Capolavori da collezioni italiane

12 NOVEMBRE 2019  
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TAVOLO DA CENTRO, ROMA, 1620 CIRCA

in legno di noce scolpito, intagliato e patinato, con piano rettangolare in alabastro listato. Sostegni composti da due elementi scolpiti a volute architettoniche e caratterizzati da grandi insegne di blasone costituite da aquila coronata, cm 88x131x97

 

Provenienza

Roma, Palazzo Mattei (fino agli anni ’30 del 900);

Roma, collezione privata;

Roma, collezione privata

 

“Per chi voglia studiare la mobilia romana – intendendo con ciò quelle espressioni artistiche che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, si presentano con caratteri propri e inconfondibili – il periodo da prendere, con più cura, in esame abbraccia all’incirca centocinquant’anni, si estende cioè dal 1620 circa, quando ha inizio la prorompente attività di Gian Lorenzo Bernini, al 1769 quando Giovanni Battista Piranesi pubblica il suo famoso in folio Diverse maniere di adornare i cammini. Prima e dopo queste date, ciò che si fa a Roma nel campo che qui ci occupa è, spesso, di alta qualità e di non scarsa eleganza, ma non spicca per originalità creativa”. Queste parole, con cui Alvar Gonzales-Palacios nel 1970 apriva il suo saggio intitolato Avvio allo studio della mobilia romana, pubblicato in apertura del fondamentale volume di Goffredo Lizzani dal titolo Il mobile romano, servono a calarci perfettamente nell’ambiente romano del primo seicento, periodo in cui va collocata la realizzazione dell’importante tavolo qui preso in esame.

La nobile provenienza del tavolo, la famiglia Mattei, ci fornisce un interessante spunto di partenza, che potrebbe rivelarsi significativo anche per l’individuazione dello stesso artefice o quanto meno dell’ambito in cui l’arredo fu concepito. È importante sapere che i Mattei, forse derivati da un Matteo de' Papareschi, costruirono anticamente un primo palazzetto, ancora visibile con lo stemma con lo scudo scaccato con la banda, prospiciente la piazza in Piscinula, nei pressi degli argini del Tevere in prossimità del ponte Cestio sull'isola Tiberina. Il palazzetto aveva funzione di controllo, perché la Gens Mattheia detenne sin dal 1271, e fino alla sua estinzione, la carica di Guardiano perpetuo dei ponti e delle ripe dell'alma città di Roma in Sede Apostolica vacante, carica che imponeva, ogniqualvolta morisse un papa, il reclutamento di cento uomini dai propri possedimenti da vestire in uniforme rossa e armare al fine di custodire la Porta Portese, che dava accesso diretto sul lato del Vaticano, e il porto fluviale di Ripa Grande, oltre a tenere sotto controllo il transito su tutti i ponti di Roma anche esigendone un pedaggio. Tra i secoli XIV e XV altri rami della famiglia, con Giacomo di Matteo e Ludovico suo figlio, grazie a un'intensa attività mercantile e creditizia, si erano trasferiti nel rione Sant'Angelo su un ampio comprensorio che prese il nome di Insula Mattheorum, formato dalla piazza loro omonima con la famosa fontana delle Tartarughe, Via Paganica, via delle Botteghe Oscure, via Michelangelo Caetani e via dei Funari: tutti gli immobili compresi in queste vie appartenevano ai vari rami del casato. Noti per le violente lotte intestine alla famiglia e da sempre aderenti al papato, raggiunsero la massima potenza e ricchezza agli inizi del secolo XVII. Esponenti di spicco della famiglia in questo periodo furono il noto collezionista d'arte Ciriaco Mattei e il fratello Asdrubale, anch’egli collezionista d’arte, entrambi grandi sostenitori di Caravaggio, pittore che soggiornò presso di loro a partire dal 1601 e che   contribuì all’abbellimento del nuovo palazzo allora in costruzione.

Asdrubale Mattei, marchese di Giove, sposò in seconde nozze nel 1595 a Roma Costanza Gonzaga, figlia di Alfonso I Gonzaga, conte di Novellara, dalla quale ebbe tre figli. Proprio in quegli anni diede incarico all’architetto Carlo Maderno di costruire un nuovo palazzo, l'ultimo in ordine di tempo dei cinque palazzi Mattei che formano oggi un unico complesso architettonico, la cosiddetta "Isola dei Mattei", fra Via Caetani, Via delle Botteghe Oscure, Piazza e Via Paganica, Piazza Mattei e Via dei Funari. Un palazzo Mattei già esisteva nel cinquecento all'angolo tra le odierne Via Caetani e Via dei Funari, secondo quanto testimoniato dalle piante di Roma del Bufalini (1550), del Dupérac (1577) e del Tempesta (1593). II Maderno dovette superare il problema dell'inserimento del palazzo in un'area piuttosto limitata e mal articolata. Da documenti d’archivio si sa che i lavori iniziarono nel 1598, che nel 1611 era già eseguito il cornicione e che, infine, nel 1613 si iniziò il prolungamento della fiancata per collegare il palazzo a quello di Alessandro Mattei (ora Caetani). Nella facciata, dalla semplice e severa struttura, prevalgono un certo orizzontalismo e una tendenza a snellire gli elementi architettonici dal basso verso l'alto, conformemente alle difficili condizioni di visuale; unico elemento decorativo il cornicione architravato, con mensole e lacunari adorni dei motivi araldici dei Mattei (scacchiera) e dei Gonzaga (aquila) (vedi foto 1). L'interno, in netto contrasto con la sobrietà dell'esterno, presenta una ricerca di effetti prospettici e una notevole ricchezza di decorazioni: statue, busti, sarcofaghi e frammenti architettonici dell'antichità si fondono con gli stucchi barocchi che li incorniciano in una perfetta unità di concezione pittorica (vedi foto 2).

Carlo Maderno, architetto tra l’altro di Paolo V, una delle maggiori figure di transizione tra l’architettura del tardo Rinascimento e quella del periodo barocco, è noto anche per la sua attività di ideatore e disegnatore di mobili. Da lui infatti è controfirmato il pagamento finale (5 dicembre 1627) per l’ideazione del coro della Cappella dei Canonici a San Pietro (vedi foto 3), forse il più bell’esemplare di arredi chiesastici della Roma barocca, realizzato per due terzi da Giovanni Battista Soria, lo stesso intagliatore (ma fu anche architetto) che nel 1615 aveva lavorato per i Borghese e che si trova costantemente ricordato come uno dei massimi intagliatori al servizio di Urbano VIII e poi di Alessandro VII, quale collaboratore del Bernini, spesso citato negli elenchi dei pagamenti eseguiti dal clero e dalla nobiltà a Roma in quegli anni (si veda al riguardo il lavoro di O. Pollak, cit.). Al Soria è stato tra l’altro attribuito da Alvar Gonzales-Palacios un’opera di destinazione domestica, definito “uno dei più significativi esempi dell’arte del legno a Roma ai primi del Seicento” (A. González-Palacios, Arredi..., cit., p. 55), un portacatino in noce scolpito e intagliato composto da tre supporti su zampe leonine riunite da pedane triangolari intagliate, realizzato per la famiglia Barberini (vedi foto 4). Proprio il confronto e le analogie con questo portacatino e con il coro ligneo vaticano ci portano ad ipotizzare la mano del Soria anche per la realizzazione del nostro importante tavolo, caratterizzato tra l’altro da un lato dalle stesse imponenti zampe leonine del portacatino Barberini, dall’altro, come per il coro di San Pietro in Vaticano, dalle volute della base solcate da profonde nervature e dalla finezza dell’intaglio evidente in maniera particolare nelle due aquile, chiaro riferimento all’emblema dei Gonzaga, famiglia di appartenenza di Costanza, moglie di Asdrubale Mattei. Direttamente al Maderno rimanda invece il decoro intagliato con motivo ad onda continua che copre tutta la fascia sottopiano, motivo analogo a quello che ancor oggi è ben visibile come ornamento della facciata dell’adiacente palazzo Caetani (vedi foto 5), anch’esso progettato dell’architetto Carlo Maderno.

Se la grande qualità del tavolo e le affinità stilistiche ci portano a pensare alla mano di un intagliatore rinomato come Giovanni Battista Soria, o comunque a qualcuno a lui vicino in quegli anni come ad esempio Bartolomeo de Rossi, collega nella realizzazione del già ricordato coro di San Pietro in Vaticano, oppure Innocenzo Stoppa, Alessandro Nave o Pietro Paolo Giorgetti, tutti artigiani di grandissima fama attivi a Roma nella prima metà del Seicento, nella stessa direzione ci porta anche la provenienza nobiliare di questo importante arredo: viene infatti naturale pensare che il committente, forse lo stesso Asdrubale Mattei, personaggio di assoluto rilievo, grande collezionista e mecenate di artisti, si sia rivolto a una delle personalità artistiche di maggior spicco per la realizzazione di questo tavolo da centro, tipologia di arredo spesso destinata a sorreggere piani commessi di marmi antichi e pietre dure o comunque placcati di marmi antichi, come nella migliore tradizione del collezionismo romano contemporaneo. Numerosissimi sono infatti gli esemplari citati negli inventari di molte collezioni dell’epoca, ma mentre molti piani sono arrivati a noi e fanno tutt’ora bella mostra in collezioni pubbliche e private, pochissimi esempi di basi coeve sono sopravvissuti, tra i quali ricordiamo qui l’eccezionale tavolo in noce con lumeggiature in oro per il piano ovale del Cardinale Medici, conservato oggi con il suo piano originale presso il Museo degli Argenti di Palazzo Pitti a Firenze.

 

Bibliografia di riferimento

O. Pollak, Die Kunsttatigkeit unter Urban VIII, Wien 1928;

G. Lizzani, Il mobile romano, Milano 1970, pp. VII-IX, XVI;

A. González-Palacios, Il tempio del gusto. Le arti decorative in Italia fra classicismi e barocco. Roma e il Regno delle Due Sicilie, Milano 1984, t. I p. 58, t. II p. 58 nn. 97-98, p. 61 n. 100;

A. González-Palacios, Arredi e ornamenti alla corte di Roma. 1560-1795, Milano 2004, p. 55;

A. González-Palacios, E. Bassett, Concerning furniture. Roman documents and inventories. Part I, 1600-1720, in “Furniture History”, vol. 46, London 2010, pp. 1-135

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