi esempi presenti nelle collezioni francesi (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 208-227), decorati al centro da vari tipi di raffigurazioni: santi, putti, raffigurazioni simboliche. Il decoro centrale tipico dei piatti “amatori” raffigura invece il motivo della Fede: simboleggia cioè il patto d’amore o la promessa tra i fidanzati, frequente anche nella maiolica faentina del ’500. Tali piatti erano donati alla persona amata e costituivano talvolta un dono di fidanzamento.

Un confronto pertinente soprattutto per il decoro centrale ci viene da una coppa datata 1537, che ci fornisce un aggancio temporale piuttosto indicativo (E. Sannipoli, La via della ceramica tra Umbria e Marche: maioliche rinascimentali da collezioni, Gubbio 2010, p. 162 n. 2.27), ma anche dalla coppa dell’Ashmolean di Oxford, sempre con motivo della Fides, databile tra il 1525 e il 1540 (T. Wilson, Italian Maiolica and Europe, Medieval, Renaissance, and later Italian Pottery in the Ashmolean Museum, Oxford 2017, p. 256 n. 114) oppure dal piatto con “Baldassina”, che condivide con il nostro lo stampo della tesa, Victoria And Albert Museum (VAM inv. 8932-1863).

Stima  € 4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170102600.jpg
26

ALBARELLO, FAENZA, METÀ SECOLO XVI

in maiolica decorata in blu di cobalto, giallo antimonio, verde ramina; alt. cm 31,4, diam. bocca cm 11,2, diam. piede cm 12

 

A PHARMACY JAR (ALBARELLO), FAENZA, MID 16TH CENTURY

 

 

Il vaso ha forma cilindrica e rastremata al centro, spalla e calice poco angolati con stacco arrotondato. Il piede è basso a disco appena estroflesso. Sul fronte, entro una piccola riserva circolare su un fondo giallo è delineato un ritratto maschile di profilo, con barba e capelli bianchi. Di fronte un sottile cartiglio con il nome IULIO delineato in lettere capitali. Al centro del vaso corre un cartiglio arrotolato particolarmente mosso, che reca in blu la scritta farmaceutica LOR DE POLMONE (?) in caratteri gotici, mentre il resto del vaso è interamente interessato da una decorazione a quartieri secondo le modalità tipiche delle manifatture faentine del periodo, con decori a delfini, fogliati e a corona continua su fondo di vari colori.

Luso di evocare personaggi dallantichità o, più raramente, della cultura cavalleresca, eÌ tipico di questa tipologia ceramica faentina associata alla decorazione a quartieri, spesso utilizzata nelle decorazioni di vasi globulari o albarelli. Alcuni confronti per lalbarello ci forniscono un valido aggancio cronologico, come ad esempio lalbarello conservato al British Museum di Londra, datato 1549, oppure un vaso conservato al Louvre datato 1548 con stesso decoro secondario (J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, n. 959).

Stima  € 4.000 / 6.000
201904170104600.jpg
46

ORCIOLO, ROMA, 1573

in maiolica dipinta in policromia a fondo azzurro con blu e giallo antimonio. Datato sul retro sotto l’ansa 1573; alt. cm 32,5, diam. bocca cm 10,8, diam. piede cm 15

 

A SPOUTED PHARMACY JAR, ROME, 1573

 

 

Il vaso ha forma ovoidale su stretto piede piano ed espanso, e collo breve che termina in una bocca con orlo estroflesso. L'ansa, a nastro, che parte appena sotto la bocca e scende fino al punto di massima espansione del corpo è di ricostruzione. Il corto beccuccio è a cannello cilindrico.

La decorazione ricopre l'intera superficie del vaso con motivo a larghe foglie su smalto azzurro berettino. Sul fronte, appena sotto il beccuccio compare uno stemma in cornice accartocciata d’azzurro al lambello di sei pendenti d’argento accompagnato da due falci lunari rovesciate in capo e crescenti in punta. Più sotto un largo cartiglio terminante con ampie volute arricciate e ripiegate ai lati, recante la scritta in caratteri gotici “salvie”, sotto il quale campeggia un mascherone femminile. Lungo il piede corre un decoro concatenato a piccole foglie, mentre il resto della superficie è occupato da un impianto decorativo fitomorfo a foglia bipartita, usato in prevalenza per corredi apotecari in monocromia cobalto su fondo azzurrato, comune a vari centri di produzione italiana tra la fine del XVI e gli inizi del XVIII secolo.

I reperti recuperati in scavi a Roma e i corredi di alcune farmacie proprio romane rafforzerebbero l’attribuzione di vasellami di questa tipologia decorativa a un’officina laziale, forse romana. Ma il raffronto con opere di produzione laziale, come i vasi apotecari della farmacia di Montefiascone non ci sembra pertinente. In quest’opera inoltre la forma del manico, seppur di ricostruzione, non sembra riportare traccia delle anse a doppio cordolo desinenti a ricciolo, tipiche della produzione dell’Italia centrale. Tuttavia il confronto con un’opera da collezione privata fiorentina, ancora attribuita a Venezia e datata 1586, ma dotata delle anse secondo la morfologia sopradescritta e con un mascherone del tutto analogo a quello raffigurato sul nostro vaso costituisce un valido confronto. Il cartiglio termina con ricciolo ripiegato con medesime caratteristiche e la decorazione sopra il piede nonché quella distribuita sul corpo del vaso coincidono (P. Casati Migliorini, L. Colapinto, R. Magnani, Vasi di farmacia del Rinascimento italiano da collezioni private, Ferrara 2002, pp. 272-273 n. 127). Del resto la produzione di vasi farmaceutici “alla veneziana” è attestata da documenti di archivio a Roma fin dal 1550 e da scarti di fornace di una bottega di vasai da Casteldurante a Roma (O. Mazzuccato, Le ceramiche da farmacia a Roma tra '400 e '600", Viterbo 1990, p. 81).

Infine il confronto con alcuni orcioli caratterizzati da un emblema a forma di elefante e con decori alla veneziana, stilisticamente affini al nostro, ci fa propendere per una produzione romana tra le più raffinate (R. Luzi, L. Pesante, in R. Ausenda, Le collezioni della fondazione Banco di Sicilia. Le maioliche, Milano 2010, p. 184 n. 67). Un confronto con un orciolo che per forma, tipologia dell’ansa e decoro è vicino al vaso in esame, appartenente già alla Farmacia dell’ospedale di San Salvatore a Roma e attribuito a fabbriche romane, ci conforta nell’attribuzione (C. Pedrazzini, La Farmacia storica ed artistica italiana, Milano 1934, p. 92).

Stima  € 4.000 / 6.000
201904170106200.jpg
62

COPPIA DI ORCIOLI, AREA METAURENSE, CASTELDURANTE (?), 1618

in maiolica dipinta in policromia con giallo arancio, blu cobalto, giallo antimonio, bianco stagno e bruno di manganese. Uno datato 1618; alt. cm 24,6, diam. bocca cm 9,8 e 11,2, diam. piede cm 10,2 e 10,8

 

A PAIR OF SPOUTED PHARMACY JARS, AREA OF THE METAURO, CASTELDURANTE (?), 1618

 

 

I due vasi farmaceutici hanno corpo piriforme fortemente rastremato verso il basso e terminano in un piede a disco a base piana. Il collo cilindrico si apre in un’imboccatura con orlo estroflesso, sul fronte si apre un beccuccio a cannello e sul retro è collocata un’ansa a nastro larga e rilevata ai bordi.

L’intera superficie dei vasi è interessata da un decoro a trofei con strumenti musicali e conchiglie. Sopra l’ansa, decorata di giallo con un motivo che va ad interessare una larga porzione del corpo del vaso, è dipinto un angelo che tiene in mano la croce e un globo, simbolo del mondo, ai cui piedi corre il cartiglio farmaceutico, redatto in blu con scritte in caratteri capitali e ombreggiato in arancio. Nella parte inferiore, tra il cartiglio e il piede, un emblema cuoriforme con le lettere C.R.D. tracciate in azzurro. In uno dei due orcioli sotto l’emblema della farmacia in un cartiglio si legge la data 1618.

I vasi appartengono ad un’importante Farmacia che annovera molti esemplari custoditi in Musei e collezioni private, tra i quali si ricordano l’orciolo della collezione Cora e due nella collezione Strozzi Sacrati. La tradizionale attribuzione alle botteghe di Casteldurante si apre verso una possibile produzione pesarese, anche se, come già indicato per frammenti presenti anche negli sterri di Urbania e come si dirà nella scheda relativa al lotto successivo, una più larga attribuzione all’area del ducato di Urbino ci pare ancora adeguata.

Stima  € 4.000 / 6.000
201904170106300.jpg
63

VASO A “BOMBOLA”, PALERMO, BOTTEGA PAOLO LAZZARO, 1620 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con verde ramina, blu di cobalto molto sordo, rosso ferraccia, giallo antimonio, arancio cupo e bruno di manganese su smalto stannifero povero; alt. cm 35, diam. bocca cm 12, diam. piede cm 12,5

 

AN OVOID JAR, PALERMO, WORKSHOP OF PAOLO LAZZARO, CIRCA 1620

 

 

Il vaso ha la caratteristica forma definita a bombola con orlo piano, labbro estroflesso e collo alto cilindrico appena estroflesso che scende su una spalla arrotondata e collegata alla pancia, che ha forma ovoidale e si stringe in un calice rastremato terminante in un piede con base a disco estroflesso.

La decorazione presenta sul fronte la figura della Santa Vergine con il Bambino che tiene in mano un uccellino (cardellino?), racchiusa in un medaglione a mandorla circondato da alte fiamme, a loro volta contornate da una fascia blu sfumata che raccorda il decoro a una cornice baccellata, costituita da due volute combacianti. Il resto del corpo è ornato da un motivo a trofei a risparmio su fondo blu, con scudi, else di spade, faretre e strumenti musicali disegnati in grigio chiaro e colorati con ampie pennellate acquarellate di giallo: tra gli elementi spicca un’insegna con testa ferina. Un sottile tralcio continuo di foglie arricciate d’acanto su fondo arancio corre sulla spalla, mentre il collo e il calice del piede sono decorati con larghi tralci di foglie gialle delineate in arancio e accompagnate su fondo blu. Il collo e la parte del calice del piede sono decorati con una fascia a linee concentriche nei toni del giallo.

La tipologia decorativa di questo vaso ha le sue radici nella produzione faentina grazie a Geronimo Lazzaro, attivo a Palermo all’inizio del secolo XVII: il modello si diffuse nelle botteghe palermitane e in seguito in tutta l’isola. Gli atti notarili nelle botteghe palermitane registrano la presenza di opere decorate alla maniera di Faenza decorate “da mano maestra”.

La forma del vaso, ancora molto faentina, e le marcate influenze dalla città romagnola soprattutto nei decori secondari del collo e del piede, fanno pensare ad una forte influenza dei pittori faentini o comunque alla conoscenza del vasellame così frequentemente importato dalla città romagnola. Per decoro e forma riteniamo quest’opera databile al primo ventennio del secolo XVII.

L’albarello da farmacia del Museo di Arti Decorative del Castello Sforzesco di Milano ci pare vicino stilisticamente a questo esemplare, che è tuttavia più accurato nella realizzazione dei decori minori e dei trofei. (R. Ausenda, Musei e Gallerie di Milano. Museo d’Arti Applicate. Le ceramiche, II, Milano 2001, p. 302 n. 330).

Stima  € 4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201904170106400.jpg
64

VASO A “BOMBOLA”, PALERMO, BOTTEGA LAZZARO, 1600 CIRCA

in maiolica decorata in policromia con verde ramina, blu di cobalto molto sordo, rosso ferraccia, giallo antimonio, arancio cupo e bruno di manganese su smalto stannifero povero. Iscritto sul retro SPQR; alt. cm 34,8, diam. bocca cm 11,6, diam. piede cm 11,8

 

AN OVOID JAR, PALERMO, WORKSHOP OF LAZZARO, CIRCA 1600

 

 

Il vaso ha la caratteristica forma cosiddetta a bombola con orlo piano, labbro estroflesso e corto collo leggermente cilindrico appena estroflesso che scende su una spalla arrotondata e collegata alla pancia, che ha forma ovoidale e si stringe in un calice rastremato che termina in un piede con base a disco estroflesso.

La decorazione mostra sul fronte Santa Apollonia con la pinza, simbolo del martirio, in un medaglione circondato da una cornice baccellata, costituita da due volute combacianti. Il resto della superficie è ornato da un motivo a trofei a risparmio su fondo blu, con scudi, else di spade, faretre e strumenti musicali disegnati in grigio chiaro e colorati con ampie pennellate acquarellate di giallo; tra gli elementi spicca proprio sul fronte del piede un’insegna ferina. Un sottile tralcio continuo di foglie arricciate d’acanto su fondo arancio corre sulla spalla e sul calice.

Un riscontro molto prossimo ci deriva dalla boccia della collezione del Museo Medievale di Bologna (C. Ravanelli Guidotti, Ceramiche occidentali del Museo Civico Medievale di Bologna, Bologna 1985, pp. 251-252 n. 215) decorata con una santa stilisticamente simile alla nostra e una marcata somiglianza nella realizzazione dei decori. Un altro confronto in riferimento soprattutto alla modalità stilistica del decoro a trionfi, ci deriva da un vaso globulare del Petit Palais a Parigi, con raffigurazione di San Francesco da Paola (F. Barbe, C. Ravanelli Guidotti, Forme e “diverse pitture” della maiolica italiana. La collezione delle maioliche del Petit Palais, Parigi 2006, pp. 133-134 n. 60).

Anche per quest’opera l’influenza faentina è ancora marcata.

Stima  € 4.000 / 6.000
Aggiudicazione:  Registrazione
1 - 30  di 66 LOTTI