DIPINTI DEL SECOLO XIX. I MAESTRI TOSCANI DALLA COLLEZIONE OLSCHKI E DA ALTRE RACCOLTE ITALIANE

13 NOVEMBRE 2018  
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Giovanni Carnovali detto Il Piccio

(Montegrino Valtravaglia 1804 - Coltaro di Sissa 1874)

TESTA DI GIOVANE DONNA

olio su tela, cm 50x40,5

retro: timbri della Galleria d'Arte G. Cerruti

 

HEAD OF A YOUNG WOMAN

oil on canvas, cm 50x40,5

on the reverse: stamps of the Galleria d’Arte G. Cerruti

 

Provenienza

Galleria d'Arte G. Cerruti, Milano

Collezione privata

 

Esposizioni

Maestri dell'800 e antichi, Milano, Galleria d'Arte G. Cerruti, ottobre 1972

 

Bibliografia

C. Caversazzi, Giovanni Carnovali. Il Piccio, 3' ed., Bergamo 1946, tav. CV

 

"Venuto dall'Accademia di Bergamo, che permane mezzo veneziana e mezzo lombarda, raccogliendo forse palesi gli echi di settecentesche compiacenze anche in certi abbandoni e rilassatezze dei più austeri assertori del verbo neoclassico, mentre la più anziana generazione dei neoclassici e quella sua degli pseudoromantici si insultano e si dilaniano sul soggetto in pittura, provocando attraverso il dissidio ed il dualismo la distruzione di questa, fu il vero ed unico innovatore. Si riallaccia non tanto a settecenteschi e venezianeggianti ricordi come vorrebbe il Somarè, che dice in lui presente il Settecento come la naturale espressione dell'anima, quanto direttamente alla grande tradizione, alla grande atmosfera, greve e pur luminosa, trasparente e pur papabile, che dal Foppa a Leonardo, dal Moroni ai Crespi sempre animò la più autentica arte nostra. Non è sugli echi di alcun languore arcadico del neoclassicismo marginale, o su una natura timida e melodica di pittore settecentesco che si possono ricostruire le opere del Piccio, ma solo sui richiami di quel Correggio che egli ridisegna tutto a Parma, di quel Luini che egli parzialmente studia a Lugano. Quel non finito dei suoi quadri, quello stile inimitabile per cui la figura è portata nella tela non sciolta ma avvolta nella sua atmosfera e da essa colorata anche psicologicamente, nascono dai vanenti orizzonti placidi e soavi della campagna lombarda, dalle luci mansuete del cielo afoso, dalle tinte scolorite sotto il riverbero di agosto. E da lì nascono quelle sue luci rapprese nei grumi di colore, raccolte nelle pennellate grasse, quella sua materia innamorata delle prorie qualità cromatiche come un Narciso, quelle associazioni di toni e quelle incidenze di ombre nei lumi e dei lumi nello stesso spessore della materia che fanno del suo stile uno stile inconfondibile e della sua pittura una musica senza neppur l’eco del comporre neoclassico o romantico".

 

A. Ottino Della Chiesa, Pittori lombardi del secondo Ottocento, Como 1954, p. 30

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