IMPORTANTI MAIOLICHE RINASCIMENTALI

26 OTTOBRE 2022
Asta, 1176
19

PIATTO, URBINO, CERCHIA DI FRANCESCO XANTO AVELLI, PROBABILMENTE GIULIO DA URBINO, 1534 CIRCA

Stima
25.000 / 35.000
L'opera è corredata di certificato di libera circolazione

PIATTO, URBINO, CERCHIA DI FRANCESCO XANTO AVELLI, PROBABILMENTE GIULIO DA URBINO, 1534 CIRCA

in maiolica dipinta in policromia con verde rame, verde oliva, giallo, giallo arancio, blu di cobalto, bruno di manganese nella tonalità del nero e del marrone, bianco di stagno; diam cm 25,5, diam. piede cm 7,2, alt. cm 4

 

A DISH, URBINO, CIRCLE OF FRANCESCO XANTO AVELLI, PROBABLY GIULIO DA URBINO, CIRCA 1534

 

Bibliografia di confronto

J.V.G. Mallet, Xanto: i suoi compagni e seguaci, in “Francesco Xanto Avelli da Rovigo. Atti del Convegno Internazionale di Studi 1980”, Rovigo 1988, pp. 67-84;

D. Thornton, Giulio da Urbino and his role as a copyist of Xanto, in “Faenza”, XCIII, 2007, pp. 269-285;

T. Wilson, The Golden Age of Italian Maiolica Painting. Catalogue of a Private collection, Torino 2018, pp. 262-265 n. 114

 

Il piatto ha cavetto ampio e profondo, tesa larga e appena obliqua, orlo arrotondato, e poggia su un piede piano con anello accennato. Il verso è privo di decorazione. Sul recto una scena istoriata: al centro del cavetto una figura, di dimensioni appena maggiori rispetto al resto della raffigurazione, seduta con le gambe accavallate, coperta da una larga tunica panneggiata e raffigurata nell’atto di scrivere su una tavoletta, il capo rivolto in alto a cercare l’ispirazione; alle sue spalle il paesaggio con una città fortificata dipinta in rosso ferro con le finestre lumeggiate di bianco di stagno, circondata da alberelli e protetta alle spalle da un monte dal profilo squadrato, delineato per il resto con tratto veloce che alterna piani erbosi sovrapposti e una strada guarnita di ciottoli arrotondati. La scena è inquadrata sulla destra da un arco che circonda il cavetto, e letteralmente tagliata sul centro-sinistra da un albero dal tronco scuro con chiome a ciuffi arrotondati dipinti a getto in verde scuro e bianco di stagno; sulla tesa a destra, seduta su una roccia davanti all’arco una figura allegorica mostruosa, con il corpo umano e la testa ferina dotata di una lunga lingua, rivolta al centro, mentre sulla tesa a sinistra un satiro nell’atto di brandire una spada.

La rappresentazione dei personaggi è probabilmente mutuata da incisioni di più autori, secondo una tecnica in voga e utilizzata da Francesco Xanto Avelli e seguaci nella prima metà del XVI secolo. La figura seduta intenta a scrivere su una tavoletta deriva, con evidenti modifiche nel vestiario, da quella del poeta Ennio mentre ascolta Omero, raffigurato da Raffaello nel Parnaso in una parete nella stanza della Segnatura in Vaticano. Il satiro, che alza una spada in atto di aggressione, è forse ispirato da un’incisione con Marsia legato a un albero per essere scorticato dopo aver perso la sfida con Apollo, qui reinterpretata e utilizzata dal pittore in altra chiave di lettura. La figura a destra è anch’essa frutto di un’elaborazione del pittore. È chiara la volontà dell’autore di dare alla scena una lettura allegorica: forse la Poesia, a cui si ispira il personaggio principale, in contrasto alle forze brutali, o forse una lettura in chiave politica. Il pittore in questo caso non ne fornisce una spiegazione al verso del piatto.

Le modalità compositive, quali ad esempio il dettaglio dello steccato che chiude il paesaggio in prossimità dello specchio d’acqua, fanno ipotizzare la mano di Francesco Xanto Avelli nel periodo tra il 1532 e il 1540. Tuttavia le incertezze stilistiche e una certa rapidità esecutiva, da copista, portano a ritenere l’opera frutto di una collaborazione con il maestro o forse di mano del pittore conosciuto come " Lu Ur" o della mano di Giulio di Urbino, uno dei maggiori epigoni di Xanto. In quel decennio infatti il pittore rovigese occupava sul mercato una posizione tale da permettergli l’impiego di assistenti, così come ci ricorda il dettagliato studio di Dora Thornton, che ben chiarisce sia la posizione di Giulio come copista, sia la sua evoluzione e il suo affrancarsi dal maestro con il raggiungimento in seguito di uno stile proprio.

I profili sottolineati di bruno, gli occhi piccoli lumeggiati di bianco con un piccolo puntino e soprattutto le mani piccole con le dita appuntite portano al confronto con opere di Giulio da Urbino degli anni trenta del Cinquecento, come il piatto firmato e datato 1534 del British Museum (inv. PGE1997,0401.1), rispetto al quale però mancano qui le muscolature potenti lumeggiate di bianco; discorso diverso invece per le ginocchia con le rotule sporgenti, che in realtà sembrano caratterizzare scolasticamente lo stile di tutti i collaboratori di Xanto.

L’invenzione e la composizione dunque, molto prossime all’opera di Xanto Avelli, e la consolidata presenza della figura di Giulio da Urbino come suo copista attorno al 1534, aiutano a ipotizzare la probabile esistenza di un piatto analogo del maestro, a noi ignoto o andato perduto, confermando a maggior ragione l’importanza del piatto in esame nell’ambito degli studi specialistici.