Importanti Maioliche Rinascimentali

1 OTTOBRE 2015
Asta, 0046
16

Giovanni della Robbia

Stima
40.000 / 60.000
Aggiudicazione  Registrazione

VASO DECORATIVO
GIOVANNI DELLA ROBBIA, 1520/1525 CIRCA
Tipo ad anfora con anse a delfino, ornato da festoni e protomi, coperchio in forma di mazzetto di frutta, fiori e una rana, coevo. Terracotta invetriata: il vaso color porpora a imitazione del porfido, il coperchio con una policromia naturalistica.
Alt. cm 54,5; il vaso cm 41x31 (senza le anse), il coperchio cm 20x22 circa.

Bibliografia:
G. Cora, Vasi robbiani, in “Faenza”, XLV, 1959, 3-4, pp. 51-60 (pp. 59- 60 n. 44, tav. XXV.d);
G. Cora, Storia della maiolica di Firenze e del contado. Secoli XIV e XV, Firenze 1973 (pp. 188-189 n. 44, tav. 308.d).
                                                                           
                                                                           
Già pubblicato da Galeazzo Cora nel suo fondamentale contributo sui Vasi robbiani (1959, pp. 59- 60 n. 44, tav. XXV.d), poi riproposto nell’importante, prestigiosa Storia della maiolica di Firenze e del contado (1973, pp. 188-189 n. 44, tav. 308.d), questo spettacolare vaso decorativo si distingue nella feconda e variegata produzione di simili manufatti - che, come la popolare plastica araldica (Dionigi 2014), attestano l’originale, apprezzato impegno dei Della Robbia nell’arredo profano delle dimore signorili - in quanto riconducibile ad una delle tipologie più rare, maestose ed evolute, caratterizzata dalle proporzioni monumentali e dal fastoso ornato scultoreo d’impronta archeologica; ma soprattutto per la singolare invetriatura purpurea a imitazione del porfido, considerato nell’antichità per la sua durezza la ‘pietra degli imperatori’, colore che sostituisce qui la consueta tonalità azzurra utilizzata per simulare un intaglio nel lapislazzuli.
Il vaso è del tipo ad anfora biansata, con manici a S in forma di delfino - frequente nella maiolica rinascimentale in quanto allusiva alle acque -, che adottano un modello ripetuto con minime varianti nella produzione robbiana, mentre il corpo presenta invece una più complessa struttura composita, scandita da fasce diversamente ornate. Il collo, scampanato e schiacciato in modo da assumere un profilo a ‘scozia’, con ampia bocca svasata bordata da una ‘fusarola’, è ricoperto da embricazioni a ‘scaglie e freccette’, motivo ricorrente anch’esso nei vasi robbiani che conferisce all’anfora un carattere architettonico a guisa d’urna. Il corpo, di forma ampia e solida, è costituito da una coppa scandita da vigorose ‘baccellature’ in aggetto - decorazione consueta ma che in tali manufatti assume caratteri diversi, perlopiù meno plastici -, sopra la quale si distende un alto fregio scultoreo ispirato dagli ornati lapidei rinascimentali, cadenzato da quattro cherubini e da altrettante protomi leonine sopra le quali sono appesi festoni vegetali. Al centro risalta una fantasiosa balza col motivo classico del ‘meandro’, riscontrabile solo in un’altra tipologia riferita alla maturità di Giovanni della Robbia (Philadelphia, Museum of Art; già Firenze, collezione Contini Bonacossi: A. Bellandi, in Gentilini 1998, pp. 277-278 n. III.19), presumibilmente anteriore per la concezione più semplificata (vedi fig.1); mentre il piede, al centro del quale si trova un foro per l’ancoraggio praticato durante la foggiatura, presenta una più essenziale struttura tornita, ornata solo da un collarino di raccordo alla coppa. 
Mentre il vaso, grazie alla sua efficace colorazione purpurea marezzata - ottenuta con una sapiente mistura di stagno e ossido di manganese -, simula un virtuoso intaglio nel tenace porfido, materia considerata eterna, il coperchio finge la fragile, effimera bellezza di un rigoglioso mazzetto di frutta, ortaggi e fiori, animato dalla presenza di una piccola rana sul punto di saltare (oggi quasi interamente perduta), in accordo ad una vena decorativa peculiare dell’arte robbiana, riproposta con esiti magistrali sia nelle ghirlande di stemmi e medaglioni, sia nelle cornici e nei festoni di altari e tabernacoli, che, appunto, nei vasi e nei canestri decorativi. L’esuberante varietà dei vegetali con le relative foglie, è regolata da una disposizione radiale su due ordini, intorno a una melagrana che ne segna il centro, dove si riconoscono un grappolo d’uva, una mandorla, un limone, due capsule di papavero, una susina, un arancio, due cetrioli, un’albicocca (?), una mela, una prugna e, più in alto, una campanula azzurra, un’altra mandorla, una nocciola, due bianche genzianelle (?). Al fragrante naturalismo del mazzetto contribuisce in modo determinante la vivida policromia ceramica che, nella buccia maculata dei cetrioli o nella pelle serica delle mandorle, del calice della nocciola e delle capsule di papavero, assume tonalità cangianti e screziate di grande suggestione. Come di norma il tappo si innesta nel collo mediante un perno cilindrico modellato contestualmente, ma, nonostante la paternità e la cronologia del mazzetto appaia compatibile con quella del vaso, non è certo che i due pezzi siano nati insieme, come fanno pensare lo scarto dimensionale e la diversa colorazione dell’argilla (più rossa quella del coperchio). Del resto è possibile che l’assemblaggio, non recente come attesta la foto riprodotta dal Cora (1957, tav. XXV.d) quando l’opera si trovava nella raccolta dello stimato antiquario fiorentino Riccardo Bruscoli, accanto ad altre sculture robbiane e rinascimentali, sia avvenuto nella medesima bottega di Giovanni della Robbia, dove talora riscontriamo un reimpiego di parti concepite per altre opere mai portate a termine o danneggiate. 
Fu Andrea della Robbia, scultore versatile e intraprendente, nipote del celebre Luca dal quale aveva ereditato il “segreto” della scultura invetriata, ad avviare verso il 1490 una tale fortunata produzione di raffinati vasi ornamentali ‘all’antica’, traducendo in opere autonome tridimensionali le coppie che da qualche tempo venivano modellate a rilievo nelle cornici delle ancone robbiane come sorgivo supporto dei caratteristici festoni vegetali, smaltate a simulare il marmo o le pietre dure (lapislazzuli e porfido, perlopiù alternati). Manufatti decorativi che, insieme alle canestre e a singoli frutti, nell’abbondanza di verzura, frutta e fiori alludevano alla prosperità e alla fertilità della famiglia - come suggeriscono alcune formelle raffiguranti la Nascita del Battista replicate nei fonti battesimali dello stesso Giovanni della Robbia (San Leonardo a Cerreto Guidi, 1511; pieve di San Donato in Poggio, 1513; San Giovanni Battista a Galatrona, 1518 etc.), dove compare una coppia di simili vasi posta sulla cimasa del letto -, ma anche, se posti a coronamento delle immagini sacre, alla profusione della grazia divina (Gentilini 1992; Quinterio 1998; A. Guerrieri e M. Zurla, in Gentilini 2009, pp. 371-373 nn. 124-127, 129). Inoltre il virtuoso illusionismo degli inserti vegetali, talora - come si è visto - ravvivati dalla presenza di piccoli animali, poteva assumere colti richiami al mondo antico, indotti dalla Naturalis historia di Plinio che lodava con meraviglia le ingannevoli riproduzioni in terracotta di frutti ed elementi naturali del ceramista Possiede (Gentilini e Mozzati 2009). 
In seguito tra i numerosi figli di Andrea attivi nella bottega robbiana è proprio Giovanni, incline a un’esuberante vena decorativa nutrita dal repertorio archeologico in voga nel primo Cinquecento, il principale responsabile di una consistente produzione di vasi invetriati, raggruppabili per forma e ornato in quattro tipologie, ovoidi o ad anfora, di complessità crescente, perlopiù replicate con l’ausilio di calchi, ma spesso introducendo alcune varianti nell’ornato (Gentilini 1992, pp. 279-328; F. Quinterio e A. Bellandi, in Gentilini 1998, pp. 275-279 nn. III.17-20). Ma furono certo impegnati in questa stimata attività anche i fratelli, Marco, Francesco, Girolamo e in particolare Luca ‘il giovane’ che le parole del Vasari e alcune testimonianze documentarie ci dicono assai “diligente” negli invetriati ornamentali (Gentilini 1992, pp. 329-371; F. Quinterio e A. Bellandi, in Gentilini 1998, pp. 310-313 nn. IV.15, 17).
Il vaso in esame appartiene a una tipologia già ricondotta alla maturità di Giovanni della Robbia, intorno al 1520-1525 (Marquand 1920, p. 39 n. 35.1; Pope-Hennessy 1964, p. 242 n. 246; A. Quinterio, in Gentilini 1998, pp. 278-279 n. III.20), della quale conosciamo pochi altri esemplari, diversificati dal colore dell’invetriatura e da minime varianti plastiche riscontrabili soprattutto nelle modanature del piede, in buona parte censiti dal Cora (1957, pp. 59-60, nn. 37, 43-44, categoria A.VI). Si tratta della coppia smaltata di bianco (priva dei coperchi) conservata presso il Victoria and Albert Museum di Londra, acquistata a Firenze nel 1891 forse presso il celebre antiquario Stefano Bardini, che presenta il piede ornato da un ‘tortiglione’ nel collarino e da un motivo a ‘perline’ alla base - modello riprodotto tra Otto e Novecento dalla manifattura fiorentina Cantagalli (cat. n. 377), di un esemplare azzurro (col relativo mazzetto vegetale) già nella collezione Contini Bonacossi di Firenze, in cui le stesse modanature risultano invertite, e di una identica versione (priva del coperchio) dimezzata, probabilmente in quanto ornamento apicale di un altare o di un tabernacolo robbiano (vedi fig. 2), oggi nella raccolta privata dell’antiquario fiorentino Ganfranco Luzzetti (A. Quinterio, in Gentilini 1998, pp. 278-279 n. III.20). 
È questo il modello più raro ed elaborato dei quattro riferiti a Giovanni, la cui paternità e datazione sono confermati, oltre che dalle tonalità dense e sature degli smalti, proprio dall’estrema ricchezza decorativa e dal lessico ornamentale di marcata ispirazione scultorea e archeologica, che trova riscontri puntuali in importanti lavori autografi del secondo decennio del Cinquecento, come il fonte battesimale della pieve di San Piero a Sieve (1515 ca.), il ciborio di San Giovanni Battista a Galatrona (1510-1521) o il monumentale altare in San Lucchese a Poggibonsi (1517), dove ritroviamo sia l’iterazione dei festoni intercalati alle protomi angeliche sia il fregio col sofisticato motivo del ‘meandro’, altrimenti estraneo alla produzione robbiana. 
Giancarlo Gentilini
 
Bibliografia di confronto:
A. Marquand, Giovanni della Robbia, Princeton 1920;
G. Gentilini, I Della Robbia. La scultura invetriata nel Rinascimento, Firenze 1992;
G. Gentilini (a cura di), I Della Robbia e l’“arte nuova’’ della scultura invetriata, catalogo della mostra (Fiesole, Basilica di Sant’Alessandro, 29 maggio - 1 novembre 1998), Firenze 1998;
F. Quinterio, Natura e architettura nella bottega robbiana, ivi, pp. 57-85;
G. Gentilini (a cura di), I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento, catalogo della mostra (Arezzo, Museo Statale d’Arte Medievale e Moderna, 21 febbraio - 7 giugno 2009), Milano 2009;
G. Gentilini, T. Mozzati, Naturalia e mirabilia nell’ornato architettonico e nell’arredo domestico, Ivi, pp. 144-151;
R. Dionigi (a cura di), Stemmi robbiani in Italia e nel mondo. Per un catalogo araldico storico e artistico, Firenze 2014.