UN SECOLO TRA COLLEZIONISMO E MERCATO ANTIQUARIO A FIRENZE

UN SECOLO TRA COLLEZIONISMO E MERCATO ANTIQUARIO A FIRENZE

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez Montalvo
Borgo degli Albizi,26
19 OTTOBRE 2016
ore 17.30

Esposizione

FIRENZE

Venerdi'       14 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Sabato        15 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Domenica   16 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Lunedi'        17 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19 
Martedi'       18 Ottobre     ore 10 – 13 / 14 – 19
Mercoledi'    19 Ottobre     ore 10 - 13


Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it
 
 
 
Stima   800 € - 180000 €

Tutte le categorie

Visualizzazione tipo lista
Visualizzazione tipo griglia
1 - 30  di 120
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Alessio Pellegrini

(Camerino, documentato 1636-1677)

SANTO IN MEDITAZIONE SUL CROCIFISSO

terracotta, cm 37x28,5

 

Bibliografia di riferimento

M. Mazzalupi, Il fornaio di Petrignano, in La Crocifissione di Petrignano: storia e restauro di una tela del Seicento romano, Pievebovigliana 2009, p. 25 n. 8;

C. Giometti, Museo Nazionale del Palazzo di Venezia, 4, Scultura in terracotta, Roma 2011, pp. 67-68 catt. 49-57;

A. Bacchi, scheda in A Taste for Sculpture: marble, terracotta and ivory, London 2014, pp. 40-43 schede 7-8

 

Quest’ovale in terracotta raffigurante un santo penitente entro una cornice decorativa a motivi floreali è immediatamente accostabile alla serie di nove ovali del tutto simili oggi al Museo Nazionale di Palazzo Venezia. Cinque di essi sono firmati e variamente datati (tra il 1669 e il 1671) da Alessio Pellegrini, uno soltanto (Santa Rosa da Lima) è invece firmato da Bonaventura Pellegrini, mentre tre (tra cui San Filippo Neri) sono privi di iscrizioni. Altri due ovali, di dimensioni pressoché identiche, raffiguranti Santi vescovi, sono di recente venuti alla luce, e sebbene anch’essi privi di firma, il riferimento a Pellegrini sembra quasi ovvio. Come pure per l’esemplare qui presente, sia per la cornice a fiori (anche gli altri hanno cornici simili, ma sempre diverse), che per l’elemento decorativo in basso, una cartouche affiancata da due alette, confrontabile con quello che chiude, nella stessa posizione, l’ovale della Santa Rosa da Lima di Palazzo Venezia, o con quelli, invece in alto, dei due Santi vescovi resi noti solo recentemente.

Su Alessio Pellegrini sappiamo ancora poco, documentato soprattutto come stuccatore, attivo tra Urbino e Fano. Stilisticamente la sua produzione in stucco presenta a volte degli accenti di irrequietezza del tutto assenti nella serie di santi in terracotta a cui è da ricondurre questo ovale.

 

A.B.

 

Stima   € 1.000 / 1.500
Aggiudicazione:  Registrazione
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QUATTRO MATTONELLE DA PAVIMENTO, NAPOLI, METÀ SECOLO XV

in maiolica decorata in policromia con blu di cobalto, bruno di manganese e tracce di verde ramina, cm 21x11
 

Bibliografia di riferimento

A. Filangieri di Candida, La chiesa ed il monastero di S. Giovanni a Carbonara, Napoli 1924;

G. Donatone, La maiolica napoletana del Rinascimento, Napoli 1993, pp. 19-21 tavv. 1, 83-84;

L. Arbace, Il pavimento maiolicato di San Giovanni a Carbonara, Napoli 1998;

G. Donatone, La maiolica napoletana dagli Aragonesi al Cinquecento, Napoli 2013, p. 14 fig. III b-c, pp. 40-42

 

Due mattonelle raffigurano profili maschili, le altre due femminili, tutti delineati con una sottile linea di cobalto, mentre le ombreggiature sono rese con pennellate più diluite.

La prima mattonella reca un ritratto maschile dalla folta capigliatura portata corta, sopra le orecchie, affrontato da un ramo sottile con foglie di quercia, e trova preciso riscontro in alcune mattonelle del pavimento della Cappella Caracciolo nella basilica di San Giovanni in Carbonara a Napoli (Guido Donatone, che ha a lungo studiato questa produzione, ne propone l’identificazione con il ritratto di Leonello d’Este diffuso all’epoca grazie alla medaglia di Pisanello); la seconda invece un ritratto maschile dalla folta capigliatura che scende al di sotto delle orecchie, mentre una foglia di prezzemolo su un ramo sottile riempie la campitura di fronte al ritratto. La terza mattonella raffigura un profilo femminile con la capigliatura racchiusa in una reticella che trattiene i capelli sulla fronte, trattenuta da un cercine di stoffa, un filo di perle ne adorna il lungo collo mentre s’intravede l’abito accollato da cui emerge una camiciola a sottili piegoline; tutt’intorno una serie di punti riempiono le campiture vuote, così come nella quarta mattonella, raffigurante un profilo femminile con la capigliatura racchiusa in una reticella sul capo trattenuta da un cercine di stoffa che ne libera la fronte, e indosso un abito accollato con un giustacuore chiuso da una serie di piccoli bottoncini

Queste mattonelle presentano chiare affinità tipologico-stilistiche con la pavimentazione sopradescritta: il pavimento Caracciolo del Sole, tuttora in situ, rappresenta l’esempio più antico della produzione di maiolica opera di una manifattura locale, ma con forti influenze valenzane. Il tappeto maiolicato è composto da seimila mattonelle e si articola in cellule ottagonali, secondo lo schema di gusto classico alessandrino e diffuso a Napoli in seguito alle riggiole importate da Valencia, come dimostra l’applicazione delle modalità decorative tipiche delle maioliche spagnole: la foglia di perequil e il melograno, foglie di malvarosa stilizzata e uccelli esotici. Il gusto per la ritrattistica è invece secondo Donatone elemento innovativo rispetto alla normativa estetica valenciana, che non comprendeva la rappresentazione della figura umana così come la presenza d’immagini araldiche nelle mattonelle centrali del pavimento completo.

La critica storico-artistica del primo Novecento aveva attribuito il pavimento a maestranze fiorentine, in virtù del facile confronto con la cosiddetta famiglia italo-moresca a zaffera. Tuttavia gli stretti rapporti ispano-napoletani nel periodo aragonese hanno portato a ricondurre l’opera a maestranze campane, data la presenza documentata di maiolicari valenziani proprio nel periodo di edificazione della cappella Sergianni Caracciolo nel 1447, e la critica presente tende pertanto a riconoscere l’origine autoctona dell’opera nel periodo aragonese.

 

Stima   € 1.500 / 2.500
Aggiudicazione:  Registrazione
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Scultore napoletano della seconda metà del sec. XVIII

PASTORE

terracotta policroma, cm 29x16x10

 

Questa figura di pastore è riconducibile alla vasta produzione presepiale napoletana del Sei-Settecento, e più precisamente sembra accostabile alla maniera di Francesco Celebrano (per una rassegna della produzione di Celebrano, attivo anche come pittore e scultore in marmo, cfr. E. Catello, Francesco Celebrano e l’arte nel presepe napoletano del ‘700, Napoli 1969). Nel contesto degli studi di carattere che affollano i presepi napoletani del XVIII secolo, il pastore qui in oggetto si caratterizza per l’eleganza della postura, in uno studiato contrapposto di gambe e braccia, che può evocare quanto realizzato dal Celebrano nella veste di modellatore per la Real Fabbrica di porcellana di Napoli (si pensi alla Clio, di collezione privata, che è stata datata tra il 1770 e il 1780, cfr. G. Donatone, Francesco Celebrano scultore ceramico nella Real Fabbrica di Napoli, in “Centro Studi per la storia della ceramica meridionale – Quaderno”, 1996, pp. 37-47). Se in molti casi, peraltro, i pastori dei presepi partenopei, rivestiti di stoffe, avevano solo le teste (o ancora mani e piedi) modellati in terracotta (E. Catello, Anatomia del pastore, in “Napoli nobilissima”, XIX, 1980, pp. 127-130), la statuetta qui in oggetto è completamente diversa, ed è accostabile anche ai “molti pastori tutti un pezzo, in terracotta, che in arte si dicono modellati”, eseguiti in gran numero, secondo A. Perrone (1896), da Angelo Viva, seguace diretto di Giuseppe Sanmartino (E. Catello, Sanmartino, Napoli 1988, pp. 121-123)

 

A.B.

 

Stima   € 2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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Vincenzo Consani

(Lucca 1818 – Firenze 1887)

RITRATTO DI PRELATO

terracotta con tracce di doratura, cm 50x41x24

Iscrizione sul retro: V. Consani F. 1839 M. Deachi

 

Bibliografia di riferimento

L. Bassignana, Vincenzo Consani: la “bellezza permanente e senza data” dell’antico, in “Artista”, II, 1990, pp. 166-179;

M. Vezzosi, 1780-1880. Dal respiro dell’antico ai moti del cuore: pittura e scultura italiana tra Neoclassicismo e tardo romanticismo, Firenze 2003, pp. 149-151, cat. 28

 

Vincenzo Consani, allievo a Firenze di Luigi Pampaloni, a sua volta educato da Lorenzo Bartolini, è noto soprattutto come esponente, nel pieno Ottocento, di un Neoclassicismo appena scalfito dalle nuove istanze puriste o veriste. Il busto qui in oggetto, datato e firmato, appartiene però alla primissima attività dello scultore: di poco successiva al suo trasferimento a Firenze, nel 1835, l’opera non è ancora improntata ad un linguaggio rigidamente classicista. Consani esordì come ritrattista, nel 1836, con un busto in terracotta del cappuccino Francesco Maria Finucci (M. Cappelletti, Per l’inaugurazione del busto di Vincenzo Consani, Lucca 1897, p. 5), e nel corso della sua carriera eseguì ben 69 busti (ibidem, p. 11). Ancora negli anni Quaranta lo scultore avrebbe oscillato tra un gusto a volte neo-quattrocentesco altre neo-barocco (A. Panzetta, Nuovo dizionario degli scultori italiani dell’Ottocento e del primo Novecento, Torino 2003, I, p. 227), e questo ritratto di prelato, nella vibrante modellazione dei capelli e della veste, tradisce lo studio e la conoscenza della scultura pre-canoviana.

 

A.B.

 

Stima   € 2.000 / 3.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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Domenico Piò

(Bologna 1715 – Roma 1801)

VISIONE DI GESÙ BAMBINO DI SANT’ANTONIO DA PADOVA

terracotta policroma

Iscrizione sul retro: D, P, F;

 

Bibliografia di riferimento

E. Riccòmini, Vaghezza e furore: la scultura del Settecento in Emilia, Bologna 1977, pp. 114-120;

S. Tumidei, Terrecotte bolognesi di Sei e Settecento: collezionismo, produzione artistica, consumo devozionale, in Presepi e terrecotte nei musei civici di Bologna, cat. della mostra (Bologna, Museo Civico Medievale), Bologna 1991, pp. 38 fig. 24 e 45

 

Questo squisito reliquiario in terracotta policroma è un prodotto tipico della plastica bolognese di pieno Settecento e la sigla sul retro, da sciogliere in “Domenico Piò Fecit”, ne permette la sicura attribuzione al figlio di Angelo Gabriello Piò (1690-1769), titolare di un’attivissima bottega, nella quale si svolse la formazione di Domenico. Tra i confronti possibili all’interno del catalogo di Domenico, che lavorò prima di tutto come stuccatore, è opportuno ricordare la terracotta da presepio, firmata, con Due contadini (Bologna, Conservatorio di Santa Marta) e il gruppo di San Giuseppe col Bambino, del 1786, in stucco policromo (Riccòmini, op. cit., p. 120, cat. 165), che pur non essendo in terracotta, appartiene alla stessa categoria di scultura devozionale, genere nel quale Angelo Gabriello aveva dominato la scena bolognese di metà secolo. Un precedente importante, in questo senso, è segnato ad esempio dal San Francesco e dal Sant’Antonio da Padova, suo pendant, in San Francesco a Bologna, capolavori in terracotta policroma del Piò senior (A. Mampieri, Immagini per pregare. La scultura devozionale a Bologna tra Sette e Ottocento, in Il fascino della terracotta. Cesare Tiazzi, uno scultore tra Cento e Bologna (1743 – 1809), cat. della mostra (Cento, Pinacoteca Civica) a cura di G. Adani, C. Grimaldi Fava, A. Mampieri, Cinisello Balsamo 2011, pp. 101-102): proprio il tema del Sant’Antonio e Gesù Bambino era infatti uno dei più cari alla devozione popolare.

 

A.B.

 

Stima   € 3.000 / 4.000
Aggiudicazione:  Registrazione
1 - 30  di 120

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