IMPORTANT RENAISSANCE MAIOLICA

26 OCTOBER 2022
Auction, 1176
12

A CHARGER, DERUTA, FIRST THIRD 16TH CENTURY

Estimate
3.000 / 5.000

A CHARGER, DERUTA, FIRST THIRD 16TH CENTURY

 

PIATTO DA POMPA, DERUTA, PRIMO TERZO SECOLO XVI

in maiolica dipinta in blu cobalto e lustro metallico dorato; diam. cm 40, diam. piede cm 12,5, alt. cm 7,5

 

Bibliografia di confronto

J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 198-200 nn. 643-647;

P. Bonali, R. Gresta, Girolamo e Giacomo Lanfranco dalle Gabicce maiolicari a Pesaro nel secolo XVI, Rimini 1987, p.37 nota 54;

A. Satolli, Annotazioni della presenza di lustri a Orvieto, in G. Busti, F. Cocchi, Maiolica, lustri oro e rubino della ceramica dal Rinascimento a oggi, Perugia 2019, pp. 63-67 fig. 9

 

Il grande piatto ha la forma tipica dei piatti da parata derutesi con cavetto profondo, larga tesa obliqua e piede ad anello. L’intera superficie è ricoperta da un fitto decoro “alla damaschina” o “a rabesche” di derivazione islamica, tipica delle opere metalliche, mutuata in occidente attraverso le ceramiche ispano moresche. Il verso è lasciato al naturale con sola applicazione di bistro scuro, su cui si scorgono ampie colature di smalto bianco crema, dove si notano i fori coevi alla produzione, per consentire la sospensione dell’opera.

Questo tipo di decoro, datato abbastanza precocemente nel Cinquecento, è qui eseguito con maestria sia nel delineare il disegno in blu cobalto sullo smalto bianco-crema, sia nel riempimento delle campiture anche minute con il lustro nella seconda cottura. L’ornato è usato nelle opere prodotte a Deruta, ma sono attestati anche esemplari realizzati in altri centri di produzione. Ad esempio alcuni frammenti di bacili con modalità decorative affini sono stati rinvenuti a Pesaro, ma anche i frammenti recuperati dal Pozzo della Cava a Orvieto testimoniano un’attività di produzione a lustro in città.

L’opera, caratterizzata da grandi dimensioni, trova puntuale riscontro in tre bacini conservati al Louvre (inv. n. OA 7574 e OA 1225) e al Museo di Cluny (inv. n. 2064b).