PAINTINGS, SCULPTURES AND WORKS OF ART FROM A FLORENTINE COLLECTION

16 NOVEMBER 2022
Auction, 1187
19

Giovanni della Robbia

Estimate
70.000 / 120.000
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Giovanni della Robbia

(Firenze 1469 - 1529/1530)

STEMMA DELLA FAMIGLIA CECCHI (CECCHI DEL CANE), 1520/1525 CIRCA

medaglione in terracotta invetriata policroma; diam. cm 68

 

COAT OF ARMS OF CECCHI’S FAMILY (CECCHI DEL CANE), CIRCA 1520/1525

 

Bibliografia di confronto

B. Paolozzi Strozzi, I. Ciseri, Museo Nazionale del Bargello. La raccolta delle robbiane, Firenze 2012, pp. 188-189 n. 66, pp. 210-223 nn. 76-78, pp. 228-231 nn. 81-82;

R. Dionigi, Stemmi robbiani in Italia e nel mondo. Per un catalogo araldico, storico e artistico, Firenze 2014, pp. 169-170 nn.137-138, p. 225 n. 237, p. 239 n. 270, p. 258 n. 313

 

Particolarmente ricco nell’apparato decorativo e raffinato nella modellazione del blasone, questo importante stemma robbiano, rimasto sino ad oggi inedito nella pur vasta e capillare letteratura sull’argomento (cfr. in particolare A. Marquand, Robbia Heraldry, Princeton 1919; R. Dionigi, Stemmi robbiani in Italia e nel mondo. Per un catalogo araldico, storico e artistico, Firenze 2014), costituisce un’aggiunta significativa alla cospicua produzione araldica di Giovanni della Robbia, il più intraprendente e autonomo tra i figli di Andrea della Robbia (A. Marquand, Giovanni della Robbia, Princeton 1920; G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992, II, pp. 279-328), al quale risulta agevolmente attribuibile.

Il medaglione, costituito da una preziosa coppa baccellata invetriata in giallo oro, profilata da una modanatura a ‘ovoli e dardi’ e cinta da una rigogliosa ghirlanda di frutti e ortaggi (cetrioli, arance, grappoli d’uva, pere, mele cotogne, nocciole, mandorle, melagrane, limoni, pigne), inframezzata da alcuni fiori e percorsa da una lucertola e una lumaca, accoglie un elegante scudo sagomato con il blasone della famiglia Cecchi, “d’azzurro, al cane retroguardante d’argento collarinato di rosso, ascendente un monte di sei cime d’oro” (E. Ceramelli Papiani, Blasoni delle famiglie toscane, ms. sec. XX, Archivio di Stato di Firenze, fasc. 1367), modellato ‘a stiacciato’ con una spiccata sensibilità naturalistica ed espressiva.

Si tratta dell’arme del più importante ramo di questa famiglia, proveniente da Monterappoli in Val d’Elsa e affermatasi a Firenze, dove si era stabilita nel Quartiere di San Giovanni (Gonfalone delle Chiavi), sulla metà del Quattrocento - quando Francesco di Neri fu nominato segretario regio alla corte di Francia (1461) e Giovanni di Francesco cancelliere della Signoria (1452 e 1455) -, ramo che prese il nome distintivo di Cecchi del Cane (R. Ciabani, Le famiglie di Firenze, Firenze 1992, 2, p. 363). Le loro abitazioni si trovavano nei pressi della basilica della Santissima Annunziata, dove, all’ingresso presso il banco delle candele, era posta la sepoltura terragna di Francesco di Neri Cecchi, contrassegnata da un’arme col solo “monte d’oro in campo azzurro”, cui poi si aggiunse quella dei Cecchi del Cane (S. Rosselli, Sepoltuario fiorentino, ms. 1657, ed. a cura di M. Di Stasi, Firenze 2014, p. 1469, che le dice già scomparse entrambe prima del 1659). Lo stemma in esame, databile per ragioni stilistiche intorno al 1520/1525, fu forse commissionato dal nipote, Francesco di Piero di Francesco, eletto priore della Signoria nel 1524, o da Giovanni Battista, che, dopo la caduta della Repubblica nel 1530, fu ambasciatore in Polonia, poi cameriere del vescovo di Cracovia e al suo ritorno ascritto alla nobiltà fiorentina (Ceramelli Papiani e Ciabani, op. cit.).

Simili stemmi e ornamenti araldici, adottati per contraddistinguere le residenze signorili, il patronato negli edifici religiosi e soprattutto le cariche nei palazzi pretori del territorio fiorentino, occuparono un posto di particolare spicco nella poliedrica attività in terracotta invetriata dei Della Robbia, gelosamente tramandata per oltre un secolo nella bottega fiorentina di via Guelfa attraverso l’impegno di tre generazioni, da Luca - celebrato quale “inventore” della scultura invetriata e tra i padri della “rinascita delle arti” -, al prolifico nipote Andrea, ai suoi cinque figli, Marco, Giovanni, Luca ‘il giovane’, Francesco e Girolamo (Gentilini, op. cit.). La vivida, stabile cromia degli smalti ceramici garantiva infatti una lettura efficace e perenne dell’arme rappresentata, e gli stemmi robbiani, grazie anche alla festosa, seducente capacità di riprodurre nelle ghirlande decorative l’effimera fragranza dei doni della natura, con un virtuosismo tale da emulare le leggendarie creazioni illusionistiche degli antichi tramandate da Plinio, e nelle coppe i materiali più rari e preziosi, conobbero ben presto un’eccezionale fortuna, imprimendosi nell’immaginario collettivo come una delle espressioni più rappresentative e apprezzate dell’arte robbiana.

La paternità di tali manufatti, spesso delegati alla bottega, appare talora sfuggente, ma in questo caso numerosi aspetti formali e tecnici ne garantiscono un sicuro riferimento a Giovanni della Robbia nel suo momento di maggiore indipendenza dai modi del padre, defunto a novant’anni nel 1525, e dalle formule codificate della tradizione familiare. Infatti, la composizione assai folta della ghirlanda, la modellazione turgida di frutti e foglie e la loro disposizione variegata, alternando mazzetti di due o tre frutti della medesima specie a mazzi di cinque o più, la presenza dei vivaci animaletti, l’enfasi esornativa dello scudo sagomato e il gusto archeologico dichiarato dalla coppa profilata da una robusta modanatura a ovuli, le tonalità intense degli smalti, l’uso frequente di tratti neri per definire e profilare i dettagli, trovano innumerevoli riscontri nelle più note opere firmate, documentate o concordemente attribuite del maestro: sarà quindi sufficiente un riscontro con le ghirlande e i festoni dei medaglioni, delle pale e delle lunette conservate oggi nel Museo del Bargello, alcune delle quali datate 1521 (B. Paolozzi Strozzi - I. Ciseri, Museo Nazionale del Bargello. La raccolta delle robbiane, Firenze 2012, pp. 188-189 n. 66, pp. 210-223 nn. 76-78, pp. 228-231 nn. 81-82).

Conferme ancor più evidenti e numerose si evincono dalla ricca produzione araldica a lui riferita: come, ad esempio, i suntuosi stemmi Pazzi e Del Monte nella Collezione Contini Bonacossi oggi agli Uffizi, o lo stemma Minerbetti nel Metropolitan Museum of Art di New York (Dionigi, op. cit., pp. 169-170 nn.137-138, p. 225 n. 237). Così, esaminando quelli lasciati dai podestà, vicari e commissari sulle facciate dei palazzi pubblici, corredati da tabelle epigrafiche e pertanto databili con certezza, possiamo ricordare l’arme di Ippolito Buondelmonti nel Palazzo Pretorio di Pieve Santo Stefano datata 1526 (Ivi, p. 239 n. 270), dove ritroviamo anche l’inconsueta colorazione gialla della coppa che evoca un metallo aureo, più spesso bianca, azzurra o color porfido per simulare i materiali lapidei. Mentre l’animale araldico trova un puntuale riscontro nel candido levriero rampante in campo azzurro, che reca un identico collare borchiato e inanellato, di un simile scudo sagomato con l’arme della famiglia Da Cepparello, oggi privo della coppa e della ghirlanda, confluito in una raccolta privata di Roma (Ivi, p. 258 n. 313).

 

Giancarlo Gentilini