Capolavori da collezioni italiane

3 NOVEMBRE 2020  
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ALZATA, VENEZIA, 1500 CIRCA

in rame smaltato in blu, bianco e verde con decori in oro, di forma circolare, centrata da stemma araldico; diam. cm 25,2, diam. piede cm 10,4, alt. cm 4,2

 

Provenienza

Collection J. Kugel, Parigi;

Collezione Yves Saint Laurent et Pierre Bergè, Parigi;

Asta Christie’s, Parigi, 25 febbraio 2009, lotto 609;

Collezione privata, Lombardia

 

Bibliografia

F. Barbe, L. Caselli, M-E. Dantan (a cura di), I rami smaltati detti veneziani del Rinascimento italiano. II. Corpus delle opere nelle collezioni pubbliche e private, Milano 2018, p. 130 n. 136

 

L’alzata in rame, di forma circolare, si presenta interamente ricoperta di smalto prevalentemente blu, decorato su tutta la superficie con diversi motivi concentrici in oro ad incorniciare uno stemma araldico inserito su un medaglione in smalto bianco con due piccolissimi tocchi di verde; motivi che, secondo la classificazione proposta da Béatrice Beillard (1), possono essere così identificati partendo dall’esterno verso l’interno: festone ricurvo sormontato da giglio e centrato da puntino, rosetta a cinque petali, foglia di quercia, giglio, raggio ondulato, nastro ritorto. Al centro, entro un tondo in smalto bianco con decori vegetali, croci e punti in oro, uno stemma a testa di cavallo con emblema in oro e nero su fondo blu. Anche il retro dell’alzata è interamente ricoperto di smalto blu cobalto puntellato di rosette a cinque punte in oro disposte in fasce concentriche, fatta eccezione per la zona al centro del piede, dove si intravede il rame sotto uno strato di sottile vetrina trasparente, anch’essa impreziosita da piccole rosette dorate.

 

L’attribuzione di questo prezioso oggetto all’area veneziana, convenzionalmente accettata dal mondo accademico, rimane tuttavia soggetta ad una certa incertezza in quanto ancora mancano prove definitive che confermino la realizzazione di questo importante gruppo di rami smaltati in area lagunare, databili in un periodo di circa cinquant’anni a cavallo del 1500. Si tratta di un insieme di rami smaltati facilmente individuabili per caratteristiche comuni, costituito essenzialmente da oggetti d’uso, quali vasi, piatti, alzate, saliere, versatoi, candelieri e paci, tutti realizzati appunto in rame e smaltati in policromia con decori in oro, morfologicamente vicini ai lavori contemporanei realizzati in metalli preziosi, oro e argento. E se un nucleo importante è conservato presso la Collezione Cini a Venezia, di cui ne riproduciamo qui uno dei più belli (vedi fig. 1), la loro importanza è testimoniata dalla presenza nei maggiori musei italiani ed esteri e nelle principali collezioni private. L’interesse per i rami smaltati “detti veneziani” si sviluppò a partire dalla metà del XIX secolo, ma fu teorizzato da Louis Courajod in un articolo pubblicato nel 1885 e da Émile Molinier nei suoi studi sulle arti decorative veneziane dati alle stampe nel 1889, e confermato da Lionello Venturi negli anni Venti del secolo successivo. Un’interessante sintesi su quanto scritto sull’argomento è emersa dal convegno internazionale organizzato all’Isola di San Giorgio a Venezia nel 2014, cui è seguita nel 2018 la pubblicazione degli Atti e la realizzazione del Corpus (2) che raccoglie gli esiti di un’attenta ricognizione con un dettagliato apparato iconografico di ben 334 oggetti in rame smaltato, tutti riferibili per epoca, caratteristiche e tecnica esecutiva ad un unico gruppo omogeneo.

Un riesame dei testi che per un secolo e mezzo hanno toccato l’argomento dei rami dipinti a smalto conferma che l’attribuzione a Venezia di questa particolare categoria di oggetti è sempre stata basata sull’analogia del processo tecnico tra smaltatura su rame e smaltatura su vetro, quest’ultima effettivamente una prerogativa muranese dalla metà del XV secolo fino al terzo decennio del XVI secolo, e sulla vaga somiglianza del vasellame appartenente alle due categorie. E se è appurato che a Murano si producevano smalti utilizzabili anche su metallo, rimane però ancora ignoto il luogo della produzione dei rami sbalzati e dell’esecuzione della smaltatura. Secondo Rosa Barovier Mentasti e Cristina Tonini (3), al fine di sostenere l’attribuzione di questi manufatti a Venezia e il coinvolgimento dei vetrai di Murano nel processo produttivo, sarebbe significativa una coincidenza tra le forme dei rami e quelle dei vetri soffiati veneziani datati tra la fine del XV secolo e la prima metà del XVI, ma ad un’attenta analisi non sembra che si possa riscontrare una stretta affinità formale tra le due categorie di manufatti.

 

Accettata comunque l’attribuzione all’area lagunare, un altro interessante argomento è relativo allo stemma rappresentato nel cavetto dell’alzata. Se nella ceramica la presenza di stemmi è l’attestazione e la comunicazione di un segno di proprietà ma spesso anche un fatto puramente decorativo, nei rami smaltati detti veneziani, invece, molto più costosi e rari per la particolare manifattura che richiede la loro realizzazione, vicina a quella degli orafi, gli stemmi sono soprattutto segno di distinzione nella scala sociale. Lo studioso Luciano Borrelli (4) ha evidenziato che dei 334 rami catalogati nel Corpus, 59 sono contraddistinti da emblemi araldici: una percentuale abbastanza alta. Il fatto che la quasi totalità sia dipinta su vasellame e piatti d’apparato conferma il loro carattere di oggetti di ostentazione. Il disegno araldico aveva anche una funzione decorativa, doveva abbellire le superfici e gli oggetti sui quali era applicato, e questo si otteneva attraverso l’abilità e la sensibilità estetica del decoratore, talvolta costretto però a sostituire alcuni colori rispetto all’originale perché sprovvisto o perché tecnicamente non disponibili in quell’epoca, e proprio nel caso dei rami smaltati si nota una netta prevalenza dell’azzurro e del bianco con rifiniture in oro, presumibilmente utilizzati anche per rendere stemmi caratterizzati da colori diversi. Di conseguenza anche l’identificazione dello stemma, già di per se spesso difficoltosa, diventa talvolta impossibile, se lo stesso non è caratterizzato araldicamente, o quantomeno incerta, con più ipotesi possibili. Nel caso del nostro piatto lo studio dello stemma è stato effettuato proprio da Luciano Borrelli (5) in occasione della pubblicazione dello stesso nel Corpus già ricordato, che l’ha riferito ipoteticamente alla famiglia modenese Dalla Chiesa (6) (vedi fig. 2). Interessante notare che lo stemma è analogo a quello di altri tre piatti pubblicati nel Corpus (nn. 132, 135, 137), ma mentre due di essi si differenziano per lo schema decorativo dell’intera superficie, il piatto conservato presso il Museo del Cremlino (inv. M3-2004) sembra essere in tutto e per tutto il fratello del nostro qui presentato, fatta eccezione per il colore dell’aquila, dipinta in nero nel piatto russo (vedi fig. 3).

 

 

(1) B. Beillard, Le décor à la feuille d’or des cuivres émaillés dits vénitiens: premier classement in F. Barbe, L. Caselli, M-E. Dantan (a cura di), I rami smaltati detti veneziani del Rinascimento italiano, Vol. II, Milano 2018, pp. 9-21.

(2) F. Barbe, L. Caselli, M-E. Dantan (a cura di), I rami smaltati detti veneziani del Rinascimento italiano. I. Atti del convegno internazionale di studi - II. Corpus delle opere nelle collezioni pubbliche e private, Milano 2018.

(3) R. Barovier Mentasti, C. Tonini, Tra rami smaltati, maioliche e vetri. Firenze o Venezia?, in F. Barbe, L. Caselli, M-E. Dantan (a cura di), cit., Vol. I, p. 23-49.

(4) L. Borrelli, L’araldica nei rami smaltati detti veneziani del Rinascimento italiano, in F. Barbe, L. Caselli, M-E. Dantan (a cura di), cit., Vol. II, p. 23.

(5) L. Borrelli, cit., p. 33 n. 136.

(6) D’azzurro, alla chiesa di rosso, la facciata orientata a destra, fondata su una terrazza di verde; al capo d’oro, caricato di un’aquila di nero.

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