Importanti Dipinti Antichi

Importanti Dipinti Antichi

Asta

FIRENZE
Palazzo Ramirez- Montalvo
16 APRILE 2014
ore 15.30

Esposizione

FIRENZE
dal 11 al 14 aprile 2014
orario 10-13 / 14– 19
Palazzo Ramirez-Montalvo
Borgo degli Albizi, 26
info@pandolfini.it

Tutte le categorie

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91 - 120  di 165 LOTTI
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95

Rosalba Carriera

(Venezia 1675-1757)

RITRATTO DI DANIELE ANTONIO BERTOLI

pastello su carta, cm 62x49

 

Provenienza: collezione Bertoli;

collezione Rota Badoglio da cui, per discendenza, agli attuali proprietari

 

Esposizioni: Mostra della pittura veneta del Settecento in Friuli, Udine 1966; I maestri della pittura veneta del 700, Gorizia – Lubiana 1973; Venetische Malerei. Meisterwerke des 18. Jahrhunderts, Esslingen am Neckar, 1980; Venedigs Ruhm in Norden, Hannover – Dusseldorf 1992; Rosalba Carriera “prima pittrice d’Europa”, Venezia, Fondazione Cini, 2007.

 

Bibliografia: Mostra della pittura veneta del Settecento in Friuli. Catalogo a cura di A. Rizzi, Udine 1966, pp. 26-27, n. 11; P. Someda de Marco, Il ritratto di un friulano alla corte di Vienna, in “Atti dell’Accademia di Scienze, Lettere e Arti di Udine”, VII, 1966-69, pp. 223-28; H. Hadamosky-V. Masutti, voce “Bertoli Daniele Antonio” in Dizionario Biografico degli Italiani, IX, Roma 1967, pp. 593-94; A. Rizzi, Storia dell’Arte in Friuli. Il Settecento, Udine 1967, p. 49; I maestri della pittura veneta del 700. Catalogo della mostra a cura di A. Rizzi, Milano 1973, pp. 74-75, n. 20; G. Gatto, voce “Carriera Rosalba”, in Dizionario Biografico degli Italiani, XX, Roma 1977, p. 746; Venetische Malerei. Meisterwerke des 18. Jahrhunderts. Catalogo della mostra a cura di A. Rizzi, Milano 1980, pp. 60-61, n. 20; B. Sani, Rosalba Carriera, Torino 1988, p. 312, n. 275; Venedigs Ruhm in Norden. Catalogo della mostra, s.l., 1992, pp. 132-33, n. 22; R. Pallucchini, La pittura nel Veneto. Il Settecento, I, Milano 1995, pp. 255-56 e fig. 416; E. Lucchese, Nobili e borghesi mecenati di Giambattista Tiepolo, Rosalba Carriera e Nicola Grassi, in Immagini del potere. Arte, decorazione e ideologia nella patria del Friuli, a cura di M. De Grassi e G. Pavanello, Trieste 2006, pp. 138-39; B. Sani, Rosalba Carrierra 1675-1757, Torino 2007, pp. 281-82, n. 312; Rosalba Carriera “prima pittrice d’Europa”. Catalogo della mostra a cura di G. Pavanello, pp. 126-27, n. 23 (con bibliografia completa).

 

Opera notificata con decreto del Ministero per i beni e le attività culturali, n.41, Firenze, 11 febbraio 2013

 

Da tempo noto agli studi sull’artista veneziana, questo magnifico pastello è uno dei ritratti di Rosalba Carriera, per la verità non troppo numerosi, esattamente identificabile per quanto riguarda il soggetto nonché databile con buona approssimazione.

Conservato nella famiglia del suo primo proprietario che ne aveva in qualche modo serbato memoria, il dipinto è infatti documentato dall’incisione di Gustavo Adolfo Muller (nota nell’esemplare presso la Biblioteca Nazionale di Vienna) che oltre al nome della pittrice riporta in calce l’identità del ritrattato, Daniele Antonio Bertoli, e il titolo di Conservatore delle Pitture Imperiali conferitogli dall’Imperatore Carlo VI nel 1730. E’ appunto l’anno del soggiorno a Vienna di Rosalba, che insieme alla sorella Giovanna vi si trattenne tra la primavera e l’estate, frequentando regolarmente Domenico Bertoli, cui da tempo la legava la comune amicizia con Antonio Maria Zanetti e con Pierre-Jean Mariette, documentata dall’epistolario dell’artista veneziana analizzato da Bernardina Sani (1985).

Dopo una prima educazione veneziana presso i Padri Somaschi, Daniele Antonio Bertoli (1677-1743) fu a Brescia e poi a Vienna, presumibilmente dal 1707, alla corte di Giuseppe I e poi a quella di Carlo VI. Nominato “disegnatore di camera” nel 1710, ideò i costumi delle rappresentazioni teatrali per la corte imperiale, documentati dai bellissimi disegni (285 fogli) oggi raccolti in due volumi presso la Biblioteca Nazionale di Vienna. Nominato direttore della Pinacoteca Imperiale alla morte di Ferdinando Cervini nel maggio 1730, nel 1732 ricevette il titolo di Conte del Sacro Romano Impero, confermato dall’imperatrice Maria Teresa al fratello Lodovico dopo la sua morte. Nel 1739 disegnò per l’incisione di Francesco Zucchi il frontespizio delle Antichità di Aquileia, opera erudita del fratello Giovan Domenico Bertoli, pubblicata in quell’anno.

Il pastello di Rosalba, non documentato ma eseguito con ogni probabilità nel corso del suo soggiorno a Vienna nel 1730, lo raffigura distaccato e pensoso, consapevole delle responsabilità del ruolo appena conferitogli ma non per questo vanitoso. Raffinatissimo nella ridotta gamma cromatica, il dipinto unisce in maniera impareggiabile eleganza ed introspezione: vero e proprio “ritratto d’amicizia” per chi, nell’estate del 1730, accolse la pittrice e la introdusse alla società viennese e ai committenti del “ritratto alla moda”.

Stima   30.000 / 50.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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98

Antonio Joli

(Modena 1700-Napoli 1777)

ALESSANDRO VISITA LA TOMBA DI ACHILLE

olio su tela, cm 70x91,5

 

Provenienza: Galleria Concha Barrios, Madrid;

collezione privata

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

L’inedito dipinto qui presentato costituisce una versione ulteriore e variata di un tema altre volte affrontato da Antonio Joli, certo in relazione alla sua attività di scenografo. Già nel 1736, infatti, l’artista modenese aveva fornito i disegni per un’opera su libretto di Pietro Metastasio  dedicata ad Alessandro e rappresentata a Venezia, mentre nel 1768 e nel 1774 curò le scene di “Alessandro nelle Indie” per il San Carlo di Napoli.

E’ probabilmente questa esperienza a suggerire la grandiosa prospettiva “all’antica”, vero “atrio magnifico” ornato da rilievi e sculture e qualificato da un monumento equestre in cui, in una tela di imponenti dimensioni ora in Scozia (Paisley Museum and Art Galleries) Antonio Joli codifica in maniera definitiva la rappresentazione di un tema altre volte affrontato con prevalenza delle figure sullo spazio circostante (R. Toledano, Antonio Joli. Modena 1700-1777 Napoli, Torino 2006, p. 95 C.V.3).

Il nostro è appunto una replica di quel dipinto, di cui ripropone la composizione con dimensioni più contenute e alcune varianti nelle figure e negli ornati architettonici.

Considerazioni di ordine stilistico, e soprattutto la raffinata qualità pittorica suggeriscono di riferire l’opera alla maturità del pittore modenese e più precisamente al suo secondo periodo napoletano dopo il 1762 quando, in qualità di scenografo reale, Joli fu responsabile degli spettacoli teatrali e delle cerimonie pubbliche della corte, oltre che della loro rappresentazione ad uso delle corti europee.

Un tempo sul mercato antiquario internazionale come opera di Giovanni Paolo Panini, il nostro dipinto si lega in effetti a due ulteriori repliche in collezione privata pubblicate da Ferdinando Arisi come opera dell’artista piacentino (Gian Paolo Panini e i fasti della Roma del 700, Roma 1986, p. 243, nn. 53-54) ma giustamente ricondotte da Ralph Toledano al catalogo di Antonio Joli, insieme a una terza composizione che utilizza la grandiosa scenografia dell’“atrio regio” per una semplice scena di conversazione (F. Arisi 1986, cit., p. 242, n. 52).

Al Panini si deve tuttavia l’invenzione di questo soggetto, che nel 1719 costituì la sua “pièce de réception” alla romana Accademia di San Luca e che si lega idealmente al Marco Curzio si getta nella voragine di fuoco: entrambi documenti di quel riferirsi all’Antico per i suoi valori ideali ancor prima che per i canoni estetici che caratterizza il Settecento romano trovando espressione compiuta nella prima età Neoclassica.

 

Ringraziamo Ralph Toledano per le preziose indicazioni utili alla redazione della scheda da noi curata.

Stima   60.000 / 80.000
Aggiudicazione:  Registrazione
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101

Anton Raphael Mengs

(Aussig 1728-Roma 1779)

RITRATTO DI WILHELM FREIHERR VON EDELSHEIM (1737-1793)

1771-1772

pastello su carta riportata su tela, cm 44,5x34

 

Corredato da attestato di libera circolazione

 

L’opera è accompagnata da parere scritto di Steffi Roettgen

 

“Il ritratto qui presentato finora ignoto alla bibliografia mengsiana e non menzionato dalle fonti relative alla sua opera, proviene dalla collezione di un prestigioso casato fiorentino dove si era persa la conoscenza della sua paternità e dell’identità del personaggio raffigurato. Partendo dal confronto con il ritratto di Edelsheim, acquistato nel 1957 dagli eredi dell’effigiato per la Staatliche Kunsthalle di Karlsruhe, è pertanto ora possibile identificare il nostro pastello come modello preparatorio per il dipinto di Karsruhe e accertarne senza dubbio l’autografia di Mengs.

A confermare la paternità di Mengs sono la posa e i particolari del vestito e il fondo schiarito come una specie di aura intorno alla figura che corrispondono al ritratto ad olio, ma sono resi con una tale leggerezza e sicurezza da escludere definitivamente che si tratti di una derivazione dal ritratto di Karlsruhe. Il ductus e la maestria esecutiva dimostrano come - rispetto ai pastelli giovanili di Dresda (1744-1745) - l’artista nel tempo avesse maturato la sua abilità tecnica. Ciò era certamente anche dovuto alla diversa funzione del pastello che nel nostro caso costituisce uno "studio dal vivo" che ritrae il personaggio già nella posa e nell’abito previsto per il ritratto definitivo, ma in maniera più sciolta e ravvicinata.

L’uso di un taglio diverso rispetto alla tela di Karlsruhe conferisce al nostro pastello un’immediatezza d’espressione.

Nell’opera di Mengs il formato, limitato al busto e alle spalle, allora denominato “testa”, è esclusivamente riservato allo “studio dal vivo” su cui si basa poi l’esecuzione del ritratto definitivo. Giacché la tecnica del pastello permette una veloce e immediata registrazione dei tratti visivi, esso, infatti, si presta in modo particolare per lo studio dal vivo. Ciò nonostante la maggior parte di tali studi noti dell’opera di Mengs sono eseguiti ad olio. La perdita di altri ritratti a pastello (cfr. Roettgen 1999. cat. 138) è probabilmente dovuta alla fragilità del materiale. Perciò il ritratto a pastello del barone Edelsheim rappresenta un’aggiunta di singolare importanza al catalogo dei pastelli mengsiani.

Dopo i suoi studi universitari a Gottinga Wilhelm von Edelsheim nativo da Hanau era entrato nel 1758 al servizio del margravio Karl Friedrich di Baden-Durlach con l’incarico di seguire le cause giuridiche pendenti al Reichskammergericht di Wetzlar. Grazie alla sua abilità diplomatica fu inviato nel 1761 alla corte prussiana per pianificare la futura pace dopo la Guerra dei Sette Anni (1756-1763). Dal 1767 al 1769 svolse una missione diplomatica alla corte di Vienna in seguito alla quale approdò a Firenze alla fine del gennaio del 1771. Nonostante il suo breve soggiorno fiorentino - fino al 6 febbraio- ebbe modo di stringere un amichevole contatto con Mengs che vi si trovava già da sette mesi. In una lettera alla margravia Karoline Luisa von Baden del 5 febbraio 1771 Edelsheim fa riferimento a Mengs, allora impegnato con i ritratti della famiglia granducale. Edelsheim considerava questo incontro con Mengs come “une desrencontresles plus heureuses” (cfr. Krebs 1951). Anche durante il suo soggiorno romano Edelsheim rimase in stretto rapporto con Mengs il quale - appena eletto Principe dell’Accademia di San Luca - propose di nominarlo Accademico d’onore. Certamente sia il ritratto di Karlsruhe dipinto su tavola sia il nostro pastello eseguito come studio preparatorio per il dipinto furono eseguiti a Roma durante questo periodo. Dopo il suo congedo da Roma, Edelsheim- tramite una missiva a Reiffenstein- si rivolse all’Accademia di San Luca proponendo di donare un busto di Mengs in bronzo all’Accademia, idea respinta però categoricamente dal pittore (lettera di Reiffenstein 11 luglio 1773, cfr. Roettgen 2003, pp. 548-549). Non è da escludere che questo gesto voleva essere anche un segno di gratitudine per il ritratto e alcuni disegni e cartoni di Mengs che Edelsheim portò con sé a Karlsruhe (cfr. Roettgen 1999, cat. 107, p. 108). Tornato a Karlsruhe come ministro del margravio di Baden Edelsheim svolse un ruolo importante nella sua patria sia in politica come anche culturalmente”.

 

Bibliografia di riferimento: M. Krebs, Wilhelm von Edelsheim in Italien (1770-1772). Reisebriefe an die Markgräfin Karoline von Baden, in Zeitschrift für die Geschichte des Oberrheins 99, 1951, pp. 250-253;  S. Roettgen, Anton Raphael Mengs 1728-1779. Das malerische und zeichnerische Werk, München 1999; S. Roettgen, Anton Raphael Mengs 1728-1779. Leben und Wirken, München 2003.

Stima   25.000 / 35.000
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133

Nicolò Cannicci

(Firenze 1846 - 1906)

LE SPINTE

olio su tela, cm 53,5x72

firmato

sul retro del telaio resti di etichetta di una esposizione a Palazzo Pitti

 

Lo sguardo contemplativo di Cannicci "Il Giovanni Segantini delle solitudini toscane" come lo ebbe a definire il Foresi (in: M. Foresi, Niccolò Cannicci nell'arte e nella vita, 1906, p. 507) trova un preciso riscontro, non solo tematico, ma d'intenti e poetica, nel panorama culturale del tempo.

Si muove in ambito naturalista, verista, ma con piena consapevolezza di quale dramma porti questa interiore dicotomia.

Le opere di Cannicci devono l'ispirazione alle opere dei maestri francesi quali Jules Breton, ma il tono delle opere di Cannicci, oltre che ai sentimenti evocati da Zola, è più vicina al tono delle novelle di Verga e in ambito locale ai toni di Renato Fucini, per il quale ricordiamo che illustrò La pipa di Batoni ne Le Veglie di Neri e la raccolta All'aria aperta.

Infatti lo schivo Cannicci tesseva comunque rapporti con gli ambienti letterari, frequentando a Fauglia la villa dei Gioli dove Matilde la moglie del pittore Francesco riusce intellettuali ed artisti.

Dopo gli anni '80 si attua un mutamento linguistico nella pittura del maestro toscano: diminuisce la saldezza formale, la pittura si fa più magra, quasi abbozzata che in certe parti lascia intravedere la tela, fondendo l'unità delle opere su valori più intimi e solitari. In questo contesto culturale e stilistico si colloca Le spinte, l'opera che presentiamo in catalogo.

Nel dipinto, l’artista coglie le tre fanciulle in un momento di spensieratezza, all’interno di un ambiente domestico che emerge solo nei toni dei bruni; le tre bimbe hanno vestitini poveri e semplici ma il loro gesto spontaneo e furtivo di gioco di bimbi, il rosso e il

giallo delle loro pezzole e quelle loro labbra color rosso ciliegia, le riscatta da quella povertà e ci coinvolge nei loro sorrisi.

Stima   15.000 / 20.000
Aggiudicazione:  Registrazione
91 - 120  di 165 LOTTI