Archeologia

Archeologia

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
18 DICEMBRE 2018
ore 15.30

Esposizione

FIRENZE
14 - 17 dicembre 2018
orario 10-13 / 14–19 
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
91 - 120  di 180 LOTTI
201812180109200.jpg
92

CRATERE

ATENE, FINE VI SECOLO A.C. - INIZIO V SECOLO A.C.

Cratere a colonnette, con orlo appiattito, collo troncoconico, corpo ovoidale, piede a doppio echino. Le anse verticali sono poste sulla spalla e si inseriscono sull’orlo mediante una placchetta. Il lato A, meno conservato, è decorato da una scena di partenza di Dioniso, il dio del vino e dell’ebbrezza, su una quadriga volta a destra, mentre due menadi ed una terza figura lo salutano; nella scena compaiono tralci di vite. Il lato B è decorato da una scena di komos, con una danza di due satiri e due menadi, una delle quali solleva dei crotali. I satiri sono nudi, le menadi vestite con pelli di capretti sopra le loro vesti. La decorazione secondaria, sulla tesa dell’orlo, mostra pantere gradienti a sinistra ed erbivori a destra, mentre lo spazio delle placchette presenta due palmette. H. 34,5 cm; diam orlo 28,5 cm.

Questo cratere, contenitore destinato a mescolare vino ed acqua durante i banchetti antichi, è decorato con un’esaltazione della bevanda, del suo dio e dei suoi effetti. Se il lato A presenta infatti il dio in atto di partire (o di arrivare), le menadi e i satiri sul lato B alludono agli effetti del vino sui simposiasti. Dal punto di vista stilistico, il cratere può essere avvicinato, se non attribuito, al pittore del Louvre C11287, noto solo da altri quattro crateri decorati con scene dionisiache. Lo si confronti in particolare, oltre che con il vaso eponimo, anche con un cratere al Museo Nazionale di Agrigento (inv. R 143: A. Calderone, CVA Agrigento 1, Roma 1985, pp. 8-9, tav. 7).

 

Provenienza

Collezione privata, Toscana

Pandolfini 18 dicembre 1998, lotto 204

Collezione privata, Piemonte

 

Oggetto dichiarato d’interesse archeologico particolarmente importante (D.m. 22 gennaio 1986)

Stima  € 6.500 / 8.500
201812180109300.jpg
93

ANFORA

ATENE, METÀ VI SECOLO A.C.

Anfora a collo distinto, con orlo ad echino, collo cilindrico, corpo ovoidale compresso, piede a disco, due anse verticali sono impostate sulla spalla. Decorazione secondaria: catena di fiori di loto sul collo, linguette alla base della spalla, corona di raggi nel tratto inferiore del corpo. Lato A: Eracle in lotta contro il leone Nemeo fra Hermes (con petaso e caduceo) ed Atena, elmata. L’eroe con il braccio sinistro soffoca l’animale, mentre con il braccio destro trattiene una zampa. Lato B: figura maschile nuda rappresentata nell’atto di indossare uno schiniere,mentre a terra davanti a lui sono un elmo con alto cimiero e scudo circolare. Ai lati della scena un oplita armato di tutto punto, retrospiciente, ed una figura femminile. H. 23,5 cm; diam. orlo 12 cm.

L’anfora, una neck amphora (anfora a collo distinto) di piccole dimensioni, rientra in una categoria di prodotti ben attestata in Etruria: un confronto per la semplificazione delle forme è costituito dall’esemplare RC 6992 dal Museo Nazionale di Tarquinia - G. Jacopi, CVA Tarquinia 1, Roma 1956, p. 6, tav. 28.2-3. Particolarmente significativo è il fatto che di questo vaso, pubblicato in Materiali di antichità varia - II scavi di Vulci, p. 29, n. 573, si conosca l’esatta provenienza: la tomba 157 della necropoli di Vulci (scavo 7/5/1963).

 

Provenienza

Vulci, scavi società Hercle

Collezione privata, Milano

Oggetto dichiarato d’interesse particolarmente importante (D.D.R. Lombardia 23 gennaio 2013)

Stima  € 5.000 / 7.000
201812180110700.jpg
107

COLLEZIONE DI 23 REPERTI

 

Collezione, formatasi in ambito romano fra la fine dell’800 e il ‘900, che unisce 23 reperti di produzione attica, etrusca ed italiota. Il materiale offre un campionario estremamente significativo, ed in eccezionali condizioni di conservazione, di alcune delle principali produzioni ceramiche circolanti nell’Italia centro-meridionale fra l’arcaismo e l’età ellenistica.

La ceramica di produzione etrusca rientra nella classe etrusco-corinzia è rappresentata da due olpai a rotelle e da un alabastron a fondo piano con decorazione a cani correnti: un’olpe appartiene al Gruppo degli Archetti intrecciati, così definito per il motivo inciso e sovraddipinto che abitualmente ne decora il corpo. L’alabastron, nonostante la decorazione semplice, è di una certa importanza per comprendere l’adozione di modelli culturali allogeni nella produzione vascolare etrusca (V. Bellelli, Influenze straniere e ispirazione locale. Gli alabastra etrusco-corinzi di Forma Ricci 121, in AnnFaina 14, 2007, pp. 293-324).

La produzione attica è rappresentata da una lekythos con decorazione a figure nere su fondo bianco (h. 21 cm), prodotto attribuibile alla cerchia del Pittore di Haimon, esponente della più tarda produzione, già riferibile all’inizio del V secolo a.C.

La ceramica italiota figurata, per lo più di produzione campana, presenta una selezione delle forme vascolari attestate nel IV secolo a.C.: una coppia di lekanides, con teste femminili intervallate da palmette, ed un piatto decorato anch’esso da una testa di donna con un’acconciatura a kekyphalos, raffigurata assieme allo specchio, simbolo di bellezza, un piccolo piatto da pesci con incavo centrale al centro, una lekythos ariballica con testa femminile volta a destra, uno skyphos con figura femminile e con epigrafe in alfabeto indigeno sul piede.

Di particolare interesse sono i tre crateri a campana della collezione: uno presenta su entrambi i lati figure di animali noti per la loro potenza (un toro rappresentato nell’atto di caricare e un leone); quello di dimensioni maggiori è connotato da un unitario tema di esaltazione del dio del vino Dioniso (h. 27 cm). Sul lato A il dio è rappresentato con un tirso (suo attributo costituito da un bastone su cui è infissa una pigna), sul lato B compare invece un’agile figura del suo animale, una pantera con il manto maculato.

Due anfore (del tipo bail amphora, con ansa a ponte sull’orlo - h. 33 e 37 cm) sono decorate da figure ammantate, mentre una terza anfora, di grandi dimensioni (h. 42 cm; diam orlo 12 cm), presenta una figura di guerriero, appoggiato ad un altare o pilastrino. L’uomo, completamente armato, indossa una corazza costituita da tre dischi saldati insieme (caratteristica del mondo militare sannita), un solido cinturone e un elmo con ampio cimiero. La qualità elevata del tratto lo rendono senza dubbio il pezzo migliore della raccolta.

La ceramica a vernice nera consiste in tre ciotole (di probabile produzione campana) decorate con palmette impresse, due kylikes con anse orizzontali sormontanti (una decorata con un motivo floreale sovraddipinto) e due gutti con medaglioni decorati a matrice con una testa femminile e con una figura femminile ammantata con in mano una torcia.

 

Provenienza

collezione privata, Roma

collezione privata, Lombardia

 

Collezione dichiarata d’eccezionale interesse archeologico (D.S.R Lombardia 14 settembre 2015).

 

Stima  € 8.000 / 10.000
201812180111300.jpg
113

KANTHAROS

PUGLIA 320-300 A.C.

Kantharos apulo a figure rosse con orlo rovesciato, bicchiere cilindrico a profilo concavo, anse verticali sormontanti impostate alla base del bicchiere, alto stelo cilindrico con anello rilevato a metà del suo sviluppo, piede troncoconico. Protomi femminili a matrice sono in corrispondenza dell’inserzione delle anse sulla vasca e alla base delle anse, su elementi foliati. La decorazione figurata, con dettagli riccamente sovraddipinti, si pone su due lati, marginati da colonne ioniche: sul lato A compare una figura femminile seduta di tre quarti su una roccia con uno specchio nella sinistra e una cista nella destra, a terra è posto un kalathos. Sul lato B è un erote androgino retrospiciente ad ali spiegate e con in mano una coppia di phialai. Vicino a lui sono un cigno e un ventaglio. H. 26,6 cm; diam orlo 11,7 cm

Questo kantharos, di elevata qualità formale, può essere ascritto ad un ceramografo connesso al Gruppo del Sakkos Bianco / Kantharos, il pittore di Bari 957 - A.D. Trendall, A. Cambitoglou, The Red-Figured Vases of Apulia (vol. II), Oxford 1982, pp. 986-987 (tav. 387) - cui sono stati attribuiti solo altri 5 vasi, tutti kantharoi - L. Todisco (a cura di), La ceramica a figure rosse della Magna Grecia e della Sicilia, Roma 2012, vol. I, pp. 289-290.

 

Provenienza

Collezione privata. Toscana

Pandolfini 18 dicembre 1998, lotto 232

Collezione privata piemontese.

 

Oggetto dichiarato d’interesse archeologico particolarmente importante (D.M. 22 gennaio 1986)

Stima  € 2.500 / 3.500
201812180111400.jpg
114

PELIKE

PUGLIA 350-325 A.C.

Pelike apula a figure rosse, con orlo ingrossato, corpo ovoidale con punto di massima espansione in basso, piede ad echino. Due anse verticali sono impostate sotto l’orlo. Sul lato A la scena figurata, delimitata in alto da rosette e da una teoria di ovuli e in basso da un motivo a meandro, mostra una figura femminile seduta su una sedia con alta spalliera che tiene nella destra uno specchio: davanti a lei è un giovane seminudo, coperto solo da un mantello sulla spalla destra che le porge un phiale baccellata. Dietro alla donna è la sua servitrice, rappresentata nell’atto di fare vento con un flabello mentre tiene con la sinistra una cista semiaperta. Numerosi elementi indicano la ricchezza e il prestigio della figura seduta, la presenza di poggiapiedi, i numerosi gioielli sovraddipinti che decorano le braccia, le spalle e la capigliatura (kekryphalos): siamo con ogni probabilità davanti ad una scena di corteggiamento. Sul lato B la scena figurata, più semplice e schematica, mostra due figure femminili (una con lo specchio in mano e l’altra con una cista) ai lati di un’ara centrale. Sotto le anse, a separare i due lati della figura sono palmette fra girali vegetali. H. 38,2 cm; diam orlo 19,6 cm.

Questa pelike, il cui lato A ha subito alcuni danni alla qualità della vernice durante la cottura, è opera di un ceramografo di elevata qualità attivo intorno alla metà del IV secolo a.C. La qualità nella resa del panneggio, reso con particolare dettaglio e morbidezza nell’accentuare le forme delle figure femminili del lato A, consente di avvicinare questo prodotto ai seguaci dello “stile semplice”, fase avanzata della prima produzione apula.

 

Provenienza

Collezione privata, Firenze

Pandolfini 18 dicembre 1998, lotto 248

Collezione privata, Piemonte

 

Oggetto dichiarato d’interesse archeologico particolarmente importante (D.M. 2 settembre 2002)

 

Stima  € 4.500 / 6.500
201812180111500.jpg
115

LEBETE GAMICO

PUGLIA, 340 A.C. CA.

Lebete gamico apulo a figure rosse. Il vaso, dalla struttura particolarmente elaborata, presenta un corpo ovoidale molto compresso con spalla quasi appiattita e un basso piede campanulato. Sulla spalla si innestano due anse a ponte orizzontali sormontanti e con una costolatura centrale. Al centro delle anse e sulle spalle si innestano appendici fusiformi. Il coperchio del vaso, originale, è costituito da un elemento appiattito che solleva un altro lebete gamico miniaturistico, a sua volta munito di coperchio. Lato A: sulla spalla erote androgino ad ali spiegate, seduto sul suo mantello. Sul corpo figura femminile a torso nudo su di un cavallo rampante: è retrospiciente, si volge verso un erote androgino che le porge una corona di fiori. A terra si trova un volatile con ali sollevate. Lato B: sulla spalla figura femminile a torso nudo che solleva con la sinistra un’ampia phiale. Sul corpo due figure femminili ammantate si incontrano: una solleva con la sinistra una corona, l’altra tiene nelle mani una phiale e un’oinochoe. Il lebete gamico miniaturistico è decorato da una figura di civetta, posta fra due foglie di alloro. La decorazione secondaria consiste in palmette e girali vegetali sotto le anse, un kyma ad ovoli sotto la spalla e una teoria di meandri intervallati da croci decussate. H. 42,5 cm

Il lebete gamico, vaso la cui peculiare forma è stata tradizionalmente associata alle cerimonie nuziali antiche, è decorato da scene connesse al mondo femminile. Questo vaso, di elevata qualità formale, rientra in un insieme di lebeti di grandi dimensioni, che presentano sul coperchio un’elaborata riproduzione miniaturistica della stessa forma vascolare, si vedano, ad esempio, i vasi a Edimburgo (NatMus. inv. 1881.44.23) e a Karlsruhe (Bad.Land. inv. B41). Lo stile, non lontano anche nelle decorazioni secondarie da quello di un esemplare a Tubinga (B. Rückert, CVA Tubingen 7, München 1997, pp. 20-21, tavv. 5-6), consente un’attribuzione alla cerchia del Pittore di Dario, uno dei principali ceramografi apuli: C. Aellen et alii (a cura di), Le peintre de Darius et son milieu, Genève 1986.

 

Provenienza

Collezione privata, Siena

Pandolfini 6 giugno 2002, lotto 240

Collezione privata, Piemonte

Stima  € 18.000 / 25.000
201812180111600.jpg
116

COLLEZIONE ARCHEOLOGICA

 

La collezione, composta da 111 reperti, rappresenta nel suo insieme un complesso unitario per provenienza, dal momento che costituisce una significativa documentazione dei materiali ceramici e non prodotti in Italia, ed in particolare in Etruria e Magna Grecia, fra la preistoria e l’età imperiale. Il nucleo più antico è rappresentato dall’industria litica, da alcuni bifacciali in selce.

Nel complesso, di pregio particolarmente rilevante sono le quattro teste in marmo, che meritano un particolare commento. L’esemplare più antico è una piccola testa, forse di età ellenistica, di una giovane donna capite aperto, con capelli raccolti sulla nuca. I capelli sulla fronte sono spartiti al centro e procedono verso le tempie ed il capo è cinto da una benda. I lineamenti idealizzati e fini, potrebbero far pensare a un’immagine di Artemide (affine alla figura da Delo in L. Kahil, Artemis, in LIMC II.2, Zürich 1997, p. 478, n. 402). Di età giulio-claudia è il volto di un giovane, con capigliatura resa da ciocche lisce e spesse ripartite sulla fronte a formare una coda di rondine: il volto è pieno, con lineamenti delicati, probabilmente assimilati alla ritrattistica pubblica.

Di eccezionale importanza è un ritratto femminile di grandi dimensioni (h. 30 cm), realizzato in marmo greco insulare lucente e a grandi cristalli, probabilmente attribuibile alle cave dell’isola di Taso. La testa, ovale e piena, con naso diritto, occhi grandi e allungati, dalle palpebre spesse e labbra sottili, forse pertinente ad un rilievo o ad un sarcofago, si connota in particolare per una particolare capigliatura, con i boccoli resi da ordinate file di fori di trapano. Questa capigliatura, in cui deve con ogni probabilità vedersi un toupet applicato sui capelli veri, presenta singolari affinità con l’acconciatura di Giulia, la figlia dell’imperatore Tito, della dinastia dei Flavi (su questi aspetti concernenti la capigliatura femminile nel mondo romano e sulla loro reale portata ideologica E. D’Ambra, Mode and Model in the Flavian Female Portrait, in AJA 117.4, 2013, pp. 511-525).

Riferibile alla metà del II secolo d.C. è un’altra testa in mamo con volto ovale dai lineamenti delicati (h. 16 cm); gli occhi sono grandi e un po’ distanziati (l’iride e la pupilla sono indicate da un’incisione), il naso diritto e la bocca, dalle labbra carnose, disegnata con cura. La capigliatura, con capelli ondulati annodati sulla sommità del capo e sulla nuca, rimanda all’iconografia di Afrodite / Venere. Dal momento che si può riscontrare una certa volontà ritrattistica nella resa dei lineamenti del volto, è probabile questa testa sia un ritratto privato di una ricca signora che ha deciso di rappresentarsi come Afrodite (L.M. Gigante, Roman Commemorative Portraits: Women with the Attributes of Venus, in Memory & Oblivion, Boston 1999, pp. 447-453).

Numericamente e qualitativamente rilevante è poi il materiale di provenienza Etrusca: all’età del Ferro vanno attribuiti una grande tazza baccellata con ansa sormontante, prodotta in area vulcente, due fibule in bronzo con arco decorato a linee parallele incise. La ceramica d’impasto è rappresentata inoltre da un’anforetta con decorazione a doppia spirale e da un alabastron fusiforme. Ai tre contenitori per unguenti profumati di produzione etrusco-corinzia, si aggiunge un prodotto importato di provenienza corinzia. Il bucchero, classe principe della produzione Etrusca di età orientalizzante e arcaica, è rappresentato da numerosi esemplari: quattro kantharoi con anse sormontanti, tre oinochoai. Una di queste, di grandi dimensioni, presenta sull’orlo un filtro/colino in ceramica, destinato a trattenere gli elementi aromatici inseriti nel vino.

La ceramica attica è rappresentata da due lekythoi a figure nere, una a fondo bianco con una fitta trama di palmette e una con corpo interamente verniciato di nero e con decorazione sulla spalla, e da una pelike a figure rosse decorata con una scena articolata. Sul ventre, sul lato A è una figura di Eros di profilo, in volo verso destra, con le braccia in avanti e i pugni chiusi a stringere una benda. Sul lato B è un giovane stante, ammantato, con la destra protesa verso Eros.

Ampio all’interno della collezione è il campione costituito dalla ceramica dell’Italia meridionale, ascrivibile a produzioni apule a figure rosse, daunie, e nello stile di Gnathia. L’esemplare più antico è un attingitoio daunio con uccello stilizzato dipinto al centro della vasca. Fra i nove vasi della produzione apula a figure rosse, si segnala una pelike che può essere ascritta allo stile ‘piano’ (fase iniziale): il lato A presenta una donna elegantemente ammantata che solleva nella destra un portagioie e nella sinistra una benda, di fronte a lei è un erote, con in mano un’oinochoe e uno specchio, indicazione della bellezza e della seduzione femminile. Il lato B presenta una scena con due efebi a colloquio. Altri vasi presentano giovani nudi ammantati con una benda sul capo (due brocchette), uno skyphos con l’immagine di una civetta fra rami di alloro; tre figure femminili in atto di conversare (una hydria). Il soggetto della protome femminile, particolarmente comune nella produzione italiota, compare su di uno skyphos con dettagli sovraddipinti, e su di una chous di qualità più corrente.

La ceramica a vernice nera con decorazione sovraddipinta policroma (ceramica di Gnathia) è rappresentata da uno skyphos decorato da un tralcio dipinto con grappoli, pampini e viticci e da una lekythos ariballica con un erote alato in volo verso sinistra con una cesta e una corona di fiori. Un’oinochoe con becco a cartoccio, coperta da vernice nera di buona qualità ed originariamente decorata da sovraddipinture in bianco, è ascrivibile ad una produzione etrusca di età ellenistica. Fra i prodotti a vernice nera si segnala in particolare un guttus di forma lenticolare, con disco centrale decorato a rilievo con una figura femminile ammantata, probabilmente intenta a tessere, oltre a coppe con palmette impresse.

Un nucleo notevole della collezione è composto dalla coroplastica figurata di destinazione votiva o funeraria, databile dall’epoca arcaica fino a tutto il periodo romano imperiale, composta da figurine femminile rappresentati divinità e devote, stanti oppure sedute in trono, ma anche protomi maschili e femminili, maschere teatrali, piccoli gruppi raffiguranti coppie di personaggi oppure personaggi con animali, animali e frutta. Particolarmente rilevante è un bassorilievo raffigurante Dioniso giovane, in nudità, con un kantharos nella mano destra. Sempre all’ambito sacrale appartiene una statuina di Kore / Persefone seduta in trono in posizione statica e frontale con le mani sulle ginocchia e una spiga in mano. Al mondo egizio rimanda una figurina di Arpocrate, con il tipico gesto di portare il dito alla bocca.

Fra i bronzi si segnalano uno specchio etrusco in bronzo e un bronzetto di offerente ammantato, con corona di edera sul capo, rappresentato con in mano una patera ombelicata, di buona qualità del III-II secolo a.C. (h. 14,7 cm) e una frammentaria figurina del benaugurante dio Priapo (h. 6 cm). 

I due soli esemplari in vetro, due balsamari in vetro soffiato di età romana, sono in buone condizioni di conservazione. Fra le importazioni esotiche si segnalano due alabastra in pietra calcarea, pregiati contenitori per profumi prodotti in età arcaica e classica nel Mediterraneo Orientale.

 

Provenienza

Collezione privata, Firenze

 

Collezione dichiara di eccezionale importanza (D.S.R. Toscana 29 gennaio 2018)

 

Stima  € 25.000 / 35.000
201812180111700.jpg
117

PHIALE
PUGLIA, 320-300 A.C.

Phiale apula con vasca troncoconica schiacciata, orlo a tesa e piede cilindrico, anse a ponte a sezione costolata (una mancante), impostate sull’orlo fra due elementi a bottone. La decorazione al centro di un medaglione delimitato da un ramo di alloro sovraddipinto in bianco e da un motivo ad onda, presenta una testa di Nike volta verso destra con grandi ali spiegate ai lati. La capigliatura è racchiusa in un elaboratissimo sakkos decorato con dettagli sovraddipinti. Sempre in bianco sovraddipinto sono resi i gioielli (collana, diadema ed orecchino con pendente triangolare) e dettagli nelle ali. H. 10,1 cm; diam. 42 cm.

Questa phiale può essere attribuita ad artigiani connessi all’importante Gruppo del Sakkos Bianco: la resa della testa presenta in particolare affinità stringenti con quella di un piatto del Gruppo di Stoccarda - A.D. Trendall, A. Cambitoglou, The Red-Figured Vases of Apulia (vol. II), Oxford 1982, p. 986 (tav. 386.6) - analogo perfino nella leziosa resa della cordicella che stringe superiormente il sakkos. La phiale può pertanto essere attribuita allo stesso Gruppo di Stoccarda, su cui si veda recentemente: L. Todisco (a cura di), La ceramica a figure rosse della Magna Grecia e della Sicilia, Roma 2012, vol. I, pp. 287-289.

 

Provenienza

Collezione privata, Toscana

Pandolfini 18 dicembre 1998, lotto 233

Collezione privata, Piemonte

 

Oggetto dichiarato d’interesse archeologico particolarmente importante (22 gennaio 1986)

 

Stima  € 3.500 / 5.500
91 - 120  di 180 LOTTI