capolavori da collezioni italiane

9 NOVEMBRE 2016  
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COPPIA DI SPECCHIERE, VENEZIA, SECONDO QUARTO SECOLO XVIII

in legno ebanizzato, laccato e dorato con intarsi in madreperla e fregi in legno scolpito e dorato, cm 168x98

 

La coppia di cornici proposta in questa sede è una tipica quanto raffinata espressione del clima di inizio Rococò che si respira a Venezia intorno al secondo quarto del secolo XVIII. Un momento, questo, nel quale lo specchio decorato, da accessorio impiegato soprattutto per la toeletta, inizia a diventare un elemento di arredo a sé, in un progressivo processo di emancipazione. In questa fase ancora di transizione, in cui ogni città si esibisce nelle proprie tecniche di decorazione, Venezia diventa una delle protagoniste assolute, gettando le basi di uno stile decorativo che influenzerà i decenni successivi.

Nel corso del XVIII secolo, infatti, la creazione di questi manufatti nella laguna veneziana è così radicata che all’interno della corporazione dei “marangoni”, o falegnami, nasce una particolare branca di maestri intagliatori, i “marangoni da soaza”, altamente specializzati; al contempo, si moltiplicano le botteghe di artigiani attivi nell’arte della “soaza”: 36 botteghe con 94 capimastri, 124 lavoranti e 24 garzoni sono le botteghe attestate in una statistica del 1773 promossa dalla magistratura dei Savi della Mercanzia.

I maestri veneziani non mancano di sbizzarrire la loro fantasia utilizzando la tecnica di ornamentazione nella quale eccellono, quella della lacca, in cui il decoro, disegnato su un fondo a tinta unita preparato in stucco, viene poi lustrato con uno strato di vernice, detto “sandracca”. È così che gli stessi tipi di decori che ornano cassettoni e altri tipi di arredi vanno a popolare anche le cornici degli specchi, che si animano di temi esotici, o “alla cinese”. Particolare predilezione è riservata a ornamenti in foggia di fiori e foglie di derivazione orientale che, disegnati con vivezza e gusto narrativo, spiccano coloratissimi su fondi neutri, spesso scuri, alternati a rami e foglie a creare un insieme esuberante ma sempre di composta eleganza. Qualora la commissione sia particolarmente importante, tali decori possono inoltre essere impreziositi da suggestivi intarsi in madreperla: è il caso della cornice il legno laccato rosso e oro realizzata a Venezia alla fine del secolo XVII e oggi alla Gemäldegalerie di Berlino (fig. 1), di quella, probabilmente di inizio Settecento, proveniente da collezione privata (fig. 2), ed è il caso anche delle nostre cornici, la cui commissione è forse da ricondursi a una importante famiglia o a un’occasione significativa. Un connubio, quello di lacca e madreperla, che risulta essere una prerogativa di Venezia tra fine Seicento e inizio Settecento, e che vede attivi molti intagliatori, tra i quali è certamente da ricordare l’architetto, incisore, intagliatore e intarsiatore Domenico Rossetti, noto per “lavori alla chinese e madreperla”.

Alla ricchezza pittorica corrisponde una equivalente vivacità scultorea che si esprime, oltre che nel realizzare le cornici nelle fogge più svariate e ricche, nel fregiarle di elementi in legno intagliato. Ai quattro lati esterni della cornice vengono spesso applicati inserti in legno scolpito e dorato, presente nella nostra coppia in foggia di motivo ogivale, a creare una sorta di controcornice atta a far risaltare con forza la specchiera sul muro. Ma importanza maggiore è certamente affidata alla cimasa, irrinunciabile coronamento della parte superiore dello specchio, nel cui intaglio la fantasia dei maestri veneziani mette in mostra tutto il proprio repertorio di foglie, conchiglie, festoni e, come nel nostro caso, cartigli, spesso realizzati per contenere al proprio interno lo stemma di famiglia o, nelle specchiere qui proposte, decorato con i medesimi motivi pittorici arricchiti di madreperla che si riscontrano anche sul corpo.

Quasi in risposta ai motivi floreali dipinti, la cimasa si popola di elementi in legno dipinto e intagliato con una maestria che ben compete con quella degli esperti e fantasiosi maestri “depentori”: nelle nostre specchiere, fiori e frutti alternati a volute fogliacee inquadrano la cimasa centrale, la cui posizione asimmetrica crea quell’effetto di decentramento tipico del secondo quarto del secolo XVIII, mentre i quattro angoli delle cornici sono segnati, stavolta simmetricamente, da piccole cartelle scolpite e illuminate al centro dalla madreperla. E se spesso in questa tipologia di specchiere l’elemento scultoreo sembra prevalere su quello pittorico, concentrando nella cimasa il punto focale dove l’attenzione va a fissarsi, nei nostri esemplari a caratterizzare la composizione è un grande equilibrio, in cui tutti gli elementi, scultorei e pittorici, convivono a creare un complesso armonioso.

In questo senso, le specchiere qui proposte possono essere a pieno titolo inserite nella produzione di inizio Rococò, quando il fastoso e rocambolesco Barocco si evolve in linee che, pur sempre dominate da una forza inventiva e una esuberanza capricciosa, riflettono il nuovo gusto aggraziato e raffinato del tempo. In questi anni, sono molti gli scultori e gli intagliatori in legno che prestano la propria arte a servizio della realizzazione di cornici, come Antonio Gai, Antonio Corradini o Andrea Brustolon, noto per aver realizzato, oltre alla serie di mobili per la famiglia Venier oggi a Palazzo Rezzonico, molteplici cornici. Su suo disegno, agli inizi del secolo XVIII viene realizzato il fastoso tronetto della chiesa dei Gesuati a Venezia (fig. 3), i cui preziosi intarsi in madreperla, unitamente alle volute e ai ricchi fiori scolpiti in legno e dorati, costituiscono uno dei primi esempi di un gusto decorativo che troverà ampio riscontro nei decenni successivi, e nella cui corrente anche le nostre specchiere possono inserirsi.

 

 

Bibliografia di riferimento

G. Mariacher, Specchiere italiane e cornici da specchio, dal XV al XIX secolo, Milano 1963, pp. 16-24;

E. Colle, Il mobile barocco in Italia, Milano 2000, p. 332;

C. Santini, Mille mobili veneti. L’arredo domestico in Veneto dal sec. XV al sec. XIX, III, Modena 2002, pp. 246-247 nn. 424-426

 

 

 

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