Capolavori da collezioni italiane

3 NOVEMBRE 2020  
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FORZIERINO, BOTTEGA MILANESE, SECONDA METÀ SECOLO XVI

ferro decorato sull’intera superficie con incisioni all’acquaforte su fondo dorato, raffiguranti grottesche con mascheroni, figure, animali e festoni vegetali; doppia serratura sul fronte, mascherata da fasce apribili con meccanismi a scatto; coppia di ganci passanti su entrambi i lati lunghi; cm 10,2x16x11,4

 

Bibliografia di confronto

P. Lorenzelli, A. Veca (a cura di), TRA/E. Teche, pissidi, cofani e forzieri dall’Alto Medioevo al Barocco, Bergamo 1984, pp. 254-258;

B. Chiesi, I. Ciseri, B. Paolozzi Strozzi (a cura di), Il Medioevo in viaggio, cat. della mostra (Firenze, Museo del Bargello, 20 marzo - 21 giugno 2015), Firenze 2015, pp. 198-199;

S. Leydi, Mobili milanesi in acciaio e metalli preziosi nell’età del Manierismo, in Fatto in Italia, dal Medioevo al Made in Italy, cat. della mostra (Torino, Venaria Reale, 19 marzo – 10 luglio 2016), Milano 2016, pp. 121-137

Cofanetti di questo tipo erano destinati a contenere monete, tesoretti e, spesso, documenti o preziosi libri d’ore, offrendo una sicura protezione non soltanto da occhi indiscreti, ma soprattutto dai rischi che si potevano correre durante gli spostamenti. La sicurezza del prezioso contenuto era garantita dalla solidità della materia prima e dal sistema di chiusura, con una serratura particolarmente complicata da aprirsi.

I ganci presenti sui lati lunghi servivano, tramite il passaggio di un cordone o di una cintura di cuoio, ad assicurare i cofanetti alla sella del cavallo, ad ancorarli all’interno di bauli più grandi, oppure per portarli a tracolla o legati alla cintura durante i viaggi.

Questa tipologia di forzierino è spesso definita anche porta messale o cofanetto da messaggero, anche se non vi sono documenti o testimonianze iconografiche certe per confermare quest’uso esclusivo, potendo invece, date anche le misure maneggevoli e l’ampio numero in cui si sono conservati, essere destinati ad un pubblico più vasto, dai chierici agli studenti, dai messaggeri ai mercanti, senza escludere un uso in ambito domestico. Il riferimento all’ambito ecclesiastico trova del resto un riferimento negli anelli presenti sui lati lunghi del cofanetto, realizzati quasi seguendo le indicazioni riportate nel libro dell’Esodo (XXV, 25-28), che prescrive, per il trasporto dell’Arca dell’Alleanza, la costruzione di due anelli per lato al fine di costituire il modo più semplice di trasporto nelle condizioni di maggiore distanza fra l’uomo e il contenitore, rispettando così la sacralità del contenuto.

Lo stile e il tipo di lavorazione del ferro sono gli stessi che ritroviamo nelle più belle armature cinquecentesche realizzate dai celeberrimi armaioli milanesi come i Negroli, Pompeo della Cesa e il Piccinino, che servivano le più importanti famiglie italiane ed europee. Oltre alle armi e alle armature che li resero così celebri, all’interno delle loro botteghe venivano infatti prodotti oggetti diversi di estremo lusso in acciaio o in ferro, come stipi e monetieri, specchi, candelieri, reliquiari, forzierini, chiusure da borsa, fornimenti da cintura, else per spade, morsi, staffe, selle e fiasche da polvere. Della reale esistenza del leggendario ageminatore Martino Ghinelli non ci sono prove, ma sono documentate due grandi botteghe specializzate: quella di Giovan Battista Panzeri, detto lo Sarabaglia (Milano, circa 1517-1587), geniale allievo di Filippo Negroli, che realizzò oggetti in ferro dorato per Ferdinando Duca d’Aosta, Filippo II di Spagna e i duchi di Mantova; e quella di Giovanni Antonio Polacini detto Romerio o Romé (circa 1527- tra 1595 e 1602).

A metà del XVI secolo nelle botteghe degli armaioli si verifica una straordinaria e unica, per intensità e splendore, evoluzione creativa che renderà l’arte di questi abili artigiani ricercata in tutto il mondo conosciuto. Tutto si ricopre di decorazioni, le zone che prima erano lasciate vuote sono ora riempite di motivi floreali e fiabeschi ad agemina e a pennello, in una sorta di spasmodica restaurazione di quell’horror vacui che tanto incantava gli artisti dei primi secoli del Medioevo. A seguito di tale evoluzione la gloriosa armatura all’antica, vero oggetto del desiderio per decenni di principi, re e imperatori, cede il passo a quella che verrà definita all’eroica. L’armaiolo non ricerca più forme nuove, preferisce riprendere quelle semplici e riempirle d’oro. Egli non è più un semplice artigiano, che segue la moda senza imporla, ma un vero e proprio artista, al pari dei più grandi pittori e scultori dell’epoca, perché, con un’ottima creazione, si può permettere di imporre una sua idea. Gli stessi artisti entrano in stretta relazione con gli armaioli, come dimostra il caso di Leone Leoni, scultore alla corte di Carlo V, il cui lavoro si riflette chiaramente su alcune armature di committenza imperiale, e quello del figlio Pompeo, protetto da Filippo II; lo stesso discorso vale per Benvenuto Cellini che, in collaborazione con i Negroli, disegnò diverse armature per Cosimo I Granduca di Toscana.

Del resto a fare di Milano nel Cinquecento la capitale del lusso non furono solo le opere eccelse dell’architettura, della scultura e della pittura, ma anche gli straordinari oggetti d’arte creati nelle botteghe degli artigiani milanesi, a beneficio di una élite internazionale costituita da regnanti, principi e nobili, cortigiani e altri ricchi e ambiziosi cultori d’arte. La provenienza milanese era un marchio di garanzia per le armi e le armature, e in molti altri settori dell’arte applicata, tra gli altri la manifattura di pregiati tessuti di seta come il damasco e il lampasso, l’oreficeria e l’arte degli smalti. Già dal 1400 fiorisce sotto i Visconti l’arte del metallo: brillavano per eccellenza le botteghe degli orafi e degli armaioli, capaci di produrre beni di altissima qualità. Milano vantava in particolare la produzione di magnifiche armature, apprezzate come la più cara e preziosa delle mode maschili. Ambitissimi da tutti i sovrani e dalle casate principesche e ducali sono i meravigliosi manufatti di celebri armaioli. Gli oggetti prodotti a Milano nel corso del XVI secolo si distinguono per una singolare sintesi di potenza inventiva, materiali preziosi e fattura di straordinaria maestria, qualificandosi perciò come il segno distintivo delle élites, contribuendo a identificare l’appartenenza alla aristocrazia.

Ed è proprio in questo ambiente che si inserisce il nostro cofanetto, opera formalmente e stilisticamente figlia del fermento artistico sviluppatosi nella città di Milano nella seconda metà del Cinquecento, testimonianza dell’eccelsa tecnica maturata dagli armaioli milanesi, qui applicata ad un oggetto “civile” destinato sicuramente ad una committenza nobiliare. La ricchezza della decorazione, tipica del tardo manierismo, consente di datare il pezzo tra la metà e il terzo quarto del secolo, testimoniata dalla varietà delle grottesche raffigurate, diverse su ogni lato del cofanetto, a conferma della grande maestria dell’incisore, capace qui di mettere insieme mascheroni, putti, angeli con trombe, draghi e vasi fioriti, ben inseriti in ricchi racemi vegetali con cornucopie traboccanti di frutta, festoni e uccellini, rilevati dal fondo dorato grazie al superbo uso dell’incisione all’acquaforte, tecnica derivata appunto dalla decorazione di armi e armature già in uso nel Medioevo.

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