DALL'ANTICO AL MODERNO: OPERE DA UNA STORICA COLLEZIONE MILANESE

8 NOVEMBRE 2023
Asta, 1242
31

Pietro Paolini

Stima
300.000 / 500.000
Aggiudicazione  Registrazione
L'opera è corredata di certificato di libera circolazione

Pietro Paolini

(Lucca, 1603 – 1681)

GIOVANE MUSICANTE E RAGAZZO CON CACCIAGIONE

olio su tela, cm 95x120

 

A YOUNG MUSICIAN AND A BOY WITH GAME

oil on canvas, cm 95x120

 

Provenienza

Milano, Finarte, 15 maggio 1962, asta 2, lotto 15

Milano, collezione Manusardi

 

Bibliografia

A. Ottani Cavina, Per un caravaggesco toscano: Pietro Paolini, in “Arte Antica e Moderna” 21, 1963, p. 31, fig. 15d.

A. Marabottini, Il naturalismo di Pietro Paolini, in Scritti di Storia dell’Arte in onore di Mario Salmi, Roma 1963, III, p. 315, n. 3.

C. Volpe, Catalogo della collezione G.M.M., Milano, Finarte, 1971, pp. 26-27, n. 12.

P. Giusti Maccari, Pietro Paolini pittore lucchese, Lucca 1987, p. 104, n. 20, ill.

B. Nicolson, Caravaggism in Europe. Seconda edizione a cura di L. Vertova, Torino 1989, I, p. 154.

L. Salerno, Nuovi studi su la natura morta italiana, Roma 1989, p. 49, fig. 36.

P. Giusti Maccari, Pietro Paolini (Lucca 1603-1681) in G. e U. Bocchi, Naturaliter. Nuovi contributi alla natura morta in Italia settentrionale e Toscana tra XVII e XVIII secolo, Casalmaggiore 1998, p. 478, fig. 605.

E. Giffi, voce “Paolini Pietro” in Dizionario Biografico degli Italiani 81, 2014.

 

Referenze fotografiche

Fototeca Federico Zeri, scheda 55818

 

Oltre la balaustra di un loggiato che cinge, immaginiamo, la sala dove avrà luogo un banchetto, si affacciano due giovani che in modi diversi parteciperanno alla festa.

Appariscente nell’abito rinascimentale – costume di scena prediletto dai cultori della manfrediana methodus cent’anni dopo quella moda – un giovane lievemente imbronciato sostiene un vassoio di selvaggina di piuma ancora da preparare e dunque, probabilmente, semplice elemento decorativo per il buffet.

Non è facile in effetti immaginare in cucina un personaggio di tale eleganza: rischierebbe di compromettere la perfezione di quel raso di seta trascolorante dal nero al cremisi.

Anche la ragazza che lo accompagna in secondo piano impugnando lo strumento a corde (una mandora?) che allieterà la serata ci colpisce per il costume zingaresco, con uno scialle variopinto sul corpetto rosso, una reticella a trattenere i riccioli scomposti.

Più che il costume a cui i seguaci di Caravaggio ci hanno ampiamente assuefatti, ci sorprende – del tutto imprevista – l’ombra che taglia il viso della ragazza lasciandoci tuttavia immaginare lo sguardo intento, le labbra serrate in concentrazione.

Una composizione del tutto inusuale, insomma, nel pur ricco panorama del caravaggismo, come spesso si è potuto invece constatare sfogliando il catalogo di Pietro Paolini ricco di invenzioni originali e non tentate da altri.

Tra i quesiti non del tutto risolti posti dal pittore lucchese, la sua possibile attività come pittore di natura morta. Sebbene la sua possibile identificazione con il Maestro della natura morta Acquavella ancora sostenuta da Luigi Salerno sia ormai un’ipotesi tramontata a seguito di una più convincente identificazione del Maestro con Bartolomeo Cavarozzi (per cui si veda Bartolomeo Cavarozzi’s Canestra. A cura di Giuseppe Porzio. Lullo-Pampoulides 2017), alcuni studiosi e in particolare Patrizia Giusti Maccari gli riconoscono l’esecuzione diretta degli elementi di natura morta presenti nelle sue composizioni di figura, e in particolare nel dipinto qui offerto. Altri, come Elisabetta Giffi, sostengono invece un’ipotesi di collaborazione con uno o più specialisti non ancora identificati.

Pochi sono i dati cronologici e documentari disponibili relativi alla biografia e alla lunga carriera artistica di Paolini, ricostruite sostanzialmente grazie alle notizie di Filippo Baldinucci e a quelle postume dell’erudito lucchese Giacomo Sardini. Da Baldinucci apprendiamo infatti che il suo percorso lavorativo ha preso avvio con il pittore Angelo Caroselli a Roma dove rimane sette anni per poi tornare a Lucca presumibilmente dopo la morte del padre.

Il biografo fiorentino racconta che Paolini dipingeva «a maraviglia certi capricci ed invenzioni di villani che suonano pifferi; ed altre azioni contadinesche, con figure ed arie di teste proprissiime» (p. 366): il suo catalogo, come del resto dimostra la suggestiva tela qui presentata, conta molti soggetti da stanza che si inseriscono in quel filone di gusto internazionale fatto di concerti arricchiti da sorprendenti inserti di natura morta, mostrandosi sempre fedele ai dettami del naturalismo e ispirato ai modelli del caravaggismo con non poche suggestioni nordiche.

In aggiunta, la sua peculiare inclinazione lirica e le sue comprovate frequentazioni poetiche determinano quel carattere sottilmente allusivo delle sue opere che, pur in assenza di esplicite valenze simboliche, si contraddistinguono sempre per un certo evocare significati al di là della loro apparenza naturalistica.

Secondo la testimonianza lasciata da Antonio Franchi nella propria autobiografia, Paolini aveva dato vita in casa a un’accademia del nudo nel 1652, l’anno in cui egli vi era stato ammesso, dove ci si esercitava disegnando da modelli scultorei, pittorici e dal naturale. L’artista possedeva poi una raccolta di monete e di gessi tratti da modelli antichi e una collezione di armi legata alla sua passione di spadaccino. Oltre al Franchi, sono ricordati come suoi allievi Simone del Tintore, Girolamo Scaglia, Giovanni Coli e Filippo Gherardi (cfr. Giffi 2014).

 

Il dipinto verrà inserito nella monografia dedicata al pittore di prossima pubblicazione, a cura di Nikita de Vernejoul.