UN SECOLO TRA COLLEZIONISMO E MERCATO ANTIQUARIO A FIRENZE

UN SECOLO TRA COLLEZIONISMO E MERCATO ANTIQUARIO A FIRENZE

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez Montalvo
Borgo degli Albizi,26
19 OTTOBRE 2016
ore 17.30

Esposizione

FIRENZE

Venerdi'       14 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Sabato        15 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Domenica   16 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Lunedi'        17 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19 
Martedi'       18 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Mercoledi'    19 Ottobre     ore 10 - 13


Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
91 - 120  di 120 LOTTI
201610190109300.jpg

Giuseppe Bazzani

(Mantova 1690-1769)

IL BANCHETTO DI BALDASSARRE

olio su tela, cm 275x235


opera dichiarata di particolare interesse storico-artistico ai sensi del decreto legislativo 42/2004
 

 

Esposizioni

Mostra del Bazzani, Mantova, Casa del Mantegna, 10 giugno - 15 ottobre 1950

 

Bibliografia

Mostra del Bazzani, Mantova, catalogo della mostra a cura di N. Ivanoff, Bergamo, 1950, p. 39

Bazzani, saggio critico e catalogo delle opere; Mostra del Bazzani in Mantova, Casa del Mantegna, 14 maggio - 15 ottobre 1950, a cura di N. Ivanoff, Bergamo, 1950, p. 50

 

 

La grande tela qui presentata, contraddistinta da un’esecuzione rapida e vibrante, è opera dell’artista mantovano Giuseppe Bazzani uno dei maggiori esponenti della pittura rococò in Italia.

Ispirata a una letteratura sia elegiaca che gesuitica, la sua sensibilità si esprime in un considerevole numero di opere in cui si possono cogliere anticipazioni al rococò veneziano e austriaco.

Questi aspetti derivano senz’altro dallo studio della pittura di Paolo Veronese e dei Bassano, ma anche dall’accostamento alle opere di Rubens, Grechetto e Domenico Fetti a cui si ispirò per gli originali, quanto improvvisi, giochi di luce e per i colori intensi.

L’episodio raffigurato nella tela è tratto dal libro di Daniele (V, 1-28) in cui si racconta che Baldassarre, ultimo re di Babilonia, nonostante l’assedio da parte di Ciro, preferì organizzare un banchetto anziché preoccuparsi della difesa della città. I commensali fecero inoltre libagioni nelle coppe e nel vasellame sacro del tempio di Gerusalemme che era stato a suo tempo depredato dal padre di Baldassarre, Nabucodonosor, durante la conquista della città.

L’empio festino venne però interrotto dall’apparizione miracolosa di una mano in atto di scrivere in aramaico il seguente verdetto: “Mene, Tekel, Peres,” ovvero “numerato, pesato, diviso” che nell’interpretazione di Daniele indica la condanna e la fine di Babilonia e del regno di Baldassarre: “Dio ha contato il tuo regno e gli ha posto fine. Tu sei stato pesato sulle bilance e sei stato trovato insufficiente. Il tuo regno è stato diviso e dato ai Medi e ai Persiani”.

Questa scritta profetica in aramaico si incide sull’architrave del colonnato che fa da quinta teatrale alla composizione; proprio verso l’alto si indirizza lo sguardo di Baldassarre che si identifica, oltre che per l’espressione angosciata, per il ricco copricapo di piume e per le vesti di un bellissimo cangiantismo. Intorno a lui gli invitati continuano a muoversi ignari e sorridenti nello spirito leggero e vaporoso del convito.

Per i contorni vibranti delle figure e per gli effetti luministici quasi lunari il dipinto potrebbe appartenere alla fase matura del Bazzani, sebbene non sia compito facile datare le sue opere essendo rare le notizie documentarie; è tuttavia plausibile, per affinità stilistiche, l’accostamento del nostro Banchetto con opere degli anni Cinquanta del Settecento come Ester e Assuero del Nationalmuseum di Stoccolma o la Figlia di Jephte del Museo del Louvre; in particolare con quest’ultimo quadro si ravvisa una forte similitudine tra la posa e l’espressione di Jephte e quella di Baldassare. 

Stima   € 25.000 / 35.000
201610190109800.jpg

Vincenzo Meucci

(Firenze 1694-1766)

ASCENSIONE DI CRISTO

olio su tela, cm 87x72

bozzetto preparatorio per il soffitto della navata nella chiesa di San Salvatore al Vescovo a Firenze

 

Provenienza

già collezione Carlo Ginori

 

Esposizioni

Gli Ultimi Medici. Il tardo Barocco a Firenze, 1670-1743, Firenze, 1974, n. 170

 

Bibliografia

Gli Ultimi Medici. Il tardo Barocco a Firenze, 1670-1743, Firenze, 1974, pp. 288-289, scheda 170

S. Bellesi, Catalogo dei Pittori Fiorentini del ‘600 e ‘700, Biografia e Opere, vol. III, Firenze, 2009, p. 119

C. Iacomelli Lenzi, Vincenzo Meucci: (1694-1766), Firenze, 2014, pp. 131, 190

 

Bibliografia di riferimento

M. Gregori, R. P. Ciardi (a cura di), Storia delle Arti in Toscana, Il Settecento, Firenze, 2006

 

 

Il dipinto qui proposto, proveniente dalla collezione di Carlo Ginori, è il bozzetto preparatorio per l’affresco della volta di San Salvatore al Vescovo a Firenze raffigurante L’Ascensione di Cristo; l’opera si inserisce in un ciclo decorativo eseguito tra il 1737 e il 1738 su commissione dall’arcivescovo Giuseppe Martinelli che apportò una radicale trasformazione degli spazi interni della chiesa duecentesca grazie al progetto dell’architetto Bernardo Ciullini. Le decorazioni della piccola chiesa, alla quale si accede attraverso il cortile del palazzo Arcivescovile nel quale è incastonata, nonostante la bella facciata romanica bicroma si affacci su piazza dell’Olio, furono eseguite da alcuni tra gli artisti più rappresentativi del Settecento fiorentino tra cui Giovanni Domenico Ferretti, Pietro Anderlini, Mauro Soderini e Vincenzo Meucci.

Il Meucci, oltre alla volta, dipinse anche la Resurrezione di Cristo sulla parete destra della stessa chiesa. Nel bozzetto qui presentato ritroviamo i caratteri stilistici principali delle sue opere, l’eleganza delle figure e la ricca varietà cromatica oltre all’impostazione dello spazio ben definita.

La formazione artistica del pittore si svolse inizialmente a Firenze con lo scultore Giovacchino Fortini e successivamente tra Piacenza e Bologna, come allievo prima di Sebastiano Galeotti e poi di Giovanni Gioseffo dal Sole. Insieme a Giovanni Domenico Ferretti, che gli fu amico e rivale, oltre che compagno di studi a Bologna, Meucci collaborò all’esecuzione degli affreschi nel convento di San Domenico al Maglio a Firenze (oggi Scuola di Sanità Militare).

Il suo stile originale e la sua grande abilità compositiva, che comprende sia elementi tardobarocchi che classicisti, soprattutto per le opere a fresco, gli fecero riscuotere un grande successo tra i mecenati e i committenti più diversi come il marchese Giovanni Battista Salimbeni a Firenze, il vescovo Alessandro II Chigi-Zondadari a Siena e il cardinal Neri Corsini a Roma, per i quali eseguì soggetti religiosi, profani e celebrativi.

Tra le sue opere più importanti va menzionata senza dubbio la decorazione della cupola di San Lorenzo raffigurante la Gloria dei Santi fiorentini eseguita tra il 1740 e il 1742 su commissione di Anna Maria Luisa dei Medici.

 

Stima   € 8.000 / 12.000
Aggiudicazione:  Registrazione
201610190110800.jpg

Alessio Pellegrini

(Camerino, documentato 1636-1677)

SANTO IN MEDITAZIONE SUL CROCIFISSO

terracotta, cm 37x28,5

 

Bibliografia di riferimento

M. Mazzalupi, Il fornaio di Petrignano, in La Crocifissione di Petrignano: storia e restauro di una tela del Seicento romano, Pievebovigliana 2009, p. 25 n. 8;

C. Giometti, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, 4, Scultura in terracotta, Roma 2011, pp. 67-68 catt. 49-57;

A. Bacchi, scheda in A Taste for Sculpture: marble, terracotta and ivory, London 2014, pp. 40-43 schede 7-8

 

Quest’ovale in terracotta raffigurante un santo penitente entro una cornice decorativa a motivi floreali è immediatamente accostabile alla serie di nove ovali del tutto simili oggi al Museo Nazionale di Palazzo Venezia. Cinque di essi sono firmati e variamente datati (tra il 1669 e il 1671) da Alessio Pellegrini, uno soltanto (Santa Rosa da Lima) è invece firmato da Bonaventura Pellegrini, mentre tre (tra cui San Filippo Neri) sono privi di iscrizioni. Altri due ovali, di dimensioni pressoché identiche, raffiguranti Santi vescovi, sono di recente venuti alla luce, e sebbene anch’essi privi di firma, il riferimento a Pellegrini sembra quasi ovvio. Come pure per l’esemplare qui presente, sia per la cornice a fiori (anche gli altri hanno cornici simili, ma sempre diverse), che per l’elemento decorativo in basso, una cartouche affiancata da due alette, confrontabile con quello che chiude, nella stessa posizione, l’ovale della Santa Rosa da Lima di Palazzo Venezia, o con quelli, invece in alto, dei due Santi vescovi resi noti solo recentemente.

Su Alessio Pellegrini sappiamo ancora poco, documentato soprattutto come stuccatore, attivo tra Urbino e Fano. Stilisticamente la sua produzione in stucco presenta a volte degli accenti di irrequietezza del tutto assenti nella serie di santi in terracotta a cui è da ricondurre questo ovale.

 

A.B.

 

Stima   € 1.000 / 1.500
Aggiudicazione:  Registrazione
201610190110900.jpg

Plasticatore toscano o dell’Italia Settentrionale, sec. XV/XVI

BUSTO DI CRISTO “VIR DOLORUM”

stucco dipinto in policromia, cm 51x44x18

 

Bibliografia di riferimento

A. Bellandi, in Catalogo del museo diocesano di Milano, a cura di R. Casciaro, Milano 2011, p. 75

 

La corona di spine stretta intorno alle tempie, con le gocce di sangue che scendono sulla fronte fino a spargersi sul costato, mentre il volto si volge in basso in un’espressione di rassegnato dolore, consentono di inserire questo busto nella tipologia del Vir dolorum. Si tratta di una tipologia di busti che, realizzati specialmente in terracotta e stucco, trovò larga diffusione in Italia tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, grazie anche al diffondersi dei principi di rinnovata spiritualità che proprio in quegli anni venivano divulgati dagli ordini mendicanti. Simili immagini trovarono sempre più spazio tanto nelle case private quanto negli ambienti religiosi ed erano volte, grazie all’impatto emotivo capaci di suscitare, ad ispirare nei fedeli sentimenti di devozione e una riflessione su una condotta di vita basata sull’Imitatio Christi.

Nello specifico, l’opera in esame appartiene a una tipologia della quale si conoscono altri quattro esemplari in stucco, sostanzialmente identici e quindi presumibilmente replicati da un medesimo prototipo, secondo una consuetudine tecnica assai diffusa nella plastica rinascimentale, in special modo nelle botteghe fiorentine del Quattrocento. Uno di essi, conservato nella Collezione Mercenaro presso il Museo Diocesano di Milano, in passato attribuito a Donatello e in seguito riferito in modo più generico a “Scuola fiorentina, seconda metà del XV secolo” (P. Biscottini, Museo Diocesano di Milano, Milano 2005, p. 121), è stato recentemente ricondotto da Alfredo Bellandi (op. cit. 2011) all’ambito lucchese nel primo quarto del Cinquecento. Ma l’esistenza di un esemplare nella chiesa della SS. Annunziata a Parma (gentilmente segnalato da Aldo Galli), in un allestimento di fine Settecento che suggerisce un’antica devozione, può indurci a prospettare un’origine padana, plausibile anche dal punto di vista stilistico per gli echi della scultura in terracotta di Niccolò dell’Arca, ravvisabili nell’intensità drammatica e nell’anatomia emaciata di questo modello.

G.G.           

Stima   € 6.000 / 8.000
91 - 120  di 120 LOTTI